Ma quale ritorno al bipolarismo!

A margine dello spoglio elettorale in Emilia-Romagna e Calabria arrivano le prime riflessioni dei leader degli schieramenti in campo e dei commentatori politici, ormai tutti accomunati da un unico motto: si sta tornando al bipolarismo. Lo dice Zingaretti, affermando che: Si sta tornando a un sistema bipolare tra due grandi campi che si contendono la … Leggi tutto

Ecco perché Salvini è il politico più capace

salvini e fedriga

Il risultato elettorale in Friuli, che vede Massimiliano Fedriga con il 57% delle preferenze, non ci stupisce affatto. E non stupisce nemmeno il crollo del Movimento 5 Stelle che ha perso, in Friuli, quasi 15 punti percentuale rispetto alle scorse politiche. Non stupisce non perché, come qualcuno dice, ormai il M5S ha perso appeal tra l’elettorato. No, affatto. Il motivo è, banalmente quanto squisitamente, dipendente dall’ambito geografico, dal bacino elettorale nonché dal tipo di legge elettorale, ma soprattutto dal candidato, Fedriga, che rispecchia perfettamente la filosofia di fondo della Lega Nord di Salvini e ne ha assunto la capacità di linguaggio divulgativo e la lucida analisi della complessa (seppur schematicamente semplice) congerie culturale italiana d’oggi giorno.

E’ da questa capacità di analisi che parte il mio apprezzamento nei confronti di Matteo Salvini come figura politica e di tutti gli altri esponenti della Lega che, in questi anni, hanno saputo perfettamente leggere la realtà e trasformarla in slogan politici d’alto impatto. Sicuramente molti dei miei (pochi) lettori a questo punto staranno storcendo il naso oppure avranno già abbandonato la lettura. Poco importa. Chi avrà l’ardire di continuare capirà che personalmente non stimo né Salvini né la Lega Nord, che non li ho votati né credo che lo farei e, soprattutto, che la figura del politico che sa interpretare la realtà è molto distante dalla figura del politico che amministra un Paese. Da qui ne discende che occorre tener ben distinti i ruoli: non sempre la figura del politico analista e divulgatore coincide con la figura del politico amministratore. Quando avviene siamo di fronte allo Statista. Ma attualmente non credo ci siano figure tanto autorevoli nel panorama politico italiano.

Detto ciò e augurandomi di aver saputo comunicare la distinzione tra i due ruoli, non posso esimermi dal considerare Salvini un attento analista della realtà attuale. Chiunque voglia sconfiggerlo sul piano dialettico o affrontare l’ondata d’urto che la Lega prima o poi porterà nel tessuto sociale italiano dovrà anzitutto non minimizzare né demonizzare l’operato di Salvini, altrimenti ne uscirebbe sconfitto. Chi gli dà del fascista o del populista commette un ingenuo errore di valutazione.

Fermiamoci un attimo ad osservare com’è cambiata la realtà negli ultimi 40 anni.

Il mondo cambia. Superfluo documentare un fatto così grave e così esteso: cultura, costumi, ordinamenti, economia, tecnica, efficienza, bisogni, politica, mentalità, civiltà … tutto è in movimento, tutto in fase di mutamento. Così commentava Paolo VI già nel 1974 e, in una lucida analisi della realtà, si rendeva conto di come la Chiesa, ferma e rigida nei suoi immutabili dogmi, si allontanava sempre più dai propri fedeli, ormai ammaliati dai richiami edonistici del consumismo e chiusi nel proprio individualismo feroce. Sono proprio queste le chiavi di lettura che ci possono portare a scandagliare la realtà attuale e a capirne l’intima essenza: consumismo e individualismo. Il primo, giunto ormai a maturazione e figlio legittimo del pensiero unico capitalista, è la religione di tutte le religioni, è il mostro sacro per cui sono sparite – nel giro di 40 anni – intere civiltà. La Civiltà contadina, con i suoi miti e le sue regole sociali attentamente analizzati da De Martino, è stata sepolta e dalle sue ceneri è sorta un’Araba Fenice composta da un nuovo modello comportamentale: la divinazione del consumo.

L’individualismo, invece, che vede l’essere umano come monade isolata e come destinatario unico degli interessi della società del consumo, ha soppiantato le rigide e classiche forme sociali: la Civiltà contadina, come ho detto, è morta, com’è anche stata annichilita la borghesia, il ceto medio. Le classi sociali storicamente ben irreggimentate nelle loro concezioni della vita e della storia sono scomparse e al loro posto ha prevalso l’Ego. E’ chiaro che in questa liquidità della società (per usare un termine baumiano) è facile adeguarsi al conformismo di matrice capitalista, mosso dai costumi calati dall’alto, da efficaci quanto suadenti strategie di marketing (tradizionali e digitali) e improntato sulla regola aurea che muove ormai il mondo: vendere. In questo contesto la televisione, il mondo della musica, della cinematografia, i big della rete (Facebook e Google in primis che possono vantare anche l’arma della profilazione) persino lo sport sono fautori della religione delle religioni, in quanto propongono, anzi, persuadono gli utenti (non più persone) a fare del consumo un modello di vita. Da ciò ne discende che i comportamenti collettivi di massa altro non sono che forme nuove di interclassismo.

Apro una breve parentesi per spiegare meglio il concetto. Non è un caso che l’UNESCO, in questi ultimi 30 anni, abbia lanciato numerosi allarmi circa la scomparsa delle diversità culturali, ritenendo che la globalizzazione abbia disgregato il complesso coacervo culturale mondiale. La diversità culturale, minacciata dalla globalizzazione, è importante per l’Umanità quanto la biodiversità è importante in Natura. L’omologazione dei consumi, quindi, annienta le diversità e depaupera i gruppi sociali dei propri valori di riferimento, delle proprie millenarie credenze, dei miti e riti stratificati e trasmessi oralmente, delle convinzioni, della propria visione del mondo.

Inoltre non è un caso che Facebook, periodicamente, effettui esperimenti sociali per capire quante persone si conformano ad un certo richiamo. L’ho spiegato in quest’articolo. Questo lo fa periodicamente e in occasione di grandi eventi o eventi straordinari per capire quanto siano efficaci e pregnanti le proprie strategie ed, eventualmente, nell’ottica del miglioramento continuo, per modificarne i parametri.

La nuova cultura interclassista – o liquida sempre usando l’intuizione geniale di Bauman – si è quindi ormai imperniata sul modello consumista, tanto da aver naturalmente abiurato tutte le forme sociali del passato. In altre parole ha scelto il benessere, la qualità di vita migliore, l’automobile, il telefonino, il week-end al mare, i viaggi, la sicurezza del proprio patrimonio e della propria casa, insomma, il proprio modello di vita che potremmo definire liberal-consumistico. Che differenza c’è tra chi ha i mezzi per poter avere una vita agiata e chi invece non li ha? Una volta questo era un elemento del conflitto di classe, oggi invece il conflitto è sparito ed è stato soppiantato dal sogno di ottenere quei mezzi, a tutti i costi. Non più dal lavoro (non c’è) né dal sacrificio né tantomeno dal merito. Il merito viene allineato da una scuola nozionistica, in continua riforma (verso il basso) e con docenti svogliati, impreparati e impauriti, il sacrificio (o, come si diceva in passato, la gavetta) viene confuso con lo sfruttamento (e spesso mischiato) e il conflitto non può esistere se non esistono due (o più) classi con visioni diverse del mondo e della storia. Ecco che, magicamente, si spiega il perché l’unico Dio per tanti è il sogno di vincere al gratta e vinci o al superenalotto o perché tanti figli uccidono i propri genitori per ottenerne l’eredità o, peggio, qualche spicciolo oppure perché molti preferiscono lo spaccio, attività più redditizia del lavoro. Non è certo questa l’unica spiegazione, ma va vista come una chiave di lettura.

Ecco perché, infine, per molti (è inutile nascondersi dietro un dito) il reddito di cittadinanza, o d’inclusione o comunque lo si voglia chiamare, è il leit-motiv che spinge a votare, per raggiungere il tanto sognato benessere.

Cosa c’entra tutto questo con Salvini?

C’è da chiedersi come abbia fatto un personaggio a portare un partito prettamente territorialista, fermo al 4%, ad un partito ormai di fatto nazionalista che vanta il 18% di consensi, con un buon bacino elettorale persino al Sud. La risposta appare semplice quanto scontata. Ha saputo anzitutto dialogare con la gente, sia al Nord che al Sud e ha capito che le distinzioni di classe o le distinzioni territoriali sono ormai dei meri sfottò privi di qualsiasi substrato culturale, quindi è riuscito – in pochi anni – ad entrare nella pancia delle persone parlando un linguaggio comune e intercettando i desideri e le paure della gente.

Ammettiamolo pure candidamente. E’ stato l’unico, oggi, a capire che le distinzioni tra fascismo e comunismo sono ormai evidenti solo sul piano letterale e in nostalgici e sbiaditi ricordi della storia e che anch’esse si sono liquefatte e mischiate nella realtà di tutti i giorni.

Tutti sappiamo che, statisticamente, i reati commessi da italiani sono di gran lunga superiori ai reati commessi da stranieri, eppur nessuno può obiettare che la lotta all’immigrazione sia uno dei capisaldi della Lega e sia generalmente sentita come una necessità da parte di larghe fette della popolazione.

Nella storia abbiamo sempre assistito a scontri sociali. La comunità diventa compatta e coesa quando ha un nemico comune. Dai vecchi campanilismi (le lotte tra paesi) tipiche del Medioevo (e che ci siamo portati finora come retaggio) alle lotte di classe di Sessantottiana memoria, fino a giungere agli scontri Nord-Sud, nella dialettica politica degli anni Ottanta e Novanta, oggi, con una società interclassista, il nemico da combattere viene dal mare, ha un colore di pelle diverso, parla una lingua diversa e, preso dalla disperazione e dalla dicotomia tra la cultura d’appartenenza e il nuovo modello sociale d’approdo, fa – statisticamente in misura inferiore – quello che farebbe un qualsiasi ragazzo italiano alla ricerca disperata di soldi: delinque. Ne ho parlato brevemente in un vecchio articolo sullo Ius Soli.

Individuare un nemico comune, parlare un linguaggio semplice e comprensibile, stare tra la gente e capirne bisogni e desideri, questo è ciò che Salvini ha fatto, in modo talmente semplice da essere rivoluzionario. Perché mentre gli altri partiti (e persino la Chiesa, fino al 2013) ancora non avevano ben chiara la portata rivoluzionaria del modello capitalista, che ha sfalciato via le classi sociali, la Lega di Salvini, con un certosino lavoro sui territori, ha ben capito tutto ciò e l’ha tradotto in propaganda politica.

Da parte sua anche il Movimento 5 Stelle ha fatto altrettanto, solo con un grossolano errore di valutazione: non ha dato importanza alle istanze dei territori, si è affidata quasi esclusivamente alla rete come termometro sociale, quando invece la rete spesso si è dimostrata fuorviante per capire i bisogni e i desideri della gente. Le sedi territoriali della Lega, invece, a differenza dei MeetUp dei 5 Stelle, hanno rappresentato il vero termometro sociale grazie al quale Salvini ha ottenuto quei dati che, come dicono tutti gli esperti di marketing digitale, rappresentano l’unico vero strumento per operare precise strategie di marketing. E la Lega, anche rispetto al M5S, ha saputo leggere e interpretare i dati per poi offrire alla gente un prodotto appetibile e altamente profilato.

Ora vedremo se la Lega avrà (prima o poi) le stesse capacità nel gestire le Istituzioni in cui siederà. Ad ogni modo mi auguro che questo contributo non sia preso come un mero elogio alla Lega ma per quello che è: l’analisi di chi le analisi le sa fare.

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M5S e Quinto Potere. Analogie e confronti

quinto potere

Non so se Luigi Di Maio abbia ricevuto, in questi giorni, qualche telefonata da parte di Angela Merkel o di altri big reggenti dell’Unione Europea, un po’ come accadde a Napolitano quando cacciò letteralmente Silvio Berlusconi dal Governo, perché inviso in Europa, e piazzò un più europeista Mario Monti. Non ci è dato saperlo.

Ma se raffrontiamo le dichiarazioni del M5S (in primis di Di Maio) prima e dopo la campagna elettorale, scopriamo con facilità come siano agevolmente passati da essere un Movimento antisistema a un vero e proprio Partito di Governo di andreottiana memoria (mutuandone i sistemi e non l’astuzia politica).

Vorrei tanto sapere cosa ne pensa la base del M5S del possibile accordo tra M5S e PD per un governo d’intesa dopo che, per anni, i pidioti (come sono stati bollati sempre dal M5S) sono stati accusati di tramare nei palazzi a discapito dei poveri italiani.

Oggi non si parla più di trame o di inciuci, ma di accordi per governare e fare il bene degli italiani (parole di Di Maio). Vieppiù che ai vertici del M5S non importa tanto con chi si farà il Governo, se con la Lega o con il PD, importano solo due cose: che Di Maio diventi Premier e che si portino nell’Agenda politica interna ed europea i temi e le proposte voluti dal M5S, in particolare il reddito di cittadinanza. Con quali coperture finanziarie non si sa ancora e soprattutto con quali aspettative, dato che in Europa hanno velatamente fatto sapere all’Italia che i tempi della flessibilità stanno finendo e che si tornerà a breve a chiudere i rubinetti e a rimettere in riga l’andamento del debito pubblico. In altre parole, dopo una breve parentesi di illusa ripresa economica, stiamo per tornare ai regimi del fiscal compact, con tutto ciò che ne consegue.

In questo desolante quadro in cui il M5S cerca disperatamente un partner improvvisato per condividere forzosamente lo stesso tetto, non importa se bianco o nero, simpatico o antipatico, l’importante è che la poltrona di casa sia usata solo da lui, l’unico personaggio che sta dimostrando di avere senso delle Istituzioni e senso di responsabilità è quello che – toh – è stato sempre beffeggiato dalla base del M5S, ossia Sergio Mattarella. Dalle consultazioni di questi giorni emerge un Presidente con nervi saldi e un’ottima capacità di analisi, per cui non è disposto a consegnare un Paese fragile e in piena crisi politica e d’identità ad un governo improvvisato in cui una parte fa la stampella e l’altra decide le regole del gioco. Se va fatto un governo d’intesa, ci dev’essere sintesi. Questo sembra pensare ogni giorno l’unico personaggio sano delle nostre martoriate istituzioni.

Quinto Potere

La nascita e l’attuale evoluzione istituzionalizzata del M5S e di Di Maio in particolare mi richiama alla mente un film del 1976 di Sidney Lumet, Quinto Potere. Per chi non l’avesse visto, il film racconta la storia di Howard Beale, un commentatore televisivo che viene licenziato in quanto l’indice di gradimento della sua trasmissione è sceso troppo. Beale, il giorno prima del licenziamento, annuncia il proprio suicidio in diretta, che avrà luogo, dice, a una settimana di distanza da quel momento. Durante quei giorni inizia a inveire contro il sistema, denunciando le ipocrisie della società e dei media e gridando in TV le sue teorie di stampo anarchico-rivoluzionario. Grazie a una giovane responsabile dei programmi d’intrattenimento della rete, Diana Christensen, Beale viene inserito in un nuovo programma di successo e di lì a poco diverrà il pazzo profeta dell’etere.

Gli ascolti aumentano e i ritorni economici iniziano a salire, finché, ad un certo punto, Beale riceve una chiamata dal presidente della rete, Arthur Jensen. Costui, in un lungo discorso, lo convince ad adeguarsi al potere e a propagandare la sottomissione al sistema. Beale si convincerà e inizierà a cambiare registro nei suoi spettacoli televisivi, fin quando lo share non calerà e finirà drammaticamente la sua esperienza di commentatore.

Per chi non lo sapesse, Quinto potere segue il celebre film di Orson Welles, Quarto potere. Quinto potere è incentrato sul potere dei media televisivi, mentre Quarto potere sulla stampa. Si chiamano così perché seguono la ripartizione democratica dei poteri: il primo potere è quello legislativo, il secondo è quello esecutivo e il terzo quello giudiziario. Ma secondo altre interpretazioni, seguirebbe la ripartizione classica: nobiltà (oggi alta borghesia), clero e borghesia.

Analogie e confronti con il M5S

Chi ha visto Quinto potere o ha capito qualcosa dalla breve trama e dai video postati avrà sicuramente colto le analogie con quanto accade oggi in Italia.

Il M5S, al pari di Howard Beale, è stato in grado di identificare il malessere della gente e di tradurlo in comunicazione mediatico-politica. Stando fuori dalle Istituzioni e dal sistema di potere, è facile farlo ed è facile ottenere consensi. Tuttavia, nel momento in cui varca la soglia del palazzo, entra in contatto con il sistema di potere e gli equilibri che lo compongono. E’ proprio in quel momento che bisogna dimostrare la propria destrezza politica e la profonda conoscenza degli ingranaggi che muovono il complesso sistema di potere interno, europeo e internazionale, con tutte le forme intermedie e al di fuori di esso (enti, gruppi d’interesse, associazioni di categoria, confederazioni, lobby economiche, ecc.). Passare da un giorno all’altro dall’antieuropeismo al dialogo con gli europeisti più colonizzatori (Macron e Merkel in primis) oppure rassicurare i mercati che l’Italia resterà fedele al patto con l’Europa e con la Nato (questo sì che è rivoluzionario!) vuol dire essere stato persuaso dal sistema di potere che lo circonda e che l’importante è ottenere la poltrona. In ultima analisi significa adeguarsi al potere e prospettare un’azione politica che hanno sempre criticato sin dalla nascita: il riformismo. Altro non potranno fare. Che differenza ci sarà con i Governi PD degli ultimi anni o con i governi della cosiddetta Seconda Repubblica? Dov’è l’indole rivoluzionaria del M5S?

Il ruolo di Beppe Grillo

Per concludere vorrei soffermarmi un attimo sul ruolo che ha avuto e che avrà Beppe Grillo, oggi che il suo Movimento (da cui è apparentemente uscito) sta varcando le soglie del potere. Prima della nascita del Movimento, durante i suoi spettacoli, si occupava di satira e quindi di critica del potere; durante la sua reggenza del Movimento, in cui i suoi erano seduti sui banchi dell’opposizione, si poteva ancora permettere di fare satira, ma la sua restava al confine tra la satira e la propaganda politica, dato che aveva interesse affinché il Movimento raccogliesse consensi. Oggi che sembra esserne uscito, sarà in grado di criticare il soggetto politico che ha creato oppure anche lui, come Howard Beale dopo l’incontro con Jensen, farà propaganda pro-sistema? Ai posteri, come si dice, l’ardua sentenza. Ma a noi contemporanei un dubbio sorge e la risposta ci pare quasi scontata.

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In requiem del PD

renzi pd

Un commento sulla ventura morte di un PD appena adolescente, nato malformato e con poche speranze di guarigione. Era il lontano 2004 quando DS, Margherita, Socialisti Democratici Italiani e Movimento dei Repubblicani Europei si presentarono insieme alle elezioni europee con la lista dell’Ulivo. Lo stesso accadde per le elezioni regionali del 2005. Nel 2006 si … Leggi tutto

Da Occhetto a Pisapia: la Cosa ritorna.

occhetto dalema pisapia la Cosa

I più “vecchi” di voi si ricorderanno di un certo Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista, che ha “guidato” la caduta del partito a seguito della caduta del muro di Berlino e del definitivo disfacimento del totalitarismo comunista nei Paesi dell’Est Europa. Ricorderete anche la svolta verso un “comunismo moderno” che Occhetto volle dare, sin dalla caduta del PC, parlando di una cosa.

Ma che cosa? Probabilmente nemmeno lui lo sapeva, ma sta di fatto che presto sarebbe diventata tanto brutta quanto la vespa che la Piaggio realizzò proprio in quegli anni e che chiamò, appunto, “cosa”.

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Vespa Cosa (museopiaggio.it)

La “cosa” è stata l’oggetto di una lunga discussione politica in seno al partito che avrebbe portato, di lì a poco, alla fondazione di un nuovo soggetto politico: Il PDS (Partito Democratico della Sinistra), un partito chiaramente confuso, senza più appigli ideologici e senza un chiaro linguaggio politico, tanto che di lì a poco, nel giro di 10 anni, si passò dal PDS ai DS (Democratici di sinistra), anche grazie all’intervento di un rampante Massimo D’Alema e poi, pochi anni dopo, nel 2006, dai DS all’attuale Partito Democratico.

Inutile dire che la frammentazione del PC comportò la nascita di tanti soggetti politici di sinistra (come Rifondazione o Comunisti italiani) che, negli anni, a volte appoggeranno i vari governi di centro-sinistra, a volte contribuiranno a farli cadere, a volte, pur essendo al governo, manifesteranno in piazza…contro loro stessi!

Insomma, è chiaro che in 30 anni la sinistra ha cambiato varie forme ma la sostanza è rimasta pressoché la stessa, ossia grande confusione e incapacità di riflettere sui cambiamenti sociali, politici, economici e geo-politici internazionali e incapacità di elaborare un nuovo linguaggio di sinistra, basato su nuove esigenze, nuove problematiche da affrontare, però, con i solidi princìpi della sinistra: tutela delle fasce deboli della popolazione, anti-capitalismo e superamento della concezione privatistica dei beni comuni, socialismo applicato, uguaglianza sostanziale, potenziamento e crescita dell’istruzione e del sapere collettivo, in modo da creare una società coesa, consapevole e “libera”, oltre al superamento dei privilegi di classe (di casta o di lobby).

Diciamo la verità, i dirigenti del PC dei primi anni Novanta hanno voluto chiaramente aderire al sistema capitalista, rinnegando completamente il passato e spingendo l’Italia verso un modello liberale, cioè quel modello che oggi ha rappresentato la prima grande causa dell’attuale crisi economica, che ci porteremo dietro per numerosi decenni.

E’ vero che la storia ci ha traghettati verso il rinnegamento dei regimi totalitaristici, ed è stato giusto e storicamente coerente chiudere con l’esperienza del PC, ma da allora ad oggi mai nessuno ha voluto interrogarsi sull’applicazione dei valori della sinistra nelle esigenze moderne e sull’uso di metodologie e linguaggi moderni.

E’ stato più facile, da parte dei dirigenti del PC, abiurare il passato e abbracciare il modello capitalista, come ha subito fatto Achille Occhetto, quando è andato negli USA a dichiarare di essere contrario al regime comunista cinese o quando ha incontrato Lech Walesa, allora leader dell’opposizione polacca al regime comunista, dicendosi vicino alle sue posizioni.

Negli anni, poi, la dicotomia sinistra/liberismo ha prodotto frutti nocivi, se pensiamo alle privatizzazioni approntate dal duo Prodi/D’Alema, alla destrutturazione dello Stato sociale e alle sempre più pressanti spinte alla precarizzazione nel mondo del lavoro, tutto nel nome di un liberismo spinto, peggiore di quello inglese, che ha portato la gente a non avere più tutele quando è scoppiata la crisi economica e ad estremizzare il disagio sociale verso l’odio razziale, l’antipolitica e l’appoggio a ideologie estremiste e populiste.

Si ripete lo stesso errore: La cosa del 2017, ossia Art. 1 MDP

Ed eccoci ai giorni nostri. E’ ormai evidente che il PD, con Prodi, D’Alema, Rutelli, Veltroni, le anime “bianche” del centro e del centro (centro) sinistra, i liberali, gli ex comunisti pentiti, i cattolici e i catto-centro-comunisti, le lobby, gli affaristi, i banchieri, Confindustria e persino con amministratori locali in odor di mafia, è un partito talmente eterogeneo, frammentato, affaricentrico e incapace di discutere che, giocoforza, viene governato in modo centralizzato e con un occhio di riguardo verso le lobby.

Bastano poche prezzolate persone per imporre una linea di pensiero e di intervento, alla faccia della discussione, della base e della sintesi politica. E oggi quelle poche persone (Renzi e il suo entourage) stanno traghettando il PD verso un liberismo malato, un populismo spiccio (con contorni di putrido nazionalismo) e un notevole servilismo europeista. In questo quadro appare ovvio che molte anime “di sinistra”, incapaci di cambiare il partito dall’interno, vogliano fuoriuscirne e formare un nuovo soggetto politico. Bene.

Peccato che però, come al solito, non si impara mai dagli errori. Il buon Pisapia, che ritengo una persona valida, sta però percorrendo gli stessi passi dei suoi predecessori di quasi 30 anni fa: creare un soggetto politico con dirigenti liberisti e che si sono dimostrati incapaci di disegnare un modello nuovo di sinistra (Prodi, D’Alema, persino Bersani, che si stupisce che non avvenga un nuovo ’68. Quasi mi fa tenerezza la sua incapacità di analizzare la realtà…) e tentare di costituire un soggetto ampio, capace di “dialogare con il PD”, in cui tutti sono benvenuti, persino Renzi.

Dunque torniamo alla cosa, un elemento ibrido, informe, privo di valori fondanti in cui riconoscersi, privo di capacità di analisi politica, privo persino di contenuti, ma “aperto” a tutti. Da questo modello politico cosa può nascere? Un nuovo fallimento, chiaro.

Sembra quasi che a questa gente importi più riempire le piazze, darsi un colore nuovo (questa volta è l’arancione…anzi, un rosso sbiadito…) ma evitare qualsiasi forma di analisi, di discussione, di un seppur minimo sforzo teso a riscrivere il linguaggio della sinistra e il suo relativo vocabolario, un vocabolario che la “base” possa comprendere, assimilare e in cui possa riconoscersi e che possa rappresentare il primo – minimo – passo verso il riavvicinamento della gente alla politica, ormai priva di punti di riferimento.

E’ ovvio che senza queste operazioni (complesse, sì, ma necessarie) avremo una maggior recrudescenza degli estremismi e, a livello elettorale, il M5S rappresenterà per la gente l’unica valida alternativa alla sinistra, che di “sinistra” non ha più nemmeno il colore. E allora che si faccia questo gesto di coraggio: si crei un nuovo soggetto politico, con facce nuove e competenze valide, e si prenda anche qualche anno per discutere e analizzare la realtà, non si faccia il solito errore di correre subito alle elezioni, perché sennò torneremo di nuovo all’orrida cosa.

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