La contemplazione dell’artigiano

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Se c’è una figura, oggi, che può fornirci gli strumenti per salvarci dall’alienazione, nevrosi e ansia tipica del vivere contemporaneo, è l’artigiano.

L’artigiano era una figura produttiva prevalente fino all’epoca moderna. Anzi, il modo di produzione artigianale era l’unico modo di produzione conosciuto fino all’avvento dell’industria e di quello che Marx chiamerà modo di produzione capitalistico. Da allora ad oggi la produzione artigianale è pressoché scomparsa in larghi settori. E’ sopravvissuta – a fasi alterne – in determinati settori produttivi (in particolare calzaturiero, pelletteria, tessile, arredo casa), in mercati di nicchia e in determinate zone, soprattutto turistiche, dove è ancora attivo l’artigianato artistico, pur se oggi in profonda crisi.

Premetto che mi riferisco all’artigiano in quanto produttore, che dalla materia prima trae un prodotto finito. Ma larga parte delle considerazioni svolte in questo scritto si possono estendere anche alle altre figure di artigiano, che operano nella prestazione di servizi (meccanici, idraulici, acconciatori, estetisti, ecc. ecc.).

I tre motivi che rendono l’artigiano un soggetto completo

Il primo è che fonde sapientemente arte intellettuale e arte manuale. Ossia la creatività, il sapere teorico, le conoscenze tecniche, il know-how, il corredo culturale individuale e sociale si fondono al sapere pratico, all’arte del fare, alle abilità manuali. Ma non solo. Il sapere intellettuale dell’artigiano non si ferma alle conoscenze, seppur creative, legate direttamente al suo lavoro.

L’artigiano fonde in sé la direzione intellettuale del lavoro, cosa che poi si scinderà con la divisione del lavoro nelle società capitalistiche. La direzione del lavoro, anzi, è particolarmente sviluppata nell’artigiano, perché deve definire l’obiettivo, i mezzi del lavoro, i materiali e il tempo che gli occorrono. Li definisce attentamente, per evitare di sprecare tempo, soldi e materia prima. E soprattutto per definire un prezzo che rientri in quelli di mercato.

Da questa riflessione è partito Gramsci nel teorizzare l’uomo nuovo, all’interno della prospettiva socialista, parlando della necessità di fornire all’operaio (che all’epoca era potenzialmente una classe rivoluzionaria), la capacità di dirigere il lavoro. Cosa che è ben presente nell’artigiano.

Il secondo motivo è che l’artigiano segue il processo produttivo dall’inizio alla fine. Da quando ha davanti a sé la materia prima, informe, fino a quando questa diventa l’opera definita, il prodotto finale. Nel seguire tutte le fasi produttive, l’artigiano osserva la crescita dell’opera, la orienta, la modella, la corregge, esattamente come farebbe un genitore coscienzioso con il proprio figlio. Dunque l’opera la sente sua, una parte di sé, ma non solo. Diventa anche una parte del mondo. Difatti come un genitore, quando il figlio è maturo, lo lascia andar via, l’artigiano si priva della sua opera, vendendola.

Il terzo motivo: la concentrazione

Il seguire tutto il ciclo produttivo porta l’artigiano a sviluppare un’altra abilità, oltre a quelle già evidenziate: la concentrazione. Anche quest’abilità è necessaria affinché ogni fase di lavorazione riesca, senza spreco di materiale, tempo e denaro. Ma è soprattutto necessaria perché l’artigiano, per fare lavori di precisione, non si serve di sofisticate macchine (tipiche della produzione seriale), ma delle sue mani e attrezzi prevalentemente manuali.

Tutto ciò lo costringe a canalizzare ogni facoltà mentale sulla fase produttiva attuale, ossia sul qui ed ora. E dunque giocoforza l’artigiano realizza il presente.

Artigiano e operaio

Questi elementi non sono presenti nel lavoratore che opera in tutti quei settori in cui avviene la divisione del lavoro. Praticamente tutti, sia nel pubblico che nel privato.

L’operaio segue solo una parte del ciclo produttivo. Il datore di lavoro gli richiederà di concentrarsi sul lavoro, ma l’operaio non metterà la stessa concentrazione che mette l’artigiano. Perché, in fondo, i mezzi e i materiali non sono i suoi. E anche perché non ha idea di dove inizi e dove finisca il prodotto che ha per le mani. Ciò provoca disaffezione al lavoro, che, unita allo sfruttamento, alla competizione, alle condizioni di vita, provoca alienazione.

Queste considerazioni valgono anche per gli impiegati. Difatti anche un contabile, che può avere maggiore consapevolezza sulla struttura aziendale, in fondo si occuperà solo di tenere la contabilità e non avrà piena coscienza di ciò che fa l’operaio o il manager. Anche l’impiegato si sentirà alienato.

Artigiano e intellettuale

Rispetto al lavoro intellettuale, anche autonomo (che presuppone la direzione) l’artigiano ha una cosa in più: la traduzione della speculazione intellettiva in arte manuale. L’artigiano rappresenta la sintesi filosofica tra idealismo e materialismo, tra astrattezza e concretezza, in quanto racchiude in sé le due forme speculative della realtà: quella intellettuale e quella manuale. Magari l’artigiano non possiederà il bagaglio di conoscenze teoriche, appannaggio dell’intellettuale, ma rispetto a questo sviluppa una coscienza storica ben più definita, in quanto traduce la sintesi tra teoria e pratica anche nel vivere quotidiano. Ciò che invece è meno sviluppato nell’intellettuale, che spesso rischia di non comprendere la realtà perché circondato da teorie idealistiche e particolaristiche (cosa che avviene spesso in intellettuali tecnici) che offuscano la comprensione storica del reale. 

Artigiano e contadino

Anche il contadino tradizionale fonde conoscenze teoriche e arte pratica. Anche il contadino sviluppa l’arte della concentrazione, che conduce alla contemplazione e alla comprensione del reale. Tuttavia, a differenza dell’artigiano, il contadino è legato ai cicli naturali, alle stagioni, all’attesa. Non può dominare la natura né controllarla. Non è assolutamente certo che ciò che pianterà sarà poi raccolto, né può prevedere se una grandinata distruggerà la sua opera. Mentre l’artigiano ha il pieno controllo sul suo processo produttivo e lo domina.

L’artigiano non è un taumaturgo

Sia chiaro, l’artigiano – in tutto quanto appena detto – non va considerato un taumaturgo né una sorta di super-uomo nietzschiano. Tutt’altro.

Queste considerazioni sulle caratteristiche-tipo di un artigiano (o tipo-ideale, per usare un concetto weberiano) ci tornano però utili per comprendere un aspetto oggi poco considerato. Essenziale per vivere coscientemente il presente e per entrare in contatto con la realtà: la concentrazione e l’essere qui e ora. La sintesi tra intelletto e manualità. La relazione tra soggetto e oggetto, che è relazione di possesso temporaneo, finalizzato a soddisfare bisogni altrui.

Tutto ciò conduce (non certo senza sforzo) alla contemplazione. La quale porta non certo al misticismo, ma all’autocoscienza che non è altro che uno sviluppo in senso dialetticamente positivo dell’essere umano, della sua relazione con il mondo. In altri termini, l’acquisizione di quella consapevolezza che serve poi a decodificare la storia, la realtà, per poi – potenzialmente e, soprattutto, collettivamente – plasmarla.

L’artigiano e la negazione dell’alienazione

Tutto ciò – in un paio di secoli – ci è stato scippato a poco a poco, fino ad arrivare – oggi – all’apoteosi dell’alienazione, che infatti è il contrario della consapevolezza. La cultura dell’avere, del consumo, la mercificazione dell’essere, il culto della virtualità, dell’apparenza, dell’edonismo e della produttività. Tutte cose che confliggono con l’essere e, di conseguenza, col vivere il reale

L’artigiano, oggi, può solo mostrarci compiutamente il metodo per uscire da queste contraddizioni, che sono insite nel vivere contemporaneo e che – di fatto – non appartengono al vivere. Perché in larga parte tendiamo a vivere proiettati tra il passato (fatto di ricordi, rimpianti, immagini) e il futuro (sogni, aspettative, progetti, ecc.), distrattamente, presi da mille impegni e mille notifiche (che hanno la precedenza persino sui rapporti interpersonali reali). Siamo stati educati al consumo, al senso della proprietà, cosa che poi dall’avere si è estesa all’essere.

Abbiamo perso la relazione tra speculare e fare, tra arte intellettiva e arte manuale. Infine ci hanno esortati, sin da piccoli, a coltivare attività, interessi, hobby, cosa in sé positiva, ma dannosa se inserita in un contesto di frenesia, accelerazione del tempo, alienazione e profonda distrazione. Tutto ciò sommato, ci impedisce di vivere pienamente e consapevolmente. 

La concentrazione

Come dicevo, l’artigiano sviluppa una delle fasi che portano alla consapevolezza: la concentrazione. Una caratteristica oggi sempre meno sviluppata, in quanto siamo bombardati da continue distrazioni, che ci impediscono di dedicare la nostra attenzione all’attività che stiamo svolgendo. E così si finisce per fare distrattamente un po’ tutto: dal lavoro, allo studio, alla lettura, ai rapporti personali. Se qualcuno ci chiedesse, dopo aver letto una pagina di un libro, di riassumerla, avremmo grosse difficoltà. Non perché siamo una massa di stupidi, ma perché tendenzialmente facciamo le nostre cose distrattamente, senza metterci attenzione, insomma, senza concentrazione. E così l’effetto – alla lunga – è quell’analfabetismo di ritorno di cui ho parlato qualche tempo fa. 

Dunque la concentrazione è il primo passo verso il riallaccio dell’essere nell’esserci, ossia la consapevolezza che – qualsiasi cosa stiamo facendo – siamo lì, in quel momento e quello che facciamo merita la nostra attenzione. Ciò non significa estraniarsi dal resto del mondo, ma essere consapevoli di vivere in quel momento, in quel posto e porre la propria attenzione su quell’attività. Il resto può attendere. Sarà per questo che un mio caro amico artigiano, restauratore, ogni volta che attacca a lavorare, spegne il cellulare.

Ma anche lavare i piatti o innaffiare le piante, attività banali e quotidiane, meritano attenzione. Non perché siano attività complesse, ma perché può essere un buon esercizio per abituare la mente ad esserci. Perché la mente è un po’ come un bimbo capriccioso. Se la lasci andare, si perde tra passato e futuro, tra ricordi, fantasie ed illusioni. Abituarla a riportarla al presente vuol dire allenarla a concentrarsi, a collegarla al momento e al luogo attuali. 

La contemplazione

La contemplazione è la diretta conseguenza, assolutamente non meccanicistica né deterministica, della relazione congiunta tra concentrazione, consapevolezza e legame tra intelletto e prassi. Ossia richiede un certo sforzo, ma anche una presa di consapevolezza tra il sé e ciò che lo circonda. 

Non si tratta, come il senso comune intende, di mera attività speculativa, di stare in silenzio a guardarsi intorno oppure a rimuginare su qualcosa. 

A lungo ho pensato che contemplare significasse sedermi, per esempio, sulla battigia ed osservare il mare oppure su una panchina e guardare una montagna, con tutte le sue beltà. Anche quando credevo di svuotare la mente, di rilassarmi e di estraniarmi da tutto ciò che mi circondava, non stavo contemplando. Al massimo stavo guardando, distrattamente per giunta. L’essere totalmente immersi nella cultura occidentale della frenesia, dell’alienazione e del culto dell’avere, ci porta inevitabilmente a non essere in grado di contemplare, anche di meditare, perché oramai il cervello si rifiuta di collegarsi alla realtà. Esattamente come un bambino troppo viziato si rifiuta di stare composto ed attento in classe.

Una definizione di contemplazione

plotino
Plotino, quello con la tunica rossa, nell’affresco La Scuola di Atene di Raffaello

Il filosofo greco Plotino diede una definizione di contemplazione, secondo me, completa e calzante.

Dobbiamo pensare che quando anche quaggiù uno contempla, soprattutto se in modo intenso, egli certo non si volge col pensiero indietro su sé stesso, ma possiede sé stesso e volge la sua attività all’oggetto, diventa anzi l’oggetto stesso, offrendo sé stesso, diciamo così, quale materia, lasciandosi plasmare dall’oggetto contemplato. […] Egli conoscerà tale unione non dal di fuori, ma dall’attività stessa, in quanto l’infinità, così compresa, è sempre presente, o meglio, lo accompagna e viene contemplata con un atto di conoscenza non acquisito.

L’artigiano ci mostra nella pratica cosa vuol dire contemplare, secondo l’accezione fornita da Plotino. Finita un’opera, si ferma ad osservarla. Può stare lì anche per tanto tempo o tornare ad osservarla a distanza di giorni. In quell’osservazione ci sta certamente l’autocompiacimento, che non è una forma di egotismo, ma una sana relazione tra l’artigiano e la sua opera. Ma non solo. Si crea un rapporto simbiotico, che lo porta a generare un collegamento tra il sé e l’altro (l’oggetto, in questo caso). 

Questa pratica, in potenza, può estendersi non solo alla relazione tra l’artigiano e l’oggetto, ma al complesso dei suoi rapporti sociali. Esercitando questa pratica di contemplazione l’essere umano è in grado di relazionarsi con tutto ciò che lo circonda e di realizzare l’unione.

Proviamo a farlo anche noi

Proviamoci anche noi. All’inizio è difficile, ma è solo questione di pratica.

Proviamo, per esempio, a restaurare un mobile in legno o, più semplicemente, a ridipingere un mobile da giardino in ferro, magari arrugginito. Dopo averlo accuratamente scartavetrato, pulito e ridipinto, quel mobiletto assumerà per noi un significato diverso. Magari fino ad allora nemmeno lo guardavamo. Ma dopo averlo restaurato diverrà per noi come un figlio. Ne proveremo persino gelosia. Questo esercizio ci consente di sviluppare la concentrazione, il rapporto tra intelletto e manualità e, a lavoro finito, di provare la sensazione (fugace in un primo momento, strutturata nel corso del tempo) della contemplazione. Osservare l’oggetto, focalizzare i particolari, trattarlo con delicatezza, fino – poi – a rimetterlo dove stava. Da quel momento in poi ci accorgeremo della sua presenza. E ci renderemo pure conto di qual è la caratteristica principale del consumismo.

Contemplare vuol dire accorgersi

Accorgersi della presenza di quell’oggetto che abbiamo restaurato è un banale esempio di cosa significhi effettivamente contemplare: realizzare il presente, osservare, legarsi a qualcosa o qualcuno pur mantenendo la propria individualità. Alleggerire la mente dalla frenesia dei pensieri, generata dall’accelerazione del tempo e dall’alienazione, per poter semplicemente vivere con consapevolezza. Niente di più, niente di meno. La contemplazione non è la ricerca della felicità né un modo per sfuggire alla sofferenza. E’ solo quella che il filosofo tedesco Josef Pieper definì il mezzo che mantiene il vero fine in vista, dando significato a ogni atto pratico della vita.

Ebbene, l’artigiano possiede questi mezzi ed è la figura che, più di tutte, ci dimostra quanto sia possibile vivere pienamente il reale e plasmarlo.

L’artigiano non è il futuro

Qualcuno sostiene che l’artigianato sia il futuro produttivo. E forse dalle mie parole si può desumere ciò. Niente di più sbagliato. E’ vero che in alcuni settori gli artigiani (in particolare i giovani) si son saputi adeguare alle nuove tendenze e tecnologie e hanno saputo innovarsi e innovare. Ma il mito della decrescita felice e del ritorno al passato è un falso mito. Solo la produzione industriale, su larga scala, può consentire all’umanità di soddisfare i bisogni primari e di produrre ricchezza. La divisione del lavoro è una conseguenza ovvia di una società complessa. Quindi dire che sarebbe bello tornare all’artigianato o all’agricoltura, com’erano un tempo, è puro e sciocco utopismo.

Il punto, semmai, è quello di riflettere sulla socializzazione della produzione industriale, più che sulla critica della sua natura. Sulla sinergia tra industria e artigianato. Cosa che però si può fare solo in un regime in cui non è il profitto, gestito da una minoranza, a determinare i rapporti di produzione.

L’artigianato, nei contesti socio-economici contemporanei, è un corollario, un aspetto produttivo necessario ma secondario, incapace di per sé di produrre la ricchezza di cui abbisogna una nazione e di soddisfare pienamente le complesse esigenze sociali attuali.

Però…

La figura dell’artigiano, però, è indispensabile perché ci insegna che è possibile estendere alla divisione del lavoro in ogni settore e – a cascata – ai rapporti sociali, le caratteristiche positive dell’essere artigiano. Ci dimostra che – socializzando la produzione – è possibile consentire a chiunque, mutualmente, di assumere il ruolo di direzione e lavoro. E di facilitare così la consapevolezza dell’esserci, che porta alla contemplazione e alla comprensione della realtà. In altre parole elimina l’alienazione, il nemico numero uno della cittadinanza attiva. Ma l’amico numero uno del gioco del giogo padronale.

Insomma, l’artigiano ci mostra compiutamente il metodo con cui possiamo realizzare il presente, riprendere possesso della concentrazione e favorire così la contemplazione. Apripista di un nuovo modello di società più equo ed umanamente sostenibile. In questo modo sarà più facile comprendere appieno la realtà per poi rimodellarla congiuntamente. Senza cadere nelle ormai evidenti contraddizioni generate da una società che ha fatto dell’alienazione umana la sua merce più pregiata.

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