Il cashback di Stato, come funziona davvero

cashback di Stato e pagamenti POS
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Il cashback di Stato è una fregatura, sotto molti punti di vista: aumenta il debito, non assicura per davvero il rimborso e, soprattutto, favorisce banche e capitale, altro che i consumi o il piccolo commercio.

In questi giorni milioni di italiani hanno aderito al cashback di Stato, tramite l’app Io, che – come molti ormai sanno – serve a garantire un rimborso del 10% sugli acquisti effettuati nei negozi fisici, tramite pagamento elettronico, con un tetto massimo di 150 € di rimborso e un presupposto, fino al 31 dicembre, di 10 acquisti. Dal 1 gennaio 2021 occorrerà fare almeno 50 acquisti in un semestre per ottenerlo e concorrere al super premio del super cashback, destinato ai grandi consumatori.

Come in una televendita notturna di antenna sud, il Governo si è messo a fare le offerte speciali, adottando pure lo slogan Usa carte e app: guadagni, vinci e cambi il Paese. E difatti ammetto che la promozione è molto appetibile, tant’è che ero tentato di scaricare l’app e iscrivermi. A farmi cambiare idea non ci ha pensato solo il prevedibile fatto che l’app si sarebbe inceppata, ma la natura del provvedimento.

Prima di cambiare idea mi sono chiesto: da dove vengono i soldi? Sarà che per la prima volta nella storia repubblicana ultraliberista, il Governo ha finalmente accolto le istanze della micro e piccola imprenditoria e ha imposto alle banche di restituire ciò che legittimamente ma ingiustamente rubano agli operatori, tutti i giorni, con le commissioni? Se fosse stato così, mi sarei iscritto e sicuramente quei soldi li avrei restituiti all’esercente, sotto forma di ulteriori acquisti. O gli avrei offerto un caffè (pagato con carta, s’intende).

E invece no. I soldi per i rimborsi saranno presi dal debito, e comunque sottratti da altre finalità, di sicuro in questo periodo molto più urgenti (prendi, per dire, la sanità pubblica). Ma il problema non sta solo nella fonte da cui vengono i soldi. Sta pure nella fregatura nascosta. Non siate impazienti, ora ci arriviamo.

La finalità del cashback

cashback di Stato screen sito
Uno screenshot preso dal sito io.italia

Finalità del cashback è quella di ridurre le transazioni effettuate con denaro contante e aumentare, di conseguenza, i pagamenti elettronici.

Per giungere a quest’obiettvo ci sono due strade: o riduci la pressione fiscale ai piccoli e imponi alle banche di ridurre (o, meglio, eliminare) le commissioni ai piccoli esercenti, oppure – più malignamente – incentivi i clienti ad imporre di fatto ai piccoli esercenti di accettare pagamenti elettronici in luogo di quelli con contante.

Gli operatori economici della micro e piccola imprenditoria non sono certo stupidi. Se gli offri le migliori condizioni, è ovvio che accetteranno i pagamenti elettronici. Son più comodi per tutti. Se non lo fanno, bisogna chiedersi perché sono obbligati a preferire i contanti e costretti a dover fare un po’ di nero, per sopravvivere.

Ovvio dire che l’obiettivo di riduzione dell’uso del contante è di natura europea. Prende avvio dalle svariate direttive antiriciclaggio, sin dagli anni Novanta, finalizzate ad evitare fenomeni criminali, di corruzione, malagestione o evasione.

Tutto molto bello e difatti la riduzione del contante è una finalità utile, ma quando il sistema fiscale è equo e sostanzialmente proporzionale: più guadagni e più paghi. E deve valere per tutti.

Nel mondo non è esattamente così. Come detto in quest’articolo, le società transnazionali operano al di sopra degli Stati (a costi molto più ridotti rispetto agli imprenditori che operano in mercati nazionali o locali), aggirando, violando o influenzando le leggi e le politiche nazionali. Dunque da quest’incentivo saranno più avvantaggiati rispetto ai piccoli imprenditori.

Nemmeno in Italia è esattamente così. Perché se è vero che l’IRPEF è un’imposta progressiva, è anche vero che vi sono tutta una serie di imposizioni fiscali, contributive e di varia natura che, nel complesso, rendono le micro, piccole e medie imprese più tassate rispetto alla grande impresa o, peggio, rispetto alle imprese transnazionali. Ciò comporta, ovviamente, una posizione di disparità sul mercato e l’impossibilità di essere competitivi.

Difatti il cashback governativo sembra pensato apposta per i grandi e non per i piccoli imprenditori o i consumatori.

Le commissioni bancarie

All’iniquo sistema fiscale italiano si aggiunge il fenomeno delle commissioni bancarie sui pagamenti elettronici. Un operatore che si dota di POS per accettare pagamenti elettronici, paga alla banca cifre variabili, in base al contratto, al tipo di banca e ai servizi offerti. In genere si può andare dalle 10,00 alle 25,00 € mensili, oltre al costo iniziale di installazione e a quello delle transazioni (variabili, dallo 0,75 all’1,5%), fino ad arrivare ad un costo per transazione del 4% (è il caso di quelle società bancarie o di servizi che non chiedono un costo fisso mensile).

Tutto dipende dal numero di transazioni che un imprenditore pensa di fare e, ovviamente, anche dalla comodità (il pagamento con POS classico è più agevole rispetto a quello in App o con un dispositivo ridotto, spesso offerto a costi apparentemente ridotti).

Ad ogni modo si tratta di un costo, piuttosto elevato, che ricade sulle spalle dell’imprenditore.

La copertura finanziaria del cashback

Detto ciò, vediamo la fonte del provvedimento e capiamo da dove arriveranno i soldi. Il provvedimento è la Legge Finanziaria 2020 (L. 27 dicembre 2019, n. 160) che, all’art. 1 commi 288-290, disciplina la promozione. A noi serve leggere, in particolare, il comma 290, che dice:

Al fine di garantire le risorse finanziarie necessarie per l’attribuzione dei rimborsi e le spese per le attività legate all’attuazione della misura di cui ai commi 288 e 289, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze è stanziato su apposito fondo l’importo annuo di euro 3 miliardi per gli anni 2021 e 2022. Il suddetto importo e’ integrato con le eventuali maggiori entrate derivanti dall’emersione di base imponibile conseguente all’applicazione della predetta misura, come rilevate dalla Commissione istituita ai sensi dell’articolo 10-bis.1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196.

Il decreto attuativo del cashback

Dunque abbiamo capito che per questo provvedimento serviranno 3 miliardi per l’anno prossimo e il 2022. Ma non abbiamo ancora capito da dove li prendono. Per capirlo, dobbiamo ora leggere il decreto attuativo, ossia il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze 24 novembre 2020, n. 156 che, all’art. 11, rubricato risorse finanziarie, così dice:

Gli oneri derivanti dal presente decreto sono posti a carico delle risorse finanziarie del fondo costituito ai sensi dell’articolo 1, comma 290, della legge 27 dicembre 2019, n. 160, come integrato dall’articolo 73, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 ottobre 2020, n. 126, considerati gli impegni di spesa di cui all’articolo 265, comma 7, lettera b), del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, nel limite massimo di 2,2 milioni di euro per l’anno 2020, 1.750 milioni di euro per l’anno 2021 e di 3.000 milioni di euro per l’anno 2022. (…)

2. L’attribuzione dei rimborsi previsti dall’articolo 6 avviene nei limiti degli importi di euro 1.367,60 milioni per il periodo di cui alla lettera a) del comma 2 del predetto articolo e di euro 1.347,75 milioni per ciascuno dei periodi di cui alle lettere b) e c) del medesimo comma. Qualora le predette risorse finanziarie non consentano per i suddetti periodi il pagamento integrale dei rimborsi spettanti, gli stessi sono proporzionalmente ridotti.

3. L’attribuzione del rimborso previsto dall’articolo 7 avviene nei limiti dell’importo di euro 227,9 milioni. Qualora la predetta risorsa finanziaria non consenta il pagamento integrale del rimborso spettante, questo è proporzionalmente ridotto. (…)

5. I limiti di risorse utilizzabili indicati al comma 2 possono essere integrati con le eventuali maggiori entrate derivanti dall’emersione di base imponibile conseguente all’applicazione del programma, come rilevate dalla commissione di cui all’articolo 10-bis.1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, per ciascun esercizio finanziario.

I soldi vengono dal debito pubblico

Scavando un pochetto nel giuridichese, la prima cosa che si capisce è che le risorse per applicare il cashback verranno interamente prese dal debito pubblico. Ciò si evince dal rimando, fatto dalla norma, all’art. 265 del Decreto Legge 34/2020, che, all’articolo 1, ammette il ricorso all’indebitamento. Dunque le banche non parteciperanno affatto al rimborso.

Si poteva pure prevedere, chessò, che le banche avrebbero concorso offrendo non dico gli importi delle commissioni (270 miliardi sono gli euro movimentati con pagamenti elettronici, in un anno, in Italia, fatevi du’ conti), ma almeno una parte. Niente.

Quindi che succede? Che lo Stato prende i soldi dal debito (cioè da banche, imprese transazionali, società finanziarie e, in parte, da persone fisiche che prestano soldi allo Stato). Ok? Poi li distribuisce ai cittadini che consumano e aderiscono all’iniziativa. Dai consumi i soldi tornano in parte alle banche sotto forma di commissioni. Buona parte andrà alle società transnazionali che vendono prodotti/servizi e che dunque vedono aumentati i profitti. Queste società, tramite le banche, gli intermediari o, persino, direttamente, detengono una quota del debito pubblico. Quindi avranno un doppio vantaggio e doppi profitti. In pratica uno derivante dall’aumento dei consumi e l’altro dal ripagamento del debito pubblico.

A pagare il debito, detta papale papale, saremo noi. Con 150 euro guadagnate, ne spenderemo almeno il triplo per ripagare il debito, sotto forma di tagli ai servizi, alla spesa pubblica, aumento della pressione fiscale, riduzione delle tutele sindacali ai lavoratori, ecc. ecc.

Debito e compensazioni

In fase di conversione del Decreto Legge 34/2020, divenuto così Legge 77/2020, il Parlamento ha ampiamente discusso il provvedimento, ma in fase di discussione non è emerso che, così facendo, si faceva un grosso favore a banche e grandi imprese. Per dirne una, Giorgia Meloni, che oggi si lamenta di tutto ciò, era assente durante la discussione parlamentare. Ma vabbè, andiamo oltre.

Il Parlamento che ha fatto? Ha approvato un emendamento, diventato art. 30-bis, che garantisce agli esercenti il rimborso di una parte delle commissioni pagate alle banche. Con soldi pubblici, però. A quanto ammonta il fondo di compensazione? A 10 milioni di euro. Già.

Tra l’altro si ripartisce pure in relazione al volume d’affari. Quindi abbiamo: soldi pubblici da rimborsare ai consumatori (3 miliardi per il 2021-22, più spicci, fino al 31/12), soldi pubblici da dare agli esercenti (pochi, il cui grosso andrà alla GDO), soldi pubblici – sotto forma di debito – da dare alle banche e alle grosse società che controllano la GDO. Oh, se questo non è un sottile piano malvagio per fare grossi regali ai ricchi e, al contempo, autoaffossarci, poco ci manca.

L’altra fregatura del cashback

La fregatura sta nel fatto che i soldi vengono dal debito pubblico che, o prima o poi, pagheremo noi e non le banche? No, non solo. Sta anche nelle cosiddette clausole di salvaguardia, inserite nella norma appena vista.

Difatti l’intento del Governo, con questo provvedimento, è di far riemergere il nero, almeno in parte, così da ottenere più soldi per rimpinguare il fondo. Se ciò non avviene? Se i soldi non bastano? Allora i rimborsi saranno ridotti, in proporzione. Sia quello sperimentale (fino al 31 dicembre 2020), previsto dal comma 3 dell’art. 11, sia quello a regime, previsto dal comma 2 del medesimo articolo.

Insomma, non è nemmeno detto che le 150 euro di rimborso siano effettivamente tali. A consuntivo (cioè a conti fatti) è capace che potranno diventare 50, 60, 70, oppure di meno, a seconda di quanta gente aderirà alla promozione e di quanto nero il Governo riuscirà a far emergere.

Sta di fatto che, dinanzi a cifre così effimere, il gioco non vale la candela, specie se si pensa che questi fondi potevano essere usati per fini molto più nobili, urgenti e decisivi per combattere l’epidemia.

Un solo cashback, due favori

In questo modo il Governo del PD (ultraliberista) e del M5S (ultrapopulista) ha colto due piccioni con una fava: favorire le banche e le imprese capitalistiche.

Le prime vedranno aumentare i profitti derivanti dalle commissioni e l’importo del credito nei confronti dello Stato.

Le altre, specie quelle della Grande Distribuzione Organizzata, aumenteranno notevolmente i profitti. Perché rappresentano il tessuto commerciale di maggiore richiamo nell’ambito dei consumi di massa, con offerte speciali, modalità pubblicitarie di grande impatto e, soprattutto, con l’ovvia possibilità di accettare di default i pagamenti elettronici. Cosa che, di certo, non favorisce l’emersione del nero.

Dunque, oltre alle criticità già evidenziate, se davvero ci fosse stata l’intenzione di ridurre il nero, si sarebbe potuto limitare l’ambito di applicabilità della promozione al piccolo commercio, usando criteri dimensionali. Invece tutto fa propendere per una politica di favori alle banche e al capitale. Con buona pace di quelli che ancora credono che lo Stato sia un ente imparziale e tutore dell’interesse pubblico.

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