La flat tax alla romana

Vi è mai capitato di andare in un ristorante con amici che portano altri amici? Gente che non conoscete, ma che i vostri amici frequentano e vi dicono essere tipi simpatici e alla mano.

Beh, a me è capitato diverse volte.

Ne ricordo una in particolare.

Ci eravamo dati appuntamento in un ristorante, io e miei amici, la mia ex, i suoi amici ed amici dei suoi amici. Questi ultimi, che non conoscevo, erano in apparenza fighetti che lavoravano nel settore immobiliare mentre io, all’epoca, ero precario (insomma, come oggi) ed i miei amici (alcuni studenti, altri precari come me) stavano nelle mie stesse condizioni. Dopo un paio di giorni di trattative tra me, la mia ex e i suoi amici, optammo per un ristorante che faceva anche da pizzeria. Non ricordo se avessi fiutato l’aria, ma di certo non avrei mai passato la serata in un ristorante dove solo per sederti ti fanno pagare un occhio, luogo che invece i suoi amici prediligevano.

Giunse il sabato sera e, dopo i primi convenevoli e dopo aver percepito l’antipatia e la spocchiosità degli amici della mia ex, decidemmo – nostro malgrado – di sederci a tavola.

Con naturalezza ci posizionammo vicino alle persone più care e quindi la tavolata – composta da circa 10 persone – era suddivisa in noi (cioè io e i miei amici) e loro (ossia gli amici della mia ex), con la mia ex che faceva da spartitavolo e, pressappoco, da diplomatica tra i due gruppi.

Arrivò il momento di ordinare. Noi, squattrinati e impacciati, studiammo meticolosamente il menù per trovare le pietanze più abbordabili e più consone al nostro budget. Individuammo subito le pizze e le birre. Con una manciata di euri avremmo passato la serata.

Loro, beh…iniziarono a ordinare piatti tipo filetto al pepe verde, pasta con gli scampi, orate arrosto, fiorentina, oltre ad un paio di costose bottiglie di brunello di Montalcino e altre amenità.

Ognuno è libero di ordinare quello che vuole, pensavo, mentre immaginavo la relazione che intercorre tra il pepe verde e 18 euro stampate sul menù, accanto al suo nome. Pensai che ogni chicco di pepe fosse stato raccolto a mano dalla pianta e portato in carrozza direttamente al ristorante, per valere il prezzo di un pieno alla mia macchina a gas.

La serata passò alla bene e meglio. Nonostante i miei tentativi di costruire una conversazione con loro, mi accorsi dell’abisso che intercorreva tra i due gruppi.

Non che mi ritenga o ritenga i miei amici dei raffinati pensatori o filosofi, ma mentre noi parlavamo del più e del meno, intervallando questioni personali a come va il mondo, loro si dilettavano tra pettegolezzi su colleghi e amici, sulle ultime novità nella casa del grande fratello e sul trono di uomini e donne.

Nulla da eccepire.

Non ho mai espresso giudizi di valore sugli interessi altrui, ma mi rendevo conto di quanto fossero distanti i nostri interessi. E così la serata non decollò o almeno non decollò l’incontro tra i due “gruppi”, nonostante gli sforzi della mia ex di fare da collante.

E allora, tra un morso di margherita e un sorso di moretti, io e i miei amici parlavamo tra noi mentre lasciavamo al resto del gruppo le loro conversazioni. Già mi pregustavo il post serata con gli amici nei locali più economici e border line della città, con le birre a 2 euro, a disquisire di com’è andata la serata e a parlare liberamente tra persone che s’intendono. Ma nel frattempo ero lì e dovevo mantenere le apparenze.

E poi arrivò il quanto e come. Ossia il conto.

Se non sbaglio uscì un conto di circa 220 euro. A facc du cazz, pensai io mentre studiavo ogni voce dello scontrino.

meme alla romana flat tax

Ad un certo punto uno di loro ebbe un’illuminazione. Ci guardò con faccia inebetita e, con il falso sorriso di un venditore di quart’ordine, ci disse candidamente: facciamo alla romana! Tutto il gruppo degli amici della mia ex accolse la proposta con grande giubilo e con sorrisi a 32 denti, mentre noi ci guardavamo sbigottiti e con un nodo alla gola.

Scusate – disse timidamente uno dei miei amici – ma non mi pare giusto. Noi abbiamo speso a testa circa 10 euro, mentre così andremo a pagare 22 euro!

Ma dai – disse uno di loro – se facciamo alla romana è più facile e non dobbiamo discutere sul conto! Ognuno paga uguale, così non dobbiamo impazzire con le quote e con il resto!

Con un rapido calcolo mentale immaginai quanto avevo speso e quanto invece avrei dovuto pagare. Avevo speso, tra pizza, birra e coperto, circa nove euri e cinquanta, mentre avrei dovuto pagare ventidue euri. Guardai nel portafogli e avevo solo una banconota da 20 euro.

meme alla romana flat tax

Mentre il gruppo degli amici della mia ex insisteva per pagare alla romana e lei faceva da intermediaria tra le nostre rimostranze e le loro insistenze, io, giovincello, desideroso di andar via il prima possibile e incapace di concretizzare un giusto e doveroso conflitto tra classi sociali, presi la banconota e la piazzai sul tavolo come per dire “basta che la smettete”. Mancavano due euri che furono aggiunti prontamente dalla mia ex, quasi a suggellare il precario e ingiusto accordo raggiunto.

E così pagammo, con la consapevolezza che si stava concretizzando un’ingiustizia. Beh, mesi dopo la mia ex fu tale (anche per altri motivi).

Il ricordo di quella vicenda mi ha portato alla mente il paragone con la flat tax.

Ora, non è che la flat tax presuppone che tutti paghino la stessa somma, ma il parallelismo è lo stesso. Perché con il 15% di imposta flat tax, ossia uguale per tutti, non è la stessa cosa pagare – chessò – 1.500 euro per uno che ne guadagna 10.000 o 9.750 euro per uno che ne guadagna 65.000! Al primo restano in tasca solo 8500 euro, mentre al secondo 55.250. Non so, veda un po’ lei.

Ora capisco che il rincoglionimento collettivo e generalizzato porta comunque una (notevole) parte delle classi sociali più deboli ad appoggiare la Lega anche quando palesemente fa gli interessi di quelli più ricchi. Lo capisco e ne comprendo anche le ragioni. Ma quando un piccolo commerciante che – sputa e incolla – riesce si e no a mettere insieme il pranzo con la cena e gira con il pandino scassato, si troverà a pagare in proporzione la stessa cifra di uno che gira in porsche e va tutte le sere al ristorante, non gli rode un poco il culo? No, perché è vero. Salvini vi ha rincoglioniti con il sovranismo, via i migranti, prima gli italiani e amenità varie, ma – tra italiani – non vi fa scoglionare che vengano prima i ricchi?

A me l’esperienza in quel ristorante, da proletario che si trova a subire un’ingiustizia dalla borghesia (metaforicamente parlando, ma non troppo) ha ricordato quella frase di Marx Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni, per cui io pago in base a quanto ho mangiato e non pago per gli altri, per giunta più ricchi di me. E mi ha ricordato anche quell’articolo 3 della costituzione, che si rifà a quella massima, che dice che tutti quanti siamo uguali, non solo formalmente, ma anche nella sostanza e che è compito della Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli, anche economici, che limitano l’uguaglianza sostanziale. Da questi due principi è nato il principio di progressività, sempre contenuto nella Costituzione, per cui al crescere del reddito cresce l’imposizione fiscale e i proventi derivanti dalle imposte vanno redistribuiti in modo da rimuovere i vincoli economici e sociali tra i cittadini.

Ora non so voi, ma a me rode il culo se penso che con la flat tax debbo fare alla romana con uno più ricco di me. Non è questione di invidia sociale, ma di giustizia (e di rispetto della Costituzione).

Insomma, con la flat tax (e con una no tax area sempre più ridotta) a guadagnarci non saremo noi poveracci, ma i ricchi. Salvini si è scordato di dire: Prima gli italiani…ricchi, però.

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