Capacità di intendere e volere e influenze culturali dominanti

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Quest’articolo vuol essere solo uno spunto di riflessione che parte dall’analisi di un cruento fatto di cronaca – l’assassinio di due giovani fidanzati ad opera di un loro coetaneo – per arrivare a chiedersi cosa sia in effetti la capacità di intendere e volere e quali influenze abbia in ciò la cultura egemone.

Il fatto cui mi riferisco è quello avvenuto a Lecce, nel settembre 2020, ad opera di un giovanissimo studente di scienze infermieristiche, Antonio De Marco, che ha accoltellato con efferatezza una coppia di fidanzati, uccidendoli. Pochi giorni dopo il ventunenne ha confessato, lasciando paventare – tra la difesa legale e i media – l’idea che soffrisse di disturbi psichici.

Dalle indagini emergevano dettagli che contribuivano a costruire un quadro psicologico e comportamentale del ragazzo. Scrive La Repubblica, a gennaio 2021, in riferimento ad un diario sequestrato in carcere:

“perché la mia vita doveva essere così triste e quella degli altri così allegra? (…) se fossi all’esterno il mio impulso di uccidere sarebbe ritornato, (..) avrei fantasticato su come uccidere qualcuno e poi sarei andato all’Eurospin a comprare patatine e schifezze varie. (…) uccidere (…) da un punto di vista emotivo è facile. (…) una parte di me prova dispiacere (ma solo quello), un’altra è contenta….sì! È felice di aver dato 60 coltellate, poi c’è un’altra parte che avrebbe voluto fare una strage, come se fosse stata una partita a G.T.A” (Grand Theft Auto, il celebre videogioco violento).

E’ di pochi giorni fa la notizia che, in base ad una perizia psichiatrica disposta dalla Corte d’Assise di Lecce, il giovane è stato dichiarato perfettamente capace di intendere e di volere. E’ stato riscontrato un disturbo della personalità di tipo narcisistico ma non tale da inficiarla. I due periti hanno evidenziato una disregolazione degli stati emotivi e comportamentali, una rabbia narcisistica.

Una riflessione sulle influenze culturali

Da qui nasce l’esigenza di chiedermi cosa sia la capacità di intendere e di volere, quanto incide su di esse l’alienazione, la crescente oggettivazione dei rapporti sociali e che ruolo abbia la cultura dominante che, vedremo, si basa sulle libertà individuali, la leggerezza, il consumo e l’edonismo di massa, con l’effetto di eliminare i paletti creati dalle vecchie società, in cui le culture particolari si sono sviluppate in filoni diversi, ma accomunate dall’aderenza alle grandi narrazioni, i cui valori fondanti – giusti o sbagliati poco importa ai fini di quest’analisi – rappresentavano un argine e una bussola.

La fine delle grandi narrazioni ha così generato quello che Gramsci definiva un interregno, in cui il vecchio muore (la società solida, come la definiva Bauman) e il nuovo non può nascere (una società fondata su valori nuovi): “in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati“.

Queste considerazioni si possono estendere anche ad altri fatti di cronaca non dissimili da quello appena indicato, come anche ad altri fatti sociali che, agli occhi della ragione, appaiono inspiegabili (fenomeni di giochi web che comportano autolesionismo; forme di bullismo; ecc.), in cui, ovviamente, l’influenza della cultura dominante non spiega del tutto l’eziologia dei comportamenti devianti (che sono influenzati da numerosissimi fattori, quali quello familiare, comportamentale, persino genetico, il quadro psichiatrico, le esperienze personali pregresse, il livello d’istruzione, e tanti altri), ma lascia aperto il dubbio che possa essere determinante.

Cos’è la capacità di intendere e di volere?

Sgombro subito il campo da un equivoco che può facilmente nascere da una lettura superficiale di quest’articolo: non è mia intenzione mettere in discussione gli esiti della perizia psichiatrica sul De Marco né tentare di difenderlo. Affatto. L’obiettivo di quest’analisi è semplicemente quello di capire quanto le azioni di un soggetto, specie giovane, oggi, siano orientate dai modelli sociali imposti dalla cultura egemone e, solo in ultima analisi, ma non come obiettivo principale, porre una critica nei confronti di quest’ultima quale concausa di comportamenti devianti mossi da quelli che la dottrina giuridica chiama futili motivi.

Vediamo allora di partire dalla base per poi sviluppare il discorso sulle influenze dominanti. Cos’è dunque la capacità di intendere e cos’è quella di volere?

Entrambe prendono vita dal concetto giuridico di imputabilità.

L’imputabilità è il presupposto minimo di maturità del soggetto cui può essere mosso un rimprovero per il fatto commesso, solamente in quanto sia in possesso di quel tanto di maturità mentale, cioè di capacità d’intendere e di volere, da poter discernere il lecito dall’illecito. Dalla circostanza che tale rimprovero può essere mosso solo ad un persona che è in grado di autodeterminarsi, discende che l’imputabilità è a sua volta anche presupposto necessario, nonché elemento essenziale della rimproverabilità.

La capacità di intendere

Viene definita come la facoltà di comprendere il significato del proprio comportamento. In altre parole è l’attitudine ad orientarsi nel mondo esterno percependo correttamente la realtà. Ancora, viene definita come capacità di rendersi conto del valore sociale dell’atto che si compie.

La capacità di volere

La capacità di volere è la possibilità di una persona di controllare gli impulsi e agire secondo il motivo che appare più ragionevole. In altre parole è la capacità di autodeterminarsi liberamente e autonomamente. Il contenuto di tale concetto è da ravvisarsi nella maturità psichica e nella sanità mentale.

Entrambe le definizioni richiamano concetti di natura extragiuridica. Ossia hanno bisogno, per poter essere applicate, di attingere alle definizioni di natura psico-sociale. Vediamo entrambi gli aspetti, quello di percezione corretta della realtà e quello di sanità mentale.

Partiamo da quest’ultimo concetto.

La sanità mentale

L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive la salute mentale come uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, e non semplicemente assenza di malattia o infermità.

Leggiamo, sul sito web del Ministero della Salute:

I determinanti della salute mentale e dei disturbi mentali includono non solo caratteristiche individuali come la capacità di gestire i propri pensieri, le emozioni, i comportamenti e le relazioni con gli altri, ma anche fattori sociali, culturali, economici, politici e ambientali, tra cui le politiche adottate a livello nazionale, la protezione sociale, lo standard di vita, le condizioni lavorative e il supporto sociale offerto dalla comunità.

Gli aspetti essenziali dei due concetti, che dobbiamo sempre tenere a mente nell’analisi delle influenze culturali dominanti, sono: la percezione corretta della realtà (capacità di intendere) e la capacità di autodeterminazione legata alla sanità mentale (capacità di volere). In quest’ultima definizione troviamo, come parole guida: le relazioni sociali; i fattori culturali; il supporto sociale offerto dalla comunità.

Ora passiamo ad analizzare – seppur brevemente – il concetto di percezione della realtà, che è inscindibilmente connesso a quello di bias cognitivi.

I bias e le distorsioni cognitive

Leggiamo su State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche:

Nell’ambito della psicologia sociale si indagano i bias e le distorsioni cognitive. Poiché alla base della nostra percezione c’è un processo cognitivo di osservazione ed interpretazione, ovvero di costruzione della realtà, possono esserci delle distorsioni cognitive (bias valutativi), indotte da un pregiudizio del soggetto che percepisce.

Ciò è alimentato nonché autoinfluenzato dai processi cognitivi e da quelli sociali, due concetti strettamente legati tra loro. I primi sono i modi in cui i ricordi, le percezione, i pensieri, le emozioni e le motivazioni guidano la nostra comprensione del mondo e le nostre azioni.

I secondi sono i modi in cui i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre azioni sono influenzati dalle persone che ci circondano, dai gruppi a cui apparteniamo, dai rapporti personali, dagli insegnamenti trasmessi dai genitori e dalla cultura e dalle pressioni che subiamo da parte degli altri.

Nessuno di noi è immune dalle distorsioni cognitive (o bias cognitivi), tuttavia essere consapevoli della loro esistenza può aiutare; una generica componente delle distorsioni cognitive è presente infatti in qualsiasi giudizio, in quanto esso è legato ad un fattore percettivo e dunque ad una visione della realtà filtrata soggettivamente da chi valuta.

Realtà e rappresentazioni

Questo fenomeno, che oggi viene chiamato bias cognitivo, ha origini lontane ed è stato indagato abbondantemente dalla filosofia. Pensiamo, per citare il più noto, al concetto delle lenti blu di Kant, per cui la realtà non sempre viene interpretata per com’è, ma spesso è frutto di rappresentazioni.

Kant, infatti, fa una distinzione tra fenomeno e noumeno. Il fenomeno è la realtà che ci appare tramite le nostre forme a priori; il noumeno è la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle nostre forme a priori, che è il limite della conoscenza umana. Kant fa un esempio per far capire meglio questa differenza. Se avessimo degli occhiali con delle lenti colorate di blu, tutto ciò che vedremmo ci apparirebbe in sfumature di blu. Questo sarebbe il mondo del fenomeno, il mondo visto attraverso delle forme che dipendono non dalla realtà, ma dalla nostra rappresentazione.

Questo concetto è fondamentale per comprendere quello di alienazione. Ma, abbiamo visto nelle varie definizioni, tutti questi aspetti si riconducono al rapporto tra individuo e altri individui. I rapporti sociali, insomma.

Le relazioni sociali

Dunque abbiamo chiarito che sia il concetto di sanità mentale che quello di bias cognitivo, ossia di distorsioni della realtà, trovano uno dei fondamenti nelle relazioni sociali. Ma cosa sono le relazioni sociali? In rete troviamo tantissime definizioni, ma per semplicità espositiva, prendiamo quella che si trova su Wikipedia.

L’espressione relazione interpersonale (o relazione sociale) si riferisce al rapporto che intercorre tra due o più individui; queste relazioni si possono basare su sentimenti (come amore, simpatia e amicizia) come anche su passioni condivise e/o su impegni sociali e/o professionali; hanno luogo in ogni contesto umano: dai rapporti di amicizia, alla famiglia a qualsiasi forma di aggregazione umana; parlando di relazioni di coppia, ci si riferisce spesso ad un rapporto sentimentale e/o intimo tra due persone come ad esempio nella coppia di amanti, o nella coppia genitoriale o nel rapporto genitore-figlio.

Bene. Abbiamo capito che le relazioni sociali avvengono in diversi contesti: familiare, amicale, professionale, ecc. Una relazione, però, è la più importante di tutte, perché è necessaria alla sopravvivenza: la relazione produttiva. Già, perché prima di soddisfare i bisogni secondari (amicizia, autostima, produzione di idee, ecc.) occorre soddisfare quelli primari: mangiare, dormire, riprodursi, vestirsi, spostarsi da un posto all’altro, ecc.

L’economia di mercato

Andare ad analizzare come sono cambiate le epoche storiche in base a come sono mutati i rapporti di produzione comporterebbe un’analisi lunghissima, che esula in parte dall’obiettivo di questa. Quindi, per approfondire, vi rimando alla lettura di quest’articolo. Qui ci basti evidenziare che i rapporti sociali oggi si basano su una struttura economica che viene chiamata economia di mercato.

Che significa economia di mercato? Significa che i rapporti sociali si sviluppano in un’economia basata sulla proprietà privata, l’accumulo dei capitali e la concorrenza, su un piano oggi globale, in cui sempre crescenti aspetti della vita sociale si basano su domanda e offerta.

Quindi avremo il mercato delle merci (frutta, verdura, orologi, libri, smartphone, ecc.), il mercato dei servizi (consulenze, servizi legali, finanziari, ecc.), quello delle idee (editoria, arte, cinema, ecc.), quello del lavoro, dello sport, persino delle relazioni stesse (mercato degli incontri on-line, della prostituzione, dei matrimoni, ecc.) e tante altre forme di mercato. Potenzialmente, in un’economia di mercato, tutto ciò che può essere suscettibile di domanda e offerta, ha un valore economico.

E’ sempre stato così? No, affatto. Le relazioni sociali si creano in base ai processi storici in cui la classe che ha sufficiente potere economico e controlla i mezzi di produzione è in grado di sconfiggere la classe precedente ed assumere il potere.

Oggi la classe sociale che controlla il potere è quella della borghesia mercante che, ovviamente, ha l’obiettivo di vendere. Da ciò ne nasce che l’obiettivo di accumulare capitale diventa un dovere morale, a differenza di altri sistemi economici passati in cui l’avidità era considerata un vizio.

Alienazione e mercificazione

Nel rapporto sociale prevalente, quello produttivo, come sappiamo, la relazione avviene tra lavoratore e datore di lavoro. Il primo concede al secondo l’unica cosa che ha: la forza lavoro, che si tratti di lavoro fisico o intellettuale, non cambia nulla. Ora, in un contesto di divisione del lavoro, che domina oggi, il lavoratore si aliena dal proprio lavoro, in quanto non può governare il processo lavorativo dall’inizio alla fine, ma compie solo una piccola parte del processo. Così, per esempio, chi si occupa di contabilità aziendale farà solo quello e non produzione, marketing, logistica, vendita, ecc.

Il lavoratore, nella sua giornata lavorativa, trasmette valore alle merci o ai servizi prodotti, che serve a generare il valore di scambio. Dato che, come tutti sappiamo, il grosso dei costi di un’azienda è rappresentato dal costo del lavoro, ne deduciamo che il grosso del valore di una merce (o servizio) dipende da quello. E difatti il valore delle merci si ottiene dal complesso dei costi, più dal margine di profitto, che l’azienda usa per accumulare capitale.

Quindi il lavoratore non riconoscendosi più nel prodotto del suo lavoro, né avendo la libertà di definirlo, si aliena. Ciò avviene anche nel rapporto con il datore di lavoro, specie oggi in cui, in molti contesti, è un rapporto uomo-macchina (algoritmo) o uomo-burocrazia.

Alienandosi e riconoscendosi solo nel salario, anch’esso una merce, si genera il feticismo, con la quale si mistifica la reale natura del valore di scambio, il quale invece di essere considerato come rapporto sociale tra persone, viene visto come rapporto tra cose.

Consumismo e libertà individuali

Divisione del lavoro, abbattimento dei costi, ricerca di nuovi mercati, concorrenza su piani sempre più grandi nello spazio, hanno portato la borghesia, che ha adottato il modo di produzione capitalistico, a competere sulla quantità. Più merci prodotte equivale alla necessità di aumentare i consumi.

Per farlo, il mezzo più idoneo era rappresentato dal medium di massa per eccellenza: la televisione. Con questa vennero diffusi valori e modelli sociali in netto contrasto con quelli dominanti in Italia che trovavano nel retaggio feudale nonché nelle grandi narrazioni (cattolicesimo e, in molti strati, marxismo) i propri fondamenti. Superato il problema del comunismo, per tutti gli anni Novanta e ancora oggi, la borghesia ha avuto il campo libero per proseguire con la sostituzione di valori, diffondendo – in modo sempre più spinto – un modello sociale basato sulla preminenza dell’individuo rispetto alla rete sociale. Per farlo, oltre alla TV, ha avuto accesso ad altre sovrastrutture: l’editoria, l’arte, lo sport, la letteratura, ecc.

Per creare dei perfetti consumatori bisognava insistere sulle libertà individuali: libertà sessuale, dai legami familiari, dal posto fisso, dalla provincia, dal passato, considerato come un cattivo passato. Ma a questo modello, scriveva Pasolini, il giovane dell’Italia arretrata cerca di adeguarsi in modo goffo, disperato e sempre nevrotizzante.

L’alienazione (che si è spinta dal posto di lavoro alle relazioni sociali), la reificazione e il consumismo, con libertà che Fromm definiva passività, producono una scissione tra l’essere umano, che è pur sempre un essere naturale, e la realtà. Ciò contribuisce a produrre quelle rappresentazioni della realtà che, basate sull’alienazione, impediscono di leggerla per ciò che è davvero.

I non-luoghi e la scomparsa di centri di socializzazione

A peggiorare la scissione tra realtà e rappresentazione vi è anche lo scientifico annientamento delle reti sociali, effetto del processo di individualizzazione di cui parlavo poc’anzi. Una rete, un centro di socializzazione, provoca diversi fenomeni che chi ha vissuto tanto a lungo da ricordarlo, può riconoscere.

  • Genera momenti di confronto tra posizioni divergenti, in cui la discussione provoca scontri oppure sintesi;
  • Mette in crisi il castello di rappresentazioni della realtà. Il confronto tra diverse visioni provoca il dubbio, il quale apre a diverse interpretazioni delle cose;
  • Crea un senso di comunità. Più persone, con medesime esigenze e un’affine visione del mondo, creano appartenenza, rendono i membri attivi, generano obiettivi e si riduce il bisogno di trovare un senso alla propria esistenza nel consumo;
  • Genera una forza sociale. Un gruppo con una medesima visione del mondo entra in contrasto con il gruppo dominante e lo affronta in senso dialettico;
  • Crea rapporti di reciprocità e quindi forme di mutualismo, solidarietà, contribuendo ad attenuare le disparità sociali;
  • Rafforza la fiducia in se stessi e attenua forme di nevrosi, ansia, stress che l’individuo, solitario, prova nel rapporto tra sé e altri;
  • Elimina le differenze in quanto con la conoscenza dell’altro si trovano elementi comuni e quindi vengono meno forme di razzismo, sessismo, ecc.

Se, fino a pochi decenni fa, vi era una profonda differenza tra città e campagna, tra metropoli e paese, oggi queste differenze vengono progressivamente meno.

L’aumento, anche nei centri meno urbanizzati, dei non-luoghi (come li definisce Marc Augè), ossia di luoghi nati per finalità di consumo, oppure di transizione, in cui gli individui si incontrano ma non interagiscono, aumenta il senso di solitudine e di inadeguatezza.

L’alienazione dei social e la creazione di realtà immaginarie alienanti

I Social network non hanno prodotto forme di alienazione, le hanno solo accentuate.

Nel momento in cui il gruppo dominante ha compreso l’importanza del web nel generare reti sociali globali, definire forme di partecipazione dal basso, di informazione libera e priva di censure, ne ha preso immediatamente possesso attraverso la creazione o l’alimentazione finanziaria di società che, nel tempo, sono divenute padroni della rete.

I social dunque hanno sviluppato, nel tempo, tecniche di ingegnerizzazione comportamentale sempre più raffinate che, se da un lato hanno l’obiettivo di ottenere sempre maggiori dati personali, dall’altro orientano i comportamenti di massa. Ciò perché mediano, più del mezzo televisivo, tra la realtà e la sua rappresentazione.

Come sottolinea stateofmind

A causa di tratti del carattere come la timidezza o situazioni d’isolamento sociale, l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei social network sembrano diventare una fonte privilegiata di emozioni e sensazioni appaganti e intense, seppure scaturite da dimensioni del tutto virtuali. (Caretti, La Barbera, 2005). Internet può rappresentare così un mezzo per fuggire dalla realtà quotidiana e rifugiarsi in un mondo illusorio e gratificante, in cui l’elemento virtuale permette di superare le difficoltà e le inibizioni che possono caratterizzare le interazioni reali. (Cantelmi et al., 2000).

Dunque il mezzo social, specie in soggetti fragili, può generare forme di dipendenza e nevrosi, ottimamente spiegate in quest’articolo.

La narrazione sulla felicità

Come abilmente descritto da E. Fromm (in Avere o essere?), la grande promessa dell’epoca post moderna, dominata dalla cultura borghese egemone, è stata quella che lo scopo della vita sia la felicità, intesa come massimo piacere, ossia soddisfazione di ogni desiderio o bisogno soggettivo (edonismo radicale). Che l’egotismo, l’egoismo e l’avidità, che il sistema non può fare a meno di generare per poter funzionare, conducono all’armonia e alla pace.

Col ricorso a considerazioni teoriche – sostiene Fromm – è possibile dimostrare che l’edonismo radicale non può condurre alla felicità. Ma anche senza ricorrere all’analisi teorica, i dati di fatto che abbiamo sott’occhio comprovano con la massima evidenza che la nostra modalità di perseguimento della felicità non ha per effetto il vivere bene. La nostra è una società composta da individui notoriamente infelici. Isolati, ansiosi, in preda a stati depressivi e a impulsi distruttivi, incapaci di indipendenza, in una parola esseri umani ben lieti di poter ammazzare il tempo che con tanto accanimento cercano di risparmiare.

Fromm analizza come il significato dell’egoismo sia

voglio tutto quanto per me stesso. A darmi piacere è il possedere, non il condividere; non posso fare a meno di mostrarmi avido, perché il mio scopo è di avere. Io sono tanto più quanto più ho. Devo provare antagonismo nei confronti di tutti gli altri: i miei clienti che voglio truffare, i miei concorrenti che voglio distruggere, i miei prestatori d’opera che voglio sfruttare. Non posso mai essere soddisfatto, poiché i miei desideri non hanno mai fine. Devo provare invidia per coloro che hanno più di me e mi devo guardare da coloro che hanno meno. D’altro canto, tutti questi sentimenti devo reprimerli se voglio apparire (agli occhi degli altri come dei miei) quell’uomo sorridente, razionale, sincero, gentile, che ognuno finge di essere.

Concludendo

Quanto dunque influisce la narrazione dominante sulla capacità dell’individuo di autodeterminarsi? Un individuo che, va ricordato, subisce forme di alienazione in un quadro sociale dominato dall’individualizzazione, dalla riduzione e progressiva scomparsa di reti sociali, dal consumo, che riguarda sia il rapporto con le cose che con le persone.

Un soggetto particolarmente fragile, già di per sé incapace di relazionarsi, se trovato isolato, privo di mezzi per competere in un quadro sociale estremamente edonista e immerso nelle logiche del consumo, in che maniera può interpretare la realtà ed orientare le sue reazioni?

L’obiettivo non è quello di giustificare né spiegare determinati comportamenti devianti, ma leggerli nel quadro delle relazioni sociali attuali, dominati dalla cultura egemone.

Una cultura che diffonde determinati valori che molti individui vogliono ben accogliere. Ciò perché sono più leggeri e frivoli di valori solidi, quali quelli che hanno dominato la scena fino a pochi decenni fa. Ma non tutti sono in grado di ottenere. E dunque le nevrosi che ne scaturiscono provocano, in alcuni casi, comportamenti devianti. Che, forse troppo sbrigativamente, vengono definiti come patologici e relegati nell’alveo delle esperienze personali. E bollati come narcisisti. Ma è sempre così? E perché si sente sempre più parlare di narcisismo patologico? Sarà che la cultura egemone c’entri qualcosa nel suo sempre più dilagante sviluppo?

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