L’importanza del Bosco dell’Arneo

Perché il bosco dell’Arneo ha un’importanza cruciale e perché bisogna salvarlo dalla speculazione edilizia di Porsche, Regione Puglia e dei Comuni di Nardò e Porto Cesareo. Un excursus storico-naturalistico supportato da due fonti eccezionali: il volume Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto di Giacomo Arditi (Lecce, 1879-1885) ed il racconto Non c’è nulla, c’è l’Arneo scritto dagli studenti della II B del Liceo Scientifico Da Vinci di Maglie (2022).

Com’è noto, è attualmente in atto un progetto che intende disboscare centinaia di ettari dell’antico Bosco dell’Arneo per far spazio a nuove piste e nuovi edifici strumentali da parte di Porsche, con l’avallo della Regione Puglia e dei Comuni interessati, quello di Nardò e di Porto Cesareo.

Ma che ci azzeccano un volume storico del 1879 dell’Arditi ed un racconto di giovani liceali scritto nel 2022 con il progetto di Porsche?

Ora lo vediamo. Intanto facciamo un breve riassunto della faccenda. Cosa vuole fare Porsche? Perché disboscare è sbagliato? Com’era il Salento fino al 1879? C’era davvero un bosco? E quanto era esteso? Infine, perché l’Arneo è importante non solo dal punto di vista naturalistico, ma anche storico-culturale?

Il progetto di Porsche per distruggere il Bosco dell’Arneo

Nel 2021 Porsche ha inviato alla Regione Puglia un progetto per allargare la propria pista di collaudo, acquistata nel 2012, ricadente nel Bosco dell’Arneo. Subito la Regione ha detto di sì, senza una adeguata istruttoria e, a procedimento concluso, ha predisposto un accordo di programma subito firmato dai Comuni di Nardò e Porto Cesareo. L’accordo prevede la distruzione di oltre 200 ettari di Bosco antico per far spazio a nuove piste, nuovi palazzi, nuovo cemento.

In cambio Porsche ha promesso poche utilità: un centro di elisoccorso (ma che sarà usato solo da loro), un centro studi sulla biodiversità (quale, poi?), altre sciocchezze e, infine, il progetto di piantare 1,2 milioni di giovani piantine, non si sa con quale acqua. Tra l’altro le giovani piante forniranno gli stessi servizi ecosistemici (v. qui cosa sono) del bosco attuale solo tra centinaia d’anni. Sempre se non seccano prima.

Non approfondisco ulteriormente, perché ne ho scritto più ampiamente qua, analizzando il progetto nel dettaglio.

Ma davvero c’era un grande Bosco nell’Arneo?

No. Il bosco c’era ovunque nel Salento. O meglio, stando alle fonti storiche, in larghe zone del territorio vi erano boschi enormi e variegati per le tipologie di alberi che vi si trovavano.

Il geografo Giacomo Arditi (Presicce, 21 marzo 1815 – luglio 1891), nella sua opera magna, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto (Lecce, 1879-1885) (liberamente consultabile qui! Grazie Getty Research Institute e a chi l’ha caricato!), scrive un dettagliato (e piacevolissimo da leggere) resoconto delle condizioni sociali, economiche, geografiche e naturalistiche dell’antica terra d’Otranto, che racchiudeva tutta l’odierna provincia di Lecce e buona parte delle province di Brindisi e Taranto.

Nella sua opera cita numerosi autori storici, che hanno analizzato il territorio sin dall’antichità: Erodoto, Antioco, Scillace, Tucidide, Pausania, Strabone, Tolomeo, Antonio De Ferrariis Galateo (con il suo De situ Japigiae) e tantissimi altri autori che hanno fotografato, nel periodo in cui scrivevano, lo stato della penisola salentina.

Stando alle sue osservazioni e ricostruzioni, l’antico Bosco dell’Arneo (chiamato, all’epoca, Arnò) era composto da numerose specie, tra cui Olmi, Lecci, Frassini, persino Castagni, e al suo interno v’era un microclima tale da consentire a molte specie animali di viverci.

Così scrive l’Arditi

Delle bestie comuni più esistenti ne noto poche, ma le principali in ciascun genere, come sono (…) tra le selvagge i capri, i cignali, i lupi, le volpi, le faine, le donnole, le lepri, i tassi, i ricci, le beccacce, i tordi, i merli, le allodole, le anitre, le tortore, le quaglie, i beccafichi, ecc. Tra i rettili l’aspide, la vipera, il cervone, ecc. Tra gli insetti le cavallette e fra gli aracnidi le tarantole, ecc. Non prolungo questa tela né m’intrattengo sulle singole piante, per non uscire dalla brevità che mi ho imposta; e perché i noti Professori Giuseppe Costa e Martino Marinosci ne han già scritto e parlato abbastanza, il primo nella sua Fauna Salentina, il secondo nella Flora.

Poi va evidenziato un altro passo

Del terreno vegetale Strabone notò che quantunque esausto di acque, pure squarciato dall’aratro si aveva glebe di grande fertilità, pascoli ubertosi ed alberi fronzuti e fiorenti; il Galateo vi fece eco dichiarandolo salubre e fecondo e tale gli è di fatto, vuoi nella parte erbacea, vuoi nell’arborea.

Dopo una breve presentazione generale del territorio, delle sue genti (definite laboriose, simpatiche, cordiali ed eloquenti) e della struttura della sua opera, l’Arditi inizia a raccontare le condizioni attuali e quelle storiche di ogni singolo paese che compone la terra d’Otranto. Ed è qui, dal collegamento che si fa di ogni racconto, che si evince come ogni area fosse densamente boscata e che vi fossero messe a dimora così tante varietà arboree e erbacee da favorire una ricca presenza animale e una ottima qualità dell’aria, nonostante la scarsità di acque (cosa analizzata nel par. V).

Tuttavia già allora l’Arditi rilevò che

Stando qui, nel territorio, non posso però ristarmi dal riferire e deplorare a caldi occhi due difetti, anzi due colpe, e colpe late: la smania inconsulta adesso più che mai cresciuta di abbattere e distruggere i boschi e le selve cedue; e le paludi che infestano quasi tutti i bordi della Provincia, meno un breve tratto nelle Cenate di Nardò, e la lunga costiera da Otranto – Leuca fino a S. Gregorio. I boschi richiamano le piogge, di cui si ha tanto bisogno, e rettificano l’aria, perché gli alberi in massima decompongono l’acido carbonico, assorbendo il carbonio improprio alla respirazione animale ed emettendo l’ossigeno ch’è il gas necessario alla vita. Quei tali guardano il guadagno d’un momento, divorano in un giorno l’opera dei secoli, e poi? Un danno diuturno ed irreparabile pel pubblico e per loro stessi! L’asino solo guarda il presente, l’uomo sta in piedi, sta tra gli uomini, può e deve guardare ogni onde per sé e pel suo simile, e il sapere sta nel prevedere. La costituzione fisica della nostra penisola e la sua positura topografico-geografica c’impongono di favorire in essa l’incremento della flora arborea piuttosto che sminuirla e disolarla.

Che aggiungere altro? Non parlava l’Arditi di stoccaggio della CO2, ma diceva la stessa cosa. E quale lucida critica alla speculazione! Un fenomeno che porta la ricchezza per un momento (e per pochi), ma impoverisce il territorio e le sue genti per secoli.

L’Antico bosco del Salento

Nella sua dissertazione sui singoli comuni della terra d’Otranto, l’Arditi fa una breve panoramica dell’ambiente circostante e delle peculiarità del territorio, scorgendo che nell’agro di Nardò vi fosse una fitta boscaglia, usata dai nobili del luogo per la caccia della volpe o del cinghiale.

La boscaglia dell’Arnò era un intero bosco, connesso a quello di Porto Selvaggio (salvato grazie al sacrificio di Renata Fonte) per poi collegarsi all’antico bosco Belvedere, tra Maglie, Galatina, Parabita, Ruffano, Taurisano, Poggiardo e Tricase.

Dunque il Salento era un territorio ricco di vegetazione, di cui oggi sono rimaste solo pochissime testimonianze: l’antico bosco Belvedere, il bosco dell’Arneo, il bosco di Porto Selvaggio il bosco dei Cuturi (Manduria), frange di bosco tra Otranto e Leuca (oggi Parco Naturale Regionale Costa Otranto Santa Maria di Leuca e bosco di Tricase), il bosco del Rauccio (Lecce), la riserva delle Cesine (Vernole-Melendugno) e poco altro.

Come ha osservato l’Arditi, la mania di distruggere la vegetazione ha radici vecchie e oggi siamo arrivati allo stremo. Quel poco che ci è rimasto va tutelato, sia per preservare la biodiversità che per salvaguardare la salute umana. Oltre, ovviamente, il paesaggio.

L’Arneo nella memoria storica

Ma il bosco dell’Arneo non è importante solo da un punto di vista naturalistico. Lo è anche da un punto di vista storico e culturale. L’Arneo merita di essere considerato un bene culturale immateriale per le storie che ha prodotto. Questa non è una considerazione personale, ma il frutto del rapporto tra quanto ha espresso il territorio e quello che, secondo l’Unesco, va considerato come tale: un bene culturale immateriale.

L’Arneo bene culturale

E’ ormai un dato acclarato, in conseguenza dell’adesione dell’Italia alle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 17 ottobre 2003), e sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005) effettuata con Leggi 19 febbraio 2007, n. 19 e 27 settembre 2007, n. 167, che determinati ambienti antropizzati, unitariamente intesi, appartengono al concetto di Patrimonio culturale immateriale che include (Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, art. 2)

le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli (…) spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana (…)”

Il bosco dell’Arneo è stato protagonista di storie che hanno contraddistinto fortemente la cultura del nord Salento.

La storia delle rivolte dell’Arneo

Vittorio Bodini
Vittorio Bodini

Il riferimento è alla stagione delle rivendicazioni sociali degli anni 1944-51, successive alla seconda guerra mondiale, fedelmente riportate nel libro di Grazia Prontera, Una memoria interrotta (Ed. Aramirè, 2003) e consacrate alla storia dai racconti di Vittorio Bodini, in particolare quello dell’aeroplano e del rogo delle biciclette.

Durante una delle frequenti occupazioni delle terre, che avrebbero contribuito successivamente a persuadere l’allora Ministro Segni ad adottare la riforma agraria, le forze dell’ordine inviarono, per la prima volta ad uso non militare, un aeroplano per stanare i rivoltosi che si nascondevano nelle macchie.

Poi i militari che fecero? Sequestrarono le biciclette dei contadini, le radunarono e diedero loro fuoco.

All’epoca la bicicletta era un mezzo di trasporto fondamentale, che in pochi potevano permettersi e molti s’indebitavano per poterla acquistare. Il rogo segnò l’apice della battaglia e restò impresso nella memoria delle popolazioni del luogo: Veglie, Avetrana, San Pancrazio, Salice Salentino, Guagnano. Una memoria che, come ha giustamente osservato la Prontera sin dal titolo, è stata interrotta, ma che ha lasciato il segno.

La storia raccontata dai giovani

La storia è stata raccontata benissimo da un gruppo di ragazze e ragazzi della seconda B del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Maglie, nel 2022. E ha vinto il secondo premio al concorso letterario Che Storia! (ed. 2022-23).

Una storia avvincente, scritta benissimo, come fosse scritta da autori professionisti, raccontata usando la finzione letteraria di prestare la voce narrante a un coetaneo sedicenne, testimone reale degli eventi narrati.

Come si legge nella sinossi fatta dalle docenti

“L’Arneo fu la nostra Resistenza, fu la variante salentina della lotta per la democrazia e la libertà, non solo una lotta per l’emancipazione economica delle classi subalterne”, scrive lo studioso Remigio Morelli.
Il tema, pur lontano dall’orizzonte culturale degli allievi perché relativo a fasce sociali particolarmente svantaggiate e attualmente quasi in estinzione, ma sul cui sacrificio di lotta e di emigrazione poggia l’attuale benessere, ha appassionato la classe fin da novembre, mese in cui si è cominciato il reperimento della documentazione.

Il racconto si può leggere qui.

Certo, le storie che l’Arneo ha vissuto sono storie subalterne, contadine, incomprensibili ad un freddo CdA che, da Stoccarda, sceglie i luoghi più idonei sulla base di calcoli di costi-benefici, massimizzando i profitti e sfruttando la debolezza e la frammentazione delle classi sociali, incapaci di fare fronte comune per opporsi lucidamente a questi che appaiono essere fenomeni di speculazione e colonizzazione.

Complici anche le Istituzioni locali, che piegano la testa dinanzi ai forti e dimostrano di essere incapaci di reclamare il diritto delle comunità locali di decidere autonomamente come e in che misura disporre del proprio territorio.

Tuttavia la subalternità culturale non è una colpa e le storie che l’Arneo esprime hanno il medesimo valore delle storie patrie e dunque sarebbe opportuno discutere dei modi di apporre vincoli culturali a territori che hanno espresso, nella storia, le lotte per l’emancipazione e il diritto di disporre, liberamente e collettivamente, del territorio in cui vivono.

Download:

Qui il libro Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto di Giacomo Arditi (Lecce, 1879-1885)

Qui il racconto Non c’è nulla, c’è l’Arneo scritto dagli studenti della II B del Liceo Scientifico Da Vinci di Maglie (2022)

 

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