Xylella, le contraddizioni dei reimpianti nel Salento

Esempio di meccanizzazione su superintensivo reimpianti

E’ di pochi giorni fa la notizia che il Comitato Fitosanitario Nazionale ha permesso, per il territorio salentino, i reimpianti di specie arboree che, pure se sono potenzialmente idonee ad essere attaccate dal batterio, si sono dimostrate resistenti. In particolare, si fa riferimento alle piante del genere citrus e della famiglia delle drupacee, ovvero agrumi, peschi, ciliegi, mandorli, albicocchi, che si sommano agli ulivi di varietà Leccino e Favolosa (FS-17), anch’essi dichiarati resistenti, ma comunque potenzialmente ospiti del batterio.

Partiamo dal comunicato stampa che riguarda il permesso di piantare una serie di alberi, potenzialmente ospiti del batterio di Xylella Fastidiosa, in deroga al divieto di reimpianto, per analizzare le contraddizioni insite ai provvedimenti di lotta al batterio nonché le determinazioni, anche scientifiche, che associano la presenza del batterio ai disseccamenti, per contribuire a far emergere le dinamiche sottese a detti provvedimenti che non sono affatto razionali.

La deroga riguarda il Salento (chiamata Zona infetta). Ad oggi la zona interessata dagli abbattimenti coatti è quella tra la Provincia di Brindisi e di Bari (chiamata Zona di contenimento). Le due zone, come vedremo tra poco, analizzando meglio la faccenda, sono attigue. Ora, se permetti di impiantare specie definite potenzialmente ospiti in una zona, è illogico poi, pochi km più su, abbattere le stesse specie, cosa che sta avvenendo in questo periodo. Soprattutto se dichiari pubblicamente che il batterio avanza di 2 km al mese. E’ del tutto irrazionale.

Delle due l’una: o la pianta è infetta oppure no; se è tollerante non esclude che sia una potenziale fonte di inoculo per altre piante.

Per comprendere la portata della notizia bisogna specificare che i reimpianti delle drupacee si aggiungono al grosso numero di reimpianti di cultivar d’olivo autorizzate quali Leccino e FS17 (Favolosa). Di che numeri parliamo? Al momento le richieste di sostituzione sono di 3.440.966 piante di Ulivo. Il ché non vuol dire che ci saranno altre 3.440.966 piante di Leccino o FS17. Se i campi in cui insistevano gli Ulivi autoctoni saranno convertiti ad intensivo o superintensivo, questo numero andrà moltiplicato in base a numerosi fattori, ma grossomodo parliamo di un range tra 300 e 1000 piante per ettaro.

I reimpianti nel Salento

Di seguito un estratto del comunicato stampa, che si può leggere interamente sul sito web della Regione Puglia.

Via libera agli impianti di agrumeti e altri alberi da frutto nel territorio salentino. E’ quanto deciso oggi in seno al Comitato fitosanitario nazionale che ha accolto le nostre istanze (…).

Lo rende noto l’assessore all’Agricoltura della Regione Puglia, Donato Pentassuglia, a margine della riunione che si è tenuta stamattina presso il Ministero delle Politiche Agricole e cui ha preso parte l’Osservatorio fitosanitario regionale con il supporto scientifico dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante – CNR di Bari.

(…) si tratta di una deroga importante (…) di concerto con le Organizzazioni di categoria, per riconvertire le colture del Salento. (…) gli agricoltori e i proprietari di terreni ricadenti nelle aree colpite potranno far richiesta di impiantare specie arboree che, sebbene teoricamente suscettibili alla Xylella, si sono dimostrate resistenti o tolleranti all’organismo nocivo (…).

Quindi lo scenario che si apre è quello di un territorio dove sorgeranno vasti campi di ulivi in intensivo e superintensivo, oltre a campi, probabilmente intensivi e superintensivi, coltivati a mandorli, ciliegi, peschi, abicocchi, ecc., tutte specie potenzialmente ospiti del batterio di Xylella Fastidiosa.

Esempio di meccanizzazione su superintensivo
Esempio di meccanizzazione su superintensivo

Per capire meglio le contraddizioni di cui parlerò a breve, occorre anzitutto tenere a mente le parti in grassetto del comunicato (il grassetto è mio) e fare giusto un breve riepilogo della questione Xylella.

Qui ne ho già parlato, ma data l’ampiezza della vicenda, ricca di notizie, è necessario fare un – seppur breve – sunto della situazione. Chi vuole approfondire adeguatamente la vicenda, può leggere quest’ottimo studio della Prof.ssa Margherita Ciervo (Docente di Geografia economica, Unifg), che smonta il castello di rappresentazioni legato alla vicenda Xylella, con numeri e dati oggettivi.

La questione Xylella, in breve

La questione iniziò nel 2004-2006, quando diversi olivicoltori salentini segnalarono all’Istituto fitosanitario regionale la presenza di disseccamenti su alcuni Ulivi. Solo diversi anni dopo la vicenda fu presa in considerazione dalla Regione e, il 18 ottobre 2013, in una Deliberazione di Giunta regionale, si rinveniva la causa dei disseccamenti nel c.d. CODIRO, Complesso del disseccamento rapido dell’Olivo.

Questa Delibera si fondava sulla nota n.16/2013 del 15/10/2013 a cura del CNR – Istituto di Virologia vegetale di Bari e Selge (Rete di Laboratori Pubblici e di Ricerca), che comunicarono gli esiti degli esami di laboratorio, evidenziando il ritrovamento di diversi agenti patogeni, tra cui:

  • zeuzera pyrina (o rodilegno giallo), una larva che scava “gallerie” all’interno dei tronchi, consentendo vie d’accesso ai patogeni;
  • Funghi lignicoli che determinano l’occlusione dei vasi xilematici, con conseguente limitazione della circolazione linfatica, (phaeocremonium parasiticum, P. rubrigenuun, P. aleophilum, P. alvesii, Phaaemoniella spp.).
  • Xylella Fastidiosa, un batterio inserito nella lista A/1 (cioè di massima allerta) dell’EPPO (Organizzazione Europea e Mediterranea di Protezione delle Piante) per le gravi ripercussioni riscontrate in esperienze extraeuropee soprattutto su vite, agrumi e caffè.

Fu la segnalazione della presenza del batterio ad allertare la Commissione Europea. Si segnalò che il batterio di XF era presente sugli Ulivi (primo e unico caso al mondo, dato che la XF, abbondantemente presente oltre Oceano, colpisce agrumi e vite) e su numerosissime specie arboree: mandorli, oleandri, ciliegi, ecc. (la lista ufficiale è qua).

All’incongruenza tra natura del batterio e piante potenzialmente ospiti, il CNR Bari rispose che quello ritrovato in Puglia era una sub-specie, chiamato Pauca, che colpisce anche gli Ulivi.

Da lì in avanti l’Europa, sulla base di quanto dichiarato dall’Italia, avrebbe prodotto diverse Decisioni d’Esecuzione (atti amministrativi) finalizzate ad eradicare il batterio. L’ultima in ordine di tempo è la 2020/1201 del 14 agosto 2020.

Eradicazione non è sradicamento

Su questo punto apro una parentesi. Eradicare un batterio significa eliminare il batterio, non la pianta ospite. Questa confusione concettuale (si parlò, per anni, di eradicazione delle piante) portò il Governo e la Regione Puglia ad emanare atti normativi emergenziali (per la prima volta in Italia per motivi fitosanitari) finalizzati ad estirpare gli Ulivi, anche sani, anche se non mostravano segni di disseccamento, ma sulla base di analisi blindate (nel senso che non erano ammesse controanalisi se non da laboratori appartenenti alla rete Selge) e spesso su sommarie analisi visive.

Però in un caso si sono dimostrate sbagliate, come per il celebre caso dell’Ulivo di Monopoli, prima infetto e poi no. Il dubbio permane su quante analisi, già svolte in passato, fossero, per usare un eufemismo, sbagliate.

L’attenzione mediatica, scientifica e politica, si polarizzò sugli Ulivi, trascurando le numerose altre specie arboree che, pur se non mostravano segni di disseccamento, facevano comunque parte di una lista di piante ospiti.

Curiosamente, già dall’inizio della vicenda, quando nessuno conosceva esattamente la tipologia di batterio, le sue possibili mutazioni, le possibili cure (tra cui cure farmacologiche, mai paventate) si parlò subito di abbattimenti. Come se non ci fossero speranze di salvare gli Ulivi.

Anche a voler ammettere che sradicare una pianta sia un metodo efficace per contenere l’avanzata del batterio, che senso ha concentrarsi solo su una specie se tante altre specie vengono considerate potenzialmente infettabili? Quindi, negli anni passati, l’accanimento dei pubblici poteri contro i soli Ulivi è stato del tutto irrazionale, tanto da aprire numerosi dubbi, uno tra tutti: perché solo gli Ulivi?

E’ questa la contraddizione più evidente, alla quale se ne aggiunge un’altra: non esiste una relazione diretta tra la presenza della Xylella e i disseccamenti. Detta in altri termini: se un Ulivo è secco non vuol dire che sia stato colpito dal batterio. Questa non è un considerazione, è un dato di fatto, acclarato scientificamente.

Quindi tutto quest’accanimento contro gli Ulivi si spiega solo leggendo tra le righe (senza troppo sforzarci) degli interessi di quelle associazioni di categoria che, per decenni, hanno spinto verso un preciso obiettivo: rendere l’olivicoltura pugliese un’industria.

Realtà e rappresentazioni

In un clima di terrore mediatico (tra il 2014 e il 2015 si parlava di un milione di Ulivi infetti, anche se i test ammontavano a poche centinaia), la popolazione si divise tra gli interventisti (abbattere a tutti i costi) e chi, invece, non era ben convinto dell’efficacia dell’azione repressiva nei confronti degli Ulivi.

un milione ulivi infetti focus
Articolo del 2015 di Focus

Il primo, più semplice dubbio fu: perché sradicare gli Ulivi se le Istituzioni stesse dicono che la Xylella colpisce diverse specie arboree? Davvero estirpare serve a qualcosa? E poi, c’è una relazione tra la presenza del batterio e i disseccamenti?

Quest’ultima domanda trovò subito una risposta razionale e scientificamente inoppugnabile: no. Non c’è relazione.

Facciamo un esempio. Tra il 2014 e il 2015, a fronte di 26.755 campionamenti, di cui 1126 con sintomi (cioè con segni di disseccamento), solo 612 piante erano positive alla presenza della Xylella (il 2,28%). E le altre? Di cosa si erano ammalate?

campionamenti ulivi xylella

Di quelle 1126 piante con segni di disseccamento, ben 514 non erano positive alla Xylella. Questo sarebbe bastato per far crollare il castello di rappresentazioni artatamente creato da media, politica e scienza ufficiale, perché è evidente che la causa dei disseccamenti è un’altra. Eppure non è stato così.

Il perché sta nella martellante campagna mediatica prodotta negli anni e, soprattutto, nella volontà, da parte di Stato e Regione di condurre ugualmente la battaglia contro gli Ulivi. Le ragioni? Si possono intuire dai segni.

Alcuni segni

Cito solo alcuni segnali che mostrano quale percorso ha intrapreso il potere (economico e politico) per eliminare gli Ulivi e spianare la strada verso un modello di sviluppo del territorio in senso capitalistico, che, com’è noto, produce squilibri economici, sociali e ambientali, in quanto tendente alla spoliazione della piccola proprietà, al massimo profitto e al massimo sfruttamento delle risorse (accorpamento fondiario, intensivo e superintensivo significano esattamente questo).

Primo segnale: togliere le tutele agli Ulivi monumentali

Svariate normative tutelano gli Ulivi, non ultima la LR 14/2007 della Regione Puglia che tutelava in particolare gli Ulivi monumentali, dopo un apposito censimento, al fine di considerarli non solo da un punto di vista produttivo, ma anche storico-culturale.

L’11 aprile 2013 fu promulgata la L.R. 12/2013 di “Integrazioni alla legge regionale 4 giugno 2007, n. 14 (Tutela e valorizzazione del paesaggio degli ulivi monumentali)”, che, in poche parole, permetteva l’espianto degli ulivi monumentali in deroga alle Norme tecniche di attuazione del piano urbanistico territoriale tematico per il paesaggio. La legge fu emanata poco prima della deliberazione regionale che rendeva nota la presenza del batterio di XF.

Secondo segnale: le pubblicazioni scientifiche indovine

La Procura di Lecce ha aperto un fascicolo contro alcuni esponenti del CNR di Bari, della Regione Puglia e altri, che si è chiuso con l’archiviazione nel 2019. Ora, s’è detto, su molti giornali, che è stata una caccia alle streghe e che non v’era alcun complotto.

Siamo d’accordo con questa ricostruzione. Qui non dobbiamo parlare affatto di complotto. Sarebbe troppo facile e sbrigativo. Qui dobbiamo parlare in termini di dinamiche socio-economiche. Che è tutt’altra faccenda.

Ad ogni modo la Procura ha archiviato (trasmettendo il fascicolo alla Procura di Bari per gli atti di sua competenza), specificando che i gravissimi elementi raccolti non sono sufficienti a dimostrare il nesso causale tra le gravi condotte di funzionari, scienziati, operatori e l’evento del delitto colposo di inquinamento ambientale. Il ché non significa che i fatti accertati non siano di per sé idonei a delineare scenari inquietanti.

Uno di questi fatti accertati riguarda una pubblicazione scientifica, del 21 settembre 2013, firmata dagli stessi docenti che hanno gestito tutta la questione Xylella (e lo fanno ancora oggi), in cui si parlava del ritrovamento del batterio di XF nel Salento, ancor prima di acquistare i primer necessari per l’identificazione del batterio, avvenuta nell’ottobre 2013. Ciò si lega ad un altro fatto accertato dalla Procura, ossia che nel 2010 sono stati introdotti in Italia, in maniera irregolare, quattro ceppi del batterio, per motivi di studio. Ciò in concomitanza con un workshop di studio sul batterio tenutosi a Valenzano (BA) nell’ottobre 2010. Ma queste sono solo congetture e non spiegano totalmente l’eziologia e la diffusione dei disseccamenti. Però fanno capire che v’è stato un vivo interesse nei confronti del batterio, ben prima della sua inspiegabile apparizione (le fonti ufficiali parlano della presenza in Salento del batterio dovuta ai traffici commerciali con il Sudamerica, ma appare curioso che ciò sia avvenuto solo in Salento, come se il Sudamerica esportasse le sue piante solo in quella zona).

Terzo segnale: le sperimentazioni tenute nascoste

Un altro di questi fatti riguarda la presenza, nel Salento, di diversi campi sperimentali ubicati proprio nella zona in cui sono nati i primi disseccamenti e di cui la popolazione non ha mai saputo nulla.

ad oggi è stata accertata la presenza di campi sperimentali nel Salento negli anni 2009/2010 (…). La sperimentazione sugli olivi (…) ha portato al rilascio di due distinte autorizzazioni eccezionali da parte del Ministero della Salute, per l’impiego del prodotto a base di PYRACLOSTROBIN, di nome INSIGNA; (…) nel provvedimento il prodotto veniva autorizzato per un unico trattamento da effettuarsi in 30 giorni tra il 4 luglio 2010 e il 2 agosto 2011. Una ulteriore autorizzazione eccezionale è stata rilasciata in data 19.04.2013 per 120 giorni (…). Successivamente il prodotto della BASF di nome INSIGNIA è stato sostituito con un analogo prodotto di nome CABRIO OLIVO, della stessa azienda, il quale presenta come unica differenza l’essere “NOCIVO” oltre che “PERICOLOSO PER L’AMBIENTE” (…). Eclatante dunque che proprio questo secondo impiego in deroga del prodotto, per un periodo così lungo, termini ad agosto 2013, epoca in cui la patologia del Codiro era ormai esplosa al massimo della sua virulenza; epoca, altresì, prossima alla “intuizione” di Martelli con emersione “ufficiale” del fenomeno.

L’intuizione di cui parla la Procura è dovuta al fatto che il prof. Martelli dichiarò che la scoperta del batterio avvenne a causa di una sua illuminante intuizione, che portò i ricercatori ad acquistare i primer per la sua identificazione e, a seguito dei campionamenti, si scoprì che la Xylella era presente nel gallipolino.

Quarto segnale: accordi e progetti degli scopritori della Xylella

Inoltre sono emersi, sempre dalle indagini della Procura, due distinti progetti, uno del 2006, progetto OLVIVA, e un accordo del 2012 con Agromillora Research SL.

Il primo era un progetto interregionale di ricerca finalizzato allo sviluppo di innovazioni tecnologiche per la qualificazione della filiera olivicola, in particolare per fornire gli strumenti operativi necessari per l’immediata applicazione dei nuovi protocolli di certificazione fitosanitaria e di corrispondenza varietale per le cultivar di olivo. Per la Puglia era coinvolta l’Università di Bari, lo IAM di Valenzano e il centro di ricerca e sperimentazione in agricoltura “Basile Caramia” di Locorotondo (BA) che, come dicono i magistrati, “saranno, nella storia Xylella, i protagonisti assoluti ed incontrastati”.

Il secondo è un accordo di collaborazione tra Uniba e Agromillora Research SL, un centro di ricerca e sviluppo spagnolo, per la “valutazione, brevettazione e commercializzazione di nuove selezioni di olive da olio a bassa vigoria”, ottenendo il 70% delle royalties sul fatturato annuo derivante dallo sfruttamento del brevetto. Curiosamente oggi queste stesse persone sostengono che la c.d. Favolosa (FS-17), ossia un portainnesto brevettato dallo stesso CNR, è una delle due cultivar resistenti alla Xylella.

Per attuare il progetto fu costituita la Sinagri S.r.l., uno Spin Off dell’Università di Bari che iniziò la sua attività nel giugno 2013, ossia pochi mesi prima della scoperta della Xylella, e che prevedeva, tra le altre cose il “miglioramento di produzioni e prodotti agroalimentari locali mediante innovazione di processo e prodotto”.

Quinto segnale: le intenzioni (non tanto celate) degli agrari industriali

Negli anni passati, le associazioni di categoria più importanti premevano sul fatto di eliminare l’olivicoltura tradizionale, perché infastidisce lo sviluppo della meccanizzazione e dell’efficientamento agricolo. Scriveva Confagricoltura (2012):

La produttività delle aziende olivicole pugliesi è, in molti casi, fortemente condizionata dalla rigidità strutturale connessa alla diffusa presenza di piante secolari. Queste, spesso aventi un carattere monumentale, male si conciliano con un esercizio efficiente e redditizio. I costi di produzione sono proibitivi per queste realtà aziendali, specie per le aziende che puntano alla qualità.

Ancora:

La bassa produttività degli oliveti pugliesi rappresenta un grave freno alla ripartenza del settore: l’enorme patrimonio olivicolo tradizionale non è in grado di reggere il passo con i moderni modelli superintensivi di altre realtà produttive. Qui è necessario fare una scelta: privilegiare i valori culturali e paesaggistici degli oliveti o quelli strettamente economico-produttivi? La Regione Puglia, con gli ultimi provvedimenti sulla tutela degli ulivi monumentali (quella del 2007, v. sopra, ndr), sembra aver deciso per la prima opzione, così come ha deciso che debbano essere gli olivicoltori a farsi intero carico del costo sociale di tale scelta. La ristrutturazione degli oliveti obsoleti è un passaggio imprescindibile per la sopravvivenza del comparto: gli attuali costi di produzione e la produttività in campo non sono compatibili con un’olivicoltura redditizia.

Sesto segnale: un nuovo latifondo

Il piano di rigenerazione olivicola in Puglia prevede, oltre a finanziamenti pubblici per espianti e reimpianti di specie ritenute resistenti alla Xylella, anche il progetto di accorpamento fondiario. Detto il altri termini: latifondo. In altre parole, la dinamica del progetto è finalizzata a spogliare i piccoli proprietari dalla proprietà, disponibilità o gestione delle terre e procedere ad una industrializzazione di fatto, concentrata nelle mani di chi ha i capitali, attraverso l’azione dei GAL.

Ciò non necessariamente con la forza ovvero con la legge, ma di fatto. Il ché avviene, secondo un modello ormai collaudato, con proclami mediatici edulcorati e dichiarazioni di metodi partecipativi che si sostanziano in forme di collaborazione con giovani imprenditori, associazioni, ma che, di fatto, vengono assorbite dal sistema dominante, esattamente come accaduto in Spagna, nella Provincia di Almeria, nei decenni passati.

Settimo segnale: la PAC

La PAC (Politica Agricola Comune), una delle politiche più importanti dell’Europa, che occupa quasi il 40% del bilancio europeo, sui principi esprime le solite considerazioni di facciata (sì al biologico, ecosostenibilità, ecc.), ma nei fatti, come emerge da questo interessante articolo dell’HuffPost, premia i grandi proprietari terrieri e le coltivazioni intensive (e allevamenti intensivi), secondo una logica puramente assistenzialista, che incentiva fortemente le speculazioni sulle terre nonché l’accorpamento fondiario.

Leccino e Favolosa

albero varietà Leccino secco in agro di Gallipoli
albero varietà Leccino secco in agro di Gallipoli

Già dalla nascita della questione Xylella, sia il CNR che diverse associazioni di categoria, legate agli agrari industriali, spingevano per estirpare gli Ulivi autoctoni e impiantare altre varietà, a dir loro resistenti al batterio, ossia il Leccino e la FS-17.

Ci sono riusciti, nel 2019, quando l’allora Ministro all’Agricoltura Centinaio (Lega) emanò il citato decreto Emergenze e il Piano di rigenerazione olivicola in Puglia.

Suona un po’ curioso il fatto che si è tanto insistito sul reimpianto di specie che, pur se resistenti (o tolleranti), comunque la Xylella la ospitano lo stesso! E non è manco detto che siano poi così resistenti.

La stessa Commissione Europea, pur dichiarando di voler eradicare il batterio, di fatto appoggia le richieste provenienti dagli agrari industriali, per tramite della politica, con ciò generando contraddizioni sistemiche.

La decisione di esecuzione n. 1201/2020

Quest’ultimo atto amministrativo europeo, seppur nel preambolo contenga la solita intenzione di voler eradicare il batterio, legittima le richieste provenienti dallo Stato membro (il Governo italiano, a sua volta influenzato dal Comitato Fitosanitario Nazionale, composto principalmente dagli stessi soggetti che hanno gestito la questione Xylella negli anni e che, ovviamente, influenzano l’Istituto fitosanitario regionale, la giunta, gli uffici amministrativi, tutti influenzati dalle Associazioni di categoria che rappresentano gli agrari industriali, in un sistema di potere economico-politico perfettamente integrato).

Come abbiamo visto (e come capita spesso in Europa) c’è molta differenza tra i principi enunciati e i fatti/atti che ne seguono. Capita la stessa cosa in materia energetica, per cui ne ho diffusamente parlato qui.

L’art. 18, rubricato Autorizzazione dell’impianto di piante specificate in zone infette, così recita:

L’impianto di piante specificate in zone infette può essere autorizzato dallo Stato membro interessato solo in uno dei casi seguenti (…):
b) le piante specificate in questione appartengono di preferenza a varietà che si sono dimostrate resistenti o tolleranti all’organismo nocivo specificato e sono piantate nelle zone infette elencate nell’allegato III, ma al di fuori dell’area di cui all’articolo 15, paragrafo 2, lettera a).

L’art. 15 par. 2 lett. a) specifica che l’area dev’essere di almeno 5 km dal confine tra la zona infetta e la zona cuscinetto. Eppure lungo tutta la decisione si rimarca sempre la necessità di contenere la diffusione. E come si contiene, impiantando nuove specie ospiti? Sì?

Da qui emergono diverse contraddizioni che, già, si possono intuire.

Le contraddizioni legate ai reimpianti

Poniamo che sono un’azienda che vuole espiantare gli Ulivi autoctoni ed impiantare i Leccini e mi trovo a più di 5 km dalla zona cuscinetto. Per la legge, posso farlo. Ma se impianto – ribadisco – specie resistenti (non indenni!) e queste vengono infettate, se è vero che il vettore del batterio viaggia a 2 km al mese, in 3 mesi ha raggiunto la zona di contenimento. Il ché comporta ulteriori abbattimenti e irrorazioni di prodotti chimici in quella zona. Potenzialmente all’infinito. Io, essendo in Zona infetta, non sono obbligato ad abbattere, mentre quelli della zona di contenimento sì. Non è assurdo?

mappa zona infetta fascia contenimento. In zona infetta sono possibili i reimpianti
mappa che riporta la zona infetta (bordo rosso) e la zona di contenimento (arancio). In zona infetta sono possibili i reimpianti entro 5 km dalla zona di contenimento

Dalla mappa si capisce meglio di quali zone parliamo. Ora capiamo che succede nelle varie zone (tratto da informativa XF, PDF).

Zona infetta

Comprende l’intera provincia di Lecce, Brindisi e parte di Taranto, è la zona in cui il batterio è insediato e non è possibile eradicarlo. In questa zona la decisione non fissa alcun obbligo di eliminare le piante infette.

Zona di contenimento

Questa è la la fascia di 20 km della zona infetta adiacente alla zona cuscinetto in cui deve essere effettuato il monitoraggio e si devono attuare misure di contenimento attraverso l’estirpazione delle piante risultate infette e la lotta al vettore (chimica e meccanica).

Zona cuscinetto

E’ la fascia di 10 km di larghezza che circonda la zona infetta. La zona cuscinetto è una zona indenne in cui deve essere effettuato il monitoraggio e in caso di ritrovamento di un focolaio si devono applicare misure di eradicazione che consistono nell’eliminazione della pianta infetta e di tutte le piante delle specie ospiti, indipendentemente dal loro stato di salute, presenti nel raggio di 50 m (art. 4 della Decisione 1201/20). Deve essere effettuata anche la lotta al vettore.

Ora è evidente che creando impianti superintensivi (anche 1000 piante ad ettaro) di specie potenzialmente ospiti del batterio (seppur resistenti o tolleranti), nel tempo – stando a quanto dichiara la scienza ufficiale – il batterio si propagherà dalla zona infetta per raggiungere quella di contenimento. Ciò, ovviamente, produrrà continui monitoraggi e infiniti abbattimenti, in un perenne stato emergenziale.

Sputacchina e percentuali

Per comprendere quanto appena detto è necessario capire come, secondo la scienza ufficiale, si muove la Xylella che, essendo un batterio, ha bisogno di un vettore.

Il CNR di Bari ha specificato che il vettore della XF è la c.d. sputacchina, un insetto molto diffuso nelle aree mediterranee che, secondo loro, pizzicando i tronchi degli alberi e nutrendosi della linfa, acquisisce il batterio e poi, pizzicando altri tronchi di piante potenzialmente ospiti, le infetta.

Di recente, nel 2020, sempre il CNR di Bari ha specificato che la sputacchina infetta meno dell’11% di mandorli e ciliegi, che tra l’altro mostrano pochi segni di disseccamento. Eppure sempre il CNR, attraverso i propri laboratori, negli anni passati ha dovuto ammettere che le piante di Ulivo positive al batterio erano nell’ordine di meno del 2% (vedi la tabella di sopra).

Qui qualcosa non torna. Si permette di impiantare specie arboree che si infettano con percentuali maggiori rispetto a quelle vietate?

In questo modo l’emergenza non passa mai

Premetto una cosa. Non sono esattamente convinto che il ceppo di Xylella ritrovato in Puglia sia davvero patogeno. Anzi credo che con le dovute cure agronomiche (non per forza chimicamente invasive) si possa gestire. Questa considerazione deriva da semplici dati di fatto, peraltro corroborati dagli stessi agrari industriali (e Associazioni di categoria) che hanno spinto la politica verso la concessione delle deroghe.

Il dato è che tutte le piante ospiti del batterio, ad eccezione degli Ulivi autoctoni, sono in salute. Ma, lo abbiamo visto, gli Ulivi seccano non perché c’è la Xylella, e poi per loro è stato coniato un termine, CODIRO, che vuol dire complesso del disseccamento rapido, cioè una serie di patogeni che, nell’insieme, ne provocano il disseccamento.

Quindi le piante ospiti sono tolleranti o resistenti. Il ché, dunque, ha convinto Europa e Ministero a concedere le deroghe, prima per Leccino e FS-17 e poi per le drupacee.

Ma nel quadro dell’attuale sistema normativo emergenziale ciò comporta una prosecuzione ad libitum dello stato emergenziale, che imporrà continui monitoraggi nella fascia cuscinetto, continue lotte chimiche al vettore, continui controlli alle attività vivaistiche e continui abbattimenti coattivi nella fascia di contenimento.

Ciò per evidenti ragioni: un massiccio reimpianto di specie ospiti nella zona infetta, soprattutto in prossimità della zona cuscinetto, aumenta esponenzialmente il rischio di contagio.

Tutto ciò è irrazionale e schizofrenico e lascia immaginare che, nelle intenzioni dei proponenti, il contagio non sia poi così dannoso, specie per le varietà su cui loro stessi hanno spinto. L’Europa, dal canto suo, appoggia dette politiche ma pretende che sia fornita la prova del contenimento della patologia, il ché è facile da fare, quando gli agrari industriali arriveranno a regime: i massicci trattamenti chimici negli uliveti superintensivi tranquillizzerà l’Europa. Un po’ meno le comunità locali.

Si confonde il disseccamento con il contagio

Nel dibattito si tende a confondere il contagio con i disseccamenti. Eppure sono concetti ben distinti. Il disseccamento è una manifestazione estrinseca di uno stato di sofferenza della pianta, il ché non vuol dire che quest’ultima è stata contagiata dal batterio. Altrimenti non si spiega come mai, dalle analisi ufficiali, risultino piante disseccate ma prive di Xylella. Quindi va evidenziato chiaramente che disseccamento non significa infezione da Xylella.

Detto ciò, va pure evidenziato che le associazioni di categoria marciano su questa confusione concettuale. Difatti, nell’articolo sopra citato, si legge che, secondo Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia:

Basta farsi un giro in provincia di Lecce e osservare che laddove gli ulivi sono completamente secchi, i mandorli si presentano floridi e rigogliosi.

e che

La xylella ha provocato effetti più disastrosi di un terremoto con ripercussioni drammatiche di natura produttiva, ambientale, economica, lavorativa, con esigenze di contenimento, di ricostruzione, di sostegno che vanno affrontate in maniera corale, rendendo i procedimenti fluidi e fruibili.

Ciò alimenta la confusione concettuale che associa i disseccamenti alla Xylella e non risponde all’esigenza di ridurre le possibilità di diffusione del batterio.

Perché il reimpianto di Leccini si e di varietà locali no?

Dunque se è possibile il reimpianto di Leccini, FS17, mandorli, ciliegi, peschi, ecc., tutte varietà che possono essere contagiate (ma che non lo dimostrano con i disseccamenti) perché non si può fare lo stesso con gli Ulivi locali? Perché seccano, risponderebbero i poteri locali. No, non lo sappiamo – risponderebbero le persone di buon senso – Proviamo e vediamo che succede. Invece no, la decisione è netta e lapidaria: niente reimpianto di varietà locali di Ulivi.

Tra l’altro ciò è confermato anche dagli appositi bandi che prevedono contributi economici e che si rifanno al Piano di rigenerazione olivicola, il quale si basa principalmente sulle istanze degli industriali agrari. Se vuoi espiantare gli Ulivi ormai secchi, per accedere ai finanziamenti, devi procedere al reimpianto solo di varietà tolleranti o resistenti, cioè Leccino e Favolosa.

Il ché è un ricatto, alla cui base vi è un’evidente contraddizione: resistente non vuol dire immune. E, senza provare, non è nemmeno possibile sapere se le giovani varietà locali ovvero altre varietà locali di altre zone d’Italia svilupperanno forme di resistenza o tolleranza.

La realtà è che sono solo gli Ulivi locali a dare fastidio

La verità sta nei fatti. Solo bisogna leggerli. La varietà di Leccino è una varietà nazionale, diffusissima, a crescita controllabile, che si presta a forme di coltivazione intensiva e superintensiva. Lo stesso vale per la FS17. Ora, per queste varietà, nel tempo, l’industria ha prodotto macchinari e metodologie per la gestione meccanizzata. Cosa che non si può fare per le varietà locali.

Quindi, secondo l’ottica degli industriali agrari, per entrare in concorrenza con il mercato globale bisogna agire da capitalisti: intensificare la produzione, anche a costo di deturpare l’ambiente, abbattere i costi, ottimizzare i processi produttivi, ridurre il costo del lavoro, acquisire (a pochi spicci) i mezzi di produzione (in particolare le terre).

Se poche realtà imprenditoriali acquisiscono il controllo di grosse estensioni di terre, allora sarà facile investire in macchinari, accentrare i processi decisionali, ridurre i costi ed essere competitivi sul mercato. Certo, con un olio di pessima qualità (quello del Leccino), ma poco importa. Al capitalista importano i profitti e, sul piano globale, entrare in concorrenza con prezzi al ribasso, questo va sempre ricordato.

Investire sulla qualità, rappresenta, per i capitalisti, una foglia di fico, che si può spendere sul piano mediatico, ma che nel complesso dell’attività imprenditoriale rappresenta una minima percentuale. Tra l’altro finalizzata ad alimentare il mercato dell’alta borghesia.

Se in un ettaro di terra, coltivato a Ulivi locali, vi erano, per dire, 70 piante, oggi ce ne potranno stare 1.000, tutte ravvicinate, a crescita controllata, in cui un solo operaio fa il lavoro che una volta faceva una famiglia di piccoli olivicoltori.

Questi, com’è evidente, saranno cacciati via e, dove non ci sono riuscite le politiche di disincentivazione della produzione olivicola da parte del mercato, della GDO (prezzo all’ingrosso dell’olio di 1,50/l; aumento dei costi di molitura, ecc.) e dell’Unione Europea, ci arrivano i disseccamenti.

Ora, paradossalmente non ci importa più di tanto sapere come sono iniziati i disseccamenti. Ci importa risolverli e affidarci alla Scienza. Ma se la scienza protetta ed alimentata dalla politica e dall’industria non è finalizzata a perseguire l’interesse generale, ma gli interessi particolari, che succede?

Ecco che più dell’eziologia ci interessa analizzare il processo e le conseguenze. Il processo, nella questione Xylella, è ricco di luci e ombre e pieno di contraddizioni, evidenti, sulla base di quanto appena detto.

Le conseguenze sono un complesso paesaggistico e ambientale distrutto, un profondo deprezzamento delle terre (da cui scaturiscono i fenomeni di speculazione), l’obbligo, per chi vuole continuare a produrre olio, di farlo con gli irrazionali diktat del potere, un processo di accentramento nelle mani di pochi oltre ad un impoverimento delle condizioni di vita di quei piccoli olivicoltori che, se si rifiutano o non hanno più i mezzi per resistere, perderanno reddito e quel po’ di benessere che ottennero con la redistribuzione delle terre, negli anni Cinquanta, che ha permesso, pur in mille difficoltà e frammentazioni, forme di ricchezza diffuse e che oggi il potere sta (ri)mettendo in discussione.

Ora, se tutto ciò sia voluto o meno, preordinato o meno, è materia di Autorità Giudiziaria. A noi basti il compito di analizzare fatti e atti ed evidenziare le dinamiche sottese.

Perché gli ulivi seccano?

Su questo punto ci sarebbe da aprire un’ampia discussione, difficile in questa sede, vista la mole di punti trattata. Va detto, però, sulla base di quanto è emerso all’inizio della vicenda Xylella, in cui si parlava di CODIRO, nonché di numerose esperienze dirette, che le cause dei disseccamenti sono diverse e sono da considerarsi nel complesso.

Del resto nell’ecosistema, come sappiamo, non esiste una sola causa per un certo effetto, ma ve ne sono diverse, che agiscono nella somma nonché nelle interazioni.

Così i funghi, diversi patogeni del legno, i cambiamenti climatici (troppe o troppo poche piogge; geli primaverili, estati secche, sbalzi di temperatura, inverni con giornate molto calde, ecc.), nonché pratiche agricole sbrigative ma dannose (potature sbagliate, che ammazzano le piante, uso massiccio di fitofarmaci, che avvelenano i suoli, ecc.) contribuiscono all’indebolimento della pianta che, se non adeguatamente curata, deperisce.

E’ ovvio che, in un sistema vegetale con difese immunitarie debolissime, un batterio, anche innocuo, può dare il colpo di grazia. Colpo che, almeno oggi, sembra non dare ad altre varietà potenzialmente ospiti e ciò è sufficiente per ottenere deroghe al divieto di reimpianto. Questa contraddizione, non mi stuferò mai di ripeterlo, è la più evidente forma di ipocrisia che dimostra come la vicenda Xylella sia null’altro che un mezzo per spazzare via Ulivi millenari e fare di una Regione un enorme polo agricolo industriale, che si sommerà a quello energetico. Entrambi in ottica speculativa.

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