Allen Ginsberg e l’underground culturale

Allen Ginsberg
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Allen Ginsberg uno dei massimi esponenti della beat generation degli anni ’50 e ponte con il movimento hippy degli anni ’60, non fu solo un poeta, un attivista, un artista provocatore, ma un precursore di quello che più tardi sarà definito l’underground culturale.

Il 3 giugno 1926 nasce nel New Jersey il poeta Allen Ginsberg. Famiglia paterna benestante di origini ebree. Papà poeta e docente di liceo, la mamma Noemi – di origini russe – attivista politica col partito comunista, che usava portare con sé il piccolo Allen alle riunioni di partito. Più tardi Allen Ginsberg ricorderà con nostalgia il senso di umanità, di mutualismo e condivisione, nonché la gioia che aleggiava in quelle riunioni, da parte di gente povera economicamente, ma ricca nel sentirsi una parte di un tutto e portatrice di idee di uguaglianza e libertà.

Da questa congerie politico-culturale Allen Ginsberg trarrà buona parte della sua poetica, imperniata di critica al perbenismo borghese e alla conseguente produzione culturale commerciale e di massa, tutta incentrata sui valori formali, le etichette sociali, il consumo, l’agiatezza economica, la ricerca della felicità effimera e il buonismo di facciata. Ma di fondo crudele, intollerante verso i poveri, gli oppressi, le minoranze, i gay, oltre che sfruttatrice delle classi deboli, alla continua ricerca di profitto, anche a scapito della vita e della dignità altrui. 

Queste evidenti contraddizioni, ben note al giovane Allen Ginsberg sin dall’infanzia, lo porteranno ad impegnarsi molto negli studi, al fine di diventare avvocato e aiutare – così – gli oppressi. Si diplomerà infatti con ottimi voti e otterrà, nel 1943, una borsa di studio alla Columbia University.

Allen Ginsberg e Walt Whitman

walt whitman anziano

Nel frattempo legge, tanto. Si appassiona alle poesie di Walt Whitman, che influenzerà tantissimo la sua produzione letteraria. A lui è dedicata questa poesia:

Passeggeremo tutta notte per strade solitarie? Gli alberi aggiungono ombra all’ombra, luci spente nelle case, ci sentiremo soli.

Cammineremo sognando la perduta America dell’amore lungo automobili azzurre nei viali, verso casa nel nostro cottage silenzioso?

Ah, caro padre, grigio di barba, vecchio solitario maestro di coraggio, che America avesti quando Caronte smise di spingere il suo ferry e tu scendesti su una riva fumosa a guardare la barca scomparire sulle acque nere del Lete?

Allen Ginsberg ancora non lo sa, ma l’università sarà determinante nella sua vita. Non perché gli studi lo porteranno a coronare il suo sogno adolescenziale, ma perché le persone che qui incontrerà lo porteranno a diventare un professionista sui generis dell’arte, della poesia, del pensiero alternativo e portavoce dell’emancipazione popolare. Alla Columbia, difatti, conosce numerosi artisti mezzi pazzi e trasgressivi, tra cui Jack Kerouac, Neal Cassady, John Clellon Holmes, Lucien Carr, William Burroughs, e altri che appartengono a quel movimento che sarà poi denominato beat

Il movimento beat

Pare che il termine fosse stato coniato nel 1947 da Herbert Huncke, amico di Jack Kerouac e questi l’abbia immediatamente utilizzato per definire il movimento culturale che in quegli anni stava iniziando a prendere piede.

In cosa consisteva? Nella rilettura, in chiave artistica, della lotta di classe. Consapevoli che la borghesia si stava appropriando di tutte le espressioni artistiche (cinema, musica, letteratura, arti visive, ecc.) per diffondere una visione feticista del mondo, questi artisti si dissociarono. E reagirono, a volte anche con eccessi (cosa che capita spesso quando si reagisce ad un’imposizione calata dall’alto e non socialmente condivisa).

Diedero così vita a quello che – per decenni – sarà l’underground culturale, libero, alternativo, basato sul rifiuto delle norme perbeniste di stampo borghese, su una ricerca libera delle espressività artistiche e nuove forme di religione (questo movimento sarà la base per introdurre negli USA e poi nel resto dell’Occidente le pratiche filosofico-religiose orientali). Il movimento sarà decisivo anche per sdoganare i perbenismi in campo sessuale e per mettere in luce le crudeli condizioni di vita delle classi più disagiate. Il problema è che il rifiuto delle etichette borghesi li portò ad una (direi eccessiva) sperimentazione di ogni tipo di droga, nonché di abuso di alcool.

Quest’aspetto fu subito preso al balzo dalla classe benpensante borghese, che utilizzò il termine beats e lo diffuse mediaticamente come sinonimo di una generazione fallita, additandoli come esempio da non seguire, come artisti da quattro soldi, drogati e alcolizzati, che saranno presto spazzati via dalla storia. La storia non lo farà. Il loro modello si diffonderà a livello globale per tutto il secolo XX. Solo qualche intellettuale si accorgerà, poi, che anche l’underground sarà sfruttato commercialmente dalla stessa classe che li osteggiava. Ma questa è un’altra storia.

Il maccartismo

Qual è stata la spinta decisiva che ha contribuito al formarsi del movimento beat? Un elemento importante per capire la nascita di questo movimento è la guerra fredda con l’URSS il maccartismo. Un certo Joseph McCarthy, senatore, condusse una commissione parlamentare d’inchiesta e poi una vera e propria campagna mediatica, tutta incentrata sul sospetto.

A quei tempi la classe dominante aveva una paura matta dei comunisti. Temevano che questi avrebbero messo in discussione il loro stile di vita e la (falsa) idea di libertà. E così, grazie a McCarthy, iniziò una vera e propria stagione di sospetti. Bastava che qualche funzionario pubblico, graduato dell’esercito o politico avversario dicesse qualcosa anche solo vagamente riconducibile all’ideologia comunista, per essere tacciato di essere un traditore. E, di conseguenza, inquisito. Ma il fenomeno si estese in tutti gli strati sociali e la società civile. La commissione indagava anche sulla vita privata dei cittadini, in particolare di personaggi noti (attori, scrittori, sceneggiatori, editori, musicisti, ecc.) e approvava e censurava a piacimento libri e riviste.

Tant’è che venne coniato il termine maccartismo proprio per indicare una caccia alle streghe, basata sul sospetto e su una vera e propria isteria di massa. Difatti il maccartismo influenzerà pesantemente l’opinione pubblica e contribuirà a creare, in tutti gli USA, un’aria pesante, di paranoia, di sospetto. Come conseguenza si radicò ancora di più il conservatorismo e il bigottismo delle classi medie.

Ciò favorì un’esplosiva reazione giovanile che diede, appunto, vita al movimento beat. 

Allen Ginsberg e i sei poeti alla Gallery Six

Allen Ginsberg viene sospeso dall’università (due volte) e inizia a frequentare quell’ancora inconsapevole substrato underground fato di povera gente, piccoli ladruncoli, omosessuali bistrattati, artisti di strada, giovani poeti, letterati, tutti accomunati dalla passione per le droghe, la musica jazz, lo slang alternativo e ritmato e l’arte anticonformista. 

Nel 1948, il ventiduenne Allen Ginsberg, in un appartamento a Harlem, mentre legge una poesia di William Blake ha una visione. Crede di aver sentito la voce di Dio, ma poi cambia idea e pensa che quella sia stata la voce di Blake. Dirà a tutti che l’allucinazione non l’ha avuta sotto l’effetto droghe, ma ammetterà di aver abusato di farmaci, successivamente, con la speranza di riaverla. 

In quel periodo il giovane Ginsberg ha già scritto tante poesie, ma mai pubblicate. Nel 1954 va a vivere a San Francisco dove conosce il poeta Peter Orlovsky con cui trascorrerà tutta la vita.

Allen Ginsberg e Peter Orlowski
Allen Ginsberg e Peter Orlowski

Qui a San Francisco avviene la svolta. Il 13 ottobre 1955, con l’amico Kenneth Rexroth organizza un evento, passato alla storia come The Six Gallery Reading, quello che poi sarà definito l’evento-manifesto della Beat Generation. La locandina recita così:

Sei poeti alla Six Gallery, Kenneth Rexroth M. C., notevole raccolta di angeli tutti insieme nello stesso luogo: vino, musica, poesia seria, satori gratis. Piccola questua per vino e cartoline. Avvenimento incantevole.

Vino, musica e poesia. Cosa volere di più? Ci aggiungono pure il satori, che non sono patatine, ma, nella pratica del Buddismo Zen, l’esperienza del risveglio inteso in senso spirituale. Anzi, qui conviene citare il filosofo Suzuki, che, hegelianamente, disse:

Satori, in termini psicologici, è un oltre i confini dell’Io. Da un punto di vista logico è scorgere la sintesi dell’affermazione e della negazione, in termini metafisici è afferrare intuitivamente che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere.

In questo storico evento Allen Ginsberg legge in pubblico, per la prima volta, la sua poesia Howl (L’Urlo).

Da quel momento i suoi versi cominciano ad essere apprezzati da un vasto pubblico, tanto che nel 1956 la casa editrice indipendente di Lawrence Ferlinghetti (altro personaggio underground), la City Lights Books, pubblica Howl and Other Poems.

Qui va raccontato un aneddoto. Un giorno di metà ottobre del 1956 Ferlinghetti sente per la prima volta Ginsberg leggere Howl. Al ché gli manda subito una richiesta di pubblicare il libro, accompagnata dall’augurio ti saluto all’inizio di una grande carriera. Curiosamente sono le stesse parole che Ralph Waldo Emerson scrisse a Whitman quando uscì la prima edizione di Foglie d’erba.

Ma l’editore, per questo fatto, passerà rogne, in quanto dopo la pubblicazione, nel giugno del 1957 gli faranno causa per oscenità e verrà recluso in carcere. Per questo motivo il libro di poesie di Ginsberg viene ritirato. Ma il processo, tenuto dal giudice Clayton W. Horn, si ritorce contro i benpensanti e si conclude con un’assoluzione. La sentenza – storica in quel periodo – rimarca la libertà di espressione e di stampa, sottolineando non solo che l’opera rispetta i principi fondamentali della costituzione americana, ma anche la sua importanza di critica sociale.

Howl (L’Urlo)

Ora conviene riportare almeno la prima stanza dell’opera, giusto per capire com’è fatta, di che parla e perché fu tanto osteggiata all’epoca. L’opera risente dell’influenza di Whitman ed è scritta con un verso libero ma ritmato, uno slang popolare, con la cadenza della lingua parlata. Qui il poeta ripercorre le sue esperienze, in particolare l’uso delle droghe, l’omosessualità e quegli otto mesi trascorsi in un ospedale psichiatrico (cosa che ricorda l’esperienza di Alda Merini e Amelia Rosselli).

Ma l’opera è un’accusa a Moloch (chiama così un hotel a forma di mostro che compare in una delle sue visioni e che coincide col capitalismo) e utilizza come punto di riferimento una di quelle che considera vittime del sistema, il suo caro amico e poeta Carl Solomon, rinchiuso in manicomio. A cui dedica l’opera. Difatti Solomon sarà importante nella sua vita. E’ quello che convince Ginsberg ad optare per la marginalità come atto di protesta contro la minaccia del capitalismo americano. Per essere realmente vicini agli sfruttati e diseredati, i nuovi agnelli sacrificali dell’opulenza americana.

Ma non va sottaciuto che l’opera, pur criticando il consumismo e il liberismo come anestetico del pensiero creativo, è pervasa di ottimismo, nei confronti della vita, considerata sacra e meritevole di essere vissuta, per far prevalere l’essere sull’avere, l’amore sull’odio.

Howl (l’Urlo)

(a Carl Solomon)

I

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,

che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette

che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,

che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,

che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,

che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,

che mangiavano fuoco in alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso

con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire,

incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale in balzi verso i poli di Canada & Paterson, illuminando tutto il mondo immobile del Tempo in mezzo,

solidità Peyota di corridoi, albe cimiteri alberi verdi retro cortili, sbronze di vino sopra i tetti, rioni di botteghe in gioiose corse drogate neon balenio di semafori, vibrazioni di sole e luna e alberi nei rombanti crepuscoli invernali di Brooklyn, fracasso di pattumiere e dolce regale luce della mente,

che si incatenavano ai subways in corse interminabili dal Battery al santo Bronx pieni di simpamina finché lo strepito di ruote e bambini li faceva scendere tremanti a bocca pesta e scassati stremati nella mente svuotata di fantasia nella luce desolata dello Zoo,

che affondavano tutta la notte nella luce sottomarina di Bickford fluttuavano fuori e passavano un pomeriggio di birra svanita nel desolato Fugazzi ascoltando lo spacco del destino al jukebox all’idrogeno,

che parlavano settanta ore di seguito dal parco alla stanza al bar a Bellevue9 al museo al ponte di Brooklyn,

schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai

gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai

davanzali dall’Empire State giù dalla luna, farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti

e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks

di ospedali e carceri e guerre, intieri intelletti rigurgitati in un richiamo totale per

sette giorni e notti con occhi brillanti, carne

da Sinagoga sbattuta per terra, che svanivano nel nulla Zen New Jersey lasciando

una scia di ambigue cartoline del Municipio di

Atlantic City, straziati da sudori Orientali e scricchiolii d’ossa

Tangerini e emicranie Cinesi nel rientro dalla streppa in una squallida stanza mobiliata di

Newark23, che giravano e giravano a mezzanotte tra i binari

morti chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati, che accendevano sigarette in carri merci carri merci

carri merci strepitanti nella neve verso fattorie

solitàrie nella notte dei nonni, che studiavano Piotino Poe Sangiovanni della Croce

telepatia e cabala del bop perché il cosmos

vibrava istintivamente ai loro piedi nel Kansas, che stavano soli per le strade dello Idaho

in cerca di

visionari angeli indiani che erano visionari angeli

indiani, che credevano di essere soltanto matti quando Baltimore luccicava in un’estasi soprannaturale, che sobbalzavano in limousine col Cinese dell’OkIaho-

ma sotto l’impulso di inverno mezzanotte luce

stradale provincia pioggia,

che indugiavano affamati e soli a Houston in cerca di jazz o sesso o minestra, e seguivano il brillante Spagnolo per chiacchierare sull’America e l’Eternità, causa persa, e cosi si imbarcavano per l’Africa,

che scomparivano nei vulcani del Messico non lasciando che l’ombra dei jeans e la lava e ceneri di poesia sparse nella Chicago caminetto,

che riapparivano sulla West Coast indagando sul f.b.i. barbuti e in calzoncini con grandi occhi pacifisti sexy nella pelle scura distribuendo volantini incomprensibili,

che si bucavano le braccia con sigarette protestando contro la nebbia di tabacco narcotico del Capitalismo,

che diffondevano manifesti Supercomunisti in Union Square piangendo e spogliandosi mentre le sirene di Los Alamos li zittivano col loro grido, e gridavano giù per Wall e anche il ferry di Staten Island gridava,

che crollavano piangendo in palestre bianche nudi e tremanti davanti al macchinario di altri scheletri,

che mordevano i poliziotti nel collo e strillavano di felicità nelle camionette per non aver commesso altro delitto che la loro intossicazione e pederastia pazza tra amici,

che urlavano in ginocchio nel subway e venivano trascinati dal tetto sventolando genitali e manoscritti,

che si lasciavano inculare da motociclisti beati, e strillavano di gioia,

che si scambiavano pompini con quei serafini umani, i marinai, carezze di amore Atlantico e Caribbeo,

che scopavano la mattina la sera in giardini di rose e sull’erba di parchi pubblici e cimiteri spargendo il loro seme liberamente su chiunque venisse,

che gli veniva un singhiozzo interminabile cercando di ridacchiare ma finivano con un singhiozzo dietro un tramezzo dei Bagni Turchi quando l’angelo biondo & nudo veniva a trafiggerli con una spada,

che perdevano i loro ragazzi d’amore per le tre vecchie streghe del fato la strega guercia del dollaro eterosessuale la strega guercia che strizza l’occhio dal grembo e la strega guercia che sta li piantata sul culo a spezzare i fili d’oro intellettuali del telaio artigianale,

che copulavano estatici e insaziati con una bottiglia di birra un amante un pacchetto di sigarette una candela e cadevano dal letto, e continuavano sul pavimento e giù per il corridoio e finivano svenuti contro il muro con una visione di fica suprema e sperma eludendo l’ultima sbora della coscienza,

che addolcivano le fiche di milioni di ragazze tremanti al tramonto, e avevano gli occhi rossi la mattina ma pronti ad addolcire la fica dell’alba, natiche lampeggianti sotto i granai e nude nel lago,

che andavano a puttane nel Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver — gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti, in poltrone traili

ballanti di vecchi cinema, su cime di montagna in caverne o con cameriere secche in strade familiari sottane solitarie alzate & solipsismi particolarmente segreti nei cessi dei distributori di benzina, & magari nei vicoli intorno a casa,

che dissolvevano in grandi cinema luridi, si spostavano in sogno, si svegliavano su una Manhattan improvvisa, e si tiravano su da incubi di cantine ubriachi di Tokay spietato e da orrori di sogni di ferro della Terza Strada & inciampavano verso l’Ufficio Assistenza,

che camminavano tutta la notte con le scarpe piene di sangue su moli coperti di neve aspettando che una porta sullo East River si aprisse su una stanza piena di vapore caldo e di oppio,

che creavano grandi drammi suicidi in appartamenti a picco sullo Hudson sotto azzurri fasci antiaerei di luce lunare & le loro teste saranno incoronate di alloro nell’oblio,

che mangiavano stufato d’agnello dell’immaginazione o ingoiavano rospi nel fondo fangoso dei fiumi di Bowery,

che piangevano sulle strade romantiche coi carretti pieni di cipolle e musica scassata,

che sedevano in casse respirando al buio sotto il ponte, e si alzavano per fare clavicembali nelle loro soffitte,

che tossivano al sesto piano di Harlem incoronati di fiamme sotto il cielo tubercolare circondati da teologia in cassette da frutta,

che scarabocchiavano tutta la notte in un rock and roll su incantesimi da soffitta destinati a diventare nella mattina giallastra strofe di assurdo,

che cuocevano animali marci polmoni cuori code zampe borsht & tortillas sognando il puro reame vegetale,

che si buttavano sotto furgoni di carne in cerca di un uovo, .

che buttavano orologi dal tetto per gettare il loro voto all’Eternità fuori del Tempo, & per un decennio dopo le sveglie cadevano ogni giorno sul loro capo,

che si tagliavano i polsi tre volte di seguito senza seguito, rinunciavano ed erano costretti ad aprire negozi di antiquariato dove credevano di invecchiare e piangevano,

che venivano arsi vivi nei loro innocenti vestiti di flanella sulla Madison Avenue tra esplosioni di versi di piombo e il frastuono artificiale dei ferrei reggimenti della moda & gli strilli alla nitroglicerina dei finocchi della pubblicità & l’iprite di sinistri redattori intelligenti, o venivano investiti dai taxi ubriachi della Realtà Assoluta,

che si buttavano dal ponte di Brookiyn questo è successo davvero e se ne andavano sconosciuti e dimenticati tra la foschia spettrale di Chinatown minestra vicoli & autopompe, neanche una birra gratis,

che cantavano disperati dalle finestre, cadevano dal finestrino del subway, si buttavano nello sporco Passaic, saltavano su negri, piangevano lungo tutta la strada, ballavano scalzi su bicchieri rotti spaccavano nostalgici dischi Europei di jazz tedesco del ‘30 finivano il whisky e vomitavano rantolando nel cesso insanguinato, nelle loro orecchie gemiti e l’esplosione di colossali sirene,

che rotolavano giù per le autostrade del passato andando l’un l’altro verso l’hotrod-Golgotha di veglia solitudine-prigione o l’incarnazione del jazz di Birmingham,

che guidavano est – ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’Eternità,

che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & aspettavano invano, che vegliavano a Denver & meditavano senza compagni a Denver e infine se ne andavano per scoprire il Tempo, & ora Denver ha nostalgia dei suoi eroi,

che cadevano in ginocchio in cattedrali senza speranze pregando per l’un l’altro salvezza e luce e seni, finché l’anima si illuminava i capelli per un attimo,

che si sfondavano il cervello in prigione aspettando criminali impossibili dalla testa bionda e il fascino della realtà nei loro cuori che cantavano dolci blues a Alcatraz,

che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o la fossa,

che chiedevano prove di infermità mentale accusando la radio di ipnotismo & venivano lasciati con la loro pazzia & le loro mani &. una giuria incerta,

che al ccny buttavano patate in insalata ai conferenzieri sul Dadaismo e poi si presentavano sui gradini di pietra del manicomio con teste rapate e discorsi arlecchineschi di suicidio, chiedendo un’immediata lobotomia,

e invece venivano sottoposti al vuoto concreto o insulina metrasol elettricità idroterapia psicoterapia terapia educativa ping pong e amnesia,

che in malinconica protesta rovesciavano un unico simbolico tavolo da ping pong, riposando un poco in catatonia,

ritornando anni dopo proprio calvi eccetto una parrucca di sangue, e lacrime e dita, al visibile destino da pazzo delle corsie delle città-manico-mio dell’Est,

fetidi corridoi di Pilgrim State Rockland e Greystone, litigando con gli echi dell’anima, rockrollando nella mezzanotte solitudine-panca dolmen-rea-mi dell’amore, sogno della vita un incubo, corpi ridotti pietra pesanti come la luna,

con mamma finalmente …, e l’ultimo libro fantastico scaraventato dalla finestra, e l’ultima porta chiusa alle 4 del mattino e l’ultimo telefono sbattuto in risposta contro il muro e l’ultima stanza ammobiliata svuotata fino all’ultimo pezzo di mobilia mentale, una rosa di carta gialla attorcigliata su una gruccia di fil di ferro nell’armadio, e perfino essa immaginaria, nient’altro che un pezzetto di speranza nell’allucinazione –

ah, Carl, mentre tu non sei al sicuro io non sono al sicuro, e ora sei davvero nel totale brodo animale” del tempo –

e che dunque correvano per le strade gelate ossessionati da un lampo improvviso dell’alchimia dell’uso dell’ellisse il catalogo il metro & i piani vibranti,

che sognavano e facevano abissi incarnati nel Tempo & lo Spazio mediante immagini contrapposte, e

intrappolavano l’arcangelo dell’anima tra 2 immagini visive e univano i verbi demenziali e sistemavano insieme il sostantivo e il trattino della coscienza sobbalzando alla sensazione del Pater Omnipotens Aeterni Deus

per ricreare la sintassi e la misura della povera prosa umana e fermarvisi di fronte muti e intelligenti e tremanti di vergogna, ripudiati ma con anima confessa per conformarsi al ritmo del pensiero nella sua testa nuda e infinita,

il pazzo vagabondo e angelo battuto nel Tempo, sconosciuto, ma dicendo qui ciò che si potrebbe lasciar da dire nel tempo dopo la morte,

e si alzavano reincarnati nei vestiti spettrali del jazz all’ombra tromba d’oro della banda e suonavano la sofferenza per amore della nuda mente d’America in un urlo di sassofono elai elai lamma lamma sabacthani che faceva tremare le città fino all’ultima radio

col cuore assoluto della poesia della vita macellato dai loro corpi buono da mangiare per mille anni.

Holy (Santo)

L’ultima stanza del poema è significativa nel rimarcare la sacralità della vita, in ogni suo minimo aspetto.

Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo!

Il mondo è santo! L’anima è santa! La pelle è santa! Il naso è santo! La lingua e il cazzo e la mano e il buco del culo sono santi!

Tutto è santo! tutti sono santi! dappertutto è santo! tutti i giorni sono nell’eternità! Ognuno è un angelo!

Il pezzente è santo come il serafino! il pazzo è santo come tu mia anima sei santa!

La macchina da scrivere è santa la poesia è santa la voce è santa gli ascoltatori sono santi l’estasi è santa!

Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs santo Cassady santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!

Santa mia madre nel manicomio! Santi i cazzi dei nonni del Kansas!

Santo il sassofono gemente! Santa l’apocalisse del bop! Santi gli hipsters di jazz & marijuana pace & streppa & tamburi!

Sante le solitudini dei grattacieli e delle strade! Sante le cafeterias piene di milioni! Santi i misteriosi fiumi di lacrime sotto le strade!

Santo il juggernaut senza compagni! Santo il vasto agnello della borghesia! Santi i pazzi pastori della ribellione! Chi capisce Los Angeles È Los Angeles!

Santa New York Santa San Francisco Sante Peoria e Seattle Santa Parigi Santa Tangeri Santa Mosca Santa Istanbul!

Santo tempo nell’eternità santa eternità nel tempo santi gli orologi nello spazio santa la quarta dimensione santa la quinta Internazionale santo l’Angelo in Moloch!

Santo il mare santo il deserto santa la ferrovia santa la locomotiva sante le visioni sante le allucinazioni santi i miracoli santa la pupilla santo l’abisso!

Santo perdono! pietà! carità! fede! Santi! Nostri! corpi! sofferenza! magnanimità!

Santa la soprannaturale ultrabrillante intelligente gentilezza dell’animo!

Parigi e il Beat Hotel

Nel 1957 il trentunenne Allen Ginsberg abbandona San Francisco, se ne va in Marocco e, al ritorno, si ferma a Parigi, dove resta per diversi anni. Qui, in un modesto alloggio, che poi sarà ricordato come il Beat Hotel, compone numerose poesie, tra cui Kaddish. Dato che Ginsberg ha deciso di restare qua per un po’ di tempo, gli amici poeti americani lo raggiungono e qui si dedicano ad una proficua attività poetica e intellettuale. Il periodo parigino e le sue influenze sulla cultura francese gli varrà, nel 1993, la medaglia di Chevalier des Arts et des Lettres

Kaddish

(dedicata alla madre deceduta in manicomio)

Con i tuoi occhi di russa, con i tuoi occhi di senza quattrini,
con i tuoi occhi di falsa porcellana
con i tuoi occhi di India affamata
con i tuoi occhi di aborto, con i tuoi occhi di trauma
con i tuoi occhi di lobotomia.
Con i tuoi occhi.
Soli. Ho visto

Il reading

Nel maggio del 1965 Allen Ginsberg va a Londra e organizza diversi reading gratuiti. Un evento storico è l’International Poetry Incarnation alla Royal Albert Hall. Quattro ore di letture e spettacoli davanti ad un pubblico di settemila persone.

14 anni dopo fa lo stesso in Italia, al Festival dei poeti di Castelporziano, dove migliaia di giovani accorrono ad assistere ai reading poetici ormai divenuti popolari proprio grazie ad Allen Ginsberg. E’ grazie alle splendide traduzioni della cara amica di Allen Ginsberg, Fernanda Pivano, che dobbiamo la sua diffusione in Italia, non solo delle opere, ma della complessità del suo pensiero.

Allen Ginsberg a Castelporziano
Allen Ginsberg al festival letterario di Castelporziano
La folla di Castelporziano
La folla di Castelporziano. Tutte le foto del festival di Castelporzano sono prese da qui.

In questi anni Allen Ginsberg stringe amicizia con diversi artisti, tra cui Bob Dylan, che diverranno lo zoccolo duro del movimento hippy. Il poeta influenzerà molto il movimento, tanto che viene considerato – a buon titolo – il ponte tra il movimento beat e quello hippy. Ciò perché nel frattempo Allen Ginsberg, a differenza di altri suoi colleghi, matura una visione più articolata e organica della filosofia beat. Non solo incentrata sul rifiuto, sulla marginalità, sul viaggio (anche legato al massiccio uso di droghe), sull’essere beati.

Non solo. Anche sul pacifismo (elemento centrale delle rivendicazioni hippy) sull’amore libero (non solo perché è omosessuale, ma perché la libertà sessuale per lui è un caposaldo della libertà), sull’ecologia (getterà le basi per le rivendicazioni ambientali dei movimenti futuri), sull’emancipazione umana contro le illusioni della falsa libertà e della democrazia come strumento di oppressione anziché di libertà. Avviene così che Allen Ginsberg realizza che la classe dominante ha tradito appieno il sogno americano, cantato dal suo maestro Withman.

Ma al contempo matura anche l’idea (già presente da diverso tempo) che le discipline orientali rappresentano una forma evoluta di autocoscienza. E così, dopo un viaggio in India e Giappone, si rende conto dell’importanza di innestare il pensiero buddista nella lotta di classe. Scrive, così, Mantra del Re di Maggio (1963).

Allen Ginsberg e Bob Dylan
KaddishAllen Ginsberg e Bob Dylan

Gli anni settanta e il buddismo

Negli anni settanta, come reazione all’imperialismo americano, che influenza col suo feticismo buona parte dei paesi occidentali e con l’interventismo militare ai paesi deboli o in cui si sviluppa un’ideologia alternativa, pubblica la raccolta The fall of America (La caduta dell’America), di cui riporto una poesia (a dire il vero scritta qualche anno prima, ma contenuta nella raccolta).

America

America ti ho dato tutto e ora non sono nulla.
America due dollari e ventisette centesimi 17 Gennaio 1956.
Non posso sopportare la mia mente.
America quando finiremo la guerra umana?
Va’ a farti sfottere dalla tua bomba atomica.
Non mi sento bene non mi seccare
Non scriverò la poesia finché non avrò la mente a posto.
America quando sarai angelica?
Quanto ti toglierai i vestiti?
Quando ti guarderai attraverso la tomba?
Quando sarai degna del tuo milione di Trotzkisti?
America perché le tue biblioteche sono piene di lacrime?
America quando manderai le tue uova in India?
Sono stufo delle tue folli pretese.
Quando potrò andare al supermarket e comprare ciò che mi occorre con la mia bella faccia?
America dopo tutto siamo tu e io a essere perfetti non il mondo vicino.
Il tuo macchinario è troppo per me.
Mi hai fatto voler diventare un santo.
Dev’esserci qualche altro modo di risolvere questo argomento.
Burroughs è a Tangeri non credo che tornerà è una cosa sinistra.
Sei tu ad essere sinistra o si tratta di qualche scherzo pratico?
Sto cercando di venire al punto.
Mi rifiuto di rinunciare alla mia ossessione.
America smetti di spingermi so quello che sto facendo.
America i fiori dei prugni stanno cadendo.
Non leggo da mesi i giornali, ogni giorno qualcuno va sotto processo per assassinio.
America mi sento sentimentale a pensare ai Wobblies.
America ero comunista da ragazzo e non mi dispiace.
Ho fumato marijuana ogni volta che ho potuto.
Resto in casa intere giornate a guardare le rose nell’armadio.
Quando vado a Chinatown mi ubriaco e non mi faccio mai scopare.
Mi sono deciso ci saranno guai.
Dovevi vedermi quando leggevo Marx.
Lo psicanalista dice che sono perfettamente a posto.
Non dirò le Preghiere del Signore.
Ho visioni mistiche e vibrazioni cosmiche.
America non ti ho ancora detto che cosa hai fatto allo zio Max quando è arrivato dalla Russia.

Sto parlando a te.
Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?
Sono ossessionato dalla rivista Time.
La leggo tutte le settimane.
La sua copertina mi fissa ogni volta che sguscio davanti al pasticciere sull’angolo.
La leggo nel sotterraneo della Biblioteca Pubblica di Berkeley.
Non fa che parlarmi di responsabilità. Gli industriali sono seri. I produttori di cinema sono seri. Tutti sono seri tranne me.
Mi viene in mente che io sono l’America.
Sto parlando di nuovo a me stesso.

L’Asia si ribella contro di me.
Io non ho l’opportunità di un cinese.
È meglio che mi basi sulle mie risorse nazionali.
La mie risorse nazionali consistono in due cicche di marijuana milioni di genitali una letteratura privata impubblicabile che va a 1400 miglia all’ora e venticinquemila manicomi.
Non parlo delle mie prigioni o dei milioni di sottoprivilegiati che vivono nei miei vasi da fiori alla luce di cinquecento soli.
Ho abolito i postriboli in Francia, Tangeri è la prossima di turno.
La mia ambizione è di essere Presidente nonostante il fatto che sono Cattolico.

America come posso scrivere una litania santa nel tuo stupido umore?
Continuerò come Henry Ford le mie strofe sono individui come le sue automobili e in più sono tutte di sessi diversi.
America ti venderò strofe a $ 2.500 l’una $ 500 per la tua strofa vecchia
America libera Tom Mooney
America salva i Lealisti Spagnoli
America Sacco e Vanzetti non devono morire
America io sono i ragazzi di Scottsboro.
America quando avevo sette anni la mamma mi portava alle riunioni di una Cellula Comunista ci vendevano garbanzos una manciata per un biglietto un biglietto costava un nickel e i discorsi erano gratis tutti erano angelici e sentimentali verso i lavoratori era tutto così sincero che non avete idea che cosa bella era il partito nel 1835 Scott Nearing era un gran vecchio un vero maschio Madre Bloor mi faceva piangere una volta ho visto Ismael Amter in carne e ossa. Dovevano essere tutti spie.
America tu in realtà non vuoi fare la guerra.
America sono quei Russi cattivi.
Quei Russi quei Russi e quei Cinesi. E quei Russi.
La Russia vuole mangiarci vivi. La Russia è pazza di potere. Vuole portarci via le automobili dai garages.
Vuole impadronirsi di Chicago. Ha bisogno di un Readers’ Digest Rosso. Vuole le nostre fabbriche di automobili in Siberia. Che la sua grossa burocrazia diriga le nostre stazioni di rifornimento.
Così non va. Ugh. Insegnerà agli Indiani a leggere. Ha bisogno dei nostri grossi negri. Ah. Ci farà lavorare sedici ore al giorno. Aiuto.
America è una cosa seria.
America questa è l’impressione che ricevo guardando la televisione.
America è giusto?
È meglio che mi metta subito al lavoro.
È vero che non voglio andare sotto le armi o girare torni in sezioni specializzate di fabbriche, comunque sono miope e psicopatico.
America ora mi rimbocco queste maniche pederaste.

In questo periodo Allen si converte al buddhismo e, nel 1978 scrive Mind breaths (Respiri mentali) dove esprime la sua lotta interiore, ma anche la necessità della meditazione come forma di autocoscienza.

Gli ultimi anni di Allen Ginsberg

Successivamente cura numerose raccolte, in particolare Cosmopolitan greetings (Saluti cosmopolitani) grazie alla quale è finalista al Premio Pulitzer. Inoltre manda alle stampe i suoi diari, chiamati Poems, che in Italia sono noti con il titolo Diario beat.

Gli anni Ottanta e Novanta sono sempre proficui per Ginsberg, che continua a scrivere e pubblicare (Selected poems, Illuminated Poems, The Ballad of the Skeletons, ecc.). Decide, ad un certo punto, di vendere tutto il suo archivio all’Università di Stanford e, con quei soldi, compra un piccolo loft al centro di New York, la città in cui è cresciuto e ha mosso i primi passi. Anche per stare più vicino ai suoi amici. Ma la stanchezza e il crollo fisico arrivano inesorabili. Il fegato non ce la fa più, si aggiunge il diabete e un cuore sempre più debole. I medici gli danno qualche mese di vita. Lo porta via però un ictus improvviso. Ma anche in questi giorni di sofferenza, Allen continua a scrivere. Il 30 marzo, pochi giorni prima della morte, conclude la sua ultima opera: Things I’ll Not Do (Nostalgias), che inizia con Non andrò in Bulgaria (…) o in Albania, e conclude con se non in una urna di ceneri.

Sono le 9.39 del 5 aprile 1997, nel letto del suo piccolo loft, circondato dai suoi cari. Prima di entrare in coma, il giorno prima, chiede a Bob, suo fedele assistente, di mettere una corda intorno al letto, perché nessuno si avvicini finché la coscienza non lascia il corpo. Arrivano Philip Glass, Patti Smith, Gregory Corso, il suo lama e, alla spicciolata, tutti gli altri. Aspettano, in ottanta, per venti ore, finché il sacerdote dice: Okay, let it go, lasciatela andare. Ci ha messo tanto, la coscienza di Allen, a lasciare quel debole e logoro corpo, ma non ha mai smesso di aleggiare nelle piazze, nei reading, nei bassifondi ma, soprattutto, nell’inconscio collettivo di una sottociviltà che urla tutto il suo dolore, anche oggi. Dolore e amore.

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6 thoughts on “Allen Ginsberg e l’underground culturale

    1. si si, ricordo. Un gruppo di hippy che ascoltano “holy” e una tizia che lo traduce in italiano al protagonista del film. A livello cinematografico è la trasposizione del fatto che Ginsberg ha fatto da “ponte” tra il movimento beat e quello hippy.
      Grazie per avermelo ricordato. Se trovo la scena la carico nell’articolo 🙂

  1. Non ho molta cultura al riguardo, però mi pare che la generazione “beat”, pur contestando la cultura mainstream dell’epoca, non abbia saputo rappresentare o indicare un’alternativa al capitalismo, rimanendo nell’ambito della critica morale e del rifiuto; molti di loro hanno condotto una vita borderline fatta di eccessi e scelte molto discutibili. L’elaborazione etica “beat”, come anche quella di altre controculture, mi pare debole e difficile da apprezzare appieno.

    1. Mi spieghi il processo per cui sei arrivato a parlare di una “generazione” partendo dalla storia di un esponente di un movimento? E’ un po’ come se dicessi “ai miei tempi tutti i giovani avevano rispetto degli anziani”. E’ un luogo comune, no? Lo stesso è parlare della “generazione beat” come un blocco, senza tener conto delle sfumature. Poi va tenuto conto della storicizzazione, senza la quale non possiamo capire (non dico giustificare, ma almeno capire) il perché degli “eccessi”.
      Detto ciò, a occhio e croce, tutte le “generazioni” contestatrici della cultura mainstream e capitalista si sono dati agli “eccessi”. Pure “quelli del ’68” o “quelli del ’78” si spaccavano di cannoni (e non solo), come anche i “no global” o “quelli dei centri sociali”. Quindi se dobbiamo fare una critica, facciamola a 360 gradi.
      Infine, stiamo parlando di artisti, in particolare di poeti. Non spetta a loro “rappresentare o indicare un’alternativa al capitalismo”. Questo è compito dei partiti che, stando alla storia, hanno fallito.
      I poeti, quelli schierati, mettono in luce le contraddizioni del tempo e luogo in cui vivono, arrivando anche a spingersi in direzione cosmopolita, pungolano le coscienze, disegnano visioni immaginifiche, destrutturano e ristrutturano in senso ideale. Non sono dirigenti, burocrati, scienziati. Semmai spetta a questi, in accordo con quelli, realizzare le visioni in senso scientifico. Ma dire che spetta a loro fare una critica scientifica all’esistente o indicare un’altra via, significa non capire lo scopo della poesia.

  2. Le mie non sono generalizzazioni, ma considerazioni che ho fatto dopo la lettura del libro dello storico Banfi “Wonderland” sulla cultura mainstream americana e le controculture che ha generato dagli anni 30 fino agli anni 80. C’è un capitolo che parla proprio dei beat di cui Ginsberg è stato uno degli esponenti. Del resto tu stesso ne parli in questo articolo cercando di arruolarlo nella “lotta di classe”.
    I paragoni che fai col 68 o i no global, che sono stati movimenti di contestazione con una precisa connotazione politica coi beat non stanno in piedi. I beat sono stati più dei bohemienne, che dei militanti politici.

  3. Non confondiamo i termini del discorso. Il paragone tra il 68, no global, ecc. è basato sull’uso (e talvolta abuso) di alcool e sostanze psicotrope, non sulla politicizzazione. Quindi il paragone sta in piedi, un po’ meno la lettura distorta della mia risposta.
    Per quanto riguarda l’inserimento di Ginsberg nella “lotta di classe”, ci sta tutto. Un movimento che contesta apertamente la struttura borghese e si colloca nei “bassifondi”, schierandosi con gli sfruttati e i repressi, è un movimento classista. Pubblicare opere che parlano di gay, di repressi, sfruttati, emarginati, in un periodo contrassegnato dalla guerra fredda e dal maccartismo, è un aspetto rivoluzionario. Se non si tiene conto dell’ambito storico e geografico è puerile liquidare quel movimento come “bohemien”.
    Del resto lo stesso Marcuse ha preso parecchi spunti dal movimento beat per costruire la sua attività intellettuale e politica ed è un dato comune che Marcuse ha influenzato pesantemente tutti i movimenti antisistema dagli anni ’60 in poi.
    Dunque, non è detto che bisogna sempre militare politicamente per influenzare la lotta di classe. Ragionando in questi termini schematici non si comprenderà mai la storia nel suo divenire.

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