Cent’anni di Pasolini

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Oggi, cinque marzo, ricorre il centesimo anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini. Un intellettuale a tutto tondo, che ha saputo spaziare dalla poesia alla saggistica alla letteratura, passando per la pittura ed il cinema. Il tutto senza soluzione di continuità e avendo come tema dominante una lucida critica di classe al potere.

Ogni tanto mi piaceva reinterpretare a modo mio le vite degli intellettuali che hanno segnato la mia formazione. Avevo pure in mente, in passato, quando pensavo che questo blog sarebbe stato molto più attivo di quant’è oggi, di inaugurare una sezione dedicata alle biografie.

E così avevo scritto qualcosa su Walt Whitman, Allen Ginsberg, Amelia Rosselli, Alda Merini

Di Pasolini mai. Citato tantissime volte, spesso a vanvera e molto più spesso interpretando erroneamente il suo complesso pensiero, non mi sono mai sforzato di scriverci qualcosa di un po’ più di strutturato. Eppure di fonti (più o meno autorevoli) ce ne stanno a bizzeffe.

Non lo farò nemmeno oggi. Anzi, a maggior ragione oggi in cui si sprecano gli articoli e i documentari che, però, si concentrano sempre e solo sulle stesse quattro cose, spesso decontestualizzate. Per non parlare poi delle pruriginose interpretazioni sulla sua morte.

Mi piacerebbe però condividere con voi, amati quattro lettori, una sorta di biografia che mi è piaciuta particolarmente e che ho scoperto tramite il blog di Wu-Ming.

Eccola.

Si tratta di una serie di podcast, in cui la vita di Pasolini viene raccontata dalla voce di Walter Siti, il suo massimo conoscitore e uno dei più importanti critici letterari e scrittori, accompagnato dal giovane scrittore Gianmarco Perale.

I podcast – realizzata da Chora Media per l’Archivio Luce – sono un viaggio sonoro nei luoghi che Pasolini ha amato, odiato e raccontato e nelle testimonianze che ne ha lasciato.

Il fascismo consumista

Lasciatemi però dire giusto un paio di cose su quanto Pasolini sia citato, ma mai letto a sufficienza per comprenderne il pensiero.

Un pensiero che, ai suoi tempi, fu lucido e capace di cogliere i mutamenti in atto che gran parte degli intellettuali avrebbe iniziato a cogliere solo decenni dopo e solo a cose fatte.

Il riferimento è, principalmente, al ruolo del potere capitalistico, attraverso la società dei consumi, di plasmare le coscienze ed annientare le diversità culturali e di classe.

In molte occasioni Pasolini aveva esplicitato questa sua tesi, parlando di quanto l’omologazione culturale sia più pervasiva dell’ideologia fascista, aiutata dai media che, diffondendone i modelli culturali, schiaccia i particolarismi, le differenze di classe, a tutto vantaggio di un edonismo acritico ed indifferenziato.

Come acutamente osserva Wu-Ming 1 in un saggio critico del pensiero pasoliniano pubblicato nel 2018, che lo stesso Pasolini avrebbe apprezzato e di cui consiglio la lettura (scarica PDF),

L’ideologia fascista, secondo Pasolini, è destinata a soccombere alla società dei consumi. Invece si adatterà perfettamente a essa. Non solo continuerà a esistere, ma saprà riprodursi e trasmettersi grazie all’edonismo degli anni ottanta, attraversando così tutto il ciclo neoliberista.

Pasolini muore pochi anni prima che facciano la loro comparsa i “paninari”, subcultura giovanile che porterà edonismo e consumismo a nuove vette, nata da una subcultura precedente, quella “sanbabilina”, tutta interna al neofascismo milanese (…).

Negli anni novanta una congrega di ex-giovani neofascisti, inclusi alcuni dei sanbabilini di cui sopra, metterà in scena una vaga “svolta” – detta «di Fiuggi» – poi si ammanterà di eufemismi come «centrodestra», allo scopo di andare al governo. Costoro non si distingueranno dallo sfondo della controrivoluzione neoliberista, che amministreranno e della quale saranno parte integrante e festaiola. La rassegna Cafonal del sito Dagospia li esibirà spesso, in perenne transumanza dai party in case di milionari alle notti in discoteche del jet set. Non per questo smetteranno di essere fascisti, di dire e fare cose fasciste. Perché un fascista edonista non è affatto una contraddizione in termini.

Nel secondo decennio del ventunesimo secolo il lifestyle neofascista diverrà identità compiutamente mercificata, con tanto di marchi very cool e articoli griffati. Un’estetica a volte definita «hipsterismo fascista» sarà venduta in forma di abiti, accessori, tagli di barbe e capelli, tatuaggi.

Il legame tra tali merci e l’ideologia fascista verrà esibito senza maschere o cavalli di Troia, perché non si tratterà più di entrare di nascosto da qualche parte, semmai di espandersi, di allargare il bacino dei potenziali clienti. Cascherà a pennello il testimonial illustre: Matteo Salvini (…) griffato Pivert, brand di abbigliamento strettamente legato a Casapound.

Il capitalismo neofascista non farà di tutta l’erba fashion: avrà agenzie di viaggi, società finanziarie, aziende di servizi postali e altre attività, come emerso da numerose inchieste giornalistiche. Ma la produzione principale sarà quella di segni: segni da indossare ed esibire, status symbol. Il neofascismo come business e come griffe, con associato feticismo, quel culto delle “firme” che già i paninari avranno elevato a culto guerresco: chi non le feticizza – perché «darkettone», «metallaro», «cinese» – è un nemico.

Il neofascismo diverrà una delle tante identità acquistabili dal catalogo. Di primo acchito, ciò sembrerà dar ragione a Pasolini, che riduceva l‟essere neofascisti al puro dirsi fascisti.

Ma con quei segni viaggerà un’ideologia, e non sarà solo quella “di default”, l‟ideologia del consumare: sarà ideologia fascista, fatta di nazionalismo, razzismo, sessismo, antisemitismo, falsificazioni storiche. Ideologia per niente “archeologica”, anzi, pienamente up to date. Pericolosa nell’immediato – per i soggetti additati come nemici, soprattutto i migranti – e distruttiva sul piano culturale. A maggior ragione perché, come farà notare Christian Raimo, il lifestyle neofascista non sarà solo una moda: sarà proprio di moda tra giovani e giovanissimi di diverse zone del Paese.

(…) Pasolini metteva in guardia dalla merce come neofascismo, invece abbiamo il neofascismo come merce. Merce inquinante, tossica.

Dunque Pasolini credeva che il consumismo avrebbe inglobato il fascismo storico, quando in realtà ne ha accentuato i caratteri strutturali, xenofobi, razzisti, sessisti, e, anzi, lo ha alimentato.

Del resto se il feticismo delle merci produce consumismo delle coscienze, è chiaro che sarà più facile sdoganare certi fenomeni di pancia basati sull’estetica e sulla frivolezza.

Lo stiamo vedendo proprio in questi giorni, in cui il potere, tramite i media, ci instilla nella mente l’onere di accogliere a braccia aperte i profughi ucraini, in cui ci riconosciamo esteticamente, mentre per anni i leader europei hanno litigato per sbarazzarsi di quelli di carnagioni e culture diverse. E, per giunta, danno contro ad un dittatore russo, facendo orecchie da mercante, però, sulle violenze, quasi decennali, perpetrate dai fascisti ucraini, che si rifanno direttamente all’ideologia nazista.

Se questo non è fascismo.

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