Rocco Scotellaro, il poeta contadino di Tricarico

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1348 visite. Rocco Scotellaro è stato uno dei massimi poeti del Novecento, eppure poco conosciuto, per via della dinamica di marginalizzazione del Sud Italia che è viva ancora oggi (seppur in misura minore rispetto al passato). Qui di seguito una breve biografia del poeta-contadino e alcune delle sue poesie, divise in base alle stagioni della … Leggi tutto

La lentezza è umana, la frenesia è piccolo borghese

un simbolo della sottomissione della lentezza della civiltà contadina allo sviluppo senza progresso

Giorni addietro ho saputo della scomparsa di Franco Cassano. Chi lo conosce sa quanto questo grande intellettuale, professore di Sociologia all’Università di Bari, ha scritto, ha detto, ha fatto per il Sud. Quanto il suo pensiero, in passato, sia stato l’avanguardia, parlando di pensiero meridiano, mentre il Sud, più del Nord Italia, si ubriacava di … Leggi tutto

Tarantella, pizzica, tammurriata e coronavirus

tarantella a polsi

L’estate 2020 è la stagione della tarantella. Perché è l’unico ballo che consente di mantenere le distanze sociali e, al contempo, di favorire i rapporti sociali e i momenti di svago. Se buona parte dei balli, quasi sicuramente, sarà vietata, la tarantella resisterà. La stagione estiva è alle porte, con tutti i dubbi su come … Leggi tutto

San Patrizio, una festa di religione, folklore e spettacolo

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Il 17 marzo è la festa di San Patrizio, patrono d’Irlanda. Ma perché è così importante? E perché mezzo mondo lo festeggia, anche con fiumi di alcool? Già, San Patrizio è festeggiato in Irlanda, in tutti gli Stati Uniti, ma anche in Inghilterra, Australia, Cina, Brasile, e in numerose città europee, oltre che a Dubai. … Leggi tutto

I racconti di Papa Galeazzo

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3343 visite. Chi è Papa Galeazzo? Don Galeazzo Domenico, detto volgarmente Papa Galeazzo (in dialetto salentino Papa Caliazzu, Cajazzu o Cagliazzu, a seconda dell’area dialettale), fu parroco di Lucugnano, frazione di Tricase, nel capo di Leuca. Si dice fosse vissuto tra il 1500 e il 1600 e i suoi racconti si tramandano oralmente da tempi remoti. … Leggi tutto

Che fine ha fatto la cultura popolare?

cultura popolare
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Breve excursus sulle varie fasi che hanno portato allo studio e all’emersione della cultura popolare e di come oggi sia una mera teca da museo senza più appigli con la realtà che dovrebbe produrla.

Il folklore, inteso come rappresentazione culturale delle tradizioni popolari (cioè gli usi, i costumi, le musiche, la cucina, le tecniche, i saperi, i racconti, le fiabe, ecc.), è stato oggetto di interesse da parte del movimento romanticista, a partire dal 1700, per poi fiorire nel 1800. E’ in questo periodo che nasce, in un certo senso, l’antropologia come studio delle culture popolari.

Il Volksgeist, lo Spirito del popolo era, nell’intenzione dei Romantici, l’elevazione della volontà della Nazione quale legge fondamentale del suo sviluppo sociale, contrapposto al giusnaturalismo, che vedeva come fondamento la legge naturale. Lo Spirito, ossia l’individuo universale, concetto largamente usato da Hegel, corrispondeva, nell’idea dei Romantici, all’Individuo-Popolo o all’Individuo-Nazione che trovava le sue radici nella cultura popolare, la quale venne utilizzata sia per differenziarsi da altri Individui-Nazione sia per accentuare le proprie peculiarità. E’ vero che buone parti del pensiero dei Romantici furono utilizzate per giustificare i nazionalismi e per dare una connotazione filosofico-culturale al regime nazista, ma è anche vero che questa filosofia diede il via all’analisi antropologica, che avrebbe, nel tempo, cambiato per sempre il concetto di Cultura.

La cultura popolare in Italia nell’Ottocento e primi del Novecento

In Italia il primo a porre l’attenzione sulle culture popolari fu Niccolò Tommaseo che, nel suo incontro con la poetessa pastora Beatrice di Pian degli Ontani, nel 1832 scrisse:

Feci venire di Pian degli Ontani una Beatrice, moglie d’un pastore, donna di circa trent’anni che non sa leggere e che improvvisa ottave con facilità, senza sgarar verso quasi mai: con un volger d’occhi ispirato, quale non l’aveva di certo madama De Sade […] Donna sempre mirabile; meno però, quando si pensa che il verseggiare è quasi istinto ne’ tagliatori e ne’ carbonai di que’ monti“.

Quel quasi istinto lasciò germogliare l’idea, tra numerosi intellettuali, che i contadini, i pastori, gli strati più umili della popolazione, avessero spontaneamente e forse inconsapevolmente l’istinto alla poesia, ai versi. Un istinto millenario, capace di produrre versi, musiche, canti, tecniche e saperi che furono oggetto di indagine, ma in chiave positivista, ossia, detta in altri termini, in chiave estetico-letteraria secondo un approccio assolutistico: c’è una cultura superiore, frutto dell’evoluzione degli studi e una cultura inferiore, frutto dell’ignoranza e di disgregate conoscenze delle cose. In quest’ottica il folklore venne sì studiato, ma come espressione pittoresca del popolo delle campagne. E’ con quest’ottica che, per tutto fine Ottocento e fino alla prima metà del Novecento, il folklore veniva catalogato tra le belle cose d’Italia, ma senza mai rientrare degnamente nel concetto di cultura (o di culture, per usare un’espressione del relativismo antropologico).

Gramsci e De Martino

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Ma fu proprio un Intellettuale, Antonio Gramsci, che, nelle sue Osservazioni sul Folklore (Quaderni dal Carcere), individuò un nuovo approccio alla cultura popolare: non più un popolo indistinto che produce aspetti pittoreschi e folklorici, frutto dell’arretratezza e dell’ignoranza (com’era nell’approccio positivista), ma l’espressione alternativa di una cultura frutto di classi oppresse dalla cultura dominante. Gramsci, quindi, inserisce la produzione culturale popolare in un contesto sociale, la storicizza e la rende un’alternativa alla cultura dominante.

Il suo approccio sarà poi adottato da studiosi come Ernesto De Martino e Gianni Bosio, che condurranno le loro ricerche consapevoli che l’emersione della produzione culturale popolare favorirà una presa di coscienza delle classi subalterne in chiave anti-borghese.

Senza l’apporto di Intellettuali come Gramsci, De Martino, Bosio e tanti altri, le culture popolari non avrebbero avuto quella dignità tale da essere poi considerate, nei decenni successivi, alla stregua di un Patrimonio intangibile degno di tutela istituzionale (nel bene e nel male), tant’è che le varie Convenzioni UNESCO, sin dal 1989, sono state volte a dare salvaguardia e valorizzazione al folklore, nei suoi aspetti materiali e immateriali. Il loro apporto è stato, quindi, fondamentale, non tanto e non solo nello spostare l’indagine sulle culture popolari da un terreno estetico a uno sociologico-antropologico, ma anche nel capovolgere l’azione dell’Intellettuale, il quale non si pone come docente, dall’alto del suo sapere, ma come allievo nei confronti dei portatori di saperi folklorici.

Tuttavia questi intellettuali, che hanno avuto il pregio di dare rilievo al folklore, hanno vissuto in un’epoca in cui il dualismo cultura egemonica / cultura subalterna si sostanziava in modo netto: da un lato c’era, quindi, il popolo sottomesso e dall’altro lato la borghesia; da un lato la Civiltà contadina, dall’altro la civiltà cittadina. Insomma, netta era la distanza tra i due poli.

Gli anni Sessanta e Settanta

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, però, qualcosa è cambiato. Le emigrazioni di massa, l’industrializzazione, l’emersione della società dei consumi, la diffusione di mezzi di comunicazione di massa come la TV e, in generale, un nuovo modello sociale, basato sul benessere e sull’urbanizzazione, hanno contribuito alla scomparsa della Civiltà contadina e delle sue produzioni immateriali: storie, saperi, musiche e canti vennero travolti da modelli culturali più appetibili e diffusi. Del resto la cultura popolare veniva vista come un’espressione di un cattivo passato da dimenticare, fatto di miseria e fame, mentre la nuova cultura egemonica predicava benessere ed era incompatibile con il vivere povero delle campagne, ormai svuotate a favore del più remunerativo lavoro nelle industrie nascenti.

E’ in questo periodo che molti intellettuali hanno ripreso gli studi di Gramsci e De Martino sul folklore non più e non solo in chiave anti-borghese, ma anche in chiave anti-capitalista, anti-egemonica e, successivamente, anti-globalista e localista, dove il dualismo egemonia/subalternità non rappresenta più la lotta di classe tra chi vive in mondi diversi e in contrapposizione, ma una frammentazione sociale inserita nel contesto dell’interclassismo.

Se è vero che il povero, ormai privo del suo terreno di riferimento, sogna di essere ricco e sogna, come modello del benessere, la Seicento, la casa al mare e uno stipendio sicuro, il suo volersi elevare a borghese (o piccolo-borghese) è l’esempio di una stratificazione sociale frammentata e fittamente segmentata, dove non vi è più una (potenziale e possibile) lotta di classe, ma una lotta a senso unico, volta all’illusorio raggiungimento del sogno del benessere. In questo quadro mutano i c.d. folkways, ossia le abitudini dell’individuo e i costumi della società che sorgono da sforzi intesi a soddisfare i bisogni (William Sunmer, Costumi di gruppo, 1906), non sono più nettamente trasmessi dal gruppo di riferimento, ma si confondono con quei bisogni, indotti o spontanei, propri della civiltà cittadina attraverso le influenze della società dei consumi.

Insomma, la cultura popolare inurbata e rimodellata nei ceti operai di periferia, nell’incontro-scontro tra operai e piccola borghesia, nel mescolamento tra vecchi modelli e nuovi bisogni, produce, tra gli intellettuali di sinistra degli anni Settanta, un nuovo approccio, che è quello dell’analisi demologica non più di matrice gramsciana, ma volta a studiare le culture subalterne e suburbane. Quel poco che resta della Civiltà contadina è oggetto di incessanti studi e ricerche, che oggi rappresentano l’architrave della conoscenza che possiamo avere di ciò che in quel periodo restava ancora autentico. Dico autentico non perché nelle culture popolari possa essere ammesso un termine del genere, ma perché oggi quelle ricerche etnografiche vengono cristallizzate nel concetto di tradizione e fatte passare per espressione di identità culturale, quando altro non sono che un aspetto mutevole di una realtà che di lì a poco sarebbe totalmente scomparsa.

L’opera degli Intellettuali di quel periodo fu quindi di ri-scoperta e ri-proposta contro la massificazione industriale, la produzione egemonica musicale, insomma, il consumismo, l’omologazione e l’industrializzazione che, nel corso degli anni, avrebbe profondamente mutato le matrici culturali e, di conseguenza, le espressioni stesse.

L’intellettuale che più ha messo l’accento sulla disgregazione della cultura popolare ad opera della società dei consumi fu Pier Paolo Pasolini, il quale s’interrogava su come la cultura popolare potesse rimodellarsi all’interno di una struttura sociale ormai profondamente mutata.

Accanto a lui, Alberto Mario Cirese (Cultura egemonica e culture subalterne, 1973) gettò le basi per una riflessione sul rapporto tra egemonia e subalternità non più in chiave gramsciana ma secondo un’indagine che tenesse conto anche della reciproca influenza tra la cultura egemonica e quelle subalterne nonché della circolarità del rapporto tra esse, nell’ottica per cui il folklore si pone come un’espressione di cultura alternativa e implicitamente contestativa che però si rimodella ogniqualvolta i suoi portatori si trovano a cavallo tra l’egemonia e una subalternità che però non è cementificata, ma è inserita in un corpo estraneo ad essa e rimodellabile continuamente.

Del resto è storia recente che la cultura popolare è diventata sempre più appannaggio della massa e di quegli intellettuali piccolo-borghesi inurbati che trovano in essa uno sfogo nei confronti della nevrosi prodotta da modelli omologanti di matrice globale. Ma non solo! E’ anche un pretesto per riaffermare presunte identità locali che, però, non avevano alcun senso nella Civiltà contadina. Il concetto di identità è stato introdotto, anzi, nella riemersione della cultura popolare, come riaffermazione di presunti valori territoriali contrapposti al modello global.

Gli anni Ottanta e Novanta

Difatti gli anni Ottanta e Novanta hanno rappresentato, per la cultura popolare, un periodo sì di rivitalizzazione (frutto anche della conseguente attenzione globale nei confronti delle diversità culturali, come l’es. dell’UNESCO), ma anche di profondo mutamento. Se da un lato si moltiplicavano le attenzioni rivolte alle espressioni culturali e rinasceva l’interesse nei confronti delle loro rappresentazioni (cucina tipica, musiche e canti, in particolare), soprattutto in chiave di promozione del territorio nei confronti del sempre crescente fenomeno turistico, dall’altro si sentiva sempre più pressante l’intrusione del mercato del folklore di matrice, appunto, egemonica. E l’appropriazione del concetto di Patrimonio Culturale da parte delle Istituzioni (si pensi alla creazione di apposite Fondazioni per la sua promozione) unito alla sempre maggiore attività del mercato degli eventi ha di fatto consegnato la cultura popolare, nello specifico musiche e canti, nelle mani della cultura egemonica, la quale, chiaramente, ha tutto l’interesse a spezzettare e sminuzzare le espressioni folkloriche selezionandone gli aspetti più appetibili sul mercato degli eventi e trascurando, di fatto, quelli meno vendibili. Quest’operazione, squisitamente egemonica e omologante, da un lato ha privato di ogni valore la cultura nella sua complessità e dall’altro ha sottratto ai suoi portatori il diritto di usarla e ricontestualizzarla.

Ma, ad ogni modo, ormai questo diritto non c’è più proprio perché non c’è più quel sub-strato culturale che produce espressioni culturali sue proprie. Insomma, ciò di cui si è appropriata la cultura egemonica non è tanto la cultura popolare in sé (quella si è liquefatta e si mescola e confonde nell’interclassismo) quanto l’oggetto dell’indagine etno-demografica di quarant’anni fa, in altre parole un oggetto museale, però immateriale.

Oggi che succede?

Raymond Geuss
Raymond Geuss

Raymond Geuss, classe 1946 e professore emerito all’Università di Cambridge, scrive “la filosofia è morta: i segni vitali prodotti una quarantina di anni fa, l’eccitazione, la creatività, l’inventiva sono sostituite, ormai, da tediose recite e rievocazioni storiche” (qui trovi l’articolo originale). Mi permetto di citarlo perché, in fondo, è essenzialmente ciò che è accaduto alla cultura popolare.

E’ morta sotto la scure della società dei consumi, che ha fatto delle espressioni culturali popolari vive una merce da dare ad uso e consumo di stakeholders, turisti e massa indistinta e indiscriminata che non si riconosce né produce espressioni culturali nuove in quanto non le appartengono.

In altre parole, come ben dice Geuss, la creatività e l’inventiva sono sostituite da rievocazioni storiche, dall’ossessiva ripetizione della tradizione, che però non è rivitalizzata, ricontestualizzata e utilizzata in chiave anti-egemonica, ma ridotta a mera spettacolarizzazione, a ricordo quasi bucolico di un passato che non c’è più e che si ripropone come teca da museo.

In questo quadro la ricerca demologica si è interrotta ed è incapace di scandagliare le rappresentazioni dei sub-strati culturali ormai liquefatti e confusi tra ceti marginali e ceti borghesi. Non c’è più un anti- da proporre (anti-sistema, anti-capitalismo, anti-borghesia, anti-globalizzazione, ecc.) perché la critica che ha sempre sorretto la cultura popolare è scomparsa e il nemico da combattere oggi è talmente invisibile da non esistere.

Insomma, oggi il folklore è più simile a quello guardato con gli occhi del Positivismo ma in chiave moderna, ossia spettacolarizzazione estetico-letteraria di espressioni d’identità locale, mentre però i suoi portatori non esprimono una cultura, ma un ricordo, tenuto vivo solo dal mercato. E’ per questo che ormai da molti anni quei pochi portatori sani, ancora vivi, della Civiltà contadina, hanno abbandonato il campo della ri-proposta, in quanto non gli appartiene più, mentre sul campo sono rimasti quelli che non esprimono più alcunché, se non ciò che il mercato (o la moda del momento) gli impone di esprimere. Una sorta di servilismo che, però, soggiace alla legge del ribasso. Ne ho parlato, in riferimento alla musica, in quest’articolo.

Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale diceva Hegel, a voler significare che Ragione e reale sono la stessa cosa. Questo la cultura popolare, nell’illetteralità dei suoi portatori, l’aveva intuito, come Gramsci aveva intuito che da questa filosofia spontanea potessero trarsi le basi per riaffermare la dignità delle classi popolari, mentre oggi il Razionale s’identifica con altro, che la demologia ancora non ha saputo (o voluto) individuare e gli Intellettuali si tengono ben lontani dal comprenderlo, mentre il reale è solo uno stantio ricordo del passato, che si manifesta nell’inconsapevole servilismo di chi, quella cultura popolare, pretende di esternarla senza sapere che, in realtà, sta solo perpetrando le istanze del potere egemonico.

 

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Il Mercato degli Eventi e l’egemonia sul Folklore

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Il Folklore (o cultura popolare) rappresenta il sapere, stratificato in migliaia di anni e trasmesso oralmente dalle classi subalterne ed è l’unico strumento che il Popolo ha per difendersi dall’egemonia culturale delle classi dominanti. E’ un Patrimonio ricco di musiche e canti, detti e racconti, saperi e tecniche, fiabe e leggende che rappresenta l’architrave del Patrimonio immateriale dell’Italia de le molte genti. E’ talmente importante e delicato che personaggi come Antonio Gramsci, Ernesto de Martino, Alberto Mario Cirese, Gianni Bosio, Rina Durante e tanti altri hanno dedicato una vita per ridargli dignità e studiarlo con metodologie scientifiche in modo da comprenderne l’importanza nella costruzione di una cultura europea e nella consapevolezza del rifiuto della pretesa di ricondurre le diversità culturali a una matrice unitaria, nella negazione dell’esistenza di valori assoluti comuni a tutte le culture e nel rifiuto dell’etnocentrismo in quanto attribuzione illegittima di un valore privilegiato a una cultura particolare.

Lo sforzo compiuto da questi intellettuali è stato immane, perché per secoli – e in parte ancora oggi – la cultura popolare è stata vista come un aspetto pittoresco proveniente da una sub-cultura povera, frutto di concezioni parziali e incolte del mondo e retrograda perché espressa da strati sociali privi di istruzione. Gramsci invece capovolge completamente questa concezione e rinviene, nella cultura popolare, il leit-motiv per riattribuire al Popolo quella dignità perduta, per ridare importanza a quella filosofia spontanea che, come scrive lo stesso Gramsci, si rinviene nel linguaggio stesso, che è un insieme di nozioni e di concetti determinati e non già e solo di parole grammaticalmente vuote di contenuto; nel senso comune e buon senso; nella religione popolare e anche quindi in tutto il sistema di credenze, superstizioni,opinioni, modi di vedere e di operare che si affacciano in quello che generalmente si chiama “folklore”.

Antonio Gramsci fu quindi il primo intellettuale a occuparsi del folklore in modo scientifico e a trattare la Cultura popolare come un elemento critico e alternativo alla cultura dominante, non in chiave conservativa, come mera teca da museo, ma in chiave progressista, come elemento essenziale per la comprensione del Popolo e per la sua rappresentatività socio-culturale, infatti nelle sue osservazioni sul folklore, scriveva che quest’ultimo non dev’essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio. In altre parole Gramsci studiò la Cultura popolare, tra cui i canti, le musiche, la poesia vernacolare, il linguaggio e tutti gli altri aspetti che compongono il folklore e lo riannesse all’interno della Società, spostandolo da un terreno estetico-letterario a uno socio-culturale, oppure etno-antropologico, quindi contestualizzando la Cultura popolare in chiave storicistica e sociale. La sua operazione di attribuzione della dignità alla cultura popolare fu innovativa e aprì numerosi scenari alla scienza antropologica negli anni a venire.

Insomma, il folklore è importante perché rappresenta una diversa concezione del Mondo, spontanea e lontana da quella cultura egemonica che viene imposta e che il popolo non sente come propria, ma subisce l’inculturazione attraverso l’istruzione scolastica (il ché sarebbe il male minore), i media, le mode e l’appiattimento culturale globale studiato a tavolino al fine di attuare politiche commerciali di massa.

Il folklore ha appunto, secondo Gramsci, questa funzione di contrapposizione: grazie ad esso gli «strati inferiori» della piramide sociale si rendono parzialmente in grado di resistere alle influenze delle filosofie «superiori» e di formularne una critica «rozza». Attraverso il folklore si esprime ciò che potremmo chiamare una pre-coscienza o una coscienza «diffusa» degli elementi incolti della società, costituita da strati sovrapposti formatisi nel corso della storia e dalla giustapposizione di elementi di attualità (ogni strato è una resistenza che viene opposta alle diverse filosofie che si sono succedute nel corso dello sviluppo storico). Di qui, la fisionomia spuria, arcaica e incoerente con cui il folklore si presenta e con la quale gli studiosi si scontrano.

Del resto anche Carlo Levi e Ignazio Silone scrissero che la storia ufficiale, quella cultura dominante che impone ai contadini e ai cafoni regole incomprensibili e lontane da quelle regole della Natura e della Storia tipiche della Cultura popolare, sono storie altrui, che nulla c’entrano con la millenaria storia di popoli vissuti da sempre – e per sempre – seguendo regole cicliche e naturali, rispettando le leggi di una tradizione persa nel tempo e ragionevole e comprensibile, perché immutabile e naturale. Come si può comprendere ciò che non si conosce, ciò che rispetta regole opposte? I cafoni osservano da tempo regole che i cittadini non sentono proprie, perché lontani dallo scorrere regolare delle stagioni, dagli asti dovuti al naturale susseguirsi degli eventi, così come i cittadini osservano leggi positive, che comprendono perché ragionevoli in base a ciò che i sovrani – o gli stati, le dittature o le democrazie rappresentative – impongono e diffondono. Sono due culture inconciliabili, ma non per questo una è superiore all’altra.

L’UNESCO e la tutela del Patrimonio Culturale Immateriale

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Gramsci non ha vissuto l’epoca della globalizzazione, ma il suo pensiero è ancora attuale e si adatta anche alla concezione del local inteso come contrapposizione al modello globalista ed espressione viva delle identità locali, quindi, in ultima analisi, quale espressione culturale subalterna al pensiero dominante, a quel pensiero che appiattisce le diversità e impone le uguaglianze. La stessa operazione – appunto per salvaguardare le diversità – è stata fatta, per decenni, dall’UNESCO, che, sin dal 1989, con la Raccomandazione sulla salvaguardia della cultura e del folklore, ha espresso preoccupazione per la progressiva scomparsa del Patrimonio Culturale immateriale – cioè il folklore, e ha chiesto agli Stati firmatari di porre in essere tutte le misure idonee e necessarie al fine di salvaguardare le espressioni culturali folkloriche perché fanno parte del patrimonio universale dell’umanità e che sono un potente mezzo di riavvicinamento dei diversi popoli e gruppi sociali e di affermazione della loro identità culturale.

Poi, a partire dal 1997 l’UNESCO è andato sviluppando una particolare attenzione per il patrimonio culturale immateriale (Intangible Cultural Heritage), per il quale ha costituito, all’interno della Divisione del patrimonio culturale, una sezione appositamente dedicata (Section of Intangible Heritage). A partire dal 1998 l’UNESCO ha intrapreso una serie di azioni concrete in questo settore con il progetto Preserving and revitalizing our Intangible Heritage, articolato in diverse azioni: Masteripieces of Oral and Intangible Heritage of Humanity riguarda i patrimoni orali e immateriali dell’umanità meritevoli di riconoscimento; Living Human Treasures promuove i depositari di saperi e tecniche trasmesse oralmente (artigiani, artisti, etc.); Endangered Languages pone l’attenzione sulle lingue a rischio di estinzione; Traditional Music of the World pubblica i dischi dedicati alle culture musicali mondiali.

Nel novembre 2001, inoltre, l’UNESCO ha adottato la Dichiarazione universale sulla diversità culturale, affermando che la diversità culturale è essenziale per l’umanità come lo è la biodiversità per la natura. Anche in questo caso, l’UNESCO ha ribadito la necessità di approntare gli strumenti più adeguati, da parte degli Stati aderenti, per la conservazione e lo sviluppo del patrimonio culturale, sia materiale che orale, nonché il rispetto e la protezione dei saperi tradizionali.
Nel 2003, poi, l’UNESCO ha emanato la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale in cui ha consacrato la necessità di salvaguardare le espressioni culturali immateriali popolari in modo più maturo e preciso, definendo patrimonio culturale immateriale “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana (…)”.

E’ evidente, da questa sommaria analisi, l’importanza che assume il Patrimonio Culturale immateriale del folklore per lo sviluppo delle Culture mondiali (il plurale è d’obbligo) e per il naturale svolgersi delle formazioni sociali in cui le personalità individuali si dipanano e trasmettono alle generazioni future quel know-how ricco di storia stratificata e di conoscenze naturali ma sempre a un passo dall’estinzione, schiacciato com’è dalla cultura egemonica, mondialista e globalista, cultura foraggiata e sostenuta dai media e dal mercato globale.

Gli anni d’oro del folklore

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Rina Durante, intellettuale salentina, ricercatrice e fondatrice di uno dei pochi gruppi oggi rappresentativi della concezione folklorica di gramsciana memoria: il Canzoniere Grecanico Salentino (attivo dal 1975)

E’ evidente che in un secolo di attività etno-antropologica la cultura popolare è riemersa e gli è stata attribuita quella giusta dignità come elemento non solo di memoria del passato, ma anche di espressione viva del presente in antitesi alla cultura dominante e piatta tipica del modello global.

Sin dagli anni Cinquanta, mentre si sviluppava la Questione Meridionale, numerosi antropologi, etnomusicologi ed intellettuali ponevano le basi per la creazione di una coscienza popolare attraverso il riaffiorare di musiche e canti, in chiave anti-sistema o, per meglio dirla, in chiave pro-diversità. Erano gli anni in cui, attraverso la musica, si creava una coscienza di classe, una coscienza popolare, un modo come un altro per attribuire al Popolo quella dignità perduta e nascosta sotto le ceneri di una cultura dominante che beffeggiava gli ignoranti, i cafoni, i contadini, quella fetta di popolo priva di cultura accademica ma ricca di cultura del vivere. In quegli anni si cercò di rimettere in vita quella filosofia spontanea di gramsciana memoria. E ci riuscirono. Difatti per tutti gli anni Sessanta e Settanta intellettuali come Gianni Bosio, Caterina Bueno, Giovanna Marini, Diego Carpitella ripresero i canti popolari italiani e gli attribuirono quella dose di culturalità che avevano smarrito negli anni precedenti.

Il canto

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I Cantori di Carpino

Il canto rappresenta la più alta forma di espressione culturale immateriale. E’ il modo più veloce e compiuto di diffondere concetti, storie, notizie, una coscienza collettiva e un fare comunità che nessun’altra forma immateriale può esprimere.

Se torniamo a Gramsci, possiamo capire esattamente cos’è il canto popolare. A scanso di equivoci, soprattutto per coloro che ritengono che popolare (o folk) è solo il canto creato dal popolo per il popolo o quello che si completa solo nelle musiche locali, va invece detto che il canto popolare è quello in cui il popolo stesso si riconosce, al di là della lingua utilizzata (dialetto o lingua nazionale) o della melodia (non importa se locale o classica o, ancora, priva di accompagnamento musicale). Secondo Gramsci, seguendo una divisione o distinzione dei canti popolari formulata da Ermolao Rubieri, troviamo questi canti:

  • i canti composti dal popolo e per il popolo;
  • quelli composti per il popolo ma non dal popolo;
  • quelli scritti né dal popolo né per il popolo, ma da questo adottati perché conformi alla sua maniera di pensare e di sentire.

“Mi pare che tutti i canti popolari, aggiunge Gramsci, si possano e si debbano ridurre a questa terza categoria, poiché ciò che contraddistingue il canto popolare, nel quadro di una nazione e della sua cultura, non è il fatto artistico, né l’origine storica, ma il suo modo di concepire il mondo e la vita, in contrasto colla società ufficiale: in ciò e solo in ciò è da ricercare la «collettività» del canto popolare, e del popolo stesso. Da ciò conseguono altri criteri di ricerca del folklore: che il popolo stesso non è una collettività omogenea di cultura, ma presenta delle stratificazioni culturali numerose, variamente combinate, che nella loro purezza non sempre possono essere identificate in determinate collettività popolari storiche: certo però il grado maggiore o minore di «isolamento» storico di queste collettività dà la possibilità di una certa identificazione”.

Grazie alle chiarificazioni concettuali espresse da Gramsci e allo sviluppo della scienza antropologica, numerosi intellettuali iniziarono una raccolta metodologica di tutti i canti popolari, indipendentemente dal valore artistico-musicale, che poi, negli anni, diffusero nel mondo musicale italiano. Erano gli anni d’oro perché cantautori come Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Giovanna Marini, Caterina Bueno e tanti altri aderirono a tale concezione e costruirono un’intellighenzia basata sulla diffusione del canto popolare e sullo studio metodologico delle musiche, tonalità, tecniche corali, ossia un’impressionante mole di diversità musicali che persino personaggi come Tito Schipa, già prima di loro, vollero approfondire perché i canoni musicali popolari erano lontanissimi da quelli canonici e ufficiali. Nei decenni a venire – e siamo già negli anni Ottanta e Novanta – la musica popolare si strutturò nel Meridione, precipuamente nel Salento, dove trovò terreno fertile grazie a intellettuali come Rina Durante che, sin dagli anni Settanta, s’impegnò nella riemersione del canto popolare. Quelli erano anche anni in cui – in tutta Italia – iniziava l’interesse, da parte del mercato culturale, verso gli eventi folk. Non a caso nel 1986 nacque il festival di musica popolare di Forlimpopoli, nel 1991 l’Isola Folk di Bergamo e nel 1998 la Notte della Taranta.

La Notte della Taranta nel 1998. Che differenza c’è rispetto a quella attuale?

Fino alla fine degli anni Novanta il folk revival (così fu definito da numerosi intellettuali) si sviluppò al punto tale da stuzzicare l’interesse di numerosi antropologi e studiosi di tutto il Mondo che – attratti dall’imponente rinascita del folklore locale – iniziarono una fiorente letteratura sul tema, tanto che, fino ai primi anni Duemila, si scrisse tanto e si discusse tanto sui motivi per cui – soprattutto nel Meridione – la musica popolare riscosse tanto successo non solo tra gli operatori del settore, ma anche nel grande pubblico. I motivi erano al contempo complessi e banali: la riscoperta delle origini, del Patrimonio sepolto, dei saperi antichi andavano di pari passo con la prepotente espansione del modello globalista, quasi in una sorta di antitesi e resistenza popolare al dilagare di una cultura che il popolo non sentiva propria e che, indagando nella propria storia, si riconosceva in ciò che il territorio, per secoli, ha trasmesso e ha lasciato in eredità: storie, tecniche, saperi, racconti, proverbi, cucina, ma soprattutto musiche e canti.

Il modello globalista ed egemonico del mercato degli eventi e del turismo di massa

Nell’ultimo decennio, però, qualcosa è cambiato. Il mercato degli eventi ha incontrato la musica popolare e, sotto gli occhi distratti degli appassionati e dei riscopritori, ha iniziato un lento ma inesorabile processo di disgregazione del Patrimonio culturale immateriale. Ad accorgersi di ciò, com’è prevedibile, sono stati gli intellettuali che, sin da subito, hanno lanciato allarmi circa l’importanza di procedere alla tutela del Patrimonio immateriale per evitare che possa estinguersi sotto i colpi del crescente turismo di massa e del sempre più pressante mercato degli eventi.

In effetti ciò che, fino a pochi anni prima, veniva definito turismo etnico o culturale, fatto di gente che si recava nei luoghi vivi della tradizione al fine di assistere a manifestazioni pulsanti di musiche e canti popolari, in pochi anni si è tramutato in turismo di massa, fatto di gente a cui non interessa affatto l’aspetto culturale, ma solo il divertimento quotidiano e feroce e che – per passione, moda o diletto – pretendeva di assistere quotidianamente a manifestazioni musicali divertenti e ballerecce. Le comunità locali, da un lato impreparate all’invasione e dall’altro poco propense a strutturare l’offerta turistica perché frammentate e storicamente tendenti ad approfittare del momento in ottica epicurea e poco lungimirante, si divisero tra chi (pochi) non accettava la svendita del Patrimonio Culturale e chi (i più), invece, propendeva per facili guadagni con pochi investimenti. Del resto il mercato globale degli eventi è ben capace di raggirare chi non ha il giusto humus culturale per potervi resistere.

E infatti negli anni si sono moltiplicati gruppi di riproposta, corsi improvvisati di musiche e balli popolari in tutta Italia, ballerini, nonché sagre e festival, spesso nati dal nulla e spacciati come tradizionali, tutto al fine di accontentare il mercato turistico di massa. La presenza di numerosissimi musicanti e insegnanti di musiche e balli (spesso improvvisati e senza formazione culturale) ha chiaramente aumentato la curva dell’offerta con conseguente riduzione del valore, portando quindi ad una forte concorrenza basata su bassi compensi e alta presenza di musiche e canti ballabili.

Le conseguenze sono state numerose, tra cui:

  • la progressiva inumazione dei canti tipicamente popolari, ossia di quei canti che il popolo riconosce nella propria concezione del mondo e dell’attualità, quindi scomparsa di canti di denuncia, di storie e racconti attuali, di canti di lavoro, di protesta, di canti volti a diffondere una coscienza sociale. Non è un caso – faccio una breve digressione, poi ne parlerò più diffusamente avanti – che spettacoli come la Notte della Taranta non diano voce alle pressanti richieste del territorio di denunciare gli scempi ambientali e di raccontare la realtà attuale;
  • l’aumento eccessivo di ballatori (non ballerini) e musicanti (non musicisti) che, basandosi non sulla memoria, ma su arrangiamenti che funzionano e che vendono, propongono cover ormai prive di senso di canti e musiche ballabili, fatte da altri gruppi di riproposta, come una fotocopia di una fotocopia di una fotocopia dell’originale (sempre se si possa parlare di originalità nella cultura popolare);
  • l’aumento eccessivo di ritrovi e feste popolari, secondo lo schema imitativo di grandi eventi che funzionano e che attraggono gente, quindi sagre o feste inventate di sana pianta che spesso si accavallano a quelle tradizionali (quelle che, ricordo, secondo l’UNESCO devono essere tutelate) e che ne disgregano la funzione e il contenuto;
  • la concezione per cui la musica popolare non è un bene comune, ma un elemento commerciale come qualsiasi altro, da sfruttare. In base a tale concezione si verificano, poi, casi come quello per cui diversi musicanti e ballatori snobbano le feste tradizionali, vive (che necessitano di tutte le energie possibili per restare tali) per suonare in contesti avulsi, sotto spinte commerciali.
  • l’evidente aumento di suonatori spontanei (causati da corsi di musicanti improvvisati) che, in eventi orizzontali (cioè senza palchi), ossia l’anima pulsante delle musiche popolari, ne rovinano l’esecuzione impoverendone gli stili e le tecniche.

Tale fenomeno ha schiacciato in qualche modo le poche feste e i pochi ritrovi rimasti vivi, tanto da suscitare l’indignazione e l’accorato appello alla tutela dei ritrovi musicali tradizionali.

Così scrive Roberta Tucci, in Come salvaguardare il patrimonio immateriale? Il caso della scherma di Torrepaduli: “A Montemarano i suonatori della tarantella non permettono a chiunque di unirsi a suonare con loro durante il carnevale: se mai, concedono tale “onore” solo a persone scelte da loro stessi, con le quali hanno da tempo costruito un rapporto personale e di cui si fidano sul piano musicale. Del resto, a chi verrebbe in mente di inserirsi, con il proprio strumento musicale o con la propria voce o con il proprio corpo, in un contesto culturale “ufficiale”, quale può essere un concerto (di un’orchestra, di una banda, di un gruppo rock), o uno spettacolo di danza e di teatro? Perché, invece, gli spazi della cultura “popolare” possono venire tranquillamente occupati, senza neanche chiedere il permesso?” 

Il caso del Salento ha quindi allarmato gli operatori del settore in quanto la crescente attenzione turistica non solo ha rovinato la tradizione viva, congelandola e impedendone la naturale evoluzione, ma ha creato modelli intimamente globalisti imitati anche da altri territori, con conseguente depauperamento delle espressioni folkloriche locali. E’ il caso di alcune zone della Sicilia, dove – per imitare festival come la Notte della Taranta – si oscura il ricco patrimonio musicale locale.

Caso emblematico: il folklore e La Notte della Taranta

Notte della Taranta e folklore

Quando il Festival della Notte della Taranta compì i primi passi volti a diffondere la musica popolare salentina nell’incontro con musiche altre, si progettò – accanto al festival – la creazione dell’Istituto Diego Carpitella, il quale aveva il compito di raccogliere, tutelare e valorizzare il complesso Patrimonio folklorico locale. Inutile dire che ha funzionato solo negli anni d’oro (pochi, a cavallo tra la fine del Novanta e i primi del Duemila). Anche con l’istituzione della Fondazione Notte della Taranta, le finalità di salvaguardia furono ribadite solo a parole, ma ad oggi non si conoscono le finalità culturali della Fondazione se si escludono pochi studi fatti in collaborazione con alcune Università, non sull’aspetto culturale ma sull’aspetto economico del Festival (è sufficiente dare un’occhiata al sito web, dove di cultura non v’è menzione), tant’è che, dopo numerose richieste sempre inascoltate, l’antropologo Eugenio Imbriani lasciò la Fondazione.

Ad ogni modo il merito della NdT è stato quello di diffondere globalmente la musica popolare salentina (per lo più quella ballabile, trascurando il resto), ma ha contribuito – in apparenza paradossalmente – all’appiattimento culturale del Patrimonio folklorico, incanalando le espressioni musicali folkloriche nel mercato globale degli eventi. In altre parole, tutti gli sforzi compiuti in un secolo di scienza antropologica volta a riattribuire al popolo la propria musica, in chiave antisistema e identitaria, sono stati sconfessati da grandi festival (la NdT in primis) che invece hanno, a piè pari, consegnato alla cultura egemonica le diversità musicali, impoverendole e congelandole in teche da museo, anzi, in disco-teche.

L’importanza che assumono i gruppi di riproposta nella salvaguardia, valorizzazione e promozione del Patrimonio del folklore locale

La colpa (se di colpe si può parlare) però, non è solo della NdT, la quale deve necessariamente rispondere a logiche commerciali e fare numeri, per potersi inserire nel mercato globale degli eventi; la colpa è anche degli operatori del settore, ossia di gruppi di riproposta, appassionati e intellettuali che – oggi – non sono in grado di riannodare i fili col passato e riprendere, con coraggio e consapevolezza, il ricco patrimonio culturale, facendolo proprio ed evolvendolo. A parte poche eccezioni, molti operatori del settore diventano così inconsapevoli schiavi del sistema degli eventi, quindi schiavi della cultura egemonica e, per pochi soldi, acconsentono a svendere il proprio patrimonio musicale.

Sia chiaro, non è un problema di cachet. Ogni musicista può scegliere di farsi pagare come vuole, è un problema di paternità. La cultura popolare è la cultura del Popolo, è la conoscenza trasmessa dai nostri avi e che bisogna custodire e tramandare, non appartiene a chi la suona. Chi la suona ne è custode e non proprietario. Ed è per questo motivo che i primi responsabili dell’affossamento delle culture popolari e della consegna del popolo alla cultura dominante e globalista sono gli stessi che suonano inconsapevolmente sui palchi, per quattro spicci, tradendo così la propria storia.

Parafrasando R. Tucci, bene fanno coloro i quali sono gelosi custodi del proprio Patrimonio, bene fa quella popolazione che impedisce a chiunque di inserirsi in contesti musicali, se privo di consapevolezza o se sconosciuto, per rovinarne l’esecuzione e soprattutto bene fa quella popolazione che acconsente di suonare sui palchi la musica popolare se non col contagocce, se non dopo un percorso di presa di coscienza dell’importanza di tali musiche. Il punto, attenzione, non è se sia bene o meno suonare sui palchi (anche se la musica popolare è in antitesi con tale concezione), ma come lo si fa, con quale spirito e con quale livello di conoscenza, ma soprattutto con quale intenzione di raccontare, spiegare e diffondere il significato di tali musiche e canti.

Le questioni sociali e la musica popolare

Quello che Gramsci ha messo maggiormente in evidenza nei suoi studi sul folklore è la funzione del racconto popolare, soprattutto attraverso il canto. Nel canto si raccontano storie e si trasmette, criticamente, la propria concezione del mondo, in modo da partecipare attivamente alla storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accettare passivamente e supinamente dall’esterno l’impronta alla propria personalità. Dunque la funzione del canto è di trasmettere storie, informazioni e creare una coscienza popolare.

A ben vedere, tutti i canti popolari hanno avuto, in passato, questa funzione che Gramsci ha lucidamente riconosciuto e ha fatto riemergere al fine di costituire una cultura sub-alterna contrapposta a quella dominante. Ma negli ultimi anni pochissimi sono stati gli esempi di musicisti (o meri appassionati) che hanno riscritto la musica popolare e adattata ai tempi attuali. Il caso del Salento – ancora una volta – è emblematico di questa dicotomia tra memoria stantia e adattamento concettuale di musiche e canti popolari. Molti – forti dell’esempio della NdT – hanno concentrato la propria attenzione sul rinnovamento degli arrangiamenti, in modo da adattare la musica del folklore locale ad altri stili musicali, quasi in una sorta di complesso di inferiorità per cui la musica popolare, di per sé, alla lunga può stancare. E infatti stanca a tal punto che è sopravvissuta – evolvendosi – per migliaia di anni.

Altri artisti hanno invece, con fatica, adattato l’impianto musicale tradizionale ad esigenze nuove, in forma di denuncia, riscatto, racconto di storie attuali, ma gli viene impedito, in grandi eventi, di professare le proprie idee. E infatti non si può sottacere che – ormai da diversi anni – manifestazioni come la Notte della Taranta, accanto a molti organizzatori di eventi, osteggiano quei gruppi sociali che vorrebbero ottenere voce da eventi mediatici così importanti per porre all’attenzione del grande pubblico tematiche sociali attuali e scottanti, quali lo scempio ambientale, denunciando opere impattanti sul territorio quali il gasdotto TAP, l’avvelenamento delle falde acquifere, la presenza di petrolchimici, acciaierie e centrali elettriche che deturpano l’ambiente e danneggiano la salute pubblica e tante altre tematiche che – secondo una legge naturale e storicistica – sarebbero proprie delle culture popolari e che ne rappresentano l’intima essenza.

Se Gramsci fosse vivo oggi direbbe che il folklore è regredito di nuovo a mera spettacolarizzazione pittoresca di fantasmi del passato ormai morti e privi di senso, che la cultura dominante ha sotterrato la cultura popolare, piantando il proprio vessillo sulle ceneri fumanti di memorie ormai stantie e prive del loro significato più vivo e che la tradizione, così com’è ora, è solo mero servilismo a logiche egemoniche, nell’illusione per cui la tradizione è l’espressione di un’identità locale ma dominata da un’unica cultura globale.

Forse Gramsci non userebbe parole così banali, ma il concetto resta: la tradizione e le espressioni musicali del folklore attuale non rappresentano più alcuna concezione del ruolo del popolo nella storia e nell’attualità. Il popolo, oggi, si è asservito alla cultura egemonica e chi canta sui palchi nemmeno se n’è accorto.

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Madonna, la pizzica e il servilismo

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Il 15 agosto Madonna ha compiuto 59 anni e ha deciso di trascorrere le vacanze e festeggiare il suo compleanno nello splendido scenario di Borgo Egnazia a Fasano, dove già c’era stata l’anno scorso e dove, a quanto pare, molti vip internazionali hanno fatto tappa in questi anni. Per il suo compleanno ha selezionato una dozzina di suonatori di tamburello al fine di intrattenere gli ospiti e festeggiare in modo tradizionale, ballando la pizzica-pizzica. E’ inutile dire che il video della sua performance ha fatto il giro del mondo e ha ottenuto numerosi plausi e anche qualche fischio.

Già, sono tanti quelli che l’hanno osannata (del resto è la regina mondiale del pop), ma anche molti l’hanno criticata. Perché? Perché non sa ballare la pizzica. E sti cazzi no? E’ ovvio che non la sa ballare e che – per festeggiare il suo compleanno – ha improvvisato qualche passo e si è lasciata andare in modo spontaneo.

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Il punto, però, è un altro.

Madonna è una star internazionale e su questo non ci piove. Per lei hanno persino aperto la scalinata che conduce al campanile del Duomo di Lecce, chiusa da decenni per motivi di sicurezza, ma si sa che la notorietà ovvia a qualsiasi ordinanza di sicurezza, con ciò dimostrando che gli italiani – e in particolare i salentini – possono trascendere qualsiasi motivo pur di accontentare lo straniero, per di più se famoso.

Ma con la storia della pizzica suonata a Fasano, in occasione del compleanno della star, si è dimostrato tutto il servilismo e il lecchinaggio tipico di tanti abitanti del Sud del Sud d’Italia che, con un colpo di lingua, hanno affossato qualsiasi tentativo (vano, finora) di riattribuire alla musica popolare quella dignità perduta con la scomparsa della civiltà contadina e ripresa (a fatica) negli anni ’70 grazie a personaggi come Giovanna Marini o Rina Durante che hanno faticosamente (va ribadito) ripreso la musica popolare e riadattata in chiave anti-sistema. Gli sforzi di tanti intellettuali nostrani o stranieri di dare dignità alla musica popolare salentina si sono sciolti come neve al sole, in questi anni, grazie alla mercificazione, a buon prezzo, della pizzica (accostata alla taranta, come se fossero due generi, e nemmeno i suonatori sanno che la taranta non è un genere, ma solo un ragno. Epperbacco, studiate però!), svenduta in tutta Italia (e anche fuori) grazie a gruppi musicali improvvisati, corsi di dubbio gusto, passi di ballo inventati, musiche arrangiate come fossero cloni della Notte della Taranta e una generale disinformazione sulle radici di tali musiche e balli. Insomma, il mercato chiama e il salentino, improvvisato suonatore, si svende. Quanto chiede un gruppo? 400 euro? E io ne chiedo 300 pur di suonare alla sagra del melone di Roccaforzata. Questo è il quadro in cui opera il suonatore salentino medio.

Quindi, cosa c’entra tutto ciò con Madonna? I salentini si svendono e svendono la propria cultura, ma che c’entra Madonna?

Madonna (o chi per lei) ha fatto ciò che fanno tutti gli organizzatori di eventi: chiamare un gruppo per suonare. Non so a quanto ammonti il rimborso spese per il carburante (dipende se i mezzi con cui viaggiavano i suonatori andavano a gasolio, benzina o GPL/metano), ma simbolicamente quei quattro suonatori non solo si sono svenduti per un rimborso spese (e per un “io c’ero” da postare sui social, con il petto gonfio d’orgoglio), ma hanno tradito le proprie origini.

Lasciate che vi racconti (brevemente) una storia. La pizzica, in Salento, in passato veniva suonata di rado e solo in occasioni particolari: il santo patrono, qualche matrimonio o festa privata, e poi in due – importanti – feste: San Paolo a Galatina e San Rocco a Torrepaduli. La prima si festeggia il 28 e 29 giugno e suonare lì, accanto alla cappella di San Paolo, era un modo per mantenere vivo il ricordo del tarantismo e della sofferenza/guarigione che San Paolo provocava e creava nelle tarantate. La seconda si svolge il 15 agosto a Torrepaduli, frazione di Ruffano ed è forse la festa più importante del Salento tra i suonatori di musica popolare, perché ogni anno – in modo orizzontale e senza palchi – si ripropone la pizzica e la pizzica-scherma (un ballo tra uomini, retaggio di antichi balli/sfide rom), insomma, è la più importante testimonianza viva della musica popolare salentina, tant’è che per anni è stata non solo il ritrovo ma anche la palestra viva di tanti suonatori che oggi si esibiscono sui palchi. Se oggi la pizzica è viva lo dobbiamo (quasi) esclusivamente a ritrovi come questo.

E invece che ti fa questa dozzina di suonatori tradizionali? Snobba la festa di San Rocco per andare a suonare – vestiti come bamboccioni (con abiti che non c’entrano assolutamente nulla con la tradizione…) – al compleanno di Madonna. Dietro rimborso spese, s’intende.

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I bamboccioni vestiti in modo tradizionale. Ma di tradizione non c’è ombra.

Se questa gente avesse un orgoglio direbbe a Madonna: vuoi che ti suoniamo la pizzica? Vuoi vedere la tradizione viva? Vuoi ballarla? Fanculo, vieni tu da noi, vieni a San Rocco, vieni in qualsiasi sagra, vieni qui ad ascoltarla, noi non ci svendiamo né ci spostiamo. E invece questa gente ha snobbato i propri padri, il tessuto vivo che li ha resi suonatori, la festa simbolo della tradizione pulsante per andare in un contesto avulso ed eseguire – come qualsiasi altra cover band – qualche canto morto, privo di significato, banale e inutile perché privo del suo substrato culturale che gli dà vita. Con ciò non voglio dire che la musica popolare non debba oltrepassare i confini territoriali, sia chiaro, ma che qualsiasi operazione di de-radicazione dev’essere ovviamente forzata (è ovvio che non si può pretendere che il mondo venga in Salento, per questo si porta la musica fuori) e accompagnata dalla consapevolezza di ciò che si esegue e che proporre non vuol dire svendersi o essere servile davanti all’offerta di lauti rimborsi spese. Insomma, Madonna non si trovava a New York, ma a Fasano e se davvero voleva sentire la pizzica avrebbe dovuto recarsi lei nel territorio dove si suona. Non siete d’accordo? Chi se ne fotte. Penso a quanto i calabresi o i campani siano gelosi della propria cultura musicale e di quanto rari siano i corsi o i concerti di tali musiche fuori dal proprio contesto. Penso anche che se vado in una rota (o ronda o cerchio di suonatori) calabrese, non mi fanno suonare se non mi conoscono. In Salento invece si, entra chiunque, anche il neofita o l’esaltato che rovina l’armonia musicale. Essere democratici è bello, ma essere troppo permissivi è un male. Con Madonna il permissivismo e il servilismo ha raggiunto vette altissime. Finché non prenderemo coscienza che il patrimonio culturale immateriale è fragile e di valore, talmente di valore da essere inestimabile, continueremo a svenderci e a dare il culo per quattro denari, quando invece dovremmo essere orgogliosi di ciò che abbiamo e offrirlo col contagocce, come fosse merce rara destinata solo a chi sa davvero apprezzare. Ma in ciò abbiamo l’esempio negativo di eventi obrobriosi come La Notte della Taranta, che vende il culo pur di ottenere 150.000 presenze ogni anno e vantarsi fin quando non arriva fine agosto, periodo in cui tutti se ne dimenticheranno fino agli inizi dell’agosto dell’anno successivo. A me ste cose, onestamente, fanno tristezza.

Quindi perdonatemi se perculo quelli che hanno suonato per Madonna. Non hanno colpe, certo, ma l’unica loro colpa è di essere talmente rozzi e ignoranti da non capire l’oro che hanno nelle mani e venderlo in cambio di due cucuzze ammaccate. Non è colpa loro, la colpa è di chi non gli ha spiegato l’elementare differenza tra costo e valore: tra il costo del carburante e il valore della mano che suona sul tamburo.

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Il Salento delle rievocazioni storte

articolo rievocazione tarantismo galatina 2017

Oggi, 29 giugno, la CNN e la trasmissione “La vita in diretta” erano a Galatina a documentare “la rievocazione storica dell’antico rito del tarantismo”. Tra scorrettezze lessicali e concettuali e impoverimenti culturali, ecco cos’è rimasto della storia, del mito e dei riti di uno dei fenomeni popolari più affascinanti e studiati da numerosi intellettuali, fin dal 1500.

Anzitutto, cos’è il tarantismo?

Il Tarantismo è un fenomeno legato alla figura del ragno; uomini o donne (in prevalenza), durante il lavoro nei campi o in altri momenti della giornata, se morsi da un ragno (lycosa o latrodectus), cadevano in uno stato di prostrazione fisica e psichica. Non esistevano cure mediche. L’unica cura erano i suoni e i canti (e altri rimedi, poi scomparsi nei secoli: acqua, drappi colorati, funi, ecc.), a volte quelli incessanti della pizzica-pizzica, altre volte quelli più neniosi (in questo caso si parlava di “taranta muta”). Dopo giorni di cure con suoni o canti la tarantata “espelleva il veleno” e guariva, salvo essere “rimorsa” l’anno successivo. A volte il rimorso continuava per anni, a volte per tutta la vita. Quello del ragno è – secondo Ernesto De Martino – un elemento simbolico e il “morso” può essere visto come un “male sociale” che ha radici profonde. Il tarantismo è stato conosciuto nel Salento, ma era diffuso anche in molte altre zone del Sud Italia, in Sardegna e persino in Spagna.

Che è successo?

Dagli anni ’80 il Salento – come altre zone del Mondo – ha vissuto un periodo di riscoperta delle tradizioni locali, grazie alle spinte anti-globalizzazione, alla consapevolezza della valorizzazione delle peculiarità locali e alla ri-scoperta del proprio Patrimonio culturale immateriale. Questi fenomeni di ri-scoperta hanno un ampio respiro, tanto che l’UNESCO, sin dal 1987, ha attuato forme di protezione e promozione delle peculiarità locali (Si V. UNESCO, Raccomandazione sulla salvaguardia della cultura e del folklore, 1989; UNESCO, Dichiarazione universale sulla diversità culturale, 2001; UNESCO, Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, 2003; UNESCO, Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, 2005).
Peccato che poi la ri-scoperta ha incontrato il marketing e il mercato del turismo del divertimento. E’ lungo e complesso spiegare la profonda trasformazione del folk-revival e dell’etnoturismo come complessi fenomeni di scoperta delle tipicità locali passati, in pochi anni, a industria del divertimento. Vi basti sapere che il Salento ha dapprima ri-espresso le proprie tipicità e poi, dopo, sedotto dal mercato (globale) del divertimento, ha svenduto la propria identità, nel giro di un decennio.

Il tarantismo ridotto a spettacolarizzazione

E così qualche anno fa non era difficile imbattersi in gruppetti di musica popolare salentina, appena formati, che riproponevano in chiave divertentistica, il complesso fenomeno del tarantismo, ormai ridotto a mera spettacolarizzazione, solo facendo ballare, sul palco o in mezzo alla gente, una ragazzetta giovane, scosciata e perizomata, in preda a pseudo-convulsioni che si faceva passare per “tarantata”. Insomma, un fenomeno complesso e indecifrabile come quello del tarantismo, ricco di riti e miti, fino a qualche anno fa veniva rappresentato come uno pseudo fenomeno da burlesque sexy e soft-porno.
Poi però questi gruppetti hanno smesso di “rappresentare” il tarantismo da palco, anche perché le critiche erano tante e le capacità di rappresentazione erano limitate.
Poi è arrivata la “rievocazione”.

Galatina e il rito del ricordo

Va fatta una premessa. Intorno al 1700 la Chiesa cattolica ha cercato di inculturare il fenomeno del tarantismo nei meandri del cattolicesimo. Si trattava pur sempre di un fenomeno dai tratti pagani e quindi non poteva non passare inosservato. E così, pensa e ripensa, si introdusse la figura di San Paolo come “guaritore delle tarantate”. San Paolo era il protettore dei morsicati dai serpenti (per via di un morso di serpente velenoso che lo coinvolse durante una delle sue predicazioni e che non gli procurò alcun danno) e quindi ci volle poco prima di estendere la sua protezione alle “morsicate dalle tarante”. Quest’operazione studiata a tavolino dalla Chiesa creò confusione tra le tarantate, che vedevano San Paolo ora come guaritore, ora come causa del morso. Però, tutto sommato, il popolo digerì l’intromissione e ritrovò un equilibrio anche grazie ai pellegrinaggi presso la cappella di San Paolo a Galatina, luogo di ritrovo delle tarantate.

Lo stesso De Martino rilevò che l’inculturazione da parte della Chiesa cattolica contribuì a regredire il fenomeno e a renderlo “confuso”, tanto che ne presagì la scomparsa. Era il 1959 ed ebbe ragione. Da lì a poco il fenomeno e tutti i riti curativi sarebbero scomparsi. Poi è arrivato il folk-revival e la riscoperta del Patrimonio culturale immateriale. Dapprima si iniziò un faticoso percorso di rilettura del tarantismo e delle culture popolari locali, poi arrivò il mercato turistico e l’industria del divertimento e ora ciò che resta dello sterminato Patrimonio culturale immateriale è solo un vago ricordo.

E siamo ai giorni nostri

Ricordo che fino a 20 anni fa, quando ero un giovincello, il 28 giugno era una data importante. Ci si radunava davanti alla cappella di San Paolo a Galatina – luogo di ritrovo delle tarantate sin dal 1700 – per suonare e ricordare in qualche modo la sofferenza e il lungo rituale di guarigione. Infatti le tarantate si radunavano il 28 giugno, sin dalla notte per chiedere la grazia al Santo e il 29 mattina la cappella era sempre piena di donne che – tra isterie e furori – ora invocavano la grazia, ora cercavano sollievo tra le mura della cappella.
E’ giocoforza pensare che il “rito” di ritrovarsi dinanzi alla cappella fosse un modo per perpetrare il ricordo, per rispettare una tradizione, per rievocare un fenomeno complesso quanto affascinante quanto ricolmo di sofferenze e speranze. Insomma, si tratta pur sempre di ricordare e riannodare i fili con il passato.
Ora non è più così. Sono anni che osservo il lento e inesorabile disfacimento di una cultura e di una memoria ormai interrotta dai ludici e sornioni risuoni del divertimento, dello sballo, della moda di suonare i tamburelli (a ritmi volgari e tipici da discoteca) non come ricordo, ma come sberleffo, inconsapevole e irrispettoso verso una sofferenza – quella del tarantismo – che i ragazzi che suonano poco conoscono o non conoscono affatto. Il “rito” di suonare davanti alla cappella di San Paolo – per ricordare il tarantismo – si è tramutato da ricordo a sballo, da rievocazione a mera riproposizione di un disagio collettivo che ritrova nel tamburello lo sfogo sociale di frustrazioni sì simili a quelle delle tarantate, ma di cui non si conserva né il ricordo né la consapevolezza della propria memoria. E così – tra sballi e sberleffi – Santu Paulu viene ignorato mentre si protrae un rito senza nessun senso né alcun ricordo. E’ solo mera conservazione di un qualcosa che si deve fare – nello sballo – ma che non si sa bene perché.

La rievocazione

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E’ in questo quadro che poi, da qualche anno a questa parte, si protrae una simil-rievocazione del “rito del tarantismo” che non ha senso di esistere, se non davanti a inconsapevoli telecamere fameliche nel raccontare riti che ormai non ci sono più e di cui nessuno sa spiegarne il senso.
La CNN e la trasmissione “La vita in diretta” hanno raccontato l’evento di oggi, che si protrae da anni: “la rievocazione storica dell’antico rito del tarantismo”.
Che tristezza. Anzitutto nel termine.
Ciò che si dovrebbe “rievocare” non è l’antico rito del tarantismo, ma il rituale di guarigione dal tarantismo. Il tarantismo non è un rito, ma è un male. E’ il metodo di guarigione ad essere un rituale, non il male in sé. Quindi è già semantica l’ignoranza del fenomeno. La pochezza culturale sta già nel titolo. L’ignoranza sta già in poche parole che descrivono la vuotezza intellettuale e culturale di gente che si fregia – davanti alle telecamere – di saper protrarre una tradizione centenaria.
Poi assisto al giornalista di “La vita in diretta” che esclama: “l’unico a curare le tarantate è San Paolo”. Al ché rifletto sulla pochezza degli “intellettuali” salentini, perché quest’espressione dà il senso del vuoto culturale che gli organizzatori di questa pseudo-rievocazione hanno trasmesso ai giornalisti. Certo, non è facile riassumere la complessità del tarantismo, ma – che cazzo – non si può falsificare la storia, né il mito, né il rito.
Poi vabbè, alle prime scene della “rievocazione”, con una donna che si contrae in preda alle “convulsioni” (segno che la sua cultura sulla materia si sia limitata alla visione di un paio di video su YouTube) e la folla in mise televisiva, persa tra la rigidità da telecamera e le facce finto-stupite, cambio canale, e magari anche città. Il Patrimonio culturale immateriale è una cosa seria e voi povera gente siete capaci di spettacolizzarlo e trasformarlo in moda, senza avere la minima idea su come tutelarlo. Eppure sarebbe più proficuo leggere il passato e acquisire consapevolezza. Ma il mercato vi lusinga e per quattro denari svendete la cultura di un intero popolo.

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