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La repressione è di per se stessa una strategia

questione arabo palestinese e repressione del dissenso, febbraio 2024

Un racconto di fantasia ambientato durante i fatti di Pisa del 23 febbraio 2024. Un racconto in cui il protagonista riflette sulla questione palestinese, la lotta di classe, la repressione e la fragilità del potere.

Il titolo dell’articolo è preso da un articolo di Wu Ming 5 intitolato Ma chi cazzo è ‘sto Frank Henausen che nominate sempre? Apparso su Giap, n. 1 (nuova serie), Genova e oltre: dal tempo del racconto al tempo del progetto, 26 luglio 2001 poi confluito nel libro Giap ! Tre anni di narrazioni e movimenti (2003).

L’articolo parla degli assalti della polizia a Genova nei confronti dei manifestanti e ne prendo alcuni stralci.

Sono stati assaliti con ferocia. Sono stati assaliti con metodo. Sono stati assaliti con ripugnante efficienza. Il giorno prima un carabiniere ausiliario, età vent’anni, si era fatto latore di un messaggio diretto a ogni uomo e ogni donna in quella moltitudine (il riferimento è all’uccisione di Carlo Giuliani, ndr). Il messaggio era giunto, puntuale. Tragico, non certo inaspettato. L’euforia politicista dei giorni, dei mesi precedenti il G8 lasciava il campo ai dubbi, all’angoscia. La repressione del resto è di per se stessa una strategia. Disarticolare, rompere i vincoli di solidarietà, gettare nello sconforto, nella disperazione.

Gli eventi di Pisa e Firenze dei giorni scorsi mi hanno fatto tornare la mente a quei giorni di Genova e al fatto che tutte le volte che il potere ha paura della testa pensante della moltitudine, mostra la sua vera faccia e ne ordina la violenza, metodica, ingiustificata, sproporzionata. Ma per il potere le conseguenze da pagare (sul piano politico e giudiziario, qualora ce ne fossero!) sono di certo inferiori al vantaggio che ne trae: lanciare un messaggio alle piazze e a chi, magari, sente l’esigenza di popolarle ma ancora non lo fa. Statevene a casa, pensate ai fatti vostri, fregatevene se nel mondo regna l’ingiustizia, il terrore e, come oggi, lo sterminio di massa da parte di un popolo (o quantomeno, delle sue elites, appoggiate da una fetta consistente di popolazione) nei confronti di un altro popolo. Se non lo fate, ecco cosa capiterà.

Questo è solo un racconto

Questo non vuol essere un articolo di riflessione, di analisi politica o geopolitica, ma un racconto. Il racconto di Giacomo che, dopo più di vent’anni, superato il trauma di quei giorni a Genova e il torpore dell’individualismo, torna in piazza, riflettendo su quanto è accaduto e quanto sta accadendo ora, per assistere nuovamente alle violenze estreme della polizia nei confronti suoi e di giovanissimi ragazzi.

Buona lettura.

Pisa, 23 febbraio 2024

Faceva freddino quel giorno. Non di quel freddo che ti ci aspetti a febbraio, ma l’umidità faceva la sua parte e, nonostante i dieci gradi buoni, il freddo ti penetrava nelle ossa. Giacomo si tirò su la zip del giubotto, si sistemò la sciarpa, guardò fuori dalla finestra verso il cielo e, per precauzione, prese anche l’ombrello.

Uscì di casa fischiettando. Non pioveva, ma il cielo grigio non prometteva nulla di buono. Non sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo dei suoi problemi quel giorno.

Gli aspettava almeno una mezz’ora buona di camminata. L’appuntamento era in Piazza Dante e lui partiva da San Giusto, una zona piuttosto tranquilla, dove le case costano un po’ meno per via della vicinanza all’aeroporto.

Durante il percorso, osservando distrattamente le auto, i pedoni, i ciclisti, le mamme che portavano i bambini a scuola, gli africani in piedi alla fermata del bus e le anziane che facevano la spesa, non potette non pensare che in quel momento, ad una manciata di km più a Sud, c’era gente che avrebbe sognato quella quiete, il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione, come diceva William Rookwood, alias V., nel suo celebre discorso in cui incitava il popolo di Londra a scendere in piazza.

Eppure quella gente, martoriata da quasi ottant’anni e sempre resistente, oggi sta subendo il peggiore attacco mai visto durante il lungo conflitto.

Gente che improvvisamente ha perso tutto: casa, amici, familiari. Vite spezzate da un giorno all’altro e ridotte a dover campare di stenti. I più fortunati, cioè quelli rimasti vivi, forse sognano di morire, di ricongiungersi ai propri cari, brutalmente uccisi e a cui è stata negata pure la sepoltura, perché è meglio la morte che il restare soli, senza cibo, acqua, medicine, senza un tetto sotto cui ripararsi.

Fonti del Pentagono dicono che finora siano stati uccisi venticinquemila solo tra bambini e donne.

Questa non è una guerra, è un genocidio.

Già, perché la guerra ha le sue regole. Nonostante la brutalità, il sangue versato, gli interessi spesso altrui che sottendono questi conflitti, comunque un minimo di regole ci stanno. Tipo, per esempio, evitare di uccidere i civili inermi, specie i bambini o gli anziani, ed evitare di colpire palazzi civili, ospedali, campi improvvisati dove si radunano i profughi, mense dove vanno a sfamarsi.

E invece no. Gli ospedali sono stati rasi al suolo, con i medici ed i pazienti dentro. Per quelli che ancora funzionavano, è stata staccata la corrente elettrica, per cui i pochi e poveri macchinari che ci stavano dentro non erogano più ossigeno né è più possibile operare d’urgenza.

Giorni fa è avvenuto un altro abominio. Se questi non fossero già stati sufficienti.

L’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro i profughi che si ammassavano davanti ai camion che distribuivano il pane. Lo hanno ammesso loro stessi, che centoquattordici persone sono state uccise mentre tentavano di sfamarsi.

Tra i soldati israeliani che hanno aperto il fuoco, così tra quelli che hanno ucciso donne e bambini, ci sono alcuni dei trecentomila riservisti israeliani, richiamati dal proprio paese per “servire la patria”. I riservisti sono persone come me, come te, come tuo fratello o mia sorella, che vivono sparsi per il mondo, fanno un lavoro come il tuo o come il mio, ma che hanno scelto di entrare nell’esercito e di farne parte se il governo li reclama.

E il governo di Tel Aviv li ha reclamati.

Perché si è reso conto che la guerra, così come la vuole Netanyahu, non si può fare con un esercito regolare.

Perché non è una guerra.

Quindi non mi sento di condannare chi dice che il massacro non è solo questione di rapporti tra il governo “legittimo” di Israele ed i “terroristi” di Hamas, ma è una questione culturale, che coinvolge tutto il popolo israeliano, o almeno una parte significativa. Trecentomila riservisti significa una città grande quasi quanto Firenze. Una intera città disposta ad ammazzare donne, bambini, anziani, a far fuoco su chi cerca il pane, a fare irruzione negli ospedali e ammazzare i malati. Una città grande quasi quanto Firenze significa che dietro di loro c’è un numero indefinito di chi, più o meno in silenzio, li sostiene, li appoggia, approva il massacro. Per cosa, poi? Per più terra, più acqua, più risorse.

La differenza tra una guerra e un genocidio sta proprio in questo: la guerra si fa tra eserciti, regolari o meno e si fa per obiettivi strategici. Occupare una città, prendere il controllo delle reti di comunicazione, assaltare i palazzi del potere, accerchiare le truppe e metterne in fuga altre. Insomma, qualunque sia l’obiettivo, in guerra i civili non vengono toccati e, se succede, capita quasi sempre per sbaglio. Le mele marce ci stanno, certo, e ci stanno gli eccidi, le rappresaglie, le deportazioni. Ma non c’è uno scientifico, metodico e crudele disegno di sterminare una intera popolazione, colpendo case, ospedali, mense, rifugi, tendopoli. Non si spara ad altezza d’uomo (e di bambino) con il chiaro obiettivo di fare fuori persone inermi e indifese.

Questo è un genocidio, non è una guerra.

Giacomo, preso da questi pensieri che gli facevano ribollire il sangue, era quasi giunto in San Martino, dove iniziava a vedere le prime, colorate, bandiere della pace. Ragazzi e ragazze chiacchieravano, mentre le bandiere sventolavano. Decise di accodarsi a loro e di tenere il loro passo, giusto per sentire di cosa parlassero.

Chiacchieravano, con discorsi random, della serata precedente e di quel locale dove suonavano Jazz, dell’esame che la ragazza aveva cannato la settimana prima e che se non lo passava al prossimo appello i suoi le avrebbero fatto il culo. Lui, controllando ogni tanto lo smartphone, leggeva ad alta voce le notifiche dicendo che sì, Guido ci sarebbe stato al corteo e che Monica era già lì e diceva che c’era un sacco di gente, di ogni età.

Meno male, pensò tra se e se Giacomo. A quarantadue anni suonati era felice di non essere l’unico “vecchietto” al corteo. Lui che, a vent’anni, ne aveva macinati di km per strada, nei cortei, a Firenze, Pisa, Milano, Verona, Trieste, Roma, Napoli, Palermo, persino a Porto Alegre nel gennaio del 2001 e poi, alla fine, a Genova, nel luglio dello stesso anno.

Da quell’anno smise di frequentare le piazze, se non per qualche sporadica iniziativa. Si laureò, trovò un lavoro e si rintanò nella quiete della vita privata. Seguiva sempre con molto fervore la politica, ma si rendeva conto che man mano che passavano gli anni, diventava sempre più degradante e sempre meno stimolante. Forse era lui ad essere cambiato o forse non riusciva più ad identificarsi in una soggettività politica tra quelle che proponeva il mercato.

Già, perché quando ascoltava i dibattiti dei leader nazionali, gli pareva che fossero in un mercato anziché in una tribuna politica e anche le misure che proponevano sembravano slogan da mercato invece che azioni politiche volte a difendere gli interessi pubblici.

Più passava il tempo e meno le istanze sociali venivano trattate. Il mercato libero – quello vero – dilagava ed erodeva i diritti delle fasce più deboli della popolazione e, nel mentre, erompevano nel dibattito politico i diritti individuali, le differenze di genere, i temi del fine vita, della procreazione assistita, ecc.

Temi importanti, sì, ma secondari.

Prima i diritti sociali, poi quelli individuali. Invece oggi avviene il contrario, per rafforzare l’individualismo, indebolire il collettivismo e rendere le masse più controllabili.

La gente, così come lui stesso, si sentiva quasi annichilita e fatalista dinanzi ad una realtà che pareva l’unica possibile. Se sei povero, perché provieni da una famiglia povera, non potrai mai avere le stesse chanches di un ricco. Ma sta’ tranquillo, perché uno su mille ce la fa. Guarda i modelli che ti proponiamo in TV e seguili, anziché combatterli.

Non pensare che il potere, l’ordinamento, il governo o la tua regione o l’Europa debbano applicare i tuoi diritti fondamentali. Vuoi una casa? Fatti un mutuo! Non puoi? Allora ciccia. Lavora come un mulo, anche a nero, anche senza contributi, senza CCNL, senza tutele, e pagati un affitto! Non esistono più case in affitto perché il mercato preferisce gentrificare? Allora vattene in periferia o in qualche borgo, distante dalla città! Lì non hai le stesse opportunità che hai in città? Il divario territoriale è troppo ampio? Non c’è manco un ambulatorio? E sticazzi, tornatene in città! I rincari dell’energia, delle materie prime, del carburante, del cibo, degli affitti, dei mutui, di questoequell’altro erodono lo stipendio e pure i risparmi? Che ci vuoi fare, è il mercato, baby. Pesce grande mangia pesce piccolo, nossai? E’ questa la realtà, non esistono alternative, e se non sei competitivo, soccombi.

Dov’è finita quella lotta di classe che, quantomeno, per un breve periodo, ha costretto il potere a fare i conti con la piazza? A concedere qualche – seppur minimo – diritto sociale? Alla casa, alla salute, alla mobilità, alle pari opportunità?

E’ finita perché la piazza non parla più. Dal Settantotto. Ed è stata fatta tacere proprio dal potere, con la repressione. Poi si è ripresa, ha ripreso in mano i temi di un ventennio prima, aggiornandoli alla globalizzazione ormai imperante, si è riorganizzata e che è successo? Di nuovo repressione.

I pensieri correvano veloci e confusi, esattamente come il passo di Giacomo. Perso nelle sue mille elucubrazioni, aveva perso di vista i ragazzi.

A ponte di mezzo, però, li aveva ritrovati.

Erano fermi a chiacchierare con altri ragazzi, un paio con delle bandiere dei Cobas e altri avevano bandiere di Rifondazione. Chissà da quale polverosa scatola le avevano dissepolte…

Li superò e, con la coda dell’occhio, riconobbe un suo ex compagno di facoltà, che ora faceva il ricercatore in diritto dell’Economia a Giurisprudenza. Anche lui si stava dirigendo verso Piazza Dante? Dall’abbigliamento, informale e casual – una rarità vederlo vestito così! – pareva di sì.

Percorse borgo stretto, svoltò verso piazza delle Vettovaglie, dove era in corso il consueto mercato (quello buono, però!) e sbucò in via Curtatone e Montanara. Si fermò ad osservare il palazzo della Sapienza, oggi così musealizzato rispetto a come l’aveva lasciato vent’anni prima, ed arrivò in Piazza Dante, dove un mucchio di gente era radunata in attesa di iniziare il corteo.

Vedere questa moltitudine colorata, allegra e pacifica, gli ha fatto tornare alla mente quel vecchio articolo di Wu Ming 3, che, a proposito di movimenti, diceva pressappoco così

attraversa le città come una scossa vivificante, si sparge come unguento benefico a rigenerare tessuti sociali lacerati, mortificati, impoveriti, incattiviti. Passa e semina domande, energia, intelligenza; passa e dona speranza, senso, calore. Arriva suscitando allarme, diffidenza, paura, se ne va lasciando un segno difficile da cancellare di convivenza, possibilità di altre relazioni, restituzione ai luoghi stessi come di una loro funzione originaria ed esclusiva, culle della comunità umana. Si tratta, in tempi di enduring freedom, di una qualità, di una virtù appunto, quasi miracolosa: riaccendere la fiducia nelle capacità di una moltitudine di diversi di incontrarsi per arginare, dal basso dei senza potere, il collasso dell’ecosistema e il disastro di una politica imperiale paranoica e omicida. (Wu Ming 3, Prima Firenze, poi il pianeta, 12 novembre 2002).

La piazza ha sempre terrorizzato il potere. La moltitudine è in grado di spezzare equilibri geopolitici, di rompere gli schemi preconfezionati da qualche forum economico mondiale o da qualche G8 o da pochi CdA dall’altra parte del mondo, per metterla in culo alla moltitudine stessa.

A questo punto dei suoi pensieri, come un flash, gli è venuta in mente quella vignetta in cui tanta gente sta in piedi sopra un’asse di legno, collocata su un burrone e al cui estremo, c’è il potente, che fa comizi, blatera, promette (e non mantiene).

potere e popolo

Uno di loro fa per andarsene e ti vien da pensare: “se se ne vanno tutti, il potere cade”.

‘Sta cosa ricorda pure la dialettica servo-padrone di Hegel. Il servo sconfigge il padrone solo se non ha più nulla da perdere ad andarsene da quell’asse. E, in fondo, cos’hanno da guadagnarci quelli che ci restano?

La moltitudine è questo: è un tentativo di riunirsi, stare insieme e sprigionare dalle singole intelligenza un’intelligenza collettiva che genera nuove connessioni neurali, nuovi modi di pensare, nuovi interrogativi (che ci facciamo su quest’asse?) nuovi obiettivi, tutto dal basso.

La moltitudine, il movimento, sono l’anomalia sistemica che tanto spaventava l’Architetto in Matrix. Sono quell’aspetto che nessuna intelligenza artificiale potrà mai prevedere, gestire, catalogare, regolare, normalizzare.

Certo, qualcuno avrebbe da obiettare che in Matrix l’architetto si riferiva alla scelta, non alla moltitudine. Ma quali scelte avrebbero prodotto Neo o Morpheus senza Zion? Cioè senza una moltitudine di persone libere, che hanno prodotto loro stessi le figure che poi, individualmente, avrebbero affrontato il mondo delle macchine?

Senza l’intelligenza collettiva siamo deboli, soggiogabili, monadi isolate incapaci di contrastare la globale e organizzata arroganza del potere.

Quest’ultimo pensiero fu scosso da una sonora voce al megafono che preannunciava l’inizio del corteo.

La gente si muoveva, fluida ed elegante, e Giacomo decise di mettersi nel mezzo, tra un gruppetto di palestinesi, vestiti in jeans ed eskimo verdi e un gruppo di ragazzine, con le kefiah al collo e le bandiere della Palestina sulle rispettive spalle destre.

L’immagine gli ricordò la compostezza dell’addestramento militare.

Bandiere anziché fucili. Che bella immagine.

Perse la cognizione del tempo e dello spazio.

In quel corteo così gioioso si percepiva allo stesso tempo la tristezza per quanto sta accadendo, ora, in questi minuti e da ottobre ad oggi, in un altro spazio, ad altre sorelle e fratelli.

Il chiacchiericcio scomposto delle singole voci veniva interrotto ogni tanto da qualche free free Palesine, cantato in coro o da qualcuno che, di tanto in tanto, fermava il corteo per parlare al megafono. Le analisi dei giovani universitari o di ragazzini delle superiori, erano sempre ben chiare, argomentate, supportate da dati. Giacomo apprezzò questa lucidità di analisi da parte di giovani che, a differenza sua, non hanno avuto tutte queste possibilità di farsi un’ossatura politica. Ai suoi tempi c’era ancora qualche sezione di partito dove farsi le ossa o qualche centro sociale dove la sera si discuteva, si analizzava, si approfondiva, ci si confrontava e si cresceva politicamente.

Però, a differenza di allora, oggi c’è la rete web. Allora era ai primordi e in pochi se la potevano permettere. Oggi è ovunque, ci segue ovunque e, se usata bene, può fornire un sacco di informazioni e può creare consapevolezza. Basta saper selezionare le fonti…

Il corteo si muoveva lento e ogni tanto Giacomo osservava le facce dei passanti o di chi, sui marciapiedi, si fermava ad assistervi. Facce tranquille, rilassate, qualcuna incuriosita. Mai la gente ha avuto paura dei movimenti, tranne quella che si fa infinocchiare dalla TV. Il megafono del potere, il distorsore della realtà, la fogna dove imperversa la cultura dell’ignoranza. Un’arma di distrazione di massa, come recitava quel programma della Guzzanti di una ventina d’anni fa.

Difatti chi resta oggi in TV a difendere la ragion critica? In quegli anni difendemmo a spada tratta la Guzzanti, Biagi e Luttazzi contro l’editto bulgaro di Berlusconi. Poi, pian piano, i temi della libertà di pensiero in TV son passati di moda e oggi abbiamo Fedez come modello e portavoce della sinistra.

Dove abbiamo sbagliato?

Senza nemmeno accorgersene e cullando i suoi pensieri con il vociare dei ragazzi, ora era arrivato in via San Frediano e il corteo si avviava alla conclusione, in Piazza dei Cavalieri.

In lontananza, però, si intravedeva qualcosa di azzurro che ostruiva la strada. Un furgone? Cosa diavolo era?

Più il corteo si avvicinava e più si faceva chiara la situazione: la polizia aveva del tutto serrato la strada, con un furgone cellulare e, attaccati al furgone, decine e decine di poliziotti in tenuta antisommossa.

Giacomo si stupì del fatto. Del resto il corteo era pacifico e non s’era verificato alcun reato durante lo svolgimento, eccezion fatta per qualche piccola scritta sui muri, da parte di un paio di ragazzine, che inneggiavano alla Palestina libera o di qualche manifesto squaqquerato qua e là.

Nulla in confronto ai danni all’ambiente e alla salute prodotti da Mc Donald in soli cinque minuti di produzione e vendita di hamburger.

Un agente in borghese si staccò dalla testuggine di scudi, caschi e manganelli e si diresse verso la testa del corteo. Giacomo capì subito che si trattava di qualcuno della Digos e si affrettò per raggiungere la testa del corteo. Qui assistette non ad un dialogo, ma ad un elenco di ordini.

– vi ordino di fermarvi qua, non potete procedere oltre, disperdetevi, chiaro?

E cose del genere.

Qualcuno dei presenti gridò qualcosa tipo che è nostro diritto finire il corteo dov’era previsto, cioè in Piazza dei Cavalieri. Qualcun altro protestò, ma Giacomo non colse tutto ciò che diceva, ma percepì, verso la fine, un vaffanculo.

Meritatissimo, pensò Giacomo.

Al ché Giacomo ebbe l’idea di avvicinarsi ad uno della Digos per obiettare e questi, dopo averlo osservato da capo a piedi con aria schifata, lo invitò ad abbandonare un “corteo di ragazzini”, sputando per terra.

Si sentì offeso e oltraggiato, ma poi si riprese. Del resto non era la prima volta che la polizia lo trattava con sufficienza.

Si accodò alla testa e decise che lì sarebbe restato, fino alla meta, in Piazza dei Cavalieri.

Il corteo procedeva sicuro e nessuno avrebbe mai immaginato i fatti a venire.

Avvenne tutto in un lampo. Nessuno riuscì a capire come fosse iniziato. Se erano stati loro ad attaccare per primi o chi era in testa aveva deciso di sfondare il cordone.

Col senno di poi Giacomo escluse la seconda ipotesi. Nemmeno all’epoca delle tute bianche ci si sarebbe sognati di affrontare la polizia, noi protetti con copertoni usati e scudi in plastica e loro con manganelli, spray al peperoncino, pistole e scudi in plexiglass duro.

Naaa, impossibile che quattro ragazzini inermi e senza protezioni si sarebbero sognati di sfondare un cordone, con un furgone alle spalle, per giunta.

Giacomo era in mezzo alla folla urlante quando si vide togliere l’ombrello di mano da un poliziotto che lo usò per colpirlo ripetutamente alla testa. L’ultimo colpo forse sarebbe stato fatale, se non fosse che l’ombrello, di scarsa qualità, si ruppe mentre colpì le nocche delle mani con cui Giacomo si proteggeva la testa. Allora il poliziotto gettò via l’ombrello ormai inutilizzabile e proseguì con calci allo stomaco, intervallati da qualche colpo di manganello sulla schiena, mentre Giacomo, in posizione fetale, pensava solo a proteggersi la testa con le mani.

Il poliziotto, quando pensò che con Giacomo si fosse sfogato abbastanza, se la prese con una ragazzina, tirandole i capelli. Con le lacrime agli occhi riuscì solo ad intravedere gruppi di ragazzini presi a calci e pugni, che urlavano, si dimenavano e tentavano di sottrarsi a quella mattanza.

Restò così per qualche minuto e, nella mente, nella testa dolente e sanguinante, riaffiorarono i ricordi di un tempo.

Via Tolemaide, a Genova, nel luglio del 2001, con i carabinieri che irruppero a sorpresa nel corteo, nascosti in una delle vie laterali, e si divertirono a gettare bombolette di gas lacrimogeno e urticante sotto gli scudi in plastica, provocando decine e decine di feriti, gente che non riusciva più a respirare, che pareva quasi che gli occhi uscissero dalle orbite.

E poi i poliziotti infiltrati nei cortei, che si divertivano a danneggiare le vetrine dei negozi e, il giorno dopo, te li ritrovavi in divisa di fronte, pronti a manganellarti.

Gli tornò alla mente Filippo, suo carissimo amico, sempre fianco a fianco nei cortei, che un giorno, durante una manifestazione nei pressi della zona rossa, fu preso da quattro poliziotti, sbattuto a terra, manganellato e preso a calci ovunque per poi essere caricato su una camionetta e portato via.

Solo due giorni dopo si scoprì che lo avevano scaricato sotto ad un pronto soccorso senza nemmeno prendergli le generalità o accusarlo di qualcosa. Nulla. Fu solo pestato, come se fossero bulli qualsiasi.

E poi i racconti della scuola Diaz, le torture, le umiliazioni di ragazzi lasciati per ore al buio, in piedi, senza cibo né acqua, le vessazioni, gli ordini privi di senso, il giornalista inglese finito in coma per le troppe botte ricevute.

Restò lì, rintronato e con la testa piena di brutti ricordi, che pensava di aver sepolto da qualche parte nell’inconscio, ma che ora riaffioravano e presentavano il conto.

Il conto di una repressione che ha impedito ad una intera generazione di autodeterminarsi, di gridare in piazza un no corale contro lo sfruttamento delle classi povere, il capitalismo fagocitante, le disuguaglianze, lo scempio degli ecosistemi, le derive del consumo. Che ha permesso al potere di riprodurre se stesso grazie alle violenze istituzionalizzate e impunite dopo un decennio di verità giudiziarie lontane da quelle reali.

Tuttavia pensò che, in fondo, non se la passava male. Almeno non rispetto ai suoi compagni palestinesi morti, o costretti a fuggire in Egitto, senza famiglia, senza più una storia, un posto sicuro dove andare. Pensò anche alla fragilità del potere. Spaventato da un corteo di ragazzini. E pensò, mentre tentava di rialzarsi e di accertarsi delle condizioni di salute dei suoi compagni di corteo, che, se il potere reagisce così, è perché siamo sulla strada giusta e abbiamo posto le domande giuste.

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1 thought on “La repressione è di per se stessa una strategia”

  1. bel racconto. Anche io ero a Genova nel 2001 e anche io penso che la violenza di stato ha fatto fuori una intera generazione che lottava e se oggi siamo in questa situazione è anche per colpa nostra che non abbiamo saputo reagire e ci siamo rintanati nelle nostre vite private

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