Stai a vedè che mo’ il problema so’ li migranti

Arieccoci. Arriva il governo di destra e, improvvisamente, ritorna l’emergenza sbarchi, con tiggì e talk show che ci martellano la testa, dalla sera alla mattina, con il problema dei migranti, gli sbarchi a josa, le responsabilità dell’UE, gli scontri con la Francia, i monelli delle ONG, gli scafisti criminali e quanto sarebbe bello se li bloccassimo alla partenza (parole del Ministro Piantedosi, in Senato), in Libia, nei lager, che quelli del terzo reich, al confronto, erano dei villaggi vacanze.

Ovviamente scherzo. Non lo erano. Ma quelli di oggi, in Libia, ricalcano più o meno le medesime linee di condotta: cavare quanta più utilità possibile dai corpi di gente senza denaro, sfruttandone la forza lavoro per poi ottenere un riscatto per ridare loro la libertà.

Corpi di gente scappata dalla miseria, dalle bombe dell’ISIS, dalla violenza, dalle guerre etniche, ma anche da un matrimonio combinato, dall’obbligo di professare una certa religione o dallo stato di subalternità della donna; tutti ammassati in una trincea silenziosa e assordante, senza acqua e cibo, perennemente a rischio di contrarre malattie d’ogni sorta, in condizioni igienico sanitarie mortali.

E poi torture fisiche e psicologiche, violenze sessuali, persino morti.

Si sanno queste cose. Non è verità mediatica, non quella che invece ci propinano tutti i giorni parlando di emergenza migranti. No. E’ verità reale, peraltro già da anni assurta a verità giudiziaria, con la nota sentenza della Corte d’Assise di Milano del 2017 (questa) che ha messo nero su bianco alcune verità sui trattamenti disumani nei lager libici.

La Sentenza della Corte d’Assise di Milano del 2017

La Corte d’Assise di Milano, si legge qui,

ha condannato un cittadino somalo all’ergastolo con isolamento diurno per tre anni (…) per i delitti di sequestro di persona a scopo di estorsione aggravato dalla morte dei sequestrati (…), violenza sessuale pluriaggravata, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato.

Le condotte contestate e accertate ad esito del processo sono state consumate nei “campi di raccolta” dei migranti in Libia, in due dei quali (Bani Walid e Sabrata) l’imputato, anch’egli migrante dalla Somalia, e dunque potenziale vittima, aveva invece scelto di collaborare attivamente con i locali gestori dei campi nel privare della libertà i migranti, sottoponendoli a violenze “esemplari”, finalizzate a ottenere dalle famiglie il pagamento di un riscatto per liberarli e avviarli all’emigrazione in Europa.

La sentenza, continua l’articolo,

risulta estremamente espressiva (…) nella parte ricostruttiva dei fatti contestati – e accertati ad esito del dibattimento – dando conto in maniera concreta e drammatica delle condizioni dei “campi di transito” dei migranti in Libia.

L’esordio delle indagini, ricostruito nella sentenza, appare di per sé omologabile a vicende di individuazione di coloro che avevano agito come kapò nei campi di concentramento, con le vittime che, giunte in Europa, a distanza di tempo e casualmente, incontrano l’imputato in un centro di accoglienza di Milano: il tumulto che ne segue attira l’attenzione della polizia locale che avvia le indagini sfociate nel processo in assise.

(…) I migranti partono dalla Somalia a causa dell’insostenibilità di una situazione in cui non esiste più un’organizzazione statuale, le carenze igieniche sono mortali, le bande armate seminano violenza e morte; organizzazioni di trafficanti li conducono attraverso l’Etiopia e il Sudan fino alla Libia, con la costante dello spietato abbandono nel deserto di coloro che mostrano difficoltà a proseguire.

La quasi totalità dei migranti non aveva avuto richieste precise di denaro in partenza, limitandosi talvolta ad alcune anticipazioni: il “conto” era stato presentato nei campi libici, dove i migranti erano stati messi in contatto con le famiglie affinché fosse versata una consistente somma (in genere settemila dollari) ai trafficanti.

In attesa del versamento (tramite il sistema fiduciario della hawala) i migranti erano stati privati della libertà, reclusi nei campi, dove, per rendere più convincente la richiesta di denaro (…) l’imputato e i gestori sottoponevano i migranti a privazioni di cibo e cure, a ripetute percosse con bastoni, spranghe e cavi, a torture con plastica fusa o scariche elettriche o a deliberata disidratazione; e le donne, comprese ragazze giovanissime, a ripetute violenze sessuali, anche legandole o provocando loro gravi lesioni a causa della pregressa infibulazione.

La sentenza parla anche della

morte per dissanguamento di una madre dopo il parto, le morti per malnutrizione, gli strangolamenti.

Il potere sa

L’Europa, l’ONU, la Nato, i governi dei paesi “sviluppati” sanno, sono al corrente, conoscono le infinite storie di persone i cui diritti più elementari sono costantemente violati e le vite vengono spezzate, anche quando non si muore, perché vivere un solo giorno in simili condizioni ti cambia la vita, ti svuota dentro, ti fa persino odiare la vita.

Il potere, dunque, sa. E suona ipocrita e falsa l’annuale ricorrenza del giorno della memoria dove si celebrano i milioni di morti ammazzati dalla follia nazista e si dice mai più, quando oggi, qui, ora, adesso, in questi momenti, mo’, a due passi da noi, si rinnovano le stesse dinamiche, le stesse violenze, gli stessi soprusi.

Allora ebrei, razza inferiore, oggi neri, razza inferiore. Cambiano i tempi, le finalità dei campi di detenzione, ma non il razzismo latente nel potere che, attraverso il martellamento mediatico e le finte emergenze, scarica verso le masse l’odio razziale e l’insensibilità nei confronti degli esseri umani.

Il potere non ha colore, sia chiaro. Se è vero che l’attuale governo mostra tutto il suo aspetto fascista (e inadeguato a governare) è anche vero che quelli precedenti, marca PD o 5S, non sono stati da meno. Gli accordi con il governo libico per “limitare gli sbarchi” hanno il marchio di Minniti (PD), così come le motovedette regalate alla “guardia costiera” libica, sono a firma Toninelli (5 stelle).

A proposito di motovedette

Nel 2021 una motovedetta, una di quelle regalate dall’Italia alla guardia costiera libica, ha sparato contro un peschereccio siciliano perché ha sconfinato troppo nelle acque libiche. Motivo: allontanare gli italiani nella guerra del pesce, alla faccia della concorrenza, che, per l’Europa, vale solo quando si tutelano gli interessi dei grossi gruppi industriali e finanziari.

La guerra del pesce è il motivo per cui, l’anno prima, ben 18 pescatori siciliani sono stati arrestati e detenuti illegalmente nelle carceri libiche, senza nemmeno curarsi di avvertire le autorità italiane.

Qualcuno dirà che, a parte questi incresciosi eventi, quel regalo ha permesso ai libici di intercettare gli scafisti e ripristinare la legalità.

Si legge qui,

La Libia non è firmataria della Convenzione di Ginevra e formalmente riconosce sette (secondo altre fonti nove) nazionalità come le uniche i cui cittadini possono invocare il diritto di asilo.

Si tratta di un’ennesima finzione: in diversi punti di sbarco in cui vengono riportate le persone intercettate – (“salvate”) – dalla “Guardia costiera libica” è presente personale dell’UNHCR e dell’OIM, il quale procede all’identificazione, in contesti difficili e con spazi di autonomia decisamente compressi.

Una volta che la persona è individuata come cittadino yemenita, siriano o iracheno, nazionalità che rientrano nella lista dei potenziali rifugiati, la sua sorte non è diversa da coloro che non possono “vantare” quella cittadinanza.

I migranti vengono infatti portati presso i centri di detenzione e qui nuovamente soggetti a violenze unicamente finalizzate a ottenere il pagamento di un riscatto.

Ciò che distingue i “centri ufficiali” di detenzione e quelli disseminati nel resto del Paese, totalmente al di fuori del controllo delle autorità, è che i primi (tra i 20 e i 30) sono soggetti a qualche forma di monitoraggio esterno. Gli altri centri sono terra di nessuno, unicamente soggetti alla regola delle armi.

Dunque possiamo dire, con relativa tranquillità, che le motovedette servono principalmente a stanare i migranti e riportarli nei centri di detenzione, quelli legali e quelli non. Poco importa dove vanno a finire, l’importante è beccarli.

Migranti e bollette

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La realtà è che per il nostro governo l’emergenza sbarchi è il jolly da giocare tutte le volte che bisogna distogliere l’attenzione dai problemi concreti che le masse popolari debbono affrontare ogni giorno per sopravvivere. Il caro energia, con le bollette schizzate alle stelle, il gas raddoppiato, l’impossibilità di proseguire un’attività commerciale, i beni di prima necessità che diventano sempre più cari, sono solo alcuni dei problemi urgenti da affrontare sul piano politico-economico.

Frutta e verdura, per esempio, hanno subito rincari, dicono, del 20/22%, ma in alcune zone del paese hanno subito aumenti più significativi. Nei discount i rincari medi sono stati del 14%. Per non parlare dell’aumento dei mutui e dei prestiti personali, che hanno messo in ginocchio le giovani coppie che hanno acquistato la prima casa o sono stati costretti ad accedere ai prestiti per pagarsi l’auto. Che in molte aree del paese rappresenta una necessità e non un bene di lusso.

Problemi in parte legati all’attuale conflitto russo-ucraino (che si potrebbe risolvere facilmente) ma in larga parte determinati da un sistema economico iniquo e distruttivo per le fasce deboli.

Un sistema che, nei periodi di vacche grasse, dispensa briciole alle masse popolari, mentre nei periodi di vacche magre scarica tutti i costi verso il basso.

L’incapacità del governo di affrontare queste problematiche li porta alla soluzione più semplice e collaudata. Spostare l’attenzione, parlare d’altro, evitare che il dibattito politico si concentri troppo su questi argomenti, perché sennò le responsabilità politiche dell’inadeguatezza ad affrontarli diventano evidenti. Sennò si è costretti a parlare di profitti privati e perdite socializzate. Oppure di ricchi che diventano più ricchi e poveri ancora più poveri, di disuguaglianze, redistribuzione del reddito, insomma, di economia.

C’è un aneddoto, raccontato da Rousseau, riferito ad una principessa francese che dice:

Infine mi ricordai il ripiego [suggerito da] una grande principessa a cui avevano detto che i contadini non avevano pane e che rispose: che mangino brioche.

L’aneddoto si riferisce ad una delle tante proteste popolari contro il caro farina, che all’epoca coinvolsero un po’ tutta l’Europa e che sarebbero sfociate poi nella Rivoluzione francese.

Qualcuno, oggi, argutamente, ha trovato il parallelismo con la situazione attuale e ha creato un meme che circola nelle chat di Telegram e WhatsApp. Una sintesi perfetta, direi.

Il problema, quindi, non sono i migranti

Insomma, il problema attuale non sono certo i migranti che non rappresentano un’emergenza. Gli sbarchi sono tornati più o meno al livello pre-pandemia, e, per inciso, molti, moltissimi migranti in Italia non ci vogliono restare.

L’invasione, poi, non c’è né mai c’è stata.

Al 1 gennaio 2022 gli stranieri che vivono in Italia sono circa 6,3 milioni, pari a circa il 10% della popolazione e la comunità più grossa è rappresentata dai rumeni.

Ora qualcuno dirà che questo dato non conta perché molti sono irregolari. Il dato li include.

Infatti, secondo le stime, i cosiddetti clandestini, sono all’incirca 517.000, cioè il 10% degli stranieri regolari, mentre i richiedenti asilo dovrebbero essere poco più di 80.000, anche se questo dato è molto difficile da ricostruire per via delle lungaggini burocratiche nel concedere l’asilo.

Ad ogni modo i dati ci restituiscono una dimensione reale del tutto diversa dalla narrazione dominante, che parla di invasione, sostituzione etnica, emergenza. Tutt’altro.

Se poi pensiamo che, sempre secondo le fonti ufficiali, nel 2020 le emigrazioni di italiani all’estero sono state poco meno di 160mila, possiamo pure azzardare l’ipotesi che l’immigrazione non sia poi un male, perché compensa le significative emigrazioni degli italiani. E, come suggerisce da anni Mimmo Lucano, contribuisce a ripopolare molte aree rurali, oggi spopolate. Per farlo, però, occorre che la politica lavori sulla governance dei fenomeni migratori. Lavori. Già. Concetto antitetico e antipatico all’attuale classe politica dominante.

Insomma, al di là dei numeri relativi ad emigrazioni ed immigrazioni, qui il punto resta sempre quello: o stranieri o italiani, qua si fa la fame.

E la via politica, indicata dall’economia di mercato, è sempre la stessa: puntare il dito anziché la luna e mettere i poveracci l’un contro l’altro armati, perché il potere possa continuare ad esercitare la propria egemonia impunemente e senza ripercussioni.

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Un commento su “Stai a vedè che mo’ il problema so’ li migranti

  1. Giovanni Bernardini

    PRINCIPI
    Val la pena di ribadirlo: il problema della immigrazione clandestina si risolve, o si rende meno grave, intervenendo sulle partenze, per bloccarle o ridurle sensibilmente in accordo con gli stati nord africani. Il contrasto alle ONG da questo punto di vista NON è il fattore decisivo e neppure il più importante. Però…
    Però esistono quelle cosette un po’ strane che si chiamano principi.
    Ridurre la politica ad una serie di questioni di principio è un pericoloso estremismo. Prescindere dai principi però corrompe in profondità uno stato.
    Interrompere un rave party illegale non trasforma l’Italia nel paradiso della legalità, ma lasciarlo proseguire facendo finta di nulla significa farsi gioco della legalità.
    Liberare rapidamente abitazioni illegalmente occupate non risolve i problemi della casa, ma è un atto dovuto nei confronti dei legittimi proprietari.
    Contrastare le ONG nella loro pretesa di determinare la politica migratoria del nostro paese non risolve il problema della immigrazione clandestina, ma non farlo vuol dire trasformare l’Italia in una repubblica delle banane.
    E’ pensabile che uno stato degno di questo nome permetta violazioni continue, palesi, effettuate alla luce del sole delle proprie leggi?
    E’ accettabile che navi straniere non obbediscano alle intimazioni della guardia costiera e delle autorità portuali di uno stato sovrano? Si arroghino il diritto di entrare quando piace a loro nelle sue acque territoriali?
    E’ tollerabile che chiunque possa occupare una altrui abitazione e tenersela per anni?
    E’ accettabile che centinaia o migliaia di giovanotti organizzino concerti pubblici in violazione di ogni norma?
    Ancora più in generale, è ammissibile che il governo di un paese straniero si arroghi il diritto di “vigilare” sul comportamento di chi gli italiani hanno liberamente scelto di votare?
    La risposta a tutte queste domande è NO. Cose simili NON sono ammissibili, accettabili, tollerabili. Uno stato che le accetti rinuncia ad essere stato, si trasforma in una barzelletta. Le sue stesse istituzioni perdono valore e credibilità, diventano un orpello inutile e ridicolo.
    E’ questo che vogliamo diventare? Uno stato che non si prende sul serio, che si fa gioco della sua stessa sovranità? L’Italia deve diventare una sorvegliata speciale, una colonia della Francia?
    Voglio sperare di NO.

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