E pure Trump ce lo toglieremo di mezzo

trump dazi

Per Donald Trump è arrivato l’inizio della sua fine. Dopo aver calpestato i piedi ai suoi stessi investitori, dopo aver proposto assurde guerre commerciali con Cina ed Europa, dopo il Russia gate e una miriade di altri errori in campo nazionale ed internazionale, oggi è arrivato alla frutta. Tutto merito del coronavirus e dell’Ukraina gate. … Leggi tutto

Parliamo dei Curdi

curdi pkk

Perché è importante stare accanto ai curdi, perché bisogna chiedere di abbandonare la NATO e costringere le istituzioni italiane ed europee a mettere all’angolo Erdogan e prendere una posizione netta contro la vendita di armi in Turchia. Chi sono i curdi I curdi sono un’antichissima minoranza etnica (si ritiene esistente sin dal VII secolo d.C.) … Leggi tutto

La Via della Seta ovvero pesce grande mangia pesce piccolo

xi jinping e mattarella via della seta

Senza retorica e con i piedi ben piantati nella realtà, posso affermare che oggi si sta decidendo il futuro del Mondo e i nuovi equilibri geo politici che, se mal gestiti, porteranno a squilibri i cui effetti si riverberanno nei prossimi secoli. L’Italia è debole se fa accordi da sola e rischia di diventare una … Leggi tutto

Trump e i dazi. Ha fatto bene o no?

trump dazi

Ogni mattina, quando mi sveglio, corro a leggere il giornale per scoprire – oltre alle divertenti news riguardanti l’intricata matassa della politica interna – le ultime trovate di Donald Trump. Mi diverte troppo. Tuttavia l’ultima sua trovata, quella di imporre dei dazi doganali alle importazioni di acciaio e alluminio, rispettivamente del 25 e del 10%, … Leggi tutto

Rajoy Franco e l’autonomia Catalana

Rajoy

La questione dell’indipendenza catalana merita una breve riflessione, proprio oggi, giorno in cui in Catalogna si vota per l’indipendenza e la volontà popolare viene goffamente soppressa dal governo centrale di Madrid di Rajoy il quale ha inviato la polizia per bloccare le operazioni di voto, chiudere i seggi e impedire alla gente, con violenza, di esprimere legittimamente la propria opinione sul quesito posto dal governo catalano: vuoi o no l’indipendenza dallo Stato spagnolo?

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Un goffo tentativo mediatico di negare le violenze subite oggi dai catalani. Secondo l’autore, questo non è sangue.

Molto è stato scritto sulla questione, sia dai favorevoli all’indipendenza catalana che da quelli contrari. I favorevoli chiaramente vedono nello strumento democratico del voto la più compiuta espressione della volontà popolare, la quale prevale anche sulla costituzione e sulla volontà del Governo centrale. I contrari dicono che i catalani chiedono l’indipendenza solo per una questione economica, perché sono il territorio più ricco della Spagna e vogliono gestire autonomamente la propria ricchezza, senza dar conto allo Stato Spagnolo.

In realtà entrambe le posizioni sono giuste e sbagliate allo stesso tempo, perché se è vero che la Costituzione spagnola stabilisce che la Spagna è una e indivisibile, pur riconoscendo le autonomie locali, è anche vero che nel suo preambolo e nel testo normativo riconosce ai cittadini spagnoli l’esercizio dei propri diritti inalienabili, incluso il diritto di decidere, con strumenti democratici, le sorti del territorio in cui vivono, nel rispetto, quindi, della volontà popolare e del principio di cooperazione. Inoltre la questione economica è solo la punta dell’iceberg della complessa e antica volontà del popolo catalano di svilupparsi autonomamente dalla Spagna.

Qui non si tratta di schierarsi per l’indipendenza o per la sottomissione del territorio catalano alla monarchia repubblicana spagnola, ma si tratta di ragionare sulla storia e sul buon senso, qualità che – a quanto pare – è mancata e continua a mancare al governo spagnolo nella gestione del problema.

La Catalogna e i motivi dell’indipendenza

Le spinte indipendentiste catalane risalgono addirittura al 1714, anno in cui i Borboni conquistarono Barcellona e misero fine all’autonomia catalana, di origine medievale. I Borboni costruirono il proprio Regno su un paradigma unitario, centralizzando i processi decisionali e normativi e minando dalle fondamenta la lunga tradizione culturale e linguistica catalana. Poi, tra alterne vicende, con il regime franchista (1939-1975) le cose andarono peggio, dato che la Catalogna fu l’unico territorio ad opporsi strenuamente al regime franchista nella guerra civile e, perduta la guerra, ne subì le conseguenze. Il regime vietò persino di parlare la lingua catalana nei luoghi pubblici. Poi con la Costituzione Spagnola del 1978, si riconobbe una sorta di autonomia politica ed economica al territorio catalano, ma era ben poca cosa rispetto a quanto richiesto dal popolo catalano. Infatti, dopo lunghe trattative, solo nel 2006 si arrivò alla ratifica dell’Estatut de Catalogna, grazie al quale la Catalogna avrebbe ottenuto l’autonomia richiesta da sempre. Però nel 2010 il Tribunal Supremo di Spagna (il corrispondente della nostra Corte Costituzionale) riscrisse addirittura l’Estatut, ormai ratificato dal Parlamento, e limitò fortemente le autonomie richieste dai catalani. Poi nel 2011 venne eletto l’attuale Premier Mariano Rajoy, il quale, sin da subito, ha messo in atto la sua politica estremamente centralista, usando persino il Tribunal Supremo per limitare le leggi pro-autonomia dei territori spagnoli. Ecco perché il popolo catalano, giustamente, non si fida della propria Corte Costituzionale.

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Barcellona. Lunghe file ai seggi nonostante la repressione da parte della polizia spagnola. Foto di F. Pitrola

Indipendenza e autonomia

Se è vero che la Costituzione impone che la Spagna sia una e indivisibile, è anche vero che finora i Catalani non hanno mai chiesto indipendenza totale, ma solo maggiore autonomia. Il referendum attuale va visto sia come una provocazione politica sia come l’estremo tentativo di ottenere ciò che da secoli ormai la Catalogna chiede e non ha mai ottenuto: autonomia. Autonomia e indipendenza sono due concetti ben distinti. E’ indipendente chi ha un proprio sistema giuridico e non è vincolato dalla volontà di altri. E’ invece autonomo chi, all’interno di un sistema giuridico, si governa con leggi proprie ma dipende, più o meno fortemente, dalla volontà altrui.

La Catalogna ha sempre chiesto autonomia, non indipendenza. L’indipendenza, quindi, va vista – oggi – come l’extrema ratio di un popolo che le ha provate tutte e non ha avuto ascolto. Rajoy si è mostrato, in questi anni, un vero e proprio franchista e non si è mai aperto al dialogo con le istituzioni catalane, quindi il referendum, da questo punto di vista, dev’essere visto come uno strumento popolare giusto e legittimo, seppur stricto sensu illegale.

Del resto esistono, negli ordinamenti moderni, molte forme di federalismo, più o meno ampie, all’interno dello stesso Stato. Senza dover violare la Costituzione, attraverso il dialogo e la mediazione politica, tutte le parti in campo avrebbero ottenuto il risultato sperato: da una parte maggior autonomia e dall’altra un territorio autonomo e ancora inserito all’interno dello Stato Spagnolo. Invece oggi si rischia, quando il referendum terminerà con risultati bulgari, di arrivare a quella che il governo catalano ha definito Ley de desconexión catalana, ossia quella legge regionale che permette alla Catalogna di disconnettersi gradualmente dal territorio spagnolo e di costituire uno Stato indipendente e autonomo.

La situazione è stata affrontata male da Rajoy

Insomma, se è vero che Barcellona ha provocato è anche vero che Madrid ha risposto con violenza e non col dialogo. In queste ultime settimane abbiamo visto l’anima di Franco risorgere, con una Corte Costituzionale che dichiara illegittimo un referendum, siti web oscurati, politici e funzionari catalani arrestati e oggi con la polizia inviata in forze in Catalogna a sparare sulla gente, a bloccare i seggi e ad impedire il regolare svolgimento del referendum. I referendum, anche se illegittimi e illegali, vanno sconfessati sul piano politico e non con forza e violenza ai danni di donne, bambini, anziani.

Oggi Franco è risorto e ha questa faccia.

Rajoy

 

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Uscite dai Social!

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Ovvero, la truffa dei Social Network che ci controllano, influenzano e decidono su di noi con oscure linee guida.

I social, si sa, sono nati per far interagire le persone, mantenerle in contatto, creare nuove relazioni, condividere ricordi, esperienze, pensieri, far conoscere prodotti o servizi, per vendere sé stessi e per far conoscere e diffondere battaglie sociali o ambientali.

Insomma, sono una cosa buona, almeno per come sono stati pensati all’inizio. Però dal 2006 ad oggi (anno in cui Facebook, il primo Social Network, ha iniziato a diffondersi in Italia) molto è cambiato, in particolare nella gestione delle relazioni da parte di una sempre più spudorata filosofia del controllo e delle influenze sociali, non tanto quella di Orwelliana memoria (che ha ispirato la concezione del Grande Fratello e che trova le sue radici nel Panopticon di Jeremy Bentham), ma più semplicemente e meschinamente quella della pianificazione strategica degli obiettivi aziendali.

Secondo tale visione gli utenti sono considerati dei meri prodotti da cui trarre ogni informazione possibile finalizzata a vendere prodotti e servizi cuciti su misura, ma, dato che la frammentazione è difficile da gestire, finalizzata soprattutto a influenzare gusti e tendenze per poter, al fine, attuare pratiche commerciali di massa precedute da esperimenti sociali di massa.

E’ evidente che in questo contesto la politica internazionale, di stampo capitalista, è attratta da questi modelli come una mosca è attratta dalla cacca, per cui entra con tutti e due i piedi nella gestione dei Social, favorisce e influenza le linee guida per la moderazione dei contenuti, decidendo cosa è conveniente diffondere e cosa, invece, va relegato nell’oblio delle relazioni sociali virtuali o, peggio, va deriso, annichilito, strumentalizzato.

Detto in altri termini, molto più sintetici, i Social sono nient’altro che prodotti per calmierare il mercato delle relazioni sociali e per controllare, gestire e razionalizzare la massa (a)critica di contenuti teoricamente liberi ma influenzati, mentre quelli potenzialmente dannosi per la tenuta del sistema sociale vengono marginalizzati, derisi (anche e soprattutto dagli stessi utenti) e, al limite, oscurati. Nemmeno così è chiaro? Allora ti rubo solo 2 minuti per spiegare meglio il concetto. Ma, come mi piace fare sempre, parto dagli inizi.

La genesi di Facebook

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Mark Zuckerberg, l’uomo da un miliardo di dollari l’anno

Tra il 2003 e il 2004 un giovanissimo Mark Zuckerberg creò un portale finalizzato a rendere interattivo sul Web il classico faccia-libro dei college americani (da qui il nome) che raccoglieva foto, nome e corsi frequentati da ogni studente.

Dato il massiccio successo del Social, questo si diffuse rapidamente anche fuori dai campus universitari, trasformandosi da un Social per studenti a un Social per chiunque. Non più solo studenti, ma tutte le persone potevano entrare in contatto: parenti, amici, ex compagni di scuola, colleghi di lavoro, ecc.

L’idea era buona e, di lì a poco, portò alla nascita di una nuova concezione del web: non più perso nell’anonimato di nick e avatar, ma popolato da persone reali, cioè da persone che – volontariamente – inserivano sul social i propri dati personali: nome, cognome, luogo e data di nascita, foto personali, ecc., il tutto nel nome dell’allaccio dei rapporti.

Una vera rivoluzione digitale, insomma. Non che il web sia cambiato da quel momento, attenzione, perché ancora oggi, a distanza di 13 anni, sopravvivono forum, blog o chat popolati da pseudonimi e nick, ma è innegabile che Facebook abbia contribuito alla identificazione degli utenti del web.

Ma il sistema non funzionava…

Però il “sistema”, dopo pochissimo tempo, iniziò a scricchiolare, perché in effetti la gente gradiva la possibilità di interagire con persone conosciute o di riallacciare i rapporti con persone perse nell’oblio dei ricordi e magari residenti in altre parti del mondo (tanto che, per anni, è sopravvissuta la moda di creare gruppi di gente con lo stesso cognome, per ritrovare radici comuni), ma non gradiva affatto il confronto di idee diametralmente opposte alle proprie.

Insomma, molte persone, restie al confronto e al dibattito, cominciavano a disaffezionarsi allo strumento perché sgradivano la presenza, sulla propria home, di contenuti dissimili dalle proprie convinzioni.

L’algoritmo che ti fa sentire a tuo agio

Zuckerberg, che non è fesso e che spesso ha usato gli strumenti statistici di gradimento del proprio social (abusandone a volte) per capire le tendenze dei propri utenti, ha corretto il tiro creando un algoritmo che si chiama EdgeRank, il quale sceglie i contenuti da far vedere agli utenti in base ai contenuti che essi gradiscono tramite like, commenti e condivisioni.

Oddio, l’algoritmo cattivo è nato “ufficialmente” per gestire l’enorme mole di contenuti pubblicata sul social (quindi sarebbe impossibile mostrare tutto ciò che viene pubblicato dai propri contatti), ma di fatto apre a un nuovo interessante scenario sociale: l’utente viene inserito in una sorta di area di confort, in cui vede solo ed esclusivamente i contenuti di persone con cui interagisce maggiormente e che, quindi, apprezza.

Quello che i cervelloni della Silicon Valley cercano di fare è di trattenere quanto più possibile i propri utenti sul Social, mostrando loro cose che apprezzano. E’ evidente che questo sistema da un lato evita il confronto (o lo scontro) di visioni opposte, ma dall’altro rimbambisce le coscienze perché contribuisce a creare una visione (seppur virtuale) di un mondo conforme alle proprie credenze, illusioni e aspirazioni.

Un modello vincente

E’ inutile dire che il successo di questo “modello” è stato mutuato da altri Social, come Twitter, You Tube e Google Plus ed è stato attenzionato dalla politica globale.

Già, perché Zuckerberg, Larry Page, Sergey Brin e oggi il nuovo CEO Sundar Pichai (vertici di Google) si incontrano regolarmente con la Casa Bianca e persino con il Pentagono per questioni di sicurezza nazionale, ma soprattutto per definire le politiche dell’informazione globale.

Eggià. E’ recente la notizia per cui i vertici di Facebook e di Google hanno siglato un accordo volto a ridurre le bufale e le fake-news su internet. Come? Attraverso potenti algoritmi in grado di riconoscere le notizie false e relegarle nell’oblio della rete (in settima o ottava pagina su Google o in fondo alla home su Facebook), perché al giorno d’oggi le notizie scomode (o false, chissà) non si cancellano più (altrimenti si griderebbe allo scandalo e alla censura) ma semplicemente si relegano in fondo, dove solo gli utenti più certosini arrivano, ma dove la massa di utenti non arriva.

L’Italia finalmente ha una scusa per regolamentare la rete

parlamento

Pare ovvio dire che questo rimedio è stato invocato dalla classe politica e dai media nostrani come un toccasana per l’informazione “vera” (leggasi: di regime), perché, con la scusa della lotta alle bufale e alle fake-news, finalmente si ha una scusa valida per regolamentare un settore delicato e oggetto – da quasi 20 anni ormai – di disegni di legge sempre discussi ma mai approvati.

Ora, invece, la proposta attuale prevede l’istituzione di un’Autority pubblica e indipendente (anche dal sistema giudiziario) che, attraverso le segnalazioni, provveda a far cancellare i contenuti falsi e diffamatori in modo rapido e autonomo, cioè senza il preventivo passaggio da un organo giudiziale che – data la lentezza delle procedure – non permetterebbe di rimuovere in tempo contenuti potenzialmente diffamatori o pericolosi.

Le intenzioni sono corrette, sì, ma senza un contraddittorio saremo certi che i contenuti siano effettivamente bufale, fake-news, diffamazioni o non invece articoli scomodi al sistema di potere? Se è vero che le Autority sono organismi indipendenti, è anche vero che sono – di fatto e immancabilmente – sbilanciati verso chi li ha nominati (o li controlla o semplicemente ne conosce componenti e dinamiche interne…) piuttosto che verso il semplice cittadino.

Del resto in Italia siamo abituati al fatto che ogni legge liberticida è lastricata di buone intenzioni.

Ma questo sistema che si vuole introdurre in Italia, è già di fatto applicato dai gestori dei Social e tutti quanti ne conosciamo l’uso e le finalità: le cosiddette “linee guida”.

Le linee guida per la moderazione e l’arma della segnalazione

segnalazione contenuti social facebook

A chi non è mai capitato di segnalare a Facebook o a Twitter un contenuto ritenuto offensivo? Si tratti di pornografia, odio o violenza, offese o insulti, più o meno a tutti quanti è capitato di segnalare contenuti sgraditi.

E quante volte Facebook ci ha risposto che i contenuti non sono stati rimossi perché non violano le linee guida? Capita soprattutto quando si segnalano gruppi estremisti che inneggiano all’odio razziale, al fascismo o alla violenza.

Rispettano le linee guida, sì.

Ma l’immagine di un quadro, come il Cupido di Caravaggio, viene immediatamente censurata perché non rispetta le linee guida. Ciò accade da anni ed è successo per un quadro di Modigliani, il Nudo di Courbet e per tantissime altre opere d’arte che contengono pure un accenno di seno! E quindi? Che criteri usa Facebook per stabilire cosa è conforme e cosa no? Per non appesantire la lettura, vi rimando a quest’ottima inchiesta del Guardian.

La realtà è che i Social hanno regole tutte loro per decidere cosa è sconveniente e cosa no, regole che – ovviamente – non sono né democratiche né socialmente condivise da chi usufruisce del servizio, semplicemente sono imposte e decise dagli sviluppatori e dai CEO dei Social, in combutta con la politica e, chiaramente, con i finanziatori.

E’ qui che casca l’asino.

Il caso Tartaglia

Ricordate il caso Tartaglia? L’assalitore di Berlusconi? Successe nel 2009. Dopo il fatto, nacquero diversi gruppi su Facebook, che inneggiavano all’assalitore. Nessuna segnalazione fu sufficiente a rimuoverli, ma bastò una telefonata dell’ex Ministro Maroni al CEO di Facebook per far rimuovere i contenuti.

Ecco, questa è la summa della democrazia sui social. E attenzione, badate bene, non è un problema di poco conto. Qualcuno risponderebbe che i vertici dell’Azienda possono decidere liberamente cosa far pubblicare e cosa no, perché in fondo il Social è casa loro e noi siamo “ospiti”. Ma oggi non è più così.

I social sono una cosa pubblica

I Social influenzano pesantemente ogni singolo aspetto della vita di una persona, persino della vita di un’Azienda o di una formazione politica, sono entrati così capillarmente nelle nostre vite e nelle nostre scelte quotidiane da esserne ormai parte integrante, quindi una discussione sulla democratizzazione dei Social sarebbe più che opportuna.

Andrebbe fatta almeno per riflettere su cosa sia davvero preminente per la tenuta sociale e democratica di un Paese, cioè se contano più le Costituzioni e le Leggi o il capriccio di un CEO che vive dall’altra parte del Mondo e decide le sorti di persone, gruppi, partiti o Aziende, così, magari di testa sua oppure influenzato da finanziatori e potenziali avversari delle sopracitate.

Il problema, come vedete, non è banale e comprende molti aspetti politici e giuridici: dalla gestione dei dati personali alla privacy degli utenti, all’educazione dei figli (come crescerà un figlio se sui social ha accesso libero a contenuti di odio e violenza?), alla diffusione di ideologie e concetti distorti, all’alfabetizzazione emotiva e, non ultimo, alla governance del web.

Gli esperimenti social

Social

Una cosa di non poco conto (se non vi bastassero quelle appena raccontate) è che Facebook ci usa costantemente per esperimenti sociali di vario tipo.

Per esempio, nel 2012 ha controllato quanti utenti iniziassero a digitare uno status che superava i 5 caratteri e che non veniva pubblicato entro 10 minuti dalla composizione. Ciò per capire cosa avrebbero scritto e cosa ha spinto gli utenti a non pubblicare il proprio aggiornamento. Ma non solo.

Le foto profilo con l’arcobaleno (per appoggiare i diritti dei gay) o con la bandiera francese (in segno di vicinanza ai francesi, colpiti dagli attacchi terroristici) non sono altro che esperimenti su cavie di laboratorio (cioè gli utenti che l’hanno fatto…) per capire quante persone si adeguano agli atteggiamenti collettivi e, quindi, sono facilmente influenzabili dalla viralità dei contenuti.

Tra l’altro la sempre più invasiva diffusione di contenuti di bassa qualità, per non parlare delle fake news, alza sempre più l’asticella dell’analfabetismo funzionale, che già in Italia ha raggiunto livelli allarmanti.

Gli esperimenti più nascosti riguardano i gusti e le tendenze commerciali

Quindi ogni volta che partecipi a un test tipo “cosa farò da grande” o “quale personaggio storico sarei” o, ancora, “chi ero in una vita precedente”, sappi che Facebook o aziende controllate, stanno studiando i tuoi comportamenti, i tuoi gusti e le tue tendenze. Perché? Per capire chi sei, cosa fai, cosa ti piace, per chi voteresti (esperimento già fatto nel 2010, con successo, e per cui le influenze sono state significative negli USA…), che gusti sessuali hai, come ti poni con la gente, ecc. Tutto nel nome del “sano divertimento social”, che per te è inoffensivo, certo, ma per loro rappresenta una forma di guadagno, di controllo e di influenza, commerciale e soprattutto politica.

Quindi se ti dichiari antisistema, ma poi partecipi a questi test (inconsapevolmente, ovvio), sappi che sei ben integrato nel sistema e ne esci fuori solo in un modo.

Uscite dai social!

facebook social exit

Uscite dai social non è un’esortazione, perché so benissimo che – almeno nel breve e medio periodo – ciò non accadrà e che ormai siamo tutti assuefatti dalla droga sociale e dal nostro alterego virtuale che ci consente di buttare sui Social tutte le nostre inadeguatezze reali e di crearci un personaggio, più o meno credibile e famoso.

Io, per esempio, non ci sto più. Sopravvivo solo su twitter, consapevole che, purtroppo, è un modo per far conoscere i miei quattro articoli ai miei quattro lettori.

Tra l’altro sappiamo tutti benissimo che la fama sui Social non corrisponde né alla fama reale né ad un nostro appagamento spirituale (né tanto meno materiale…), però anche questo fa parte della pia illusione – tutta moderna – che l’apparire virtuale conta più dell’essere reale.

Uscire è l’unico modo per salvarci

Uscite dai Social non è un’esortazione, è solo la lucida consapevolezza che è l’unico modo per salvarci, per smettere di essere cavie, per finirla di essere influenzati, per tornare ad essere persone e non prodotti e, per l’effetto, per ripristinare – questo sì nel lungo periodo – quel minimo di socialità e senso critico che ci consentirà, un giorno, di riprendere in mano le sorti del nostro Paese e di tornare a leggere, informarci e discutere faccia a faccia, magari arrabbiandoci a voce alta (e non pigiando con forza sulla tastiera e reprimendo quella rabbia annebbiata dalla luce del pc o del telefono).

Insomma, di tornare a quella vita reale fatta di scelte consapevoli che i cosiddetti nativi digitali non riescono nemmeno ad immaginare. Ma ciò non vuol dire abbandonare internet, semplicemente vuol dire abbandonare i Social, che di sociale – francamente – hanno un bel nulla e che ci stanno facendo dimenticare – a poco a poco – la vera socialità, quella fatta di sguardi, parole, toni e gesti che rappresentano la vita vera.

Quella vera, non quella che passiamo rincoglioniti davanti ad uno schermo, illudendoci di essere connessi col mondo ma in cui siamo solo prodotti marci, da svendere al primo inserzionista di turno, per venderci cazzate che non ci servono o per estorcerci (volontariamente, ma in modo indotto) voti e consensi, modificando, senza che noi ce ne accorgessimo, pensieri, ragionamenti, sogni e illusioni.

Il tutto mentre clicchiamo sull’ennesimo like o postiamo il buongiorno caffè? a un contatto, amico e compaesano, che non sa nemmeno chi cazzo siamo. Lui non lo sa, ma un tizio, dall’altra parte del Mondo, lo sa benissimo. E si sfrega le mani.

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La guerra calda tra Usa e Russia

putin assad trump Usa e Russia

Il Congresso USA approva nuove sanzioni contro la Russia, Putin risponde cacciando via 755 diplomatici e impiegati dell’ambasciata americana in Russia (su 1210), mettendosi così in pari con gli USA (455 sono i diplomatici e impiegati russi negli USA) e gli inizi di un agosto così rovente sul piano climatico e geo-politico ci regalano l’ennesimo teatro della guerra calda tra Usa e Russia. Calda come il sole d’agosto al mare, che ti scotta, ti arrossisce e ti spella. Ebbene, sul piatto della bilancia abbiamo diversi attori, tutti protagonisti di una fiction che, secondo alcuni, potrebbe condurci verso una guerra cruenta con la Russia da un lato e l’Europa (quasi) tutta schierata con gli USA dall’altro.

Ma andiamo con ordine e vediamo che è successo.

Gli USA sanzionano la Russia

Pochi giorni fa il Congresso degli Stati Uniti d’America ha votato, quasi all’unanimità, una mozione per inasprire le sanzioni economiche verso la Russia, introdotte dopo l’annessione della Crimea del 2014, ciò per 3 motivi: il primo è perché, secondo loro, il Cremlino avrebbe interferito nelle elezioni politiche del 2016 (quelle che hanno portato alla vittoria di Trump); il secondo per l’annessione della Crimea alla Russia (cosa che agli USA non è mai scesa); il terzo per la guerra in Siria. Mo’ vediamo tutto con ordine. Sta di fatto che Trump tra pochissimo sarà costretto a firmare perché è vero che è fesso, ma sa che se non firma, può dire addio alla Casa Bianca, così, di colpo. In realtà Trump non sa che fare, fosse per lui porrebbe un veto nei confronti del Congresso, ma non può, altrimenti sarebbe tacciato di russiafilia (e gli contesterebbero di nuovo il russiagate), mentre gli USA – si sa – sono russiafobici e quindi ogni scusa è buona per inasprire i rapporti con la seconda superpotenza del Mondo. Ma vediamo i tre motivi che hanno spinto il Congresso a questa scelta.

Il russiagate

Secondo loro le elezioni statunitensi sono state influenzate dalla Russia, da qui è nato il nome russiagate (interferenze russe nelle ultime presidenziali statunitensi). Peccato che si tratti solo di enormi cazzate. Nessuno, finora, è stato in grado di fornire uno straccio di prova che dimostri le interferenze russe nella scelta del Presidente degli USA. Insomma, è solo fantasia statunitense, la stessa che ha portato a innumerevoli guerre (insensate) nella storia.

Crimea e Ucraina

La Crimea è una Regione dell’Ucraina. Dopo la rivoluzione arancione, a seguito del proliferare di gruppi neo-fascisti, pronti ad entrare in Europa, il popolo della Crimea, con referendum, ha scelto di essere annesso alla Russia e, quindi, di staccarsi dall’Ucraina. Né la NATO né l’UE hanno legittimato il referendum (cioè uno strumento democratico che legittima una scelta popolare) e quindi la Russia è andata in soccorso alla Crimea schierando le proprie forze armate. Quest’atteggiamento dispotico non è sceso alla comunità internazionale (in particolare ad USA, Francia e Inghilterra…), che hanno contestato le decisioni del Cremlino, chiedendo, quindi, di apporre pesanti sanzioni alla Russia. In poche parole è come se in una famiglia di divorziati una bambina, molestata dal padre, decidesse di andare a vivere con la madre e il giudice l’ammonisse dicendo che la sua scelta è scorretta e che deve continuare a vivere con il padre molestatore!

La guerra in Siria

Il discorso qui è semplice, anche se spesso viene incasinato dai media. La guerra in Siria inizia nel 2011, con la maledetta Primavera Araba, un movimento spontaneo (seh, seh, proprio…) con l’obiettivo di capovolgere i regimi, ma di fatto pilotato e finanziato dalla NATO. Da allora ad oggi la Siria è stato teatro di guerre cruente tra la popolazione, i terroristi e le due superpotenze: USA e Russia. Entrambe dicevano di voler sconfiggere l’ISIS, ma di fatto gli USA volevano sbarazzarsi di Assad, mentre la Russia lo difendeva. Assad, proprio come Saddam Hussein e Gheddafi, è un dittatore. Ma, a quanto ne sappiamo, è sempre stato un dittatore che ha saputo gestire il proprio paese. Certo, è un dittatore, ma non è molto diverso dai Presidenti USA che si alzano un giorno la mattina e iniziano a far guerre nel mondo…

Sta di fatto che gli USA sono convinti che Assad abbia le famigerate armi chimiche (madò! che scusa del cazzo, non avete proprio fantasia…) e che le abbia usate per attaccare Khan Sheikhoun. La Russia, alleata con Assad (perché in Siria ha diversi interessi economici) dice di no. Gli USA e la NATO dicono di si. E qui scoppia il casino. Putin difende Assad, che dice di non avere armi chimiche, mentre Trump dice di sì. Però possiamo fidarci degli USA? Ecco le ultime cazzate sparate dagli USA per giustificare le proprie guerre:

Numero 1. La guerra in Iraq. Correva l’anno 2003. L’allora Segretario di Stato Colin Powell, presso l’Onu, agitava una fialetta contenente, secondo lui, un veleno militare potentissimo in possesso degli iracheni. Nonostante i dubbi da tutto il mondo, il 20 marzo 2003 gli americani, con Francia e Inghilterra, attaccavano l’Iraq. Poi si scoprirà, dopo l’uccisione di Saddam (con un processo farsa sommario e vergognoso) che l’Iraq non ha armi chimiche manco per il cazzo e infatti, nel 2016, Blair, dopo un lungo processo, si scuserà perché non esistevano prove della presenza di armi chimiche in Iraq. Eh? Ma siamo impazziti? Te ne esci così, bello bello? Una comunità internazionale seria ti avrebbe già sbattuto in galera, tu e quel criminale di Bush.

Numero 2. La guerra in Libia. Correva l’anno 2011. Secondo una fonte poi rivelatasi inattendibile e sempre a causa della stra-maledetta Primavera Araba, Gheddafi stava facendo mattanza delle popolazioni di Tripoli e Bengasi. La realtà è che Francia, Inghilterra e USA volevano trovare un pretesto per accaparrarsi i giacimenti di petrolio e gas naturale della Libia, ma non sapevano come fare. E quindi convincevano la NATO che bisognava intervenire. Faranno solo un gran casino, quel casino che noi italiani ora stiamo vivendo con il dramma degli sbarchi e che i poveri libici vivono quotidianamente con le guerre tribali (che Gheddafi seppe gestire egregiamente). Le notizie si riveleranno false. Non c’è stato mai alcun attacco da parte di Gheddafi. Il risultato: un paese in lotta, con due governi, migliaia di morti innocenti e centinaia di migliaia di profughi che passano da quel Paese e che vengono trattati come schiavi. Però ora il risultato è che Macron può gestire la Libia come meglio gli pare.

La situazione attuale

Quindi come possiamo ora credere agli USA? Come possiamo credere che Assad stia facendo mattanza di civili usando armi chimiche? Putin lo sa ed è per questo che lo difende a spada tratta. Certo, se Assad stesse mentendo, Putin ci farebbe una figura di merda, ma – dati i precedenti – è molto più probabile che a mentire (e a fare future figure di merda, mai però sanzionate) siano gli americani, la NATO e, come sempre, Francia e Inghilterra.

E quindi siamo a oggi. Oggi che Putin, per rispondere alle insensate sanzioni statunitensi, caccia via i diplomatici americani dal territorio russo. Dovranno andar via entro i primi di settembre, a meno che Trump non si metta contro il Congresso e non avvii tentativi diplomatici con il Cremlino.

Una cosa però è certa: da queste tensioni diplomatiche non ne scaturirà una nuova guerra, almeno non una guerra fatta di bombe, armi chimiche, morte e distruzione. La guerra tra gli USA e la Russia è sì calda, ma non calda di bombe, è calda di rapporti diplomatici. Sia Putin che Trump sanno benissimo che – qualsiasi cosa accadrà – nessun missile colpirà il territorio nemico, perché altrimenti si aprirebbe il vaso di Pandora e gli altri nemici dei due Paesi – dichiarati o nascosti – si sentirebbero legittimati a partecipare, ma soprattutto perché gli interessi economici sono preminenti rispetto a quelli bellici. Nessuno dei due Paesi vuole una guerra vera e diretta, semmai il territorio dello scontro tra i due sarà il Medioriente, in particolare la Siria, che rappresenta un boccone geo-politico troppo importante nello scontro tra le due superpotenze, almeno finché Assad resterà fermamente alleato della Russia. Poi si vedrà. Peccato che è quasi impossibile fare previsioni, perché se è vero che la Russia lascia intendere le sue mosse, l’America, con un Trump ballerino e schiavo del Congresso, non ci fa capire le sue intenzioni. Ma forse non le conosce nemmeno lui.

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Macron, Merkel e Tsipras: il buono, il brutto e il cattivo

macron merkel e tsipras

Se vogliamo focalizzare le questioni europee degli ultimi anni, le prime parole che vengono in mente sono: migranti e debito pubblico. E sono temi intimamente connessi, su cui l’Europa si gioca il proprio futuro e che i leader dei Paesi membri potrebbero usare come grimaldello per raddrizzare o distruggere un’Europa allo sbando, sempre più serva di Francia e Germania, che – grazie alle proprie politiche imperialistiche e liberali – usano paesi come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo come colonie in cui insediare le proprie Aziende e Multinazionali e in cui far confluire le politiche di austerità in modo da godere, invece, delle politiche di sviluppo. Detto in altri termini, il nostro Paese, insieme ai Paesi del Sud dell’Europa, è nient’altro che una colonia basata sul logiche capitalistiche: è solo grazie agli sfruttati che gli sfruttatori possono ottenere benessere economico.

Ma cosa c’entrano Macron, Tsipras e la Merkel?

Sono i nomi simbolo di queste due tematiche: migranti e debito pubblico. L’aspetto curioso è che nell’immaginario collettivo (e nei salotti della sinistra radical-chic) Macron è il buono, Tsipras è il cattivo e traditore, mentre la Merkel, burattinaia, resta oggettivamente il brutto. Ma andiamo con ordine e iniziamo dal tema migranti.

Berlusconi e Gheddafi, un accordo di partenariato utile all’Italia

Nel 2008 Berlusconi siglò un accordo con Gheddafi per ridurre il numero dei migranti che giungono sulle coste italiane e per ottenere maggiori quantità di gas e petrolio libico, in cambio della concessione di 5 miliardi di dollari da corrispondere in 20 anni, per risarcire il paese libico dall’occupazione coloniale dal 1911 al 1930.  L’accordo fu subito criticato dalla sinistra, che mal tollerava accordi di amicizia con un dittatore.

Già, un dittatore, che però seppe gestire per 40 anni le tensioni etniche e tenne la Libia fuori dalle logiche terroristiche. Nel 2011, però, la Primavera Araba, un movimento di insurrezione popolare contro le dittature mediorientali, foreggiata e alimentata dalla NATO (guarda un po’…), si estese anche in Libia e gli accordi tra Francia, Germania e USA (ma guarda un po’…) permisero la cattura di Gheddafi il quale fu brutalmente e sommariamente ucciso, probabilmente da soldati francesi o americani.

Poco dopo, com’è ovvio immaginare, la Libia sprofondò in una terribile guerra civile, che vide coinvolte 150 tribù, molte di queste in lotta tra loro, fino ad allora rimaste in pace. Da allora s’insinuarono nel territorio gruppi terroristici, i quali hanno contribuito all’acuirsi del conflitto etnico e oggi il Paese ha due governi, in lotta tra loro, uno legittimo (cioè riconosciuto dalla comunità internazionale), presieduto da Fayez Serraj e uno formato dal generale Khalifa Belqasim Haftar, che ha ottenuto la cittadinanza statunitense ed è tornato in patria per contribuire alla caduta del governo di Gheddafi e che, nel 2011, con un colpo di stato, ha preso il controllo di Tripoli. Oggi controlla la Cirenaica ed è in lotta con Serraj.

Per capire meglio la situazione, va detto che la Libia ha i più grandi giacimenti di petrolio e gas naturale dell’Africa (tra i 10 più grandi del mondo) e che è facile immaginare quanto USA, Francia e Inghilterra siano attratti da queste fonti di ricchezza. Probabilmente, però, né Obama né Sarkozy avrebbero immaginato le infauste conseguenze della loro guerra in Libia, cioè la gran confusione, le innumerevoli guerre etniche e l’impossibilità di controllare i giacimenti, tanto che Obama disse candidamente che quello della guerra in Libia fu il suo più grande errore da presidente.

Macron e gli accordi con Serraj e Haftar

Oggi arriva Macron, l’uomo nuovo, l’ex banchiere d’affari di Rothschild (banchieri e finanzieri che controllano il debito pubblico di numerosi Paesi, tra cui USA, Germania e molti Paesi europei), che proprio ieri, a Parigi, ha aperto un vertice con i due nemici: Serraj e Haftar, facendosi interlocutore per trovare un accordo tra i due. Ovviamente l’interesse di Macron è quello di mettere pace tra i due per ottenere, subito dopo, il controllo dei giacimenti di petrolio (un po’ come fece Berlusconi con Gheddafi) e per gestire i flussi migratori come meglio crede. Infatti sappiamo qual è la sua politica, lo disse pochi giorni fa al vertice di Trieste: accoglieremo solo richiedenti asilo e non “migranti economici”. Ma a decidere chi è richiedente asilo e chi migrante economico è l’Italia (e non è detto che la Francia sarà d’accordo), che dovrà continuare ad accogliere tutti i migranti e che si vede sbattere le porte in faccia dall’Austria, dalla Germania, da tutto l’Est Europa e dalla Francia, che ci nega continuamente l’accoglienza delle navi di migranti e le dirotta verso l’Italia. Macron, a dispetto delle scelte della Commissione Europea e della comunità internazionale, ma soprattutto alla faccia dell’Italia (primo e unico interlocutore con la Libia, finora), ha intrapreso rapporti privilegiati con Haftar, perché sa che è l’unico che può garantirgli sicurezza negli affari libici grazie al controllo dell’esercito, a differenza di Serraj, che gestisce solo un governo fantoccio. Ma pubblicamente Macron ha bisogno di porsi in veste diplomatica, fosse per lui farebbe accordi solo con Haftar per il controllo dei giacimenti.

La crisi greca

Nel frattempo Tsipras, che sta subendo un calo elettorale in Grecia, ha mostrato all’Europa che occorre battere i pugni sul tavolo per ottenere un minimo di considerazione. A distanza di 2 anni dal suo insediamento e nonostante le critiche ricevute dal popolo greco e da buona parte della sinistra europea per il famoso accordo del 12 luglio 2015, con il quale trovò un’intesa con i creditori europei (andando contro al referendum con il quale il 62% dei greci aveva detto NO alla ristrutturazione del debito), Tsipras ha evitato, di fatto, che la Grecia cadesse totalmente nelle mani dei tecnocrati europei e ha più volte minacciato l’Europa che la Grecia non avrebbe pagato i debiti con i creditori (i primi dei quali sono, guardacaso, i Rothschild, padri di Macron) se fossero state inasprite le regole di austerità. Tale atteggiamento non è mai sceso alla Merkel, la quale, già nel 2012, aveva provato a far trasferire completamente la sovranità monetaria dalla Grecia a Bruxelles. Le innumerevoli minacce di far entrare in default la Grecia, sempre quasi concretizzate e successivamente smentite, non hanno mai spaventato il povero e impopolare Tsipras che, anzi, l’8 aprile 2015 volò a Mosca per incontrarsi con Putin e definire un piano di partenariato. E’ interessante riportare le parole del Ministro Panagiotis Lafazanis dopo l’incontro di Tsipras con Putin “potrà segnare una nuova epoca nei rapporti energetici, economici e politici di entrambe le nazioni. Un accordo greco – russo potrebbe anche aiutare la Grecia nei suoi negoziati con l’UE, in un momento in cui l’UE si rapporta con il nuovo governo greco con incredibile pregiudizio, come se la Grecia fosse una semi-colonia. Le istituzioni europee, continuano a incarnare la linea dura della CDU tedesca nei confronti della Grecia, esigendo “riforme” di piena austerità, mentre la stampa anglo-tedesca conduce una campagna affinché Tsipras liberi il Parlamento greco dell’ala sinistra di Syriza e la sostituisca con rappresentanti dell’opposizione!”.

Ora, tale prospettiva fece rizzare i capelli a Merkel, Hollande e Obama, tanto che ripresero gli accordi tra Grecia ed Europa, formalmente per rivedere le politiche greche volte a ripagare il debito pubblico, ma di fatto volte a capire se Tsipras avrebbe rotto gli equilibri europei alleandosi con Putin. Tant’è che il furbo leader greco si presenta oggi, a distanza di soli due anni, in posizione di relativa parità con Francia e Germania (e non, come il suo collega italiano Gentiloni, in posizione di minorità nei confronti di Francia, in tema di migranti, e Germania in tema di debito pubblico). Tsipras, in una recente intervista al Guardian, ha dichiarato che il peggio è alle spalle e che la crescita in Grecia si attesta, nel 2017, intorno al 2%. La stima è prudenziale, visto che la Commissione europea è ancora incerta circa l’esecuzione dell’accordo di salvataggio internazionale, che prevede, in caso di successo, un piano di salvataggio di 86 miliardi di euro. Ma la verità di quest’incertezza è che la Merkel non vuole essere disturbata fino alle prossime elezioni di settembre. Dopo settembre si tornerà a parlare di crisi greca. Tsipras è riuscito comunque ad ottenere credibilità internazionale per aver ottenuto un avanzo primario del 3% (l’avanzo primario è la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi), nonostante le politiche interne di austerity siano state nettamente inferiori a quelle imposte dall’UE e dal Fondo internazionale. Probabilmente Tsipras pagherà lo scotto degli accordi con l’UE perdendo le prossime elezioni, ma lui rappresenta la differenza con Macron, cioè la differenza tra forma e sostanza. In altre parole la differenza tra chi lavora per il proprio popolo, nella consapevolezza dell’impossibilità di uscire dall’Europa (almeno per ora), ma risulta inviso alla popolazione e chi invece lavora per la finanza europea, ma gode di prestigio e credibilità.

Francia e Germania colonizzano tutto

La Germania della Merkel è la principale esportatrice di…debito pubblico! Ebbene sì, la Germania ha circa 1300 miliardi di debito acquistato da stranieri, mentre il debito interno è del 15%, quindi ben contenuto nei limiti europei. E come ha fatto? Guarda caso approfittando della crisi greca e grazie alla partecipazione dei grandi gruppi industriali e finanziari tedeschi in molti paesi extra-UE. Con questi soldi e approfittando della crisi greca, la Germania ha praticamente acquistato tutta la Grecia (la compagnia telefonica Ote, i principali scali aeroportuali, diversi porti turistici, aziende farmaceutiche, chimiche, meccaniche ed elettroniche) al pari della Francia, che non solo controlla numerose attività nel mondo, ma ha anche approfittato della crisi italiana per acquistare banche (CariParma e Bnl), assicurazioni (Nuova Tirrenia), ma non solo: Galbani, la grande distribuzione (Carrefour, Castorama, Auchan e Leroy-Merlin sono francesi), la moda, con Lvmh che detiene Bulgari, Fendi e Loro Piana, mentre Kering ha acquistato Bottega Veneta, Pomellato, Sergio Rossi, Brioni e Gucci. Ma l’elenco è lungo e comprende anche aziende di bici da corsa (Pinarello) e altre piccole e medie aziende del manifatturiero.

In tutto questo desolante quadro i premier che hanno attraversato la crisi economica, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni si sono dimostrati incapaci di fare la voce grossa, anzi, servi della svendita dell’Italia in Europa, hanno messo Tsipras all’angolo e oggi inneggiano a Macron, come il grande leader che valorizzerà l’Europa. E questo servilismo ci ha portati non solo a svendere tutto, anche le imprese fiore all’occhiello d’Italia, ma ad essere trattati come riserva di migranti, senza speranza di poterli ripartire in Europa e senza ricevere in cambio nemmeno un soldo. Quindi a noi i problemi, a loro i soldi. Se questa non è colonizzazione…

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Una civiltà che brucia

civiltà che brucia

Ogni giorno, quando apro un giornale o accedo a internet o accendo la TV, leggo sempre le stesse storie: la disoccupazione in aumento (o in leggerissimo calo, salvo smentite del mese dopo), gente che si ammazza a vicenda spesso per motivi futili, liti familiari sfociate nel sangue, masse di gente disperata che migra (forzosamente) verso il nostro martoriato Paese accanto a masse di giovani (e persino pensionati) che invece emigrano dall’Italia verso Paesi più ricchi, ospitali ed economicamente più accessibili oltre che – ogni estate – roghi e incendi che divampano in tutta Italia, particolarmente al Sud.

I roghi dolosi

In queste ore, per esempio, stiamo assistendo alla distruzione programmata del Vesuvio e si dice che siano stati usati anche dei gatti bruciati vivi per estendere il fuoco. Il tutto, chiaramente, per motivi economici. Smettiamola di pensare che la gran parte degli incendi sia dovuta al fantomatico mozzicone di sigaretta. No, la maggior parte degli incendi è di origine dolosa. Perché? Perché molte zone sono inedificabili, a vincolo paesaggistico o idrogeologico o semplicemente fondi a destinazione agricola. E allora, anziché attendere una lottizzazione (che probabilmente non avverrà mai) è più facile appicciare un fuoco e distruggere la vegetazione. C’è il vincolo di inedificabilità? Chi se ne frega, tanto in Italia nessuno controlla e un amico al Comune o in Regione si trova sempre.

Già, perché la legge 353/2000 non consente destinazioni d’uso diverse da quelle precedenti l’incendio per almeno 15 anni dal rogo e nel 10 anni successivi sono vietate, nelle zone incendiate, costruzioni di qualsiasi tipo. La legge è stata fatta per evitare abusi edilizi. Sì, ma chi controlla? Il Corpo Forestale dello Stato, che ormai è stato smantellato e inglobato nell’Arma dei Carabinieri. Quindi basta aspettare che si calmino le acque e presentare il progetto in Comune. Tanto, male che vada, ci sono sempre le deroghe, le sanatorie e i condoni, per cui tanto si incendia, si attende qualche anno e – puff! – compaiono le prime palazzine o i centri commerciali nei terreni incendiati qualche anno prima.

La crisi morale, demografica ed economica

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La storia ce lo insegna, basta saperla leggere. Ogni civiltà ha un suo epilogo più o meno lungo. Noi siamo arrivati alla fine della nostra civiltà (oddio, rabbrividisco nel chiamarla così). I fatti di sangue cruenti e inspiegabili, i genitori ammazzati dai figli per motivi futili, il tizio che insegue e investe due motociclisti, ammazzandone uno, la ragazzina che accoltella la madre perché scoperta a fumare una canna o i tizi che ammazzano l’amico così per scherzo durante un festino a base di coca e alcool, casi del genere sono inspiegabili se presi così, singolarmente, ma hanno una spiegazione storica.

Sì, lo sappiamo tutti, abbiamo perso i valori, la società è diventata liquida (usando le parole del compianto Bauman) e l’etica capitalistica ha sconfitto l’umanesimo, l’illuminismo, il razionalismo e persino l’idea di Dio sostituendoli con il padre denaro e i figli status simbol, nonché con il nichilismo morale ed etico. Dio è morto, ma è morta anche la ragione, la conoscenza, persino la filosofia morale di Kantiana memoria. L’ideale romantico e il concetto di identità di ottocentesca memoria hanno soppiantato l’uso della ragione. I romantici, che in un certo modo hanno dato via al nazionalismo e al successivo totalitarismo del Novecento, hanno introdotto il concetto di “intuizione”, di “spirito” e persino di “genio”, concetto oggi abusato in ogni contesto, persino quando un idiota fa una cazzata e la posta sui social. Sì, il genio, così come lo intendiamo oggi, non è il “genio” rinascimentale come Leonardo o il “genio” concepito dagli illuministi, ossia quell’individuo che usa la ragione e le conoscenze più alte per creare, ma è chi intuisce usando il senso e il sentimento, ossia una sfera interiore che non può essere misurata in termini oggettivi. E a proposito di individuo, è proprio qui che si sviluppa in modo deforme e difforme rispetto all’Umanesimo il concetto dell’individualismo: nel rapporto tra uomo e Natura, tra uomo e Storia, tra uomo e Società, ogni individuo è diverso perché ogni sentimento, ogni istinto, ogni stato d’animo sono diversi. Ciò che accomuna gli individui non è più la ragione e la conoscenza (che si possono misurare), ma è il sentimento, che però è diverso da persona a persona. Ecco che nasce l’esaltazione della personalità, la rivalutazione dell’Eroe (secondo una distorta rilettura dei miti) e quindi, di conseguenza, lo sviluppo degli istinti più bassi guidati e gestiti dall’Eroe di turno (guardacaso un leader carismatico).

Oggi il sistema capitalistico sfrutta la concezione romantica dell’individualismo per vendere e il sistema politico è imperniato sulla stimolazione degli istinti e la creazione costante di leader in cui riconoscersi e in cui credere ciecamente. Chiunque di noi ha avuto piena fiducia in un personaggio carismatico (che prontamente ha poi deluso le nostre aspettative): un sindaco, un presidente di Regione o anche semplicemente un personaggio noto. E’ l’individuo che ricerca costantemente una figura in cui riconoscersi e sperare, una società coesa e istruita non lo farebbe mai.

Ecco perché la destrutturazione del sistema scolastico, la nascita della conoscenza in pillole ormai strutturata su internet e la diffusione di contenuti tesi a rimbambire le masse sono un’arma contro lo sviluppo della ragione.

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Una scena del film The Island

Un po’ come nel film “The Island”, dove gli individui creati in provetta e pezzi di ricambio di gente ricca e famosa, sono appositamente tenuti nell’ignoranza, con il livello di istruzione di un bambino di terza elementare, proprio perché non devono conoscere, quindi ribellarsi contro il sistema che li sfrutta e li usa come pezzi di ricambio e quindi essere liberi. Il film è a lieto fine: la gente scopre la verità e diventa consapevole del proprio ruolo. Nella realtà, invece, siamo lontani da questa consapevolezza e ci stupiamo di ogni fatto di cronaca inspiegabile, ma che invece rappresenta il campanello d’allarme di una società in declino. Le migrazioni forzose e di massa, le guerre, l’economia stagnante, i fatti di sangue, persino la bassa natalità sono gli elementi che ci segnalano la morte della nostra società.

Noi siamo la curva calante di un percorso storico ormai alla fine. Proprio come l’Impero Romano d’Occidente.

La caduta dell’Impero Romano e gli elementi in comune con la nostra civiltà

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Già, l’Impero Romano cadde perché era giunto all’apice della sua grandezza e le spinte indipendentiste da parte della Periferia dell’Impero erano molte. Secondo molti storiografi l’Impero cadde soprattutto per questi motivi:

  • enorme calo demografico (dovuto a guerre, carestie e alle malattie);
  • crisi economico-produttiva che aveva provocato un’alta inflazione e il crollo dei commerci;
  • enorme migrazione dei romani di città (cioè dei cittadini dell’Impero) sia a causa delle guerre, ma soprattutto della povertà;
  • ingiustizia sociale, che vedeva i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, contribuendo alla perdita di coesione sociale;
  • corruzione politica, eccessivo peso fiscale e mancanza di fiducia nel potere centrale di Roma.

Non so voi, ma a me sembra che ci siano gli stessi identici elementi che caratterizzano la nostra società: calo demografico e calo delle nascite, crisi economica e produttiva, con aziende che chiudono o delocalizzano gli stabilimenti all’Estero e piccole attività commerciali che falliscono; “fuga dei cervelli” e dei pensionati all’Estero, i primi per cercare opportunità lavorative e i secondi per cercare di campare con la misera pensione italiana; ingiustizia sociale netta ed evidente, con la scomparsa della classe media e l’acuirsi della forbice sociale tra ricchi e poveri; corruzione politica sia centrale che periferica (ogni giorno sentiamo di politici, amministratori o imprenditori arrestati per corruzione), eccessiva pressione fiscale e scarsa fiducia nella politica da parte degli italiani, tanto che oggi si parla spesso di “antipolitica”.

Le migrazioni incontrollate

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So che apparirò antipatico e impopolare nel parlare di questo argomento, ma le migrazioni di massa che si stanno verificando negli ultimi anni non sono certo paragonabili alle invasioni barbariche della caduta dell’Impero Romano, ma hanno elementi in comune. Anzitutto i numeri eccessivi, che non permettono il lento e graduale processo di integrazione, poi la gestione incontrollata e spesso approssimativa, che li costringe a vivere per lungo tempo in centri di accoglienza simili a carceri, in cui si acuisce lo scontro sociale e si formano i primi germogli di intolleranza, poi le città, che spesso vengono “suddivise” di fatto in quartieri auto-ghettizzati in cui i processi d’integrazione sono difficili se non addirittura osteggiati. Per non parlare poi dello sfruttamento del lavoro nero e schiavizzato, oltre a quello della prostituzione, che non rendono facile il processo d’integrazione, anzi, contribuiscono allo scollamento e all’odio sociale. Dati i numeri elevati, le crisi che attanagliano l’Occidente e l’incapacità effettiva di creare una società multietnica e pacifista, arrivo a pensare che si tratti di invasione. E attenzione, non di invasione volontaria da parte dei migranti. Non andiamo a guardare le singole storie, altrimenti perdiamo di vista il macro-processo. No, parlo di invasione di fatto, a tratti spontanea e a tratti forzata, che porterà presto alla disgregazione sociale e all’acuirsi dell’odio razziale, un odio che ci portiamo dietro dal romanticismo e dal nazionalismo e che è figlio della cultura individualista di stampo ottocentesco.

Dalla storia, come sappiamo, non abbiamo imparato niente. Né dal crollo dell’Impero romano né dalla formazione dei totalitarismi. Niente.

Tutto sommato, però, va bene così. Ogni civiltà nasce, cresce e muore, a volte nel peggiore dei modi. L’unico mio cruccio è che né io né i miei figli e forse nemmeno i figli dei miei figli vedranno il sorgere della nuova civiltà. Peccato. Spero solo nella prossima vita di rinascere gatto. Quello sì che è il vero eroe e simbolo dei nostri tempi.

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Il G20 spiegato semplice

g20 amburgo
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Oggi si conclude il vertice dei G20, cioè dei leader di 20 Paesi del Mondo, con a tema “Dare forma a un mondo interconnesso”. Gli argomenti trattati sono molti: finanza, economia e commercio internazionale, ambiente e clima, lotta al terrorismo, guerre, migrazioni, ecc.

Ora, al di là dei discorsi lunghi e a tratti complessi fatti dai vari leader, del politichese, degli argomenti ostici e spesso poco comprensibili dal grande pubblico, ciò che ci fa capire come funziona il G20, il G7 o comunque i rapporti internazionali è qualcosa di facile e ora ve lo spiego.

Gli accordi del G20

In questi vertici, di solito, i grandi della Terra fanno degli accordi su diverse tematiche, le più importanti sono: finanza, commercio, ambiente e lotta al terrorismo.

Di solito i vertici si concludono sempre con un accordo.

Ad esempio: dobbiamo ridurre le emissioni di C02 del 25% entro il 2030. Ok, semplice no? L’accordo è stato trovato, però bisogna metterlo in pratica. Poniamo, per esempio, che l’Italia, che ha firmato l’accordo, si è dunque impegnata a ridurre le emissioni di C02. Quindi si dà il caso che sin dal giorno dopo, per esempio, imponga all’ILVA di Taranto o alla centrale ENEL a carbone di Brindisi di ridurre le emissioni in atmosfera. E’ la mossa più logica, no? Invece non fa niente.

Allora, per esempio, immaginiamo che voglia incentivare gli automobilisti a cambiare le vecchie auto e introduca degli incentivi per acquistare, poniamo, auto ibride o a GPL o a metano. E invece no. Semplicemente non fa nulla.

E l’accordo? Vabbè, al prossimo vertice l’Italia dirà che “l’impegno del nostro Paese è massimo nel ridurre le emissioni” e con questa frasetta si beccherà l’applauso della platea.

Invece, poniamo che si giunga ad un accordo di libero scambio con gli USA e l’accordo prevede che siano ridotti i dazi doganali e favoriti i commerci tra Italia e USA, garantendo, per esempio, 1000 tonnellate di merci esportate al mese. Il leader statunitense tornerà a casa e dirà alle grandi aziende: “ok, ora potete esportare tutto quello che volete, senza controlli di qualità sulle vostre merci”.

Le aziende statunitensi festeggiano l’accordo raggiunto e già immaginano di aumentare il fatturato.

Il leader italiano, dal canto suo, tornerà in Italia e dirà a Coldiretti o a Confindustria: “ci sarebbe la possibilità di esportare negli USA, però l’accordo prevede che dobbiamo garantire almeno 1000 tonnellate di merci al mese”. “Ehm – dirà Coldiretti – noi non ce la facciamo”. “Cacchio! – dirà Confindustria – noi già stiamo in crisi e non possiamo garantire un quantitativo simile!”. Quindi, di fatto, l’accordo è unilaterale e premia il più forte e il più furbo.

Qui lo dico e qui lo nego

Un’altra sfaccettatura degli accordi internazionali sta nel fatto che tanto quelle sono solo parole, scritte sì, ma pur sempre parole.

Gli accordi non sono legge né sono vincolanti per i Paesi firmatari.

Oddio, alcuni lo sarebbero, ma tanto al prossimo vertice una scusa si trova sempre e comunque gli accordi più delicati (tipo quelli sul clima) hanno scadenze lunghe e spesso, nel frattempo, il leader è cambiato.

La metafora del bullismo nel G20

E veniamo all’ultimo aspetto per comprendere meglio come funzionano i rapporti internazionali.

L’aspetto più importante sono i toni cordiali e amichevoli tra leader di Paesi avversari, tipo USA e Russia o Germania e USA. Lì, sul momento, so tutti baci e abbracci, poi, tornati nei rispettivi paesi, si torna ad essere avversari.

E’ chiaro, inoltre, che il leader del Paese più forte economicamente e più cazzuto militarmente è quello che fa la voce grossa e cerca di intimorire e addomesticare i leader di paesi più deboli.

Lo fa spesso Trump, quando dà la mano ai suoi colleghi (oppure la nega) oppure Putin, quando lancia sguardi e battutine per far capire che lui sembra fesso, ma non lo è.

Certo, questi atteggiamenti possono scatenare o far terminare guerre che portano morte e distruzione in tanti paesi, e infatti oggi Putin e Trump hanno trovato un accordo per il cessate il fuoco in Siria.

Vedremo quanto dura.

Fatto sta che la politica internazionale si può simbolicamente ricondurre al quanto piscio più lontano di fanciullesca memoria.

Tutto il resto è contorno, anche le proteste.

Anche quelle fanno parte del folklore, perché chi protesta e distrugge, nell’ambito degli svariati G7 o G20, dopo aver sfogato la propria frustrazione, tornerà sulla sua Mercedes, pronto a ingozzarsi al Mc Donald e a tornare il lunedì mattina alla scrivania di una multinazionale che gli dà il pane (del Mc, chiaro).

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