Xylella e Zelus renardii, quando la scienza è incapace

Zelus renardii
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Cinque anni di una ricerca scientifica sull’uso dello Zelus renardii come insetto antagonista per la lotta al batterio di Xylella fastidiosa, finanziata con soldi pubblici, per poi scoprire, con una semplice lettura su internet, che l’insetto è totalmente inutilizzabile. Perché si fanno ricerche inconferenti quando basterebbe coinvolgere la comunità scientifica o solo accedere ad informazioni comuni prima di intraprendere lunghe e costose ricerche?

In un lungo articolo pubblicato sulla rivista scientifica Journal plos one, il 30 aprile 2020, cinque, tra ricercatori e docenti, unitamente al prof. Francesco Porcelli (docente del Dipartimento di Scienze del suolo, della pianta e degli alimenti dell’Università Aldo Moro di Bari e uno dei principali studiosi di Xylella), hanno firmato un articolo dal titolo A biological control model to manage the vector and the infection of Xylella fastidiosa on olive trees, teso a dimostrare che è possibile fermare l’avanzata del batterio di Xylella fastidiosa (sub specie Pauca) attraverso l’impiego massiccio di un insetto, chiamato Zelus renardii.

Nelle conclusioni del documento si legge che lo Zelus è un “buon candidato per concepire una strategia di biocontrollo contro il vettore Xf e l’infezione”. Mentre nell’introduzione si leggono parole incoraggianti, che addirittura dichiarano di ridurre drasticamente la diffusione del batterio in un paio d’anni dall’introduzione dell’insetto antagonista.

Zelus, antagonista di chi?

Stando a quanto emerge dalle ampie ricerche scientifiche sulla diffusione del batterio Xylella, i principali vettori sono tre: Philaenus spumarius, Philaenus italosignus e Neophilaenus campestris.

Il primo di questi, il Philaenus spumarius, è il più diffuso nelle campagne e nei centri urbani ed è noto con il nome di sputacchina.

Philaenus spumarius detta sputacchina
Philaenus spumarius, detta sputacchina

Secondo i ricercatori, è il primo vettore in assoluto del batterio. Quindi, per contrastare la sua diffusione gli studi condotti e ampiamente finanziati con interventi pubblici (in particolare programma Horizon 2020 e programma POnTE), hanno suggerito di usare il suo nemico naturale, il Zelus renardii, un insetto che, per la sua aggressività (anche sull’uomo), è stato ribattezzato cimice assassina (foto di copertina).

Gli studi sono durati cinque anni, dal 2015 al 2020 e già nel 2017 il prof. Porcelli aveva preannunciato l’uso di questo antagonista naturale, integrando dunque la lotta convenzionale (fatta di sfalci erbacei e di uso della chimica) a quella biologica.

I dubbi sulla strategia dell’uso dello Zelus

Ora, non sono un biologo, un fitopatologo o un entomologo. Ma onestamente, se qualcuno avesse avuto l’idea iniziale di seguire questa strada per la lotta integrata al vettore, penso che la prima cosa che mi sarebbe venuta in mente sarebbe stata: fammi controllare le fonti sul tema. E difatti, consultando già solo Wikipedia, avrei scoperto che quest’insetto – occorre ribadirlo: oggetto di studi e sperimentazioni in laboratorio per cinque anni – mangia un po’ di tutto, non solo la sputacchina, ma anche altri insetti che sono indispensabili per mantenere l’equilibrio biologico di un ecosistema.

Credo che la conoscenza delle caratteristiche di un insetto dovrebbe far parte del corredo culturale di un esperto del settore (per non parlare di un intero polo universitario o di un CNR) e quand’anche non lo fosse, è sufficiente consultare la letteratura sul tema prima di intraprendere lunghe e costose (per noi contribuenti) sperimentazioni e ricerche. O no? Eppure si è proceduto lo stesso, anche in vigenza di informazioni sull’insetto che sono di senso comune e di facile consultazione.

I timori degli esperti (quelli veri)

Difatti in quest’articolo, il prof. Gianfranco Anfora, docente di entomologia generale e applicata all’Università di Trento, che ha anche contribuito a risolvere prontamente il problema della cimice asiatica in Trentino, spiega:

Quando si ricorre a una strategia di questo tipo, per minimizzare i rischi, si sceglie con estrema attenzione l’antagonista. L’ideale è una specie con spiccate preferenze verso un singolo organismo. È il caso della vespa samurai (Trissolcus japonicus), il cui uso nella lotta biologica alla cimice asiatica (Halyomorpha halys) sta per essere definitivamente autorizzato a conclusione di un lunghissimo iter. Ma nel caso di Zelus renardii ci troviamo di fronte a una specie che attacca tutto ciò che ha a tiro, indiscriminatamente. Mi sembra una scelta potenzialmente pericolosa e che necessita di un accurato studio di rischio per poter essere messa in atto.

così continua Anfora

Uno dei nodi critici è, per esempio, il fatto che studi di questo tipo non ci dicono che cosa accade quando Zelus renardii si trova, in campo, nella condizione di poter scegliere tra più potenziali prede, tra cui anche gli insetti benefici che si trovano negli oliveti, per esempio quelli che controllano altre specie dannose.

Cosa dice Wikipedia

E infatti, nel già citato articolo di Wikipedia, troviamo scritto

L’adulto e la ninfa Zelus renardii sono predatori generalisti zoofagi che si nutrono di una vasta gamma di prede, dagli insetti erbivori che si nutrono di piante selvatiche e coltivate ad altri predatori di insetti, come i merletti. Le ninfe si nutrono principalmente di insetti erbivori di lunghezza compresa tra 0,5 e 4 mm, come afidi, tonchi e tripidi. Gli adulti si nutrono di prede più grandi di lunghezza compresa tra 1,5 e 19 mm da vari ordini, tra cui emitteri, lepidotteri, coleotteri, imenotteri, neuroptera, blattodea e ortotteri.

Poiché Z. renardii si nutre di una tale varietà di prede, la sua dieta può spostarsi in condizioni ecologiche diverse o tra habitat con composizione e abbondanza di prede diverse. Sebbene Z. renardii sia un insetto predaceo, il 1 ° e il 2 ° instar possono utilizzare del materiale vegetale, come polline o nettare da nettari extraflorali sul fondo di foglie o strutture fruttiferi, come supplemento alla loro dieta zoofagica normale o sostenerli per brevi periodi quando non sono disponibili prede più adatte.

Così continua Wikipedia

Poiché Zelus renardii si nutre di molte specie di parassiti erbivori di cotone, mais, soia, erba medica e colture di alberi da frutto, può essere considerato un agente di controllo biologico. Tuttavia, anche se le prede di Z. renardii sono spesso considerate parassiti in un contesto agricolo, alcune specie benefiche utilizzate anche come controllo biologico nei sistemi agricoli sono predate.

Per concludere

Perché è accaduto ciò? Perché è stata portata avanti per cinque anni una ricerca che, sin da subito, appariva inconferente? Questo è uno degli effetti del modello, oggi adottato, di scienza quale religione. Arroccata in se stessa, di fatto corporativista e fuori dal metodo di controllo e dibattito democratico, pluralista, collettivo. Con buona probabilità, quando un barone qualsiasi ha deciso di intraprendere la strada dell’analisi dello Zelus come possibile strumento di lotta biologica, nessun ricercatore ha mosso obiezioni. Se la ricerca sulla Xylella fosse stata realmente libera, qualcuno avrebbe sicuramente obiettato, evidenziandone l’inutilità. E così non si sarebbero sprecati tempo e soldi pubblici.

Tutto ciò considerato, suggerirei, prima di affidarci totalmente alla scienza quando afferma qualcosa, di tenere presente che spesso non è libera, pluralista o democratica. Con democratica non intendo che qualsiasi soggetto, privo di titoli, debba mettere bocca su quanto afferma uno scienziato. Ci mancherebbe. Ma che le sue teorie e prassi debbano essere oggetto di dibattito – aperto, libero e democratico – in un’ampia comunità scientifica, sia nazionale che internazionale. Ciò che non è avvenuto con la questione Xylella. Per ragioni politico-economiche e perché il sistema della ricerca è, di fatto, corporativista.

Lo abbiamo visto con il caso dell’albero di Monopoli, prima infetto e poi non più. Perché la magistratura ha fatto da contrappeso alla scienza, imponendo di fare delle controanalisi. E così è emerso l’inghippo. Inoltre spesso, quando il potere economico lo ritiene opportuno, dietro la scienza si nascondono interessi economici, come ho già avuto modo di parlare in altri articoli.

Con ciò non voglio assolutamente dire che non bisogna fidarsi della scienza tout court. Affatto. Ma solo che bisognerebbe aprire un serio dibattito sulle strutture cui poggia oggi la scienza e sull’introduzione di metodi pluralisti, aperti e democratici nel dibattito scientifico. Solo così potremmo liberare la scienza vera dal giogo degli interessi particolaristici.

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