Fino a pochi anni fa, quando si discuteva con amici e conoscenti di politica ed economia, usciva sempre qualcuno dicendo “è colpa delle banche” e giù una filippica su come le banche controllano le decisioni pubbliche, l’intera economia e governano le nostre vite. Oggi queste considerazioni non valgono più. La critica di fondo è ancora corretta, ossia che i poteri economico-finanziari influenzano e talvolta determinano le scelte pubbliche, ma chi lo detiene, oggi, questo potere economico-finanziario? (spoiler: non le banche, ma i fondi speculativi…e cambia assai). E quanto ne detiene? Cosa ci fa con questi soldi? Fino a che punto si spinge per salvare i propri profitti? Partiamo da un aneddoto recente e proviamo a ricostruire, brevemente, le attuali dinamiche di potere.

Tesla premia Elon Musk con 1000 miliardi di dollari

Parto dalla notizia, diffusa dai media internazionali a settembre 2025 e ripresa dai media nostrani solo il 7 novembre 2025, secondo cui il CdA di Tesla ha deliberato il riconoscimento di uno stock di azioni, a favore di Elon Musk, pari a 1000 miliardi di dollari, da qui a 10 anni, legato però al raggiungimento di alcuni obiettivi aziendali, tra cui la produzione di un certo numero di veicoli elettrici, robot e altre cose che non ci interessano ai fini della nostra analisi.

Ci interessa invece sapere chi ha deliberato questa stratosferica remunerazione, mai registrata finora nel corso della storia e, dopo, ci interessa sapere il perché di questa decisione che, già ad una prima lettura, appare andare contro gli interessi degli investitori. Già, perché chi mai riconoscerebbe un premio così sostanzioso ad un solo soggetto, privando dunque l’azienda di una capitalizzazione così sostanziosa e, di fatto, indebolendola?

Una scelta del genere porta, difatti, a ridurre i dividendi – cioè il rendimento periodico diviso tra gli azionisti di una società – che sono notoriamente il più importante obiettivo degli azionisti. Cosa c’è dietro questa decisione così bizzarra e contraria ai più ovvi obiettivi degli investitori?

Piccolo confronto

Se facciamo un piccolo confronto con Amazon, nel quinquennio 2015-2020, possiamo capire meglio di cosa parliamo. A quei tempi il CdA di Amazon continuava a deliberare i finanziamenti alla società, operando, per lungo tempo, in perdita. Eppure gli investitori erano contenti di non guadagnare e, peggio, di perderci soldi.

Perché? Semplicemente, la strategia aziendale prevedeva di mantenere i prezzi dei prodotti competitivi, un’aggressiva strategia di marketing, accordi convenienti con i partner commerciali (corrieri espressi, agenzie di advertising, ecc.), al fine di sbaragliare la concorrenza e diventare monopolisti nelle vendite retail online.

Dietro quella scelta c’era una strategia aziendale, di certo anticoncorrenziale e mai sanzionata dall’Unione Europea o dal regolatore nazionale, che ci ammorbano da decenni con il mantra della concorrenza nel mercato. Anzi, come scrivevo qui, era premiata con una fiscalità agevolata e ottimi accordi con il fisco italiano.

Ma quale strategia si cela dietro la scelta aziendale di Tesla? Per capirlo vediamo quali sono i principali azionisti.

Chi sono i principali azionisti di Tesla?

Ora, con una banalissima ricerca web, suffragata anche dalla lettura delle fonti linkate sopra, si evince che i principali azionisti di Tesla sono dei fondi speculativi internazionali. I principali sono Vanguard, BlackRock e State Street, i tre maggiori azionisti con rispettivamente il 7,5%, il 4% e il 3,4% di pacchetti azionari, chiamati comunemente Big Three.

Altri investitori sono il Fondo sovrano norvegese (cioè un fondo speculativo in mano pubblica), il fondo pensionistico americano Calpers, oltre a Charles Schwab e Morgan Stanley. Ma, come si può immaginare, decisivi nella scelta di questa maxi remunerazione sono stati i predetti Vanguard, Black Rock e State Street.

Ma chi sono? Sono dei mega fondi di investimento americani nati negli anni Novanta e, fino alle crisi del 2007-2008 e, in particolare, alle crisi del 2011-2012 (ossia rispettivamente la bolla immobiliare americana e la crisi dei debiti sovrani), relativamente piccoli. Dopo le due crisi hanno registrato una crescita esponenziale, tanto da detenere, oggi, quasi tutto il mercato globale del mondo occidentale.

Come hanno fatto? Lo vediamo tra poco.

Oggi Black Rock gestisce fondi per più di 13 mila miliardi di dollari, seguito da Vanguard, con circa 8 mila miliardi, Fidelity e State Street, entrambi con fondi pari a 4 mila miliardi di dollari. Per fare un paragone, il più grande fondo europeo, Amundi, francese, gestisce solo 2 mila miliardi. Per fare un altro paragone ancora più semplice, il patrimonio annuo di Black Rock vale quattro volte l’intero PIL annuale dell’Italia. Già da questa semplice considerazione si può capire come questi fondi influenzino pesantemente le decisioni pubbliche. Ma vediamo un po’ meglio di cosa stiamo parlando.

I padroni del mondo

Non è un caso che i tre principali fondi di investimento, Vanguard, Black Rock e State Street, siano definiti i padroni del mondo, sia perché, messi insieme, gestiscono fondi per più di 25 mila miliardi di dollari (pensate che il solo debito pubblico americano vale 31 mila miliardi, giusto per capirci), sia perché – con tutti questi soldi – hanno potuto comprare pacchetti azionari di quasi tutte le aziende del mondo occidentale, in particolar modo delle cosiddette GAFAM (Google, Apple, Meta, Amazon, Microsoft) e altre Big Tech, come Nvidia, Netflix, Oracle, AirBnb, ecc.

In Germania controllano le principali società industriali, ora in fase di riconversione bellica (ricordiamoci questo fatto), come Rheinmetall, Renk, Hensoldt, oltre a numerose banche e assicurazioni.

In Italia possiedono pacchetti azionari di Atlantia, Fiat, Assicurazioni Generali,  ecc. La sola Black Rock possiede il 5,2% di Unicredit, il 5,7% di Mps, il 5% di Intesa e il 4,8% di Telecom Italia.

Inoltre possiedono partecipazioni azionarie nelle principali aziende pubbliche nazionali, come ad esempio le multiutility (tipo il gruppo Acea nel Lazio o Iren nel centro-nord Italia), che si occupano di fornitura di energia, gas, servizi idrici, gestione dei rifiuti, formalmente controllate dall’ente pubblico, ma di fatto controllate dai fondi attraverso le pesanti influenze decisionali nei rispettivi CdA, che usano a piene mani.

Difatti il tema dei servizi essenziali mette in luce la contraddizione tra quanto scritto nella Costituzione economica (e ribadito con il referendum sui servizi pubblici di rilevanza economica e, in particolare, sull’acqua pubblica nel 2011) e la realtà, in cui il soggetto pubblico affida detti servizi non solo al privato, ma ad un privato notoriamente speculatore.

E sono loro, in larga parte, a provocare le bolle finanziarie che hanno portato all’aumento dei costi in bolletta. Lo hanno fatto in diversi modi. Probabilmente influenzando le politiche europee in materia di sanzioni alla Russia e, di sicuro, speculando sulla transizione verde. Come raccontavo tempo fa in materia di installazione di parchi eolici di grossa taglia.

Altro che concorrenza…

Va detto infatti che i tre grandi fondi speculativi non operano sul mercato in regime di concorrenza. Anzi. Tutti e tre si controllano a vicenda attraverso partecipazioni azionarie, così come controllano rispettivamente le società in cui detengono azioni e partecipazioni, in un quadro di controlli e influenze quasi impossibile da ricostruire e decifrare. Sia perché i dati sulle rispettive porzioni di proprietà e controllo non sono pubblici, sia perché le strategie aziendali (e quindi, di conseguenza, le politiche finanziarie e monetarie europee e statali, in vari settori strategici) vengono decise in modo opaco. Basta una telefonata tra i rispettivi presidenti dei CdA o, banalmente, una cena, per organizzare il mercato e influenzare pesantemente le politiche statali.

Questo favorisce una certa polarizzazione del mercato, una speculazione selvaggia sui prezzi e sull’inflazione e, soprattutto, una pianificazione delle operazioni strategiche, che spesso coincidono con l’acquistare qualcosa e ottenere un immediato profitto che si trasforma in dividendi azionari.

Un esempio? Tutti e tre i fondi sono gestori di asset globali molto attivi nel settore immobiliare. Così, attraverso società di scopo, acquistano interi palazzi in numerose zone di numerose città del mondo, specie quelle turistiche, per farne alloggi turistici a caro prezzo (quelle che trovi su Airbnb per esempio, che è controllata dalle Big Three), provocando effetti traumatici sul mercato immobiliare, cioè speculazioni a cascata, aumento dei prezzi degli affitti, scarsa disponibilità di case e gentrificazione, in tempi rapidissimi. Come rapidissimi sono i profitti generati da queste forme di speculazione.

Ma fosse solo questo…

Le speculazioni sul debito pubblico

Ancora, questi fondi e, in misura minore, i fondi europei, comprano ogni anno consistenti fette del debito pubblico nazionale, tra cui quello statunitense, tedesco e italiano. Perché lo fanno? Di base per controllare le politiche nazionali. Cosa che ha fatto infuriare Trump, ma ci arriviamo tra poco.

In Europa, sostanzialmente per due ragioni.

La prima è che la  Banca Centrale Europea (BCE) ha smesso di comprare nuovo debito pubblico, tra cui quello italiano tramite i suoi principali programmi di acquisto (APP e PEPP) a partire dalla seconda metà del 2022, anche se ha continuato a detenere una quota consistente del debito esistente. La decisione è stata presa nel contesto della politica monetaria volta a combattere l’inflazione, che ha portato anche a un aumento dei tassi di interesse.

La seconda sta in quest’ultima considerazione. L’aumento dei tassi di interesse porta a rendere i debiti più appetibili da parte degli investitori privati. Infatti, come si vede da questo grafico, preso da qui, si evince che a partire dal 2023 gli investimenti stranieri sul debito pubblico sono cresciuti esponenzialmente, spinti dagli alti tassi di interesse e dal timore, da parte del Governo, di non riuscire a piazzare tutti i titoli, generando, sul mercato secondario, un deprezzamento dei titoli già immessi sul mercato, per effetto dell’alta remunerazione dei nuovi titoli che rende i vecchi titoli meno appetibili.

Detentori debito pubblico italiano

Gli effetti

Questo fenomeno provoca due cose. Una delle quali l’abbiamo vista con la recente manovra economica, in cui sono stati movimentati solo 18 miliardi di euro, ossia un’inezia rispetto alla consistenza dei patrimoni dei grandi fondi finanziari. Segno che la spesa pubblica è in netto calo e la cessione di pezzi di sovranità nazionale alla finanza internazionale è in rapida evoluzione. Altro che i proclami di Meloni, Salvini e compagnia bella. E’ solo propaganda.

Infatti cos’ha detto la Meloni sulla patrimoniale? Che con lei non vedrà mai la luce. Ovvio, no? Una classe politica di fatto in mano ai fondi speculativi non si permetterà mai di mettergli le mani in tasca e applicare, così, i principi costituzionali di uguaglianza (art. 3 Cost.) e di progressività fiscale (art. 53 Cost.).

Difatti l’esigenza del Governo è di accontentare i creditori, perché sennò non comprano più il debito e li mandano in default. Se questa non è dipendenza…

Esagerato, penserà qualcuno. Al contrario.

Vale, per capirci, una considerazione banale ma non sempre di dominio pubblico. Le Big Three, in particolare Black Rock e Vanguard, hanno forti partecipazioni azionarie nelle società che detengono la proprietà delle principali agenzie di rating, ossia Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, cioè quelle società che assegnano i voti alla sostenibilità dei debiti sovrani e ai conti pubblici.

Siccome gli investitori si affidano alle loro valutazioni, è chiaro che anche solo una lieve riduzione al ribasso del rating sull’Italia provoca una speculazione sul debito pubblico e la paura di investitori e governo, il quale dovrà contrattare il piazzamento dei titoli di stato, sennò rischia il default. Un governo al guinzaglio, insomma.

In buona sostanza le politiche economiche del governo italiano sono legate strettamente ai grossi fondi finanziari che detengono importanti fette del debito pubblico e controllano le agenzie di rating. Altro che agenzie imparziali!

Il Governo come contratta il piazzamento dei titoli di Stato e le politiche economiche?

In vario modo. Ma soprattutto attraverso le attività di lobbying. Cioè con incontri non regolamentati tra membri del Governo, del Parlamento e delle società finanziarie. Aspetto solo parzialmente regolamentato dalla Camera nel 2016 (non dal Senato) e mai regolamentato dal Governo. Cosa si dicono? Non lo sappiamo. Dove si incontrano? Nemmeno. Ogni quanto tempo? Boh?

L’effetto, però, è la cessione degli asset proprietari, anche in settori strategici. Come il caso di Telecom, Enel, Terna, inclusi i settori legati alla sicurezza nazionale. Settori in cui il Governo usa a piene mani gli strumenti di Golden Power, ma sempre con l’obiettivo di ostacolare solo gli investimenti cinesi. Molto più morbidi, invece, con l’ingresso di capitali e con le operazioni di acquisizione delle società nazionali da parte dei fondi americani.

Basti vedere come Meloni abbia garantito alla società Space X di Musk di entrare nei settori strategici nazionali come la difesa, la sicurezza e le comunicazioni per l’utilizzo della rete satellitare Starlink. Cosa smentita dalla Meloni, ma non certo dalle reazioni del mercato, che hanno visto un’impennata delle azioni di Space X, segno che l’accordo c’è.

Del resto Musk, appena insediatosi al governo USA, ha ottenuto l’accesso a diversi database del fisco, come il Treasury Department’s, l’Internal Revenue Service (IRS), e il Social Security Administration (SSA) per farsi gli affari dei suoi concorrenti. Cosa gli impedirà di entrare nei delicati database della sicurezza nazionale italiana, che contengono informazioni segrete e usarle per far fuori gli avversari, minacciare la stabilità del paese e diventare ancora più ricco?

Altro esempio delle facilitazioni governative nei confronti dei fondi finanziari sono i recenti inserimenti, nei CCNL nazionali (contratti collettivi) dei fondi integrativi su pensioni e salute, con l’odiosa tecnica nudge dell’opt out, cioè l’inserimento automatico del lavoratore nel fondo integrativo, salvo sua espressa rinuncia. Un modo raffinato di piazzare strumenti finanziari facendo leva sull’inerzia del dipendente pubblico.

I fondi integrativi sono stati fortemente voluti dai fondi finanziari internazionali per smuovere il risparmio gestito degli italiani e ridurre altresì i finanziamenti pubblici ai servizi essenziali, come la sanità e le pensioni. Un aspetto che qualcuno ritiene marginale, ma che con il passare del tempo assumerà sempre più peso, fin quando non ci accorgeremo che il SSN non fornirà più assistenza se non hai una polizza privata o che l’INPS non erogherà più le pensioni, che saranno erogate solo dai fondi, oggi integrativi, domani necessari. Come avviene negli USA, del resto. Dove, se non hai una polizza, puoi anche morire nei corridoi dell’ospedale. Oppure non avrai diritto a una pensione senza un fondo pensionistico.

Questa è la direzione impressa dall’ideologia neoliberale che orienta le decisioni pubbliche, cattura le relazioni sindacali e, senza ostacoli da parte della popolazione, troverà applicazione nel giro di pochissimo tempo.

Come hanno fatto a diventare così ricchi?

C’è da chiedersi come hanno fatto questi fondi a diventare così immensamente ricchi in pochissimi anni.

All’inizio dicevo che si sono esponenzialmente arricchiti a seguito delle due crisi 2007-2012. Un periodo che – lo ricordiamo bene – fu caratterizzato dalle politiche di austerità in Europa, con manovre lacrime e sangue, la svendita della Grecia, lo spauracchio dello spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi, l’inserimento nell’art. 81 della Costituzione della clausola di equilibrio di bilancio, i salvataggi bancari, le banche che non erogavano credito a famiglie e aziende, le ristrutturazioni aziendali, i licenziamenti di massa e un welfare in nettissimo calo.

All’epoca ci dicevano che le politiche di austerità erano necessarie per risolvere la crisi. In realtà erano necessarie per scaricare su di noi i costi dei salvataggi bancari con denaro pubblico. Salvataggi che si sono poi rivelati un viatico per ricapitalizzare i grandi istituti, farne fallire altri (Banca delle Marche, la Cassa di Risparmio di Ferrara e la Banca Popolare dell’Etruria e della Russia, per non parlare dell’affaire banche venete nel 2017) e regalare agli investitori statunitensi un sistema bancario polarizzato e sano a prezzi stracciati. Mentre le disuguaglianze crescevano ancora di più, i salari stagnavano e la gente si impoveriva.

E negli USA?

Negli USA è avvenuta la cosa inversa. C’è stata un’espansione del debito pubblico e una crescita economica impressionante, frutto di tre cose.

In primis dello sfruttamento delle politiche di austerità europee da parte della finanza americana, che di fatto scommetteva sul default degli stati e del sistema bancario e faceva la spesa in Europa, comprando asset, debito, infrastrutture, banche, aziende.

Poi perché gli USA dovevano continuare ad indebitarsi per mantenere il mantra delle tasse basse per i redditi più alti e per le aziende, oltre che per gli ingenti finanziamenti alle aziende della Silicon Valley, aspetto che assorbe una parte consistente dei bilanci federali. In questo modo lo Stato ha finanziato la digitalizzazione e la crescita di aziende come Alphabet, Meta, Apple, ecc., per governare il mercato delle piattaforme digitali.

Infine per una esponenziale finanziarizzazione degli investitori statunitensi, secondo una visione tipicamente neoliberale di macelleria sociale: campano solo gli individui che si reggono sulle proprie capacità finanziarie e zero spesa sociale per i soggetti più vulnerabili e per tutta quella fascia di popolazione che non vuole o non può finanziarizzarsi, per ovvie ragioni.

Così, mentre la Cina aumentava l’espansione industriale – considerata ancora innocua e governabile – e gli USA si destrutturavano, crescevano gli strumenti finanziari, anche derivati. Insomma, le scommesse.

E così arrivano i fondi

Dal 2008 la debolezza del sistema bancario americano, travolto dalla crisi dei mutui subprime, ha fatto fuggire i risparmi e gli investimenti dalle banche ai più sicuri fondi finanziari, che infatti non erano stati toccati dalla crisi.

Non erano stati toccati proprio perché i fondi finanziari lavoravano sul mercato dei fondi passivi, inventati per replicare fedelmente alcuni indici “sicuri”. In pratica i fondi passivi non comportano grandi studi di mercato, perché già effettuati a monte. Li replicano soltanto e, dunque, i fondi di investimento propongono questi strumenti a basso costo e gli investitori – società e persone fisiche – impauriti di perdere i propri soldi a seguito della crisi, hanno iniziato a investire in questi strumenti. Che poi si sono moltiplicati a dismisura, aumentando di conseguenza gli investimenti.

Da allora i tre principali fondi finanziari, Vanguard, BlackRock e State Street, hanno iniziato la scalata finanziaria e hanno iniziato delle spregiudicate iniziative finanziarie, scommettendo su tutto: sul debito pubblico, l’andamento dei listini, il fallimento di determinati istituti finanziari, ecc. Fino, poi, a comprarli e governare, di fatto, i mercati.

Le piattaforme digitali e l’informazione

Con l’espansione dei mercati digitali è avvenuta la stessa cosa. Ossia hanno comprato partecipazioni azionarie in tutte le società high tech, determinando così il controllo sulle reti sociali, la comunicazione e l’informazione.

Le Big Three, infatti, possiedono tutte le piattaforme digitali, a partire dai social network e app di messaggistica come Facebook, Instagram, WhatsApp, XChat, Linkedin, influenzando fortemente la comunicazione social e, di conseguenza, il flusso informativo, attraverso il ben noto fenomeno del ranking dei feed e delle censure sottili, mediante la personalizzazione dei contenuti e la massimizzazione dell’engagement.

Ma non è tutto qui. In Italia i tre fondi controllano il CdA di Exor,

Cos’è Exor?

Exor N.V., si legge qui,

è una holding diversificata controllata dalla famiglia Agnelli (…). Con un Valore Patrimoniale Netto di circa 36 miliardi di euro, il suo portafoglio è composto principalmente da società di cui Exor N.V. è il maggiore azionista: Ferrari N.V. (costruzione e vendita di veicoli sportivi di lusso), Stellantis N.V. (costruzione di automobili, veicoli utilitari, veicoli e attrezzature per l’edilizia e l’agricoltura), CNH Industrial (progettazione e produzione di veicoli commerciali e attrezzature per l’agricoltura e l’edilizia), Juventus Football Club (gestione di una squadra di calcio), Iveco Group N.V. (progettazione, produzione e commercializzazione di veicoli commerciali e specializzati e di sistemi di trasmissione), The Economist (pubblicazione di giornali e riviste), GEDI Gruppo Editoriale (pubblicazione di giornali e riviste) e SHANG XIA (design di mobili di lusso, articoli per la casa, abbigliamento, pelletteria, gioielli e accessori).

Dunque Exor controlla una importante fetta dell’industria e dell’informazione italiana. E chi sono i principali azionisti? Ebbene sì, sempre loro. Guarda qua.

Non vi sarà certo sfuggito che Exor controlla il gruppo Gedi, il quale è proprietario di una fetta importante dell’informazione italiana: possiede la Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, HuffPost, My Movies, oltre alle radio, come Radio Capital, Radio Deejay, e si occupa persino di geopolitica e scienze, con Limes, National Geographic, Mind, Le Scienze, ecc.

Appare evidente che non siamo davanti ad un’informazione libera. Perché quale linea editoriale seguiranno le testate e le radio appena citate? Quella della libera informazione o quella imposta dai proprietari?

Dalle banche ai fondi finanziari

Come accennavo all’inizio, una volta le banche erano considerate il nemico della democrazia, a motivo dell’enorme potere economico che detenevano.

Banalmente, le banche detengono importanti patrimoni e gestiscono soldi pubblici e privati, erogano credito a famiglie e imprese, gestiscono i risparmi, contribuiscono allo sviluppo economico e alla stabilità finanziaria. Hanno, dunque, un ruolo fondamentale nella tenuta del sistema paese. A motivo delle loro profonde influenze sull’economia nazionale e, di conseguenza, sulle politiche nazionali, venivano giustamente additate come i principali responsabili di cattive gestioni finanziarie, politiche e normative pubbliche a favore, remunerazioni elevatissime dei top manager, ecc. Insomma, erano considerate una casta.

Oggi lo sono ancora, sia chiaro. Ma il sistema bancario è oggetto di una disciplina molto dettagliata di regolazione, sia in ambito nazionale, sin dal 1874 che europeo, sin dal 1977. Anzi, dopo le due crisi economiche degli anni 2007-2012, l’attenzione del regolatore pubblico si è fatta più morbosa. Dall’European Bank Autority (EBA) alla Banca Centrale Europea (BCE), alle autorità nazionali (in Italia spicca Bankitalia), sono tanti i soggetti pubblici che dettano norme ed effettuano controlli sul sistema bancario.

Il problema è che non sono più le banche a fare il bello e il cattivo tempo nelle economie occidentali. Anche le banche sono in mano ai fondi finanziari e, in particolare, alle Big Three. Per esempio, il principale azionista di UniCredit è Black Rock, così come Vanguard possiede una rilevante partecipazione in Generali. In questo quadro la fallita scalata di Mediobanca a banca Generali, così come il tentativo di acquisizione di BPM da parte di Unicredit, senza entrare troppo nel dettaglio sennò ci incasiniamo la lettura, sono operazioni di riassetto proprietario in cui il capitalismo italiano sta, sempre più rapidamente, finendo nelle mani dei fondi finanziari statunitensi.

E’ ovvio che, esportando il controllo delle banche nel paese a stelle e strisce, il controllo pubblico europeo sulle banche sarà del tutto inefficace ed ininfluente. Perché le decisioni vere non vengono più prese nei CdA, nelle assemblee degli azionisti o, in riferimento alle politiche economiche e monetarie pubbliche, al World Economic Forum di Davos, ma da un pugno di individui all’altro capo dell’oceano, in modo opaco, antidemocratico e polarizzato, dividendosi il mercato.

La guerra di Trump, fondi hedge e criptovalute

Il quadro appena delineato ci serve per aggiungere un ulteriore elemento. Il ruolo di Trump. In questo modo possiamo capire perché oggi c’è una guerra finanziaria in corso e perché, da questa, arriveremo ineluttabilmente e nostro malgrado ad una guerra militare.

Ci basti partire da un dato. Come dicevo prima, il presidente Bill Clinton e, a seguire, George W. Bush e Barak Obama, pensavano che la Cina sarebbe rimasta la fabbrica del mondo, innocua e governabile, dove produrre a basso costo e delocalizzare produzione industriale ed esternalità negative.

Un piano perfetto, insomma.

Però la Cina ha saputo sfruttare la potenza dell’economia reale a proprio vantaggio, attraverso una meticolosa pianificazione economica da parte del partito comunista cinese e la ramificazione dei punti di vendita cinesi, nel mondo reale e in quello virtuale. Creando altresì dei propri marchi. Basti pensare all’automotive, oggi dominata dai marchi cinesi.

E così ha assunto un peso sempre più forte nello scacchiere internazionale, uscendo dall’isolamento culturale che l’aveva contraddistinta per millenni (anche durante i 1500 anni di proficui scambi culturali e commerciali con la via della seta).

La potenza dell’economia reale contro la fragilità dell’economia finanziaria, che ha drammaticamente aumentato le disuguaglianze sociali, dal 2000 ad oggi, sia a livello globale che nazionale, ha avuto effetti sul piano geopolitico. La Cina ha proposto una visione di mondo multipolare, dove non c’è un unico paese a comandare, superando così il primatismo statunitense, che basava la propria potenza sul ruolo del dollaro come unico strumento monetario negli scambi internazionali e come bene rifugio.

Oggi non lo è più e gli USA stanno attraversando un periodo di forte crisi internazionale e di profonde lacerazioni sociali interne. Basti pensare alle ultime vicende, tra il movimento Mee Too, black Lives Matter, l’uccisione di Kirk, la recente elezione del socialista Mamdami a sindaco di New York, le deportazioni di massa dei messicani, e tanto altro.

Il ruolo di Trump

Donald Trump, sin dal primo mandato ma, soprattutto, nel secondo, ha impresso una direzione diversa agli USA, rispetto ai suoi predecessori, parlando di reindustrializzazione, in ottica concorrenziale con l’economia cinese, conscio del fatto che l’eccessiva finanziarizzazione degli USA ha prodotto un’economia fragile, insicura e concentrata nelle mani di poche persone. In questa scelta si legge la decisione di uscire da tutti i programmi internazionali di lotta ai cambiamenti climatici, per avere le mani libere per inquinare, senza il fardello di dover dare conto alla comunità internazionale.

Sia chiaro, Trump non è l’eroe buono che vuole salvare gli USA, come l’alt-right americana ha inteso diffondere. Tutt’altro. A parte il gigantesco conflitto di interessi che lo contraddistingue (è ancora a capo della Trump Organization), il suo reale obiettivo è scardinare il sistema di potere generato dalle Big Three.

Per farlo ha bisogno di definanzializzare gli USA, almeno dall’attuale modello.

Ma, ben consapevole del fatto che definanzializzare significa produrre scossoni nell’economia americana e reindustrializzare significa investire soldi che non ci sono in un progetto che richiede almeno 50 anni per arrivare alla metà della potenza cinese, intanto sta cercando di racimolare qualche soldo con lo strumento dei dazi. In questo modo fa anche uno sgambetto ai suoi avversari, che nell’economia europea ci sguazzano.

E così i dazi sono un modo per recuperare risorse. Ma deve fare i conti con un debito pubblico di 31 mila miliardi e cresciuto di 10 mila miliardi solo durante il governo Biden. Quindi con pochi margini di manovra.

Già, perché il dollaro non ha più la potenza finanziaria che aveva in passato e la Federal Reserve ha fatto capire a Trump che non c’è molto da spendere. E come si fa?

Consideriamo un’altra cosa. Buona parte del debito pubblico è in mano alle Big Three. La Cina sta investendo sempre meno nel debito pubblico americano. Idem gli altri paesi occidentali e gli altri investitori internazionali. Segno delle tensioni geopolitiche e della paura che il dollaro non sia più il bene rifugio di un tempo.

Infatti, se guardiamo i dati recenti, nell’ultimo anno il valore dell’oro ha avuto un aumento del 18,29%, segno della fuga dei capitali dal debito USA, verso un bene rifugio classico. In questo quadro la Federal Reserve, influenzata dalle scelte dei tre fondi finanziari, sta spingendo Trump alla cautela e ad una pax con le Big Three. Cosa che il magnate non accetta.

Ora capiamo meglio che la guerra finanziaria è in corso e che sta finendo la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta.

Finanza decentrata vs finanza internazionale

Il piano di Trump è di attrarre investimenti, vietare gli ingressi e cacciare via dagli USA soggetti che ritiene improduttivi e pericolosi per la propaganda di destra. Ecco perché vuole cacciare via l’esercito industriale di riserva, studenti internazionali di sinistra, stranieri che risiedono lì da tempo e, di converso, attrarre super ricchi, con la lauta promessa di dare la cittadinanza in tempi rapidi.

Si muove in questo senso il grottesco e orrendo progetto della Trump gold card, una sorta di card premium mutuata dal marketing più becero e concepita per far entrare nel paese capitali e gente ricca, concedendo loro una rapida via per ottenere la cittadinanza.

Inoltre il sodalizio tra Trump e Musk andava nella direzione di smantellare lo strapotere delle Big Three attraverso lo sviluppo della finanza decentrata, dei piccoli fondi hedge, del private equity e delle criptovalute, Tutti settori in cui Musk e le sue società ci sguazzano.

Già, perché se il dollaro non è più un bene rifugio e un mezzo di scambio internazionale dominante, allora il piano di Trump è di puntare sulle criptovalute, convertbili in dollari e in grado di limitare le speculazioni sulla svalutazione del dollaro, oggi in calo rispetto all’euro.

Inoltre questo piano smonta ogni tentativo di arrivare all’euro digitale, ancora sulla carta, e si pone in contrasto con lo yuan digitale, ormai una realtà e, in questi mesi, in fase di test in diversi mercati. Una criptovaluta destinata a diventare un importante mezzo di transazioni internazionali. Cosa che impaurisce Trump.

Dunque obiettivo di Trump è di ridurre il potere delle Big Three attraverso tre grandi strategie. La prima è mettere in difficoltà l’economia europea, dove le Big Three hanno grossi investimenti. La seconda è di limitare, appunto, il potere delle Big Three, sia fuori che dentro casa, spostando il peso sulla finanza decentrata. La terza è di puntare su determinate criptovalute, in particolare sulle stablecoin (tipo i bitcoin), per ragioni di tenuta del dollaro, di flessibilità di uno strumento monetario deregolamentato e potenzialmente accettabile ovunque e in chiave anticinese.

A questo gli serviva Musk, che bazzica l’ambiente e ci si muove bene. Ma le sue aziende sono controllate fortemente dai tre predetti fondi. E quindi?

Ora capiamo perché Trump e Musk sono arrivati ai ferri corti quest’estate e perché oggi Tesla gli ha riconosciuto una generosissima rendita. Si tratta di un guinzaglio stretto stretto nelle mani delle Big Three.

Le politiche europee e le risposte a Trump

Come risponde l’Europa? Sostanzialmente con accondiscendenza. Prima risponde con i contro-dazi, salvo rinunciarci e ridurne fortemente la portata. Poi con la digital tax nei confronti delle grandi piattaforme digitali che, dopo le infuriate di Trump, subito ritirano. Infine con l’unica cosa che pare abbiano appreso bene dal capitalismo globale: scaricare i costi sulla povera gente.

Già, perché la folle scelta di rinunciare alle forniture energetiche russe e le conseguenti sanzioni alla Russia – chissà, forse suggerite proprio dai fondi americani – hanno prodotto una crisi energetica europea che stiamo pagando noi, individui e famiglie, con aumenti spropositati dei costi energetici. La soluzione individuata dall’Europa? In realtà sono due.

La prima è di investire nella transizione verde, in particolare su auto elettrica e fonti energetiche rinnovabili, derogando a tutte le normative in materia di tutela ambientale e paesaggistica e proporre procedure accelerate di realizzazione di mega parchi eolici e fotovoltaici.

Vanno in questa direzione la recente direttiva Red 3 e il Decreto Energia del governo italiano, oggi tuttavia arenatosi in un braccio di ferro tra Stato e regioni.

La seconda riguarda il tentativo di creare grandi soggetti finanziari europei, in grado di competere con la Cina nell’approvvigionamento di fonti primarie e tecnologie per produrre batterie per le auto elettriche. L’Ucraina serve appunto a questo, visto che dispone di quantità ingenti di terre rare.

Ma non basta. Perché l’Europa ha un disperato bisogno di gas naturale. Che è la sua principale fonte energetica. Altro che rinnovabili. Gas che, ovviamente, compra felicemente dagli USA, a prezzi quintuplicati rispetto a quando lo comprava dalla Russia (lo ha anche ammesso Draghi nel suo rapporto. Ne parlerò tra poco). Ora riconosciamo un’altra responsabilità per le bollette impazzite.

Ma non solo. Dalla Russia il gas arrivava in modo rapido ed economico attraverso i gasdotti. Dagli USA no. Arriva per mare. E poi ha bisogno di essere rigassificato. E dove? Nei rigassificatori di Piombino e Livorno, per esempio. Ma non basta. E così nasceranno altri rigassificatori, di cui il più imminente a Ravenna. E poi ci parlano di transizione verde…

Insomma, Trump ci sfrutta, ci offende e noi gli compriamo il gas ad un prezzo cinque volte superiore rispetto a quello russo. Mi pare tutto molto logico e lineare. E, soprattutto, sovrano.

Il piano Draghi

mario draghi

In questo quadro di marginalizzazione geopolitica dell’Europa e di profonda crisi economica si colloca il Piano Draghi, presentato nel 2024 e preso in gran considerazione dalle strutture di vertice dell’Unione Europea. In cosa consiste?

Praticamente Draghi dice: stiamo in una situazione di crescita zero. La Cina sta assumendo troppo potere sul piano globale. La Russia non accenna a finire la guerra in Ucraina e minaccia la sicurezza europea. Ci serve tecnologia, oggi in mano alla Cina. Gli USA sfruttano la nostra dipendenza energetica. Che facciamo? Ideona! Aumentiamo gli investimenti per difesa, tecnologia e transizione verde.

E dove li pigli i soldi? Gli risponderemmo in coro, se potessimo. Facciamo debito comune e mobilitiamo il risparmio privato! Risponde lui. Esatto, avete capito bene, Draghi ci vuole scucire i soldi di tasca. Ma non con i brutti prelievi forzosi di amatiana memoria. Tutt’altro. In modo più sottile.

Ma a quanto ammonta il risparmio privato dei cittadini europei? Ammonta a 10 mila miliardi di euro, di cui ben 6 mila sono rappresentati dal risparmio degli italiani.

Si sa, gli italiani sono un popolo previdente e sono come le formiche. Mettono da parte i risparmiucci perché non si sa mai nella vita che può succedere. Ognuno di noi ha risparmi o sul conto corrente, su fondi di investimento, sui titoli di stato, ecc.

Ecco, il progetto di Draghi è di prendere questi soldi e investirli in questi tre settori: armi, transizione verde e sicurezza energetica. Ma soprattutto in armi.

Infatti le Big Three e il fondo francese Amundi hanno già iniziato ad investire pesantemente sull’industria bellica, specie in Germania, che sta attraversando ora una fase di riconversione industriale. Ma ha bisogno di soldi. Soldi che, secondo Draghi, dovranno essere presi dai risparmiatori europei, proponendo loro strumenti finanziari ad alto rendimento, cosa che le banche, da intermediarie, sono felici di proporre ai propri investitori.

Dunque il piano, in soldoni, è questo: proporre ai risparmiatori strumenti finanziari ad alto rendimento, da investire in armi (ma mica ce lo diranno espressamente!). I risparmiatori, inconsapevoli. saranno felici di ottenere tassi elevati e muoveranno i propri soldi. Poi i rendimenti dipenderanno da come andrà la guerra.

La prossima guerra

Ora è più chiaro perché la prossima guerra sarà una certezza? I fondi finanziari e la spesa pubblica, specie in Germania, investono tantissimo nell’industria bellica. Basti vedere gli ultimi dati.

E’ chiaro che il ritorno dell’investimento avviene quando queste armi le useranno. Contro la Russia, intanto. Con il pretesto che ci minaccia. Cosa non vera, ovviamente. La Russia non ha alcuna mira espansionistica in Europa. Ha il solo obiettivo di riconquistare l’Ucraina. Ovviamente Putin è un despota, ma non così lontano dai personaggi che governano le democrazie liberali.

Tuttavia devono trovare un pretesto e la narrazione della minaccia russa sembra funzionare a livello mediatico.

In realtà l’obiettivo è di riprendere il controllo dell’Ucraina, piazzare un governo amico dell’Occidente liberale e investire in ricostruzione ed estrazione di materie prime. Cosa che, secondo Draghi e i vertici dell’UE, risolleverà le economie europee. Ma a che prezzo? Quello di fare guerra alla Russia, dicendo però che sarà lei ad attaccarci.

E la Cina? si vedrà, perché tutto dipende dal suo ruolo di mediatrice con gli altri paesi, specie con i BRICS, sul piano globale.

Per il momento la Cina ha fatto capire due cose. La prima è che non intende usare le armi per risolvere le controversie internazionali (quello che c’è scritto sulle carte costituzionali europee, ma che solo la Cina – comunista e cattiva – sta realmente applicando). La seconda è che se è proprio costretta, lo farà. E ci ha dato un esempio della sua potenza nella parata militare dello scorso settembre. Un monito, insomma. A buon intenditor…

Intanto l’Europa sta preparando la gente ad un clima di guerra, come raccontavo in quest’articolo di qualche settimana fa. Insomma, tutti i segnali ci raccontano che la guerra è inevitabile. E la vuole l’Europa. Ma perché? Solo per procedere all’ennesima ristrutturazione capitalistica, così com’è stato nella prima guerra mondiale (guerra imperialista) e nella seconda (guerra espansionistica). La terza sarà una guerra finanziaria. Che è già iniziata, nel mercato.

Per concludere

La storia ci insegna una cosa, di cui dovremmo far tesoro. La democrazia è nata grazie alla lotta di classe. Senza conflitto tra base e potere, non c’è democrazia. Questa cosa è oltremodo evidente dal crollo del muro di Berlino e dall’espansione della globalizzazione ad oggi.

Da allora abbiamo assistito ad un degrado del riconoscimento dei diritti fondamentali e del welfare state. Perché? Perché è mancato il contrappeso al potere capitalistico. Contrappeso fatto fuori proprio dalla guerra fredda e dal fuoco incrociato delle scuole neoliberali e ordoliberali sviluppatesi negli USA e in Europa contro i partiti comunisti, togliendo così ogni tutela alla classe lavoratrice e ai soggetti vulnerabili. Poi con una martellante narrazione liberal, raccontando l’azione salvifica del mercato e l’esaltazione dell’individuo. Infine dicendoci che la spesa pubblica è improduttiva e che privato è bello.

Per rimettere la bilancia in pari ed evitare il prossimo conflitto è necessario riorganizzare la base e proporre un’idea di società collettivista basata sull’uguaglianza, la solidarietà e la condivisione. Una cosa che le avanguardie stanno raccontando da decenni e, oggi, parti sempre più importanti della popolazione iniziano timidamente a recepire, specie nelle manifestazioni di piazza contro il genocidio palestinese. Se questi movimenti sociali diventeranno qualcosa di più strutturato, ci sarà una speranza. Sennò la prospettiva è una guerra senza alcuna ricostruzione.

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