Perché non è possibile il self-service di GPL

self-service di GPL
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Perché non possiamo usare il self-service di GPL? Perché dal 2007, anno in cui la legge lo ha permesso, ad oggi, ancora non è in funzione? E’ colpa della burocrazia? Oppure dietro ci stanno altri interessi?

Uno dei motivi che spesso rendono più dubbiosa l’opzione di passare ad un’auto a GPL è il divieto di rifornimento in modalità self-service. Chi non ha la possibilità di rifornirsi durante gli orari di apertura di una stazione di servizio, spesso è costretto a ripiegare su altre carburazioni. Inoltre il fatto (molto frequente) di restare a secco di GPL durante la marcia, magari in orari notturni o in zone in cui è poco diffuso il GPL nelle stazioni di servizio, rende più antieconomica la scelta.

A me personalmente è capitato tantissime volte di restare a secco. Di domenica, quando i distributori sono chiusi, oppure viaggiando su una statale di sera o in una zona in cui il GPL, nelle stazioni di servizio, è poco diffuso.

Tutto ciò, ovviamente, riduce la materiale qualità della vita di chi ha optato per il GPL, nonché, ovviamente, la libertà di scelta dell’individuo.

Ma perché non è possibile farlo?

Quali sono gli ostacoli politici, normativi, tecnici, che impediscono all’Italia di fare questo passo in avanti?

Di primo acchito la risposta parrebbe questa: Perché lo Stato non si fida. Non vuole che gli utenti abusino del self-service per riempire bombole domestiche, serbatoi abusivi o scaduti. Quindi il motivo pare essere quello legato alla sicurezza.

Per ovviare a questo problema, nel tempo sono state implementate soluzioni tecnico-normative, ma a quanto pare non è bastato. Difatti dalla prima norma che permetteva il self-service di GPL, 13 anni fa, ad oggi, non è cambiato nulla.

Facciamo un attimo un breve excursus storico-normativo per capire quali sono state le tappe fondamentali e dove si è arenata la burocrazia, che ha impedito agli utenti di servirsi da soli di GPL nelle stazioni di servizio.

Il DM del Ministero dell’Interno del 3 aprile 2007

Premettiamo subito una cosa. Fino ai primi anni del Duemila non s’è sentita molto l’esigenza di garantire il self-service di GPL nelle stazioni di servizio. Gli impianti auto a GPL erano ancora abbastanza rudimentali e poco diffusi. All’epoca andavano di moda i diesel e il prezzo del gasolio era accettabile. Poi l’aumento del costo di benzina e gasolio, il costo irrisorio del GPL, unito ad un efficace sviluppo tecnico degli impianti, hanno portato molti automobilisti ad optare per questo tipo di alimentazione.

Il mercato, ovviamente, ha fatto il resto. Gli installatori si sono moltiplicati e le case automobilistiche hanno iniziato a proporre modelli sempre più appetibili, con impianto preinstallato.

Ciò ha costretto lo Stato a regolamentare più spesso la materia.

La norma decisiva in materia di self-service è stato il DM 3 aprile 2007 del Ministero dell’Interno (di concerto col MISE). In questo decreto erano contenute le prescrizioni in materia di sicurezza, per impianti sia nuovi che vecchi. Ciò anche al fine di porre le basi per permettere agli impianti nuovi (e a quelli esistenti, se era possibile adeguarsi), di erogare GPL in modalità self-service. Era sufficiente adeguarsi alle norme transitorie di cui al Titolo III del DPR 340/2003. Norme tutto sommato ragionevoli e di non difficile esecuzione.

Tuttavia, pur se da allora hanno aperto moltissimi distributori, con impianti adeguati, il self-service non s’è mai attivato. Perché?

Le evoluzioni successive

Nel 2014 c’è stata un’altra spinta in tal senso, con il Decreto del 31 marzo 2014 emanato dal MISE. Anche in questo caso, tutto fermo.

Poi, il 29 settembre 2016 è stata varata una norma tecnica che ha ribaltato le cose: la norma UNI 11647:2016, rubricata Sistema automatico di interdizione del rifornimento di GPL negli impianti di rifornimento in modalità self-service (non la linko perché si trova in rete solo a pagamento).

La norma tecnica specifica le caratteristiche tecniche e di funzionamento di un sistema automatico atto ad impedire, presso le stazioni stradali non presidiate da personale addetto, il rifornimento di carburante in modalità self-service di recipienti GPL che non facciano parte del sistema di propulsione del veicolo; in particolare la norma specifica le procedure per l’abilitazione al rifornimento e per i controlli volti a verificare che l’erogazione del carburante avvenga esclusivamente al veicolo abilitato.

Nel corso del 2017 si è parlato di iniziare i primi test in Emilia-Romagna e l’obiettivo era di estendere queste modalità in tutta Italia. Cosa, ovviamente, non avvenuta.

Perché?

Perché la norma tecnica è assurda (ritengo, volutamente). Prevede un ulteriore adeguamento tecnico delle pompe di GPL, cosa che ha fatto alquanto innervosire i gestori. Dato che richiede nuovi e onerosi costi di gestione. In particolare le pompe dovranno essere munite di:

  • sistema di erogazione del gas accessibile tramite pin personale;
  • attacco incompatibile con qualsiasi bocchettone, ad eccezione di quello del veicolo;
  • sistema di videosorveglianza integrato alla pompa;
  • pulsante di emergenza che, oltre a segnalare un pericolo al gestore, interrompa il flusso di gas nella pompa.

Oltre a queste assurde pretese, la norma prevede una procedura di formazione dell’automobilista. Cosa che, ovviamente, sconcerta gestori e utenti. L’automobilista dovrà quindi ricevere adeguata formazione da parte del gestore, sia sull’uso della pompa che in materia di sicurezza. Dopodiché gli rilascerà un pin personale per accedere all’erogatore. E’ finita? No, perché poi l’automobilista dovrà munirsi di un dispositivo RF (a radiofrequenza) che controlla la correttezza delle operazioni e impedisce il riempimento abusivo di bombole o altri contenitori.

E’ evidente che questa norma tecnica non sta né in cielo né in terra. E’ antieconomica, farraginosa e di quasi impossibile attuazione. Anche perché i costi di adeguamento e gestione ricadono sui gestori e, a cascata, sugli utenti.

Basterebbe una videocamera

Premetto una cosa: se esiste la pratica di riempire le bombole di GPL presso le stazioni di servizio, un motivo ci sarà. Anzi, più di uno.

I costi sono molto più bassi (si risparmia almeno 5 euro a bombola), è certo che la bombola sarà riempita fino all’85% (ossia la quantità di sicurezza) e, finora, non ci è mai morto nessuno facendo ciò. Insomma, si risparmia e non ci si sente raggirati. Una bombola comprata a norma di legge non è mai riempita totalmente. Anzi, spesso è riempita a metà. E’ facile sperimentarlo e chiunque abbia mai confrontato una bombola riempita abusivamente con una legittima, lo sa.

Dunque se spendo 22,00 € per una bombola di 15 kg che mi dura 15 giorni, mentre ne spendo 15,00 € per la stessa bombola e mi dura un mese, direi che è facile la conclusione. Moltiplicando questo risparmio per un anno, non arriviamo a qualche euro, come scrivono molti giornalisti main stream, ma parliamo di diverse centinaia di euro, a seconda del consumo.

Comunque, accettiamo astrattamente la ragionevolezza del divieto di riempimento di bombole GPL nelle stazioni di servizio. Facciamo finta che tale divieto sia per la nostra sicurezza. Anche perché il D.Lgs. 128/2006 prevede sanzioni elevatissime, sia per il gestore dell’impianto che per l’utente (v. l’art. 18).

Non basterebbe una semplice videocamera di sicurezza, orientata sul distributore, per controllare targa del veicolo e volto del soggetto che riempie abusivamente una bombola? Sarebbe sufficiente per prevenire i comportamenti illeciti. Perché in Austria o in Francia, per esempio, è consentito il self-service di GPL? Lì non hanno le bombole? Oppure sono meno furbi degli italiani?

La motivazione, certo, non regge. Non è questione di senso civico più o meno diffuso o dell’innata furbizia degli italiani. La questione è un’altra.

Il comitato italiano del gas (CIG)

Chi ha varato la norma tecnica? La Commissione tecnica del CIG. E cos’è il CIG? Un’associazione privata, senza scopo di lucro, con sede a Milano, le cui finalità sono, leggendo lo statuto (il grassetto è mio):

lo studio dei problemi scientifici e tecnici e la redazione di documenti normativi tecnici per il settore dei gas combustibili, così come definiti nella norma tecnica EN 437 (…) ed inerenti la produzione e la commercializzazione, la rigassificazione, il trasporto, il trattamento e lo stoccaggio, la distribuzione, l’odorizzazione e la telemisura e telegestione del gas naturale; la produzione, l’odorizzazione e la distribuzione del GPL e delle sue miscele, a mezzo di reti, bombole e serbatoi; la misura e la qualità del gas; il biometano/biogas ottenuto a partire da fonti rinnovabili aventi caratteristiche e condizioni di utilizzo idonee per il trasporto e la distribuzione; l’utilizzazione dei gas combustibili per autotrazione; l’utilizzazione del GNL quale combustibile e carburante, la fabbricazione e l’installazione di apparecchi e attrezzature (inclusi gruppi di misura e loro accessori, riduzione, regolazione, controllo, manutenzione e sicurezza) e la realizzazione di impianti destinati allo stoccaggio, al trasporto, alla distribuzione e all’utilizzazione dei gas combustibili per usi industriali e civili; la valutazione della conformità degli impianti, degli apparecchi e delle attrezzature di cui sopra alle norme tecniche; il tutto nell’osservanza delle specifiche disposizioni di legge e regolamentari, anche per quanto relativo agli aspetti di carattere ambientale e di efficienza energetica.

Fanno parte del Comitato i delegati delle principali società, associazioni, gruppi e holding del gas operanti in Italia: Anigas, Utilitalia, Assogasliquidi, Assotermica, Anima, I.M.Q., Snam.

Il mercato del gas in Italia

Se leggiamo i dati del MISE, notiamo che il mercato del GPL in Italia è uno dei più profittevoli a livello europeo. Nel 2019 il totale della domanda di GPL in Italia ha raggiunto la quota di 3.264.000 tonnellate, di cui il 1.650.000 impiegate nel settore combustione e 1.614.000 nel settore autotrazione.

consumi gpl italia 2019 dati MISE

Secondo Liquigas, una delle principali aziende italiane di fornitura del gas, il 20% del mercato italiano è soggetto ad illegalità. Ciò comporta un pericolo, perché le bombole riempite abusivamente possono essere pericolose. Sarebbe interessante sapere come ha fatto Liquigas a stimare una tale percentuale, dato che si tratta di un mercato sommerso, ma diamo per buono questo dato.

Per inciso, va detto che il presidente di Assogasliquidi (che compone la CIG) è l’amministratore delegato di Liquigas.

I dati sugli incidenti

Eppure i dati sugli incidenti connessi all’uso di GPL mostrano che si tratta di numeri molto bassi. E soprattutto non dimostrano l’incidenza del mercato illegale sull’incidentalità.

Secondo la CIG, nel 2017 abbiamo avuto 127 incidenti connessi all’uso di GPL, con 9 decessi. I numeri sono piuttosto stabili rispetto agli anni precedenti (123 nel 2016, 120 nel 2015, 126 nel 2014). Più o meno la metà sono legati al malfunzionamento o scoppio di bombole. Ma, come hanno evidenziato gli stessi Vigili del Fuoco, non esiste una statistica che contempli i casi di riempimento illecito di bombole e serbatoi.

Quindi, ragionando in base ai dati forniti da Liquigas, se il 20% del mercato è illegale, allora su circa 60 incidenti all’anno, quale sarà la reale incidenza del mercato cosiddetto illegale? Anzi, sarebbe interessante differenziare i dati, e così forse scopriremmo che le bombole esplodono anche quando sono fornite da distributori ufficiali, che – in teoria – dovrebbero garantirne l’integrità. Scopriremmo pure che la maggior parte degli incidenti, in tal senso, dipendono dal cattivo uso della bombola, anche se è nuova e revisionata.

Le cronache ci dimostrano che ciò avviene maggiormente nei mercati. Dove, per esempio, certi operatori incoscienti lasciano le bombole nei furgoni per ore, al caldo. Oppure per ignoranza. Esempio classico è il non sostituire regolarmente la guarnizione in gomma, cosa che alla lunga provoca fuoriuscite di gas. Oppure, altro esempio comune è la distrazione nel lasciare aperta la bombola durante l’installazione/disinstallazione.

Le pressioni dei big del mercato

La storia, dunque, non ci ha restituito elementi da cui si può desumere un elevato rischio nel riempire abusivamente bombole o altri recipienti di GPL. Ma il legislatore la pensa diversamente. Bontà sua. Allora, per rispondere alla domanda iniziale, perché non possiamo usare il self-service di GPL? Non è questione di eccessiva burocrazia né di inidoneità tecnica degli attuali distributori stradali. Tendenzialmente sono quasi tutti idonei alle norme tecniche di cui al DM 3 aprile 2007. Sono rarissime le pompe di GPL più vecchie di quella data o che non si sono adeguate.

La realtà è che le nuove norme tecniche sul self-service di GPL sono state scritte direttamente dai grossi distributori di gas. Gli stessi che annoverano, tra le proprie attività, la vendita di bombole di GPL. Attenzione, questa fetta di mercato è ancora molto florida.

La soluzione è facile

La soluzione sarebbe facile: uniformare i prezzi al consumo del gas distribuito in bombole a quelli dell’autotrazione. O quantomeno ridurli, considerando i diversi costi che ricadono su entrambe le modalità di distribuzione. Facendo ciò si eliminerebbe alla radice il problema: nessuno rischierebbe una sanzione salatissima (parliamo di un minimo di 2.000 € di sanzione per l’utente) per risparmiare (in questo caso sì) pochi euro. Perché le società del settore non ci hanno mai pensato?

Perché il loro margine netto reale sta principalmente nella differenza tra il prezzo praticato da loro e quello praticato dalle pompe di benzina. E’ su questa speculazione che si basa il loro extra-profitto.

Sta tutto qui il motivo per cui noi automobilisti, possessori di auto a GPL, non possiamo usare il self-service di GPL. Ed ecco perché l’iter burocratico è stato così lungo e ancora arenato. Ma la colpa non è di quegli utenti che riempiono abusivamente le bombole al distributore. No, la colpa è, come sempre, della speculazione.

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5 thoughts on “Perché non è possibile il self-service di GPL

  1. Basterebbe che il pagamento si effettuasse solo con carta e fosse attiva una telecamera. Si saprebbe cosa si fa e chi lo fa

    1. Il Trentino Alto Adige, quale Regione a Statuto speciale, ha competenze esclusive in materia di commercio di carburanti. Difatti la Provincia di Trento, con propria legge provinciale, ha disciplinato in autonomia la materia, derogando così alla norma tecnica di cui parlavo nell’articolo. Dunque ciò che vale nel particolare non vale nel generale.

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