Materialismo storico, struttura e sovrastruttura spiegati semplici

Karl Marx e il materialismo storico
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Alcuni concetti cardine del pensiero di Marx sono quelli di materialismo storico, struttura e sovrastruttura. Cosa sono? Perché oggi è importante conoscerli? Una spiegazione semplice dei concetti, della loro natura, di come funzionano e in cosa consistono, nella pratica.

L’esigenza di scrivere quest’articolo è di semplificare al massimo la comprensione di tre concetti fondamentali del pensiero marxiano. Ciò per due semplici motivi: il primo è perché girando in rete si trovano espressi in termini abbastanza complessi, se non ostici. Inaccessibili, dunque, al linguaggio comune. Il secondo è perché la loro comprensione è fondamentale per capire il funzionamento della realtà. Il pensiero di Marx, attualmente, è l’unico in grado di spiegare in modo coerente e organico la natura e il funzionamento delle società, in particolare quella capitalistica. Ed, ovviamente, tutto ciò che ne consegue: il concetto di Stato, di ideologia, di religione, ecc.

A lungo Marx è stato mal interpretato, sia da alcuni suoi seguaci, che dai suoi detrattori. Anche la realizzazione pratica della sua ideologia, nell’ex Unione Sovietica, non è stata conforme al suo pensiero. Di ciò se n’era accorto Lenin, però è morto prima di poter raddrizzare le storture poste in essere da Stalin e dal suo apparato burocratico. Il concetto di burocrazia è quanto di più lontano dal pensiero di Marx, ma la storia è andata così e ne prendiamo atto.

Questi argomenti, però, meriterebbero una trattazione a sé, vista la loro vastità e complessità. In questa sede ci limiteremo ad affrontare tre nodi principali del pensiero di Marx: il materialismo storico, la struttura e le sovrastrutture.

Mi scuso per la lunghezza del testo, ma ho preferito dilungarmi su alcuni concetti, usando parole, esempi e paragoni semplici, in modo da facilitare la lettura e la comprensione. So che facendo così si rischia di semplificare troppo, ma preferisco perdere in rigore scientifico per guadagnare in divulgazione e comprensione. I lettori che poi vorranno approfondire certi concetti marxiani, troveranno sicuramente abbondante materiale in rete, molto più rigoroso, tecnico e preciso.

Materialismo vs idealismo

A lungo la filosofia è stata dominata dall’idealismo, cioè dalla speculazione intellettualistica della realtà, dell’essere, di Dio, dell’Assoluto e tanti altri bei concetti. Tutto molto interessante, tant’è che la filosofia è la scienza più importante per comprendere la realtà e i concetti astratti che influenzano la vita umana. Però così facendo, i filosofi si sono allontanati dalla comprensione materiale della realtà. Non solo da questa. Anche dalle persone. La filosofia è rimasta, a lungo, appannaggio dei ceti più colti e lontana dalle masse popolari. Infine, la filosofia, a volte, è stata strumentale per giustificare le ideologie politiche, anche quelle più reazionarie, anziché dare gli strumenti per mutare la realtà.

Lo stesso Hegel, per esempio, usava la figura della Nottola di Minerva (il simbolo della saggezza e della filosofia), cioè la civetta, per spiegare la realtà. Diceva che la filosofia è un po’ come la civetta, che guarda il mondo dall’alto, al termine del giorno, per osservare, catalogare e spiegare la realtà, per poi giustificarla. Se tutto ciò che è reale è razionale, allora, secondo Hegel, questo reale va capito, va spiegato, ma poi va accettato.

Marx, invece, sosteneva che la realtà non va solo osservata, analizzata per poi, infine, essere giustificata. Se la realtà non è giusta, se ci sono disuguaglianze, prevaricazioni, se – insomma – non c’è libertà, la realtà va compresa per essere trasformata. Da qui il celebre motto che è divenuto l’epitaffio sulla sua tomba: The philosophers have only interpreted the world in various ways. The point however is to change it. I filosofi hanno semplicemente interpretato il mondo. Ora si tratta di cambiarlo.

Prima di arrivare a capire cosa sono materialismo storico, struttura e sovrastruttura è necessario spiegare, seppur brevemente, alcuni concetti della filosofia di Eraclito, Hegel e Feuerbach, perché Marx è stato un allievo degli ultimi due ed Hegel ha basato parte del suo costrutto filosofico sulle intuizioni di Eraclito (dico intuizioni perché di Eraclito ci sono arrivati pochi frammenti del suo pensiero, a differenza di altri filosofi greci). Quindi vediamoli insieme.

Eraclito in breve

eraclito

Eraclito fu il padre del concetto del divenire e, dunque, del metodo dialettico. E’ stato anche il padre del concetto della teoria degli opposti (ossia la lotta, la quale, calata nel sociale, diventa lotta di classe). In poche parole Eraclito dice che la realtà è in continuo mutamento, che la vita è generata dai cambiamenti, in particolare dal conflitto e dalle lotte. Così come dalla morte si genera la vita, dalla negazione di un certo fenomeno si genera il cambiamento.

Giusto per capirci, noi siamo vivi perché nel nostro corpo ogni giorno muoiono dai 50 ai 100 miliardi di cellule, ma la morte cellulare è necessaria per il rinnovamento cellulare, che ci tiene in vita. Allo stesso modo, attraverso il superamento di conflitti inconsci, archetipici, la nostra psiche matura. Idem per le esperienze: se non abbiamo mai sofferto per amore, non potremmo conoscere le gioie dell’amore, così come se non abbiamo mai sofferto il freddo non sapremmo cosa significa il piacere del caldo, e via dicendo.

La natura, per Eraclito, segue le medesime leggi. Fiori e piante nascono, crescono ed appassiscono, per poi diventare concime per la terra, che produrrà nuova vita. Se l’ape non sottrae il polline dal fiore maschio, per portarlo alla femmina, non avremo l’impollinazione, che è alla base della riproduzione di numerose piante e quindi della nostra alimentazione. Idem per la riproduzione umana: se lo spermatozoo non rompe l’ovulo, trasformandolo, non c’è vita umana. 

Anche nella religione cattolica c’è un concetto simile al divenire e alla teoria degli opposti: senza la morte del corpo non c’è vita eterna. Senza le sofferenze terrene non ci sarà la beatitudine dei cieli.

Insomma, per farla breve, il divenire, per Eraclito, è un continuo nascere, negarsi e rinascere. E la negazione non è altro che il conflitto, senza il quale non c’è la fase della rinascita e quindi dell’evoluzione, dello sviluppo, della vita stessa. Questo processo è dialettico: nega il precedente per arrivare ad un miglior risultato. La morte è negazione della vita, ma senza quella negazione non c’è la vita eterna (per chi è cristiano) oppure il Nirvana, che segue un continuo processo dialettico di vita/morte/rinascita (per chi è buddista). La dialettica è un processo continuo, ma per arrivare ad una più profonda concezione del processo dialettico, bisogna passare per forza da Hegel.

Hegel in breve

hegel

Hegel riprende il pensiero eracliteo e lo storicizza. In particolare Hegel si accorge che il metodo dialettico così come definito da Eraclito avviene pure nella storia, nei rapporti sociali. E allora si prende la briga di analizzare tutta la storia dell’umanità, in tutte le rispettive aree geografiche, e si accorge che i cambiamenti sociali sono sempre basati sul conflitto dialettico.

Per esempio, Hegel studia profondamente la rivoluzione francese e vede che la base della rivoluzione sta nella lotta di classe, in particolare della borghesia che prende il potere e rovescia il potere monarchico. Lo stesso fa con il rinascimento italiano, che analizza come superamento dialettico del potere spirituale della Chiesa. Anche in questo caso il processo dialettico nasce dal conflitto di classe tra borghesia e clero, la quale produce l’umanesimo.

Studia il mondo greco-romano e si accorge che la struttura della polis democratica non è altro che il superamento del dispotismo. Però esiste ancora la schiavitù, perché i barbari (stranieri), in Grecia, sono schiavi. Ma la libertà dei pochi sarà il preludio per la definizione della libertà di tutti. La stessa analisi la fa con il concetto di individuo, che nella Grecia classica è quasi inesistente, però poi, analizzando il mito di Antigone e la ribellione alle leggi della città, nota il superamento dialettico dell’Uomo-statalizzato, a vantaggio dell’individuo. Processo che sarà poi completato dal mondo romano, che darà più riconoscimento all’individuo, producendo le leggi del diritto privato.

A proposito di Roma, Hegel studia le varie fasi di sviluppo, mettendo in rilievo il processo dialettico: per esempio, la monarchia (il periodo dei sette Re) è superata dialetticamente dalla Repubblica. Dove, in pratica, la classe dei senatori rovescia la classe monarchica e prende il potere. E poi che succede? Viene superata a sua volta dalla classe dei soldati, il cui comandante viene acclamato Imperatore. E via discorrendo.

Dall’analisi storica dei processi dialettici Hegel teorizza dunque la struttura del processo dialettico e il rapporto servo padrone.

Le tre fasi del processo dialettico

Secondo Hegel il cambiamento è sempre composto da tre fasi: la tesi, l’antitesi e la sintesi. A volte si sente parlare di momento dell’essere in sé, il momento dell’essere fuori di sé e il momento del ritorno a sé. Altre volte si sentirà parlare di coscienza, negazione ed autocoscienza. Sono praticamente la stessa cosa. A seconda dell’argomento trattato, Hegel usa termini diversi, ma il concetto è pressoché lo stesso.

Noi, per comodità, parleremo semplicemente di tesi, antitesi e sintesi. Il momento della tesi è la fase in cui le cose stanno come stanno. Per esempio, ti accorgi di stare ingrassando. Poi arriva la fase dell’antitesi, cioè della negazione. Ti schifi a guardare quella panza, ne cerchi le cause, le affronti e decidi di porre rimedio. Ma in questa fase non vuoi rinunciare a quella birrozza serale che tanto ti piace, ma che contribuisce a farti ingrassare. Elimini così qualcuna delle cause e ti metti a fare jogging o ti iscrivi in palestra. La fase della sintesi è il tuo tornare in forma, negando alcune delle cause del tuo ingrassare, ma accettandone altre, perché ti piacciono.

Hai raggiunto, così, una nuova e diversa fase, in cui accetti una parte del tuo vecchio essere, ma neghi un’altra. Insomma, sei cambiato. Questo cambiamento, però, non è statico, nel senso che il processo dialettico continua (sia riguardo al tuo peso che in tutte le sfere della tua esistenza). Un altro esempio è riportato nell’articolo sulla dialettica hegeliana nel concetto di fumo e di svapo.

Il rapporto servo padrone

Questo, secondo me, è uno dei passaggi più belli della filosofia hegeliana.

Nel rapporto servo-padrone troviamo il processo dialettico, così come descritto. Il padrone, in origine, non è tale. E’ il servo di un altro padrone. Però con il lavoro si riscatta, smette di avere paura della sofferenza, della morte, smette di pensare a come farà a campare, a come sostenere la sua famiglia, a che gli succederà se si ribella… insomma, prende coraggio e sfida il padrone. Lo fa perché non ha più nulla da perdere. E lo batte. Al ché è lui, ora, ad essere padrone. E il vecchio padrone si estinguerà o diverrà servo. Questi, per paura di non mangiare, di morire, di perdere quel poco che ha, resterà servo, per tanto tempo. Ma se anche questo servo, un giorno, si renderà conto di poter sfidare il padrone, allora sarà lui a diventare padrone e il suo padrone sarà sconfitto. 

In questa storiella del servo-padrone, Hegel spiega per bene come funziona la dialettica: c’è il momento della coscienza (la tesi), in cui ci stanno un padrone, cosciente di esserlo e un servo; c’è la negazione (antitesi) in cui il servo prende coscienza, coraggio e sfida il padrone; c’è l’autocoscienza (sintesi) in cui il servo diventa padrone.

Questa storiella servirà poi a Marx per elaborare più compiutamente le dinamiche della lotta di classe. Sì, perché la borghesia, che una volta era il servo, ha smesso di avere paura della nobiltà e l’ha affrontata. E sconfitta. Questo, in breve, è quanto avvenuto con la rivoluzione francese. Così la borghesia è divenuta il nuovo padrone. Il proletariato (cioè il servo attuale), secondo Marx, sarà in grado di sfidare la borghesia (cioè il padrone) solo quando avrà raggiunto la consapevolezza di non avere più nulla da perdere, ma tutto da guadagnare.

Il processo dialettico va letto anche secondo un altro aspetto. La borghesia, prendendo il potere, ha negato i privilegi della nobiltà e ha fatto evolvere la società, riconoscendo all’individuo numerosi diritti. Inoltre ha creato il concetto di Stato, di Nazione, suddiviso in poteri (la celebre tripartizione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziale), per affermare l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.

Marx dirà che quei diritti sono certamente una bella evoluzione, ma sono solo formali, mentre sul piano sostanziale le disuguaglianze non sono state toccate. E che lo stato di diritto è sì un avanzamento, ma non basta, perché è una struttura che difende gli interessi della classe dominante. Ma andiamo con ordine.

Feuerbach in breve

Ludwig Andreas Feuerbach

Se Hegel ha avuto il merito di introdurre il concetto di storicizzazione, cioè di analisi della storia al fine di trovare elementi razionali e dialettici (ricordate? Il continuo superamento fatto da tesi, antitesi e sintesi), ha avuto però il demerito di idealizzarlo troppo. Cioè, come detto poc’anzi, se tutto ciò che è reale è anche razionale e tutto ciò che è razionale è anche reale, vuol dire che l’esistente va accettato, perché – in fondo – la realtà deriva dallo Spirito. Cioè dalle idee. E quindi sono le idee a governare il mondo e a cambiarlo. Ricordate la Nottola di Minerva? Guarda il mondo dall’alto e lo riconosce, lo razionalizza, lo cataloga. Si sforza, in pratica, di dare un senso all’esistente.

Feuerbach, assiduo frequentatore delle lezioni di Hegel, ad un certo punto si emancipa da lui, entra a far parte di quella che sarà definita la sinistra hegeliana ed elabora un’altra teoria. Dice pressappoco così: non sono le idee che generano l’uomo, ma è l’uomo che genera le idee. Da qui la sua famosa espressione: non è Dio che crea l’uomo, ma è l’uomo che crea Dio.

Dio, per Feuerbach, non è solo il Dio delle religioni, è l’esempio più facile e ampio per designare l’astratto, l’idea. 

Se l’essere umano genera l’idea di Dio, ne riproduce l’immagine e lo venera, non fa altro che venerare se stesso, però alienandosi da se stesso, perché  in fondo è lui che ha creato Dio, la sua idea, la sua dottrina, i suoi simulacri. Però che fa? Osserva le regole che l’uomo stesso crea, attribuendole a Dio, ed è perciò che s’aliena. Insomma, Feuerbach elabora più compiutamente il concetto di materialismo.

Basta così, abbiamo materiale a sufficienza per capire ora cos’è sto benedetto materialismo storico.

Il Materialismo storico

Marx è stato un attento allievo sia di Hegel che di Feuerbach, ma li critica entrambi. In particolare Marx critica Hegel perché è troppo idealista, non considera il materialismo, cioè lo sviluppo della realtà su una base reale, ma ideale. E poi accettare l’esistente e dire che è razionale, non va proprio bene. Come fai ad accettare, per dire, le disuguaglianze? Dove sta il razionale in tutto ciò?

Marx critica a Feuerbach la mancanza di storicizzazione. Cioè il fatto di aver parlato del concetto di Uomo (essere umano) in modo generale, troppo naturalistico, avulso dal contesto storico e sociale. Cioè, per Feuerbach l’Uomo di oggi è come l’Uomo di 300 anni prima o l’Uomo dell’antico Egitto o dell’antica Grecia.

E no, non ci siamo. L’Uomo di allora non è come l’Uomo di oggi. Perché nel frattempo il processo storico-dialettico ha mutato le condizioni sociali, il tipo di economia, le idee, il modo di mangiare, di vestire, le città, gli sviluppi tecnologici, ecc. ecc. Non possiamo dire, per esempio, che il guerriero spartano, con le sue credenze, abitudini, stili di vita, sia uguale al contadino feudale o all’operaio della catena di montaggio. Ragionando in questi termini non riusciremmo mai a comprendere la realtà.

Al che Marx che fa? Prende il buono dai suoi due maestri: da Hegel prende il concetto di storicizzazione e da Feuerbach il concetto di materialismo e li fonde insieme. Da qui il concetto di materialismo storico: è l’essere umano che crea le idee, le sovrastrutture, cioè la religione, l’arte, il diritto, ecc. (materialismo), ma lo fa in base alle condizioni materiali, cioè ai rapporti socio-economici – che lui chiama struttura – tipici di una certa fase storica (storicismo).

Come funziona il materialismo storico?

Ora che abbiamo capito cos’è, vediamo come funziona. Marx sostiene che in tutte le epoche storiche la base sociale è dettata dai rapporti economici. Anzi, più precisamente dalla soddisfazione di bisogni. L’essere umano, ovviamente, ha bisogno di mangiare, di vestirsi, avere un riparo dal freddo, ecc.

Se non soddisfa dei bisogni (che oggi definiamo primari), muore. Insomma, prima di sviluppare le idee, deve pensare a sopravvivere. Già da questa semplice considerazione si capisce che non può essere l’idealismo a determinare la realtà.

Per soddisfare i bisogni, però, deve lavorare. Che si tratti di cacciare i cervi, raccogliere le olive o tosare la pecora per vendere la lana, si tratta pur sempre di lavoro.

Gli uomini, dunque, che vivono e producono in una certa società, storicizzata, operano entro determinati rapporti necessari e indipendenti dalla loro volontà, che sono i rapporti di produzione propri di una certa fase dello sviluppo storico; questi costituiscono la struttura economica della società. Ossia la struttura è la base reale sulla quale si eleva la sovrastruttura dei rapporti giuridici e politici, la vita intellettuale, morale e religiosa, e soprattutto la coscienza sociale.

Cosa modella la struttura e influenza le sovrastrutture? Sono essenzialmente due cose.

Le forze produttive

Marx chiama forze produttive i mezzi, le persone che lavorano, le conoscenze e i beni prodotti. Quindi li dividiamo in:

  • strumenti di produzione (l’aratro, la zappa, oggi il trattore; la lana filata a mano, sostituita dal telaio; il pallottoliere per fare i conti, la macchina da scrivere, oggi sostituiti dal computer, ecc. ecc.);
  • gli uomini che producono i mezzi e li usano;
  • il know-how e le conoscenze per far funzionare il lavoro e per produrre un certo bene;
  • i beni prodotti (che possono essere sia materiali che immateriali. Una pagnotta è un bene materiale; la consulenza di un avvocato è un bene immateriale).

I rapporti di produzione

Marx chiama rapporti di produzione le relazioni sociali tra chi ha i mezzi per produrre e chi non ce li ha. Questi si dividono in:

  • sistemi di produzione: ad esempio, prima avevamo la bottega artigianale, poi si è passati alla manifattura e, oggi, all’industria;
  • relazioni di lavoro: la schiavitù, la servitù della gleba, l’artigianato o il lavoro salariato sono tutte forme di relazione tra l’essere umano e il lavoro.

Il mix di tutte queste cose (forze produttive e rapporti di produzione) caratterizza l’ordinamento di una data epoca storica. Attenzione! Non è detto che quando s’impone un rapporto di produzione, un altro debba sparire del tutto. Oggi, per esempio, l’artigianato (tipico dell’epoca feudale) esiste ancora. Quando parliamo di queste cose, parliamo sempre in termini di prevalenza, non di assolutezza.

Brevi cenni storici dei diversi rapporti di produzione

Quando l’uomo inizia ad organizzarsi in comunità, inizia a formarsi quello che Marx definisce il rapporto di produzione. Per esempio, le prime comunità di cacciatori-raccoglitori avevano un modo di produzione primitivo: cacciavano, raccoglievano e condividevano. Poi nel corso del tempo si passò al modo di produzione schiavista: le prime tracce scritte le abbiamo tra i babilonesi, nel codice di Hammurabi (1860 a.C.), ma lo schiavismo iniziò già con i Sumeri (3500 a.C.) per poi diffondersi in tutta Europa per lungo tempo.

Cos’è, quindi, lo schiavismo? Un rapporto di produzione in cui il padrone fa lavorare lo schiavo dove, quando e quanto vuole. Non lo paga, ma gli darà solo da mangiare e da dormire, per godere dei frutti del suo lavoro e per fare in modo che lo schiavo si riproduca (cioè continui a lavorare e faccia figli che poi saranno a loro volta schiavi).

Nell’epoca romana, per esempio, prima dell’introduzione dello schiavismo, la società si divideva tra Patrizi e Plebei, cioè tra i discendenti dei fondatori, quindi nobili, e tutti gli altri. I secondi lavoravano, i primi godevano del frutto del loro lavoro. I romani si accorsero della comodità di avere schiavi solo grazie alle influenze greche ed orientali. E così si poterono permettere di estendere i diritti anche ai plebei, visto che ormai non servivano più come forza lavoro (vedi? diritto come sovrastruttura influenzato dalla struttura economica. Ma mo’ ci torniamo più diffusamente).

Il mondo feudale

In Europa, con il medioevo, queste forme furono superate dialetticamente dal rapporto di produzione feudale. Qui non si parla più di schiavitù, ma di servo della gleba e di artigiano.

Per capirci, dopo il crollo dell’impero romano, i grandi latifondi furono pian piano presi dai vari signorotti che si stavano formando in quell’epoca. I contadini, insicuri e impauriti da possibili attacchi, preferirono ricevere protezione e, in cambio, dar loro una parte del raccolto.

E’ chiaro che in questa nuova situazione la schiavitù non aveva più senso. Chi mai avrebbe coltivato la terra in quelle condizioni? Era meglio lasciarla in mano ai contadini, concedere loro alcuni diritti e ricevere in cambio i prodotti. Il contadino sapeva che l’aratro, senza la terra, serviva a poco. Il signore sapeva che la terra, senza qualcuno che la coltivasse, non gli era granché utile

Insomma, il servo non è uno schiavo, ma è legato al pezzo di terra che coltiva. Il signore, che controlla le terre, può venderlo insieme alla terra, ma non può disporre della sua vita. Quindi non si configura un rapporto personale. Cioè, il nuovo padrone può essere più cattivo di quello precedente, ma chi se ne frega. In fondo al servo della gleba basta coltivare il suo piccolo pezzo di terra ed è indifferente se la decima (cioè la parte del raccolto che spetta al signore) vada ad uno piuttosto che ad un altro.

Gli strumenti del lavoro o i beni d’uso comune vengono prodotti dall’artigiano. Questa figura è diffusa in ogni comunità. Il contadino è anche artigiano o l’artigiano a volte può fare il contadino.

Ancora, in Cina o in alcuni paesi asiatici, si sviluppò un’altra forma di produzione, che Marx chiamerà modo di produzione asiatico, basato su una complessa gerarchia di carattere comunitario e collettivo.

Tornando all’Occidente, il modo di produzione feudale sarà lentamente disgregato dalla nascita della borghesia mercante, cioè di quel ceto che – dalla scoperta delle Americhe – inizierà a fare un mucchio di soldi con i commerci e metterà in crisi il modello feudale. Ad un certo punto della storia la borghesia, in particolare in Francia, avrà la forza di spodestare la nobiltà e, pian piano, partendo dall’Inghilterra, darà vita ad un altro modo di produzione, quello capitalistico. 

La struttura

Quindi cos’è la struttura secondo Marx? E’ la base economica di ogni società in una certa fase storica. Non sono le idee che governano i rapporti sociali e cambiano la storia, ma i rapporti di produzione e le forze produttive. E chi li determina? Chi ha i mezzi di produzione. Chi, in altre parole, ha i mezzi produttivi per soddisfare i bisogni della gente.

Facciamo un esempio

Sono un ricco mercante, che per lunga tradizione familiare ha commercializzato spezie con l’oriente. Con i soldi che ho è facile guadagnare la stima e il rispetto dei miei concittadini. Ai quali do anche lavoro, visto che coltivano per me la canapa, nelle loro terre e, in piccoli opifici manifatturieri, gestiti da alcuni di loro, si occupano della trasformazione, per farne tessuti, mobili, accessori. Cose che poi io vendo nei miei traffici commerciali.

Un giorno un ingegnere amico mio mi dice: “i tuoi fornitori quanto ci mettono a produrre un metro di tessuto di canapa?”, “mezza giornata” rispondo io. “Ebbene, ho progettato una macchina che fa lo stesso metraggio in 10 minuti”. “Però”, aggiunge, “è molto grande e serve un capannone per contenerla”. La sua idea mi piace, lo pago e lui la produce. 

Per trovare la terra, senza spendere soldi, pago il mio caro amico che fa il parlamentare alla camera e lo convinco ad emanare una legge per concedere le terre ai grandi produttori. Lui fa emanare la legge, la terra diventa di mia proprietà e ci impianto un’industria tessile. Per l’effetto, mi sono appropriato pure delle piantagioni di canapa.

Al ché offro lavoro ai miei cari concittadini, nel frattempo divenuti poveri, perché privati delle terre (piccolo appunto: diritto privato significa proprio diritto di togliere, dal latino privatus, tolto). Anche le piccole aziende manifatturiere chiudono, perché non possono competere con me, che offro gli stessi prodotti ad un prezzo nettamente inferiore. Che vantaggi ho avuto? I lavoratori sono passati da piccoli coltivatori e produttori a nullatenenti. Continuano a lavorare per me, ma ora sono io a decidere il salario, il tempo di lavoro, i rapporti, le regole, le sanzioni, ecc. 

In più, siccome sono diventato ancora più ricco e influente, posso candidarmi, ottenere un seggio in parlamento, pagare un giornale che parlerà bene di me, fare comizi, conquistare l’appoggio delle classi più agiate. Assolderò qualche intellettuale che scriverà libri sulla mia impresa e qualche economista che, dalla mia esperienza, ci farà una teoria. Addirittura mi inventerò pure una religione che appoggi la mia concezione del mondo. Insomma, attraverso la mia struttura avrò influenzato le sovrastrutture.

La struttura influenza le sovrastrutture

Se la struttura è costituita dalle forze produttive e dai rapporti di produzione, le sovrastrutture sono tutto il resto. La classe che detiene il potere elabora, nel tempo, un’ideologia. La quale andrà ad influire sulle sovrastrutture esistenti o, addirittura, ne creerà di nuove (come ha fatto, in epoca moderna, con gli stati nazionali e il concetto di proprietà privata).

Quando oggi si sente parlare del crollo delle ideologie, è esattamente un concetto frutto dell’ideologia borghese. Un po’ per paura della (ri)formazione della lotta di classe, un po’ per persuadere la gente che non c’è altro modo di vita se non quello elaborato da loro. Addirittura un certo Francis Fukuyama, politologo, scrisse un saggio che s’intitola fine della storia. Ciò per dire che siamo arrivati alla società migliore che si poteva desiderare. Eh già. Cosa non fa la classe dei mercanti pur di fare marketing… 

Ma quali sono le sovrastrutture?

Son tante: politica, istituzioni, media, arte, cinema, musica, sport, editoria, cultura, filosofia, scienza. Tutte queste saranno, più o meno, influenzate dalla struttura. Cioè, lo ribadisco, dai mezzi e rapporti di produzione governati dalla classe dominante: la borghesia.

Facciamo attenzione, però. Marx dice che il rapporto tra struttura e sovrastruttura non è un rapporto deterministico, cioè la struttura non crea e dirige con piena volontà le sovrastrutture. E’ un rapporto di influenza e, quando la struttura funziona a pieno regime, di automatismi. Ciò sostanzialmente per due ragioni: primo perché nella società ci sono diverse classi, ognuna con diverse concezioni, quindi le sovrastrutture subiranno l’influenza della lotta tra queste classi. Secondo, perché tutto dipende dalla storia e dal formarsi di intellettuali che possono influenzare anche pesantemente le sovrastrutture. Però gli automatismi e la burocrazia (ben studiata da Max Weber) servono appunto a preservare l’egemonia della classe dominante dai continui attacchi delle classi subalterne.

Lo Stato è una sovrastruttura. E’ un concetto creato dagli stessi borghesi per gestire correttamente le forze produttive, evitare che le lotte di classe mettano a repentaglio la tenuta del sistema e, attraverso la burocrazia e il diritto, creare degli automatismi. Marx sa benissimo che lo Stato, soprattutto quello di diritto, è una grande conquista umana, perché – dopo secoli di soprusi – riconosce la sovranità popolare, il concetto di legalità e l’affermazione dei diritti individuali dell’essere umano. Ma sa pure che questi concetti sono astratti, perché non garantiscono la piena uguaglianza e la libertà dell’essere umano.

Giusto un cenno sul concetto di uguaglianza formale

Se tu sei ricco perché vieni da una buona famiglia, sei stato istruito nelle migliori scuole, lavori nella ditta di tuo padre e viaggi in mercedes e io son povero, anche se talentuoso, ma non ho avuto i mezzi per accedere all’istruzione, noi non siamo uguali. Lo siamo sulla carta, ma di fatto non siamo uguali. Né io sarò libero di cazzeggiare e andarmene in vacanza a Ibiza, come fai tu.

Se lo Stato criminalizza la povertà, perché mette sullo stesso piano il furto di una scatoletta di tonno al supermarket, fatto da un ragazzo povero con il furto di un I-pod alla Apple Store fatto per noia da un ragazzotto borghese, non si tratta di uguaglianza. Entrambi i reati saranno puniti allo stesso modo. Scatteranno solo gli automatismi dovuti alle attenuanti o aggravanti. Ma di base la punizione penale sarà determinata dal disvalore in sé, non dall’analisi dalle condizioni sociali in cui matura il reato.

Quindi lo Stato è una sovrastruttura. Il diritto lo è ugualmente, in quanto produce leggi che di fatto tutelano la stessa classe che governa lo Stato. La religione? Idem. Basta vedere in quali condizioni sociali è nato il calvinismo. Cosa che ha ben analizzato Max Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.

Però lo ribadisco. La struttura non determina le sovrastrutture, le influenza. La maggiore o minore influenza dipenderà da tanti aspetti, in particolare dagli attori che operano in un certo territorio. Li cito qui in ordine sparso:

  • Classi sociali
  • Intellettuali
  • Burocrazia
  • Società civile
  • Sviluppo scientifico e tecnologico
  • Resistenze religiose
  • Comunità internazionale
  • Folklore

Tra poco vedremo il ruolo delle classi sociali e degli intellettuali nella relazione tra struttura e sovrastruttura. Qui, per concludere il discorso, vi porto un paio di esempi spero chiarificatori sull’influenza della struttura nella sovrastruttura.

Il matrimonio

Nel diritto italiano, di origine romana e poi sviluppatosi lungo tutta la storia medievale, rinascimentale, moderna e risorgimentale, il matrimonio veniva considerato sì un contratto, ma basato sul rapporto personale tra i coniugi e l’osservanza di leggi formali derivanti da leggi sociali. Il divorzio è stato spesso osteggiato, anche dopo la sua introduzione, e i rapporti patrimoniali sono stati regolati esclusivamente dalla legge.

L’assetto normativo in materia di famiglia era impostato su una base patriarcale, che aveva senso in un’epoca feudale, ma che oggi, nell’assetto borghese, non ha più senso. Da qui le recenti normative, in Italia, sul divorzio breve e l’introduzione (ora è un disegno di legge) dei patti pre-matrimoniali. Questo processo, in Italia, è stato più lungo e farraginoso perché le forze conservatrici sono più sviluppate che negli USA.  

Negli USA, un paese giovane, privo di storia e la cui storia corrisponde allo sviluppo del capitalismo, il discorso è diverso. Il divorzio è sempre stato breve e facile e il matrimonio si può basare su patti prematrimoniali, che regolano il rapporto patrimoniale tra i coniugi anche al di là della legge. 

Dunque la differenza tra le due forme sta nella maggiore o minore influenza della struttura sulla sovrastruttura matrimonio/diritto.

La religione

Prima ho accennato al calvinismo, perché quella religione, nata in Svizzera, si basava su una struttura diversa rispetto all’Italia. Lì dominavano i borghesi, che non accettavano la dottrina cattolica, fatta di divieti, di morali, di concezioni quali la difesa dei poveri, l’abbandono dei beni terreni per aspirare al regno dei cieli e cose così. Ecco che si sviluppò un’altra religione, in cui il segno della grazia divina è la ricchezza, il benessere creato dal lavoro. Anzi, è Dio che chiama l’uomo al lavoro. E chi, con il lavoro, ottiene ricchezza, diventa l’eletto, il predestinato. Dunque il povero è colui che è incapace di trarre profitto dal lavoro ed è dunque escluso dalla grazia di Dio. Dio non lo accetta, non perché sia una cattiva persona, ma solo perché è povero

Ecco che in quest’esempio è chiaro come la struttura economica influenzi, anche pesantemente, la religione. Questa concezione funzionava in Svizzera come negli USA, ma non in Italia, dove il grosso dei seguaci di Dio era (ed è) povero. Ricordate Feuerbach? 

Oggi le cose sono un po’ cambiate e, come ho già detto in altri articoli, la sostituzione di Ratzinger con Papa Francesco andava in questa direzione. Nel senso di ammodernare la dottrina cattolica alle nuove influenze del capitalismo, pure in Italia. Solo che Papa Francesco, a sorpresa, si sta dimostrando più anticapitalista di quanto s’aspettassero gli alti prelati. 

I media

I giornali, le tv, il cinema, raccontano un’idea di mondo elaborata dalla classe dominante. Quindi, per dirne una, una serie tv incentrata sulla competizione sul lavoro o un film basato sul dinamismo dell’essere single sono elaborazioni di una narrazione dominante. Lo è anche il dibattito sulla necessità di aiutare con soldi pubblici le grosse aziende in difficoltà o di criminalizzare l’immigrazione clandestina. I media, quindi, diffonderanno queste idee, ognuno nel loro campo. Anche in questo caso, all’interno ci saranno degli intellettuali che spingeranno in direzione favorevole o contraria alle spinte egemoni. Esemplari, in questo senso, sono il recente caso del rapporto tra Repubblica e FCA oppure l’ultimo film di Checco Zalone.

I detrattori di Marx e il rapporto tra struttura e sovrastruttura

Per lungo tempo i detrattori di Marx hanno evidenziato una contraddizione insita al rapporto struttura/sovrastruttura, approfittandone per demolire la sua teoria. Hanno detto, in parole povere, che così ragionando non si considera il pensiero umano come capace di modificare il mondo. Se il materialismo storico determina una rigida relazione tra economia e ideologia, perché poi le filosofie, la politica o i media influenzano, anche pesantemente, i rapporti sociali fino a modificarli? Questa critica non avrebbe avuto senso, perché Marx è stato abbastanza chiaro, parlando di influenze. Ma tant’è. Pur di demolirlo s’è detto di tutto.

A questa critica rispose Engels, dato che Marx nel frattempo era morto e non potette sviluppare meglio questo concetto. Engels fece un esempio semplice per spiegarlo:

Se ora alcuno ha ritorto il senso in modo che il momento economico è il solo decisivo, quel tale ha mutato quella proposizione in una frase astratta, assurda, che non dice nulla. La situazione economica è la base ma i diversi momenti dell’edificio – forme politiche della lotta di classe e suoi resultati, costituzioni fissate dalla classe vittoriosa dopo le battaglie vinte, forme di diritto e persino i riflessi di tutte queste vere lotte nel cervello dei partecipanti, teorie politiche, giuridiche, filosofiche, opinioni religiose, e loro ulteriore sviluppo in sistemi dogmatici – tutto ciò esercita anche la sua influenza sull’andamento delle lotte storiche e in certi casi ne determina la forma.

Facciamo un esempio attuale, per spiegare meglio il concetto.

Il car sharing è una forma di condivisione di un’automobile, che mischia elementi socialisti (la condivisione di uno strumento) a elementi borghesi (il concetto di proprietà). Con questa forma di condivisione è possibile usare un’auto pur non avendone la proprietà. La possiamo usare per il tempo necessario e lasciarla quando non ci serve più.

C’è stata quindi un’evoluzione rispetto a prima, quando per poterti spostare in libertà dovevi per forza comprare una macchina o chiamare un taxi, a costi più elevati e con maggiori disagi, tipo l’attesa. E non sempre era possibile (nel mio paesino, per esempio, avrò visto un taxi 2 volte in tutta la vita). Ciò è un vantaggio, è un’evoluzione della mobilità operata da un’ideologia nuova (la condivisione, la sharing philosophy), proveniente dal basso ed accettata dal mercato, dopo tante e lunghe resistenze. Ma sono mutati i rapporti di forza? Il car sharing ha messo in discussione la relazione proprietà/bisogni? Ha soddisfatto i bisogni di tutti quelli che non possiedono un’auto? 

La proprietà privata

Prima di passare alla lotta di classe come processo dialettico che, secondo Marx, ha portato allo sviluppo della storia e porterà il capitalismo alla sua conclusione, va fatto giusto un cenno al concetto di proprietà privata.

Marx capisce che il sistema capitalistico, generato dalla borghesia mercante, si basa su un semplice concetto: la proprietà privata. E quindi fa un lungo studio sull’accumulazione originaria del capitale. E’ vero che i borghesi, nel tempo, si sono arricchiti e hanno potuto acquistare i mezzi di produzione. Ma non bastava. I soldi, da soli, non erano sufficienti per controllare pienamente lo sviluppo delle forze produttive.

In Inghilterra, per esempio, molti borghesi si appropriarono di fatto di molti appezzamenti di terreno, togliendoli con la forza a quelli che – per lungo tempo – li avevano usati come beni comuni. Sfruttarono abbondantemente anche le colonie. In Italia l’accumulazione originaria ebbe origine nel risorgimento, in quella che alcuni meridionalisti definirono il saccheggio del Sud Italia e delle ricchezze borboniche.

Tutto ciò fu permesso anche grazie all’aiuto degli Stati nazionali e della burocrazia, che all’epoca si stavano formando. Stati che, come già detto, sono nati proprio per tutelare gli interessi di quella che da allora divenne la classe dominante e che quindi produsse una sovrastruttura in grado di favorire l’espansione del proprio modo di produzione.

Dall’analisi dell’accumulazione originaria, Marx ne dedusse che la proprietà è un furto. Non intendendo tutte le proprietà (Marx non è mai stato contrario al concetto di proprietà privata), ma quella dei mezzi di produzione.

E quindi riconosce che la sconfitta del capitalismo avverrà quando la classe degli sfruttati (che all’epoca chiamava proletari, cioè persone che come unica ricchezza avevano la prole, i figli) prenderà coscienza della propria condizione e sfiderà dialetticamente la classe dominante. Nello sconfiggerla, dato che la classe degli sfruttati rappresenta la maggioranza e agirà con fini mutualistici, lo Stato non servirà più, perché non dovrà salvaguardare, con la forza pubblica e le leggi, la minoranza.

La lotta di classe

Veniamo ora all’ultimo concetto, che ci serve per capire meglio il rapporto tra struttura e sovrastruttura e per concludere il discorso sul processo dialettico.

La storia, secondo Marx ed Hegel, è stata caratterizzata dall’esistenza di almeno due classi. Il padrone e il servo (ricordate il concetto hegeliano di servo-padrone?). Che siano faraoni e schiavi, liberi greci e schiavi, patrizi e plebei, vassalli e servi della gleba, borghesi e proletari, il concetto è sempre che esiste un conflitto tra due classi.

Oggi si parla di interclassismo perché, come detto poco fa, la classe dominante ha paura che la classe degli sfruttati prenda coscienza di essere classe e l’affronti. Ha paura e quindi, attraverso le sovrastrutture, diffonde l’idea che le classi sono sparite

Ad essere proprio puntigliosi, oggi la classe degli sfruttati s’è allargata parecchio. E’ divenuta, rispetto ai tempi in cui visse Marx, molto più folta. Anche se si è frammentata in mille rivoli, rispetto all’epoca in cui era divisa in classe operaia, contadina, piccola, media e grande borghesia, è pur sempre una classe. Ha solo cambiato nome.

Del resto è inconcepibile che una società ricca di disuguaglianze sociali sia poi priva di classi. E’ una contraddizione in termini. Come detto poc’anzi, se io sono costretto a lavorare 10 ore al giorno per portare la pagnotta a casa e un altro invece può starsene tutto il giorno al mare a bighellonare, farsi un giretto in barca e andare ogni sera al ristorante, non siamo uguali. Apparteniamo a due classi diverse. Di fatto è così.

Non sono sparite le classi, è solo che la classe degli sfruttati oggi è sopita. Ma quando stava sviluppando una coscienza, i risultati li ha ottenuti. Ricordate Eraclito? Solo con la teoria degli opposti si genera l’equilibrio, cioè la vita. Se prendiamo gli ultimi 40 anni in Italia, ci rendiamo conto che solo quando la lotta di classe ha assunto toni molto forti, abbiamo ottenuto qualche concessione: lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, il riconoscimento (anche se spesso formale) dei diritti delle donne e della parità salariale, la tutela dei beni culturali, il riconoscimento delle minoranze e della diversità culturale, ecc. ecc. 

Però poi che è successo? Che la lotta di classe s’è interrotta (ripeto, non perché è sparita la classe, ma perché quella dominante l’ha anestetizzata) e c’è stata un’involuzione: tanti aspetti sono stati assorbiti dall’ideologia dominante, come, per esempio, i servizi pubblici, il folklore, lo sport o l’arte mercificati. Altri, invece, sono stati ridotti, come le tutele sindacali, l’educazione primaria, media ed universitaria, l’emancipazione femminile (le recenti polemiche sull’aborto ne sono una prova), l’ambiente. 

Per concludere

Mi scuso ancora per la lunghezza del testo. Non poteva essere altrimenti. Ho saltato tante cose su Marx, per concentrarmi su quelli che ritengo elementi importanti del suo pensiero, soprattutto oggi, in cui il capitalismo è arrivato ad una fase matura e le contraddizioni che emana sono poco chiare se non si ha un’idea, anche vaga, sul rapporto tra struttura e sovrastrutture. Nonché sul materialismo storico. 

Marx è stato un filosofo, un economista, un antropologo, un sociologo. Ha indagato la realtà a 360 gradi e ha saputo cogliere gli effetti – contemporanei – del capitalismo, già nella sua fase iniziale. Magari pian piano affronterò altri temi del pensiero marxiano. Questo è stato un primo, non so ancora se ultimo, tentativo di semplificarlo, consapevole del rischio di banalizzarlo o, addirittura, di complicarlo ulteriormente. Sarà il tempo e (chissà) il feedback dei miei amati quattro lettori a darmi la forza in un senso o nell’altro.

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6 thoughts on “Materialismo storico, struttura e sovrastruttura spiegati semplici

  1. Mi chiedo se le vicende del 900 non abbiano dato ragione a Marx. Il socialismo come ideologia (sovrastruttura) ha influenzato enormemente le vicende politiche e il corso della storia del secolo scorso, però “in ultima istanza” l’economia di mercato (struttura) si è affermata anche nei paesi che hanno fatto la rivoluzione “contro il capitale”.

    1. Hai posto una bella questione, per cui in questi ultimi anni si sono create diverse scuole di pensiero. C’è infatti chi sostiene che i paesi socialisti (in particolare la Cina) si siano lasciati sedurre dalle logiche di mercato e siano, di fatto, comunisti nella forma (e nell’odiosa dittatura). C’è invece chi sostiene che abbiano sfruttato l’economia di mercato per questioni di tattica e anche di necessità, senza però tradire l’ideologia comunista. Non sono esperto di storia ed economia cinese né conosco nel dettaglio il funzionamento dell’apparato statale negli altri paesi socialisti (Vietnam, Cuba, Laos, Corea del Nord), ma a occhio e croce direi che l’apparato burocratico è incompatibile con la dottrina marxista e comunque la distanza geografica, storica e culturale con l’occidente non ne ha favorito lo sviluppo. Ad ogni modo stando alla realtà attuale, in quei paesi si è formato un modello ibrido, che non è né carne né pesce. Ma quantomeno nella lotta all’epidemia hanno avuto tanto da insegnare ai paesi “sviluppati”. E direi che non è poco (in ‘sta fase storica tocca accontentarci di quello che passa il convento…).

  2. Io condivido l’idea che la Cina ed altri paesi del cosiddetto “socialismo reale” non abbiano rinunciato all’obiettivo del socialismo – che è un processo e non un evento – e abbiano dovuto, per prima cosa, porre le basi economiche per la propria indipendenza. La Cina poi è impegnata in una lotta per l’egemonia con gli USA.
    Lì comunque le forze del mercato sono gestite e controllate dalla politica nell’interesse generale, mentre nell’occidente liberale è il contrario.
    Quindi non condivido le critiche astratte di un certo tipo di sinistra (quella delle “anime belle”) che non tengono conto del contesto storico nel quale sono avvenute le rivoluzioni che hanno portato al potere i comunisti in un mondo che rimane egemonizzato dalla potenza e aggressività degli USA.

    1. certo, sono d’accordo con te. Però dobbiamo considerare che la cultura del controllo e delle proibizioni, tipiche di un regime e poste in essere dal partito comunista cinese, non fanno altro che alimentare l’intolleranza. Il marxismo si basa sull’influenza e sulla presa di coscienza, non sulle imposizioni. Già questa è una evidente distorsione del pensiero marxista e quindi della sua efficacia reale. Poi dovremmo anche considerare il processo di “occidentalizzazione” di tutta quella fetta di cinesi che vivono sparsi per tutto il mondo occidentale e che ne assorbono credenze, stili di vita, concezioni del mondo. Il processo di cui parli, come ben sai e come ha già spiegato per bene la storia, non funziona “in un solo paese” e ha bisogno della formazione di una classe di intellettuali, organici. Penso che la “diaspora” cinese abbia avuto più accezioni economiche che culturali, tant’è che la formazione di intellettuali cinesi e il loro essere trade union con le classi popolari mondiali ha avuto numerosi ostacoli. Insomma, non sono così convinto che il percorso socialista, in questi paesi, arriverà ad un esito comunista, così come delineato da Marx.

      1. Io penso che molte critiche che vengono mosse alla Cina da parte di una certa sinistra siano utopiche e idealistiche. Il socialismo non viene pensato come un tentativo storico – quindi difficile, conflittuale e contradditorio, che passa attraverso anche errori – di costruire una società più giusta, ma come società perfetta e priva di conflitti che si realizza per decreto. Siccome in Cina ancora siamo lontani dall’averla realizzata allora questa sinistra finisce per demonizzarla e se ne esce con il fatto che questa non avrebbe niente a che fare col vero socialismo, che Marx è stato travisato, perché il vero socialismo è un’altra cosa, ecc.
        Ma ammettiamo che vada al potere nell’Occidente liberale questa sinistra “vera” interprete del marxismo, che prenda pure il 100% dei voti e realizzi, ammesso che ci riesca, il programma massimo del comunismo (estinzione dello stato, proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ecc) quanto pensi durerebbe? Ma neanche un giorno, perché scatterebbe subito la reazione, come sempre è scattata quando la sinistra marxista ha preso il potere sia pure elettoralmente. Di esempi se ne trovano quanti se ne vogliono. Nel 36 la vittoria del fronte popolare in Spagna a cui segui il colpo di stato di Franco, il colpo di stato contro Allende in Cile nel 72, per venire poi negli ultimi anni al colpo di stato contro Chavez in Venezuela, contro Moralez in Bolivia, contro Correa in Ecuador, ecc…per non parlare dei golpe bianchi contro Lula e DIlma, Lugo in Paraguay, Zelaya in Honduras.
        Non è vero niente, quindi, che in un regime liberale qualsiasi forma di dissenso è consentita (ne sanno qualcosa anche i leaders indipendentisti catalani sotto processo per aver osato indire il referendum per l’indipendenza).
        La proprietà privata e il primato del mercato non possono essere messi in discussione e le elezioni non cambiano niente. Quando si dice da noi che è il mercato che decide, vuol dire che è il più forte che decide. Questa è la vera essenza del liberalismo, il potere del più forte.

        1. Ma infatti non credo che la via al socialismo si possa attuare per elezioni o per decreto. Quest’aspetto non l’ho mai considerato, perché contraddice appieno tutta la costruzione del pensiero marxista-leninista. Quindi sarebbe anche inutile rispondere a questo tuo rilievo. Sul resto credo che ti sei risposto da solo: senza un’analisi dei mutamenti sociali, una (ri)costruzione internazionalista della coscienza di classe, una formazione coerente e coesa degli intellettuali, una direzione unitaria e non burocratizzata di un partito su base nazionale ed internazionale, ogni tentativo di intraprendere la via al socialismo fallisce miseramente.
          E’ utopico realizzare tutto ciò a livello globale? Forse. E’ utopico pensare che pochi paesi, culturalmente distanti da quella occidentale, con modalità discutibili e con una burocrazia statale elefantiaca possano influenzare e poi diffondere il pensiero socialista? Sicuramente.
          Non dico che la Cina abbia sbagliato a sfruttare l’economia di mercato per emanciparsi economicamente ed aprirsi sul piano internazionale. Dico solo che questo processo porta, di conseguenza, ad un indebolimento del pensiero marxista, non solo per motivi contingenti, ma strutturali.

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