Lotta di classe e democrazia ai tempi del Covid – Parte I

Partenone Atene - Democrazia e lotta di classe

L’uso smodato della decretazione d’urgenza, l’accentramento dei poteri in mano a pochi, la riduzione del numero dei Parlamentari, il sistema elettorale maggioritario, la polarizzazione del potere economico, l’emersione dei sovranismi, sono segnali di una democrazia in affanno che diviene morente quando scompare la lotta di classe. In questa prima parte vediamo i concetti di classi sociali e lotta di classe, nella prossima “puntata” discuteremo del concetto di potere.

Il virus Sars-CoV-2 sta mietendo, purtroppo, tante vittime e non sappiamo quando ne usciremo. Ma una vittima, in particolare, già malata di suo, è in fase morente, seppur ne intravediamo solo timidamente gli effetti: la democrazia. L’uso massiccio di decreti, ordinanze e atti amministrativi di carattere emergenziale sono solo uno degli effetti della malattia terminale che ha colpito la democrazia, ma la storia è vecchia.

La democrazia era già malata, sin dalla nascita. Gli anticorpi, però, le hanno permesso – pur con molti acciacchi – di sopravvivere. Gli anticorpi erano, perdonate il gioco di parole, alcuni corpi intermedi della società civile (partiti, associazioni, sindacati, albi, corporazioni), ma anche il welfar state e le aziende pubbliche e, soprattutto, la lotta di classe.

La lotta di classe

Ora, su questo punto, permettetemi una precisazione. Oggi, quando si sente parlare di lotta di classe, la mente corre subito agli scontri di piazza, alla violenza, ai giovani esagitati che lanciano molotov contro la polizia e, persino, alle brigate rosse e agli omicidi eccellenti.

Beh, questo è, grottescamente, un effetto della scomparsa della lotta di classe! E’ il racconto che la classe dominante, cioè l’alta borghesia, quella che detiene il potere economico, fa passare per evitare che le classi subalterne si rendano conto di una cosa semplice: che sono la maggioranza.

In quanto maggioranza devono determinare, insieme, la propria libertà e fare, nella realtà, quello che la democrazia recita solo a parole: l’interesse del popolo, l’uguaglianza sostanziale, la difesa dei ceti deboli, la solidarietà, il mantenimento della pace tra i popoli, lo sviluppo delle libertà individuali e sociali e il perseguimento di una giustizia sostanziale.

Questo è ciò che promette la democrazia, un concetto che, però, soffre di una pecca: è vero che i rappresentanti sono scelti dal popolo, ma è pur vero che togliendo le condizioni affinché il popolo li scelga con consapevolezza, alla fine sceglierà quelli che sono spinti dal potere economico (cioè la minoranza), per fare – dunque – l’interesse di una minoranza che li genera e non della maggioranza che li vota.

Inoltre il sistema democratico ha un’altra pecca connaturata alla sua essenza: si basa sul consenso elettorale, quindi la classe politica non potrà mai adottare una strategia efficace a lungo termine, in quanto alternerà fasi di severità economica ed istituzionale a fasi di favoritismi o prodigalità, in base al momento elettorale.

Minoranza e maggioranza

In un sistema democratico rappresentativo, qual è il nostro, la maggioranza degli elettori determina la maggioranza del Parlamento. Quest’ultima esprime il Governo e lo mantiene in piedi con la fiducia. Questi controlla gli apparati burocratici, i quali esercitano il potere mediante le strutture burocratiche: Ministeri, Dipartimenti, Servizi, Uffici, ecc. Inoltre influenza moltissimi Enti pubblici, formalmente autonomi, grazie al sistema delle nomine dei vertici dirigenziali.

In un sistema pluralista come il nostro vi sono tante maggioranze quanti sono i poteri politico-amministrativi: Stato, Regioni ordinarie, Comuni, Città metropolitane, Regioni e Province autonome. A ciò si aggiungono gli Enti pubblici e la miriade di altre strutture burocratiche che, pur non rispondendo direttamente al principio della maggioranza, ne subiscono comunque gli effetti in quanto sono soggetti al rispetto della legge, che è discussa ed approvata dalla maggioranza parlamentare.

La minoranza, invece, serve a controllare il potere, a fare in modo che rispetti la legge e, chiaramente, serve anche a migliorare le leggi, attraverso il loro processo di formazione. Quando una legge viene presentata e poi discussa, la minoranza può migliorarne il testo, inserendo aspetti che servono a controbilanciare il potere, nonché a concretizzare la rappresentatività che la minoranza reca con sé. Quindi, sintetizzando, il ruolo della minoranza è di: confronto dialettico, controllo, equilibrio.

Questo, a grandi linee, è il modello parlamentare che, ribadisco, si basa sul confronto dialettico tra maggioranza e minoranza, il quale, attraverso i partiti e il momento elettorale, dovrebbe – stando alle intenzioni dei costituenti – rispecchiare le diverse anime del Paese.

Dunque la lotta di classe reale si dovrebbe rispecchiare nella dialettica parlamentare, attraverso il dibattito tra rappresentanti delle varie classi sociali.

E’ questo meccanismo che si è inceppato negli ultimi decenni ed è a causa di ciò che si sono generati l’antipolitica, il sovranismo, l’astensionismo e tutte le altre patologie che hanno colpito la democrazia. La polarizzazione in campo economico, non a caso, va di pari passo con la polarizzazione politica, la scomparsa della rappresentatività (ricordate il dibattito sul proporzionale nel sistema elettorale? Che fine ha fatto?), la scomparsa del finanziamento pubblico ai partiti, la riduzione del numero dei parlamentari e tanti altri aspetti che vedremo tra poco. Ciò ha prodotto disequilibri sempre crescenti, al punto da arrivare all’applicazione o disapplicazione dei principi costituzionali su basi contingenti e senza conseguenze sul piano della responsabilità politica.

La base della democrazia è la lotta di classe

Questi meccanismi di disequilibrio del potere si generano nelle pieghe di un dettato costituzionale e di un sistema ordinamentale che, quando è stato implementato, non aveva previsto che si sarebbe arrivati al pensiero unico (quasi) globale (dico quasi perché esistono altri pensieri, ma il potere globale tende ad oscurarli se non a corroderli). Non aveva previsto quella che Bauman definì la società liquida, il crollo delle ideologie, il dominio del mercato, la reificazione delle coscienze e un progressivo istupidimento delle masse causato dalla destrutturazione dell’istruzione pubblica, dalla mercificazione della cultura e, soprattutto, dallo strapotere dei media.

Aveva previsto, invece, che la realtà avrebbe prodotto sempre e comunque un processo dialettico, una contrapposizione tra classi che, spostata sul piano parlamentare e istituzionale, avrebbe prodotto quell’equilibrio necessario ad ottenere leggi equilibrate, un’azione amministrativa orientata all’interesse pubblico e una serie di garanzie di libertà individuale e sociale necessaria perché la società nel suo complesso potesse progredire ed autodeterminarsi, limitando – attraverso l’applicazione della Costituzione – il potere della minoranza detentrice dei mezzi di produzione nei confronti della maggioranza della popolazione, detentrice della forza lavoro o piccola proprietaria.

Ma se il processo dialettico si interrompe, che succede? Avvengono tante conseguenze: la prima è che mano a mano il Parlamento diviene sempre meno rappresentativo, in quanto abitato solo dai rappresentanti della minoranza borghese, quindi privo di controlli e veti politici. Che il potere parlamentare trasla verso quello governativo in quanto l’egemonia del potere non viene contrastata nel reale, al massimo solo sul piano formale, che però è ininfluente.

Il Governo, dunque, si sottrae al controllo politico e, controllando l’apparato burocratico, di fatto diventa detentore di uno strapotere che influenza persino le più elementari libertà individuali.

Qualcuno dirà: è il Parlamento che dà la fiducia al Governo, quindi in qualche modo lo controlla. Certo, ma questo, oggi, avviene solo formalmente, in quanto il fine ultimo delle attuali minoranze parlamentari è quello di arrivare a detenere il potere governativo e per fare ciò sono disposti ad accettare gli abusi degli strumenti del diritto in quanto, censurandoli, poi dovranno giustificare, un giorno, la loro riedizione. Inoltre i poteri parlamentari sono espressione dei partiti e dei movimenti reali, i quali – pur rappresentando solo idealmente istanze diversificate – rispondono a precise istanze economiche e, dunque, finanziatori, che da parte loro rappresentano la minoranza. Detta in sintesi, il potere parlamentare risponde a due logiche complementari: perseguire maggior potere ed accontentare la forza reale che li sostiene. L’elettorato? No, i finanziatori.

Questi processi, uniti al fenomeno di individualizzazione sviluppato negli ultimi 50 anni dall’economia di mercato, che finanzia oggi i partiti politici, hanno di fatto frammentato la lotta di classe, polverizzandola in mille rivoli, mille istanze, sulla base del divide et impera, generando scontri alla base, la quale diviene inconsapevole di essere unita sotto le medesime esigenze, ma è illusa, invece, di essere separata da diverse istanze.

Facciamo un esempio

La dicotomia tra diritto alla salute o ad un ambiente salubre e diritto al lavoro appare insuperabile. Mille sono gli esempi concreti che si possono portare. A partire dall’ex ILVA, per arrivare, oggi, alla questione Covid. Dove sta il punto di equilibrio? Ci sarebbe se fosse la maggioranza a determinare i propri destini. Se, in altre parole, potesse – attraverso i propri rappresentanti politici ed industriali – allocare le giuste risorse per sviluppare metodologie produttive rispettose dell’ambiente e della salute. A ciò, però, osta un semplice assunto: la proprietà industriale è privata e risponde a logiche di accumulo dei capitali, da usare non per equilibrare gli interessi coinvolti, ma per investire – oggi sempre più in modo speculativo – ed accumulare maggior denaro. Se il potere che deriva da questo denaro genera una soggettività politica e parte di questo denaro l’alimenta, che succede? Succede che nasce e si determina una classe politica rappresentativa della minoranza, che troverà soluzioni alla dicotomia salute/lavoro mai veramente risolutive, in quanto fine ultimo non è l’interesse collettivo, ma quello privato.

In questo scenario, per quasi un secolo, la lotta di classe ha contrastato questi fenomeni. Dunque la lotta di classe non è altro che un processo dialettico (vedi quest’articolo per approfondire) che porta una classe debole (subalterna) a rivendicare migliori condizioni di vita, contro un’altra classe che, invece, detiene uno o più poteri.

Quanta carne al fuoco! Per capire la lotta di classe e la gestione del potere pubblico e privato bisogna ora capire tre concetti: quello di classe, quello di lotta e quello di potere.

Il concetto di classe

Le classi sociali sono un’aggregazione di individui che, in una società, sono accomunati da medesime condizioni economiche, grado di istruzione, posizione ricoperta nella gerarchia dei poteri, oppure posizione lavorativa svolta. Più una società è complessa e più le classi tendono a stratificarsi in sottoclassi.

Un esempio

Avremo, così, la classe degli insegnanti, accomunata dal ruolo svolto. Che però, al suo interno, si può dividere in varie sottoclassi: avremo l’insegnante precario, che guadagna poco e non ha una posizione stabile in quella classe, rischiando, per esempio, di doversi spostare per continuare a lavorare, di non sapere se il suo contratto sarà rinnovato né quando inizierà o terminerà la sua collaborazione. Avremo, poi, l’insegnante di una scuola privata d’eccellenza che, pur appartenendo alla classe degli insegnanti, ha uno status economico-sociale più alto. Se questi due insegnanti svolgono ruoli in corpi intermedi, li troveremo spalmati su altre classi sociali. Così, per esempio, l’insegnante precario ambisce a frequentare il jet set, i personaggi che contano, sperando di elevarsi socialmente.

Magari, invece, l’insegnante della scuola privata ha una passione sfegatata per la musica folk e la sera lo troviamo a suonare l’organetto con amici calabresi e pugliesi, operai, disoccupati, precari, nelle sagre o in piazza. Magari uno è un fervente cattolico e l’altro è ateo, dunque possiamo riconoscere un’altra appartenenza.

Ecco che possiamo identificare due aspetti delle classi sociali: uno oggettivo, determinato dalla condizione economica, ma anche da quella contrattuale e uno soggettivo, determinato invece dal senso di appartenenza consapevole ad un gruppo sociale. E così il ricco insegnante si sentirà di essere uno del popolo, mentre il precario aspirerà ad essere un tipo esclusivo, pur non avendo i mezzi per esserlo. Tra l’altro questa distinzione soggettiva ed oggettiva è importante per capire il concetto marxiano di coscienza di classe e, soprattutto, per guardare con occhi consapevoli il ruolo degli intellettuali organici ad una classe sociale e riconoscere quale processo di costruzione dell’egemonia pongono in essere.

Sfruttati, consumatori e ricchi

Tanti sono stati i tentativi di identificare, strutturare e funzionalizzare il concetto di classi sociali, a partire dal contributo di Marx e Weber, per arrivare a quello degli attuali sociologi e antropologi. Interessante, secondo me, è il punto di vista di Marc Augè, che sostiene che le classi sociali, oggi, si possono distinguere in tre macro strutture: gli esclusi, i consumatori e i super ricchi. All’interno di queste sono tanti i sottogruppi che si possono formare, ma sono accomunati da un grande contenitore.

Prendi un tassista, per esempio, fa parte di una corporazione (i tassinari), quindi cercherà di tutelare il suo status e magari si scontrerà con un altro che, invece, vuole lavorare usando Uber. Entrambi appartengono a due classi contrapposte. L’uno ha una licenza di scuola media e l’altro la laurea. Quindi appartengono ad un’altra classe ancora. Moltiplicando per le condizioni oggettive e soggettive, questi due soggetti possono appartenere a molteplici classi. Ma sono accomunati dall’essere consumatori. Così come una madre di famiglia, con figli, povera pur se istruita, che vive nel tavoliere delle Puglie. non ha prospettive di lavoro né i mezzi per andare via. Lei, anche se potenzialmente capace di appartenere ad una classe sociale più elevata, essendo costretta a raccogliere pomodori a 3 euro l’ora pur di sfamare i figli, apparterrà alla classe degli esclusi, che non hanno i mezzi per accedere al consumo. Questa semplificazione sulla suddivisione in classi è oggi, invece, importante per superare quello che appresso dirò.

L’interclassismo

A lungo la narrazione della classe dominante è stata quella che le classi sociali sono scomparse, anche grazie alla dinamica mobilità sociale, che, nel liberismo, premia il merito e non l’appartenenza. Si è parlato, perciò, di interclassismo, per dire che suvvia, siamo tutti uguali, non ci sono più le classi e quindi la lotta di classe è un retaggio del passato. E chi è stato il primo ad applicare il concetto di interclassismo sul piano politico ed economico? Facile, Mussolini. Perché gli interessava tenere soggiogate le classi deboli ed unirle sotto la narrazione dell’interesse della Nazione, in modo da farle sfruttare senza farle lamentare. Lo ha preso nientemeno che dalla dottrina cattolica, la quale detesta la suddivisione della società in classi, in quanto siamo tutti figli di Dio e tanto le sofferenze dei poveri, dopo la morte, saranno premiate nel regno dei cieli (sic).

E’ intuibile che a continuare la narrazione interclassista in Italia è stata, negli anni Cinquanta-Ottanta, la Democrazia Cristiana, la quale ha anche permesso l’introduzione del pensiero unico liberale, mischiando nel concetto di liberismo economico anche parte dei concetti sviluppati da Benedetto Croce in riferimento al liberalismo individuale. Ciò ha prodotto, grazie al nascente fenomeno di americanizzazione e al boom economico, fenomeni di mobilità sociale più elastici e quindi l’illusione della scomparsa delle classi. Andatelo ora a raccontare negli USA, dove la mobilità sociale ha fatto scuola, e chiedete in giro se oggi sia così facile passare da una classe all’altra.

A parte che da queste piccole considerazioni (e dalla realtà reale) si evince che l’interclassismo è una grande bufala, ma quello che tengo a sottolineare è che le classi esistono, sono stratificate, si possono distinguere e, soprattutto, identificano la composizione sociale. Solo comprendendo quest’aspetto è possibile comprendere più in profondità lo iato rappresentativo all’interno della cornice politico-democratica nonché le diverse tattiche usate dagli attuali partiti sovranisti e populisti per racimolare voti ed evitare il (ri)formarsi della lotta di classe.

Il concetto di lotta

Un’altra grande bufala, diffusa dalla borghesia attraverso i media, è che lotta è sinonimo di violenza. Confutare questa tesi è difficile sul piano sociale, ma è abbastanza facile su quello intellettuale, dato che sin dall’antichità pensatori come Eraclito hanno sviluppato il concetto di lotta come un processo dialettico che genera equilibrio e che la lotta è connaturata alla vita, quella umana e quella naturale. Purtroppo il pensiero eracliteo non ha prevalso in Occidente (mentre in Oriente si è sviluppato tanto), prevalendo, invece, il pensiero aristotelico, basato sulla logica formale e non sulla dialettica.

Tuttavia la dialettica è la base di ogni equilibrio: toglila e i disequilibri finiranno per disgregare tutte le sovrastrutture, democrazia inclusa. Già, il divario sempre più evidente tra ricchi e poveri, il degrado ambientale, l’istupidimento delle masse, il trash che oggi domina nelle mode e nei media, l’accentramento del potere politico, ecc. non sono altro che effetti dell’interruzione (direi scomparsa, ma sono ottimista con la volontà, pur se pessimista con l’intelligenza) della dialettica, cioè della lotta. La quale, nei rapporti tra classi sociali, diventa lotta di classe.

Perché si è interrotta? Perché è scomparsa?

Ci sono stati tanti fenomeni, nella storia recente, che hanno interrotto la lotta di classe e hanno quindi destabilizzato l’equilibrio tra progresso sociale, tutela delle fasce deboli, libertà, giustizia e il perseguimento dell’obiettivo del potere nel quadro socio-economico attuale: l’accumulazione del capitale, a tutto vantaggio di quest’ultimo.

Il consumismo

Uno di questi fenomeni è quello che Pasolini definiva il vero fascismo: il consumismo. Questi non va confuso con il benessere, sono due concetti complementari, ma distanti. Difatti il benessere mira all’elevazione della qualità della vita, mentre il consumismo mira alla creazione di nuovi bisogni e al loro soddisfacimento tramite la creazione di nuovi prodotti e servizi. In questo quadro s’inseriscono tanti altri concetti, come l’obsolescenza programmata e la riduzione della qualità dei prodotti, che tendono ad aumentare i consumi; il sempre maggiore (e sempre meno visibile) sfruttamento del lavoro attraverso diversi strumenti (gig economy, delocalizzazioni, contrattazione individuale, lavoro subordinato mascherato da libera professione, ecc.); il ruolo dei social media che si è evoluto in ottica di consumismo dei rapporti umani o che ha generato il fenomeno degli influencer, sempre di matrice consumistica, ma entrato con irruenza anche nel campo intellettuale e culturale, ecc.

Il consumismo, dunque, non involge solo la materia dei prodotti, ma anche quella delle relazioni. Il perseguimento, negli ultimi decenni, dello sviluppo non accompagnato dal progresso, ha portato a quella che Marx aveva già identificato come alienazione nei rapporti sociali e come reificazione delle coscienze. Su questo punto non mi soffermo molto, perché c’è chi – meglio di me – ha saputo spiegare perfettamente la questione. Rimando alla lettura di E. Fromm, Avere o essere?, in cui viene spiegato nel dettaglio il recente passaggio epocale da una società tendenzialmente basata sull’essere ad una incentrata sull’avere, con tutto ciò che ne consegue.

Il crollo delle ideologie

Un altro fenomeno storico essenziale per comprendere la degradazione della lotta di classe è stato quello che molti autori chiamano il crollo delle ideologie. Su questo punto concordo con il termine, ma non con i presupposti. Molti credono che sia prevalso il liberismo e abbia sconfitto il comunismo. Tutt’altro, sono crollate entrambe le ideologie, solo che una è implosa, per tantissime ragioni (il comunismo), mentre l’altra era una bufala (il liberismo).

In realtà l’ideologia liberista, quella sbandierata dagli USA, quella del sogno americano, è stata una fase strumentale.

E’ esistita solo quando temeva che l’altra ideologia potesse prevalere, e così il reale modello capitalista, incentrato – lo ricordo – sull’accumulo di capitali, si è temporaneamente mutato in liberismo puro, aderendo così la realtà alle costruzioni teoriche degli economisti classici: salvaguardia della libera concorrenza e del libero scambio, centralità della contrattazione, elevazione del merito individuale, possibilità di scalare le classi sociali e di arrivare al vertice, ecc. ecc.

Il neoliberismo

Non è un caso che oggi, scongiurata la minaccia comunista, i borghesi hanno calato la maschera e hanno mostrato il vero volto. Oggi si parla di neoliberismo, con un termine scorretto, visto che non c’è niente di neo, ma c’è solo da prendere atto del fatto che il liberismo non può esistere – paradossalmente – senza l’ingerenza dei poteri pubblici e che nella realtà prevale il frutto del capitalismo: la concentrazione dei capitali e la polarizzazione del potere economico nelle mani di pochi.

Formalmente siamo ancora in un regime di concorrenza (così come formalmente siamo in democrazia). L’Europa, per fare un esempio, basa i fondamenti dei suoi trattati costitutivi su questo pilastro, meno le sue politiche reali. Difatti è facile comprendere che un piccolo imprenditore, oggi, non potrà mai competere dinanzi ad una holding sovranazionale, né in termini di prezzo dei prodotti/servizi offerti né in termini di opportunità, di fiscalità, ecc. Ne ho parlato più compiutamente in quest’articolo sulla differenza tra destra e sinistra in Italia.

Lo strapotere dei grossi gruppi finanziari ed industriali è diventato ancora più forte con la stagione delle privatizzazioni (in particolare negli anni Novanta), in cui lo Stato ha deciso di (s)vendere asset industriali, aziende di Stato, servizi municipalizzati, persino servizi essenziali, nell’ottica della concorrenza e dell’efficienza, arrivando persino a privatizzare il pubblico impiego, aspetto largamente criticato oggi.

Effetto diretto di tutto ciò è stata la svendita pure dei sindacati, che si sono frammentati al proprio interno, per svariate ragioni. Una di queste è che sono diventati, pian piano, tutori dei privilegi della classe lavoratrice contrattualizzata, abbandonando a se stessi i sempre crescenti profili di precarizzazione e liberalizzazione della classe operaia, impiegatizia, delle libere professioni, privi di tutela sindacale. In questo contesto la lotta di classe si è frammentata e si è contrapposta. Per fare un esempio, persone che appartengono alla stessa classe sociale (riprendo l’esempio degli insegnanti), si contrappongono, anziché lottare unitariamente, perché l’uno difende il posto fisso, l’altro ambisce al posto fisso. Il primo è rappresentato dal sindacato, l’altro no. E così finiscono per lottare l’un contro l’altro, anziché lottare insieme.

I partiti

Dal canto suo la politica ha subito uno scossone dall’interruzione del processo dialettico tra PC e DC. E’ storicamente corretto ma ontologicamente errato affermare che la DC è scomparsa con tangentopoli. E’ caduta con la caduta del suo naturale antagonista: il PC. La consecutio temporum di questi due fenomeni di scomparsa depone a favore della tesi ontologica. Scherzosamente (ma non troppo) lo presagì pure un intellettuale nostrano, da molti beffeggiato o trascurato, tal Luciano De Crescenzo che, nell’opera Storia della Filosofia greca, i presocratici, parlando di Eraclito, ammonì la DC a non togliere peso politico al PC, perché sennò, indebolendolo, si sarebbe indebolita a sua volta, se non peggio. Lo disse, se non sbaglio, nel 1983, cioè quando mai nessuno avrebbe presagito la morte dei due più grandi partiti d’Italia.

Questo processo dialettico interrotto (o, per meglio dire, lotta egemonica) ha prodotto squilibri e frammentazioni che tutt’ora si riverberano nel tessuto politico. La sinistra, alla ricerca di una sua identità, si è vestita di numerose spoglie: dai pacifisti, al movimento no-global, alla tutela di interessi settoriali, è giunta polverizzata fino ad oggi, complice anche il processo di individualizzazione che ha accentuato l’ontologica divisione individuale dei leader di sinistra, estremizzandola a tal punto da farla divenire narcisismo, male che – però – accomuna un po’ tutti i cercatori di potere.

Il PD, ottimo partito di centro-destra

Al centro-destra, unitamente al processo neoliberista, le cose sono andate diversamente. Il PD, per esempio, ha saputo reggere il processo di egemonizzazione del berlusconismo e divenire il suo naturale successore (essì, il PD non è di sinistra, ma quando mai?). Le divisioni interne ne hanno accentuato solo lo sbilanciamento più a destra, su posizioni ultra-neoliberiste ed europeiste (che a sua volta è ultra-neoliberista). Il gioco di potere si è svolto, per farla breve, tra la sinistra rappresentata da Prodi, Bersani e compagnia bella (cioè i pionieri della svendita dello Stato e della privatizzazione selvaggia) e la destra, rappresentata da Renzi e i rottamatori della Leopolda.

Andando ad analizzare, per fare un esempio, le normative in materia di ripartizione e gestione dei poteri amministrativi, notiamo una sostanziale uniformità tra l’azione normativa dell’epoca berlusconiana e quella a marchio PD. Esempio classico sono le riforme Bassanini della PA, in perfetta linea con le successive riforme berlusconiane; poi, in tema di pubblico impiego, la riforma Brunetta, seguita da quella Madia e da altri interventi normativi simili, targati PD o Forza Italia (già PDL). Ancora, in tema di lavoro, a partire dalla Riforma Treu (sotto il governo Prodi), passando per la c.d. riforma Biagi (governo Berlusconi), fino ad arrivare al jobs act di Renzi (PD). Questi sono solo pochi esempi, ma tantissimi interventi normativi, sia di destra che di sinistra, sono accomunati dal concetto di destrutturazione dello Stato sociale, riduzione delle tutele sindacali, privatizzazione di molti aspetti della vita pubblica. Tutto a vantaggio non della libera concorrenza né dell’interesse pubblico, ma solo della sostanziale disapplicazione delle tutele costituzionali a Costituzione invariata, cosa che favorisce i cosiddetti investitori (tanto cari ai leader sia di destra che di sinistra).

E’ ovvio che tutto ciò avrebbe prodotto una reazione popolare. Ma in che veste? Senza la coscienza di essere classe, come fa quella parte di popolo che più soffre degli effetti del capitalismo a reagire? Senza un’adeguata istruzione, cosciente e non solo nozionistica, come fa ad adottare le armi giuste per reagire? In un contesto dominato da individualismo, frammentazione, consumismo e imbarbarimento mediatico, in che modo esprime le proprie istanze?

Ecco che si generano i sovranismi.

Il sovranismo

I sovranismi non sono altro che reazioni alle spinte di globalizzazione e ad una sempre maggiore accentrazione dei poteri in ambito sovranazionale, soprattutto in materia economica. Il sovranismo nasce non per difendere le istanze delle fasce più deboli della popolazione, che addebitano le sempre peggiori condizioni di vita all’Europa e alle sue regole, oppure ai potenti del mondo, ma per l’esatto opposto: evitare la presa di coscienza delle classi sociali, l’identificazione dell’origine dei mali contemporanei (detta papale papale: il modo di produzione capitalista) ed esprimere una soggettività politica che possa mettere in discussione e mutare lo status quo. Insomma, il sovranismo è pari pari la copia del modello autarchico fascista, ma applicato in un contesto sociale in cui si sviluppa più sul piano dell’immagine che su quello del reale. Dunque è la risposta sbagliata ad una domanda sbagliata.

I partiti sovranisti hanno occupato un vuoto lasciato dalla sinistra radicale, scippandole la base alla quale dà risposte chiare, semplici, seppur impossibili da realizzare (ma la comprensione dell’impossibilità richiede la consapevolezza, oscurata – oggi – dalla reificazione delle coscienze). E’ quello che ha tentato di fare il fascismo ma che gli è stato impedito da due cose: l’una, analizzata da Pasolini, era il monolite delle sub-culture, che solo il consumismo ha successivamente saputo scalfire e poi distruggere; l’altro, tra l’altro analizzato da Gramsci, è l’egemonia che il marxismo ha saputo – seppur con difficoltà – esercitare sull’avanguardia della classe operaia. Difatti le violenze perpetrate dai fascisti andavano nella direzione di annichilire l’opera rivoluzionaria sviluppata dalla classe operaia e contadina.

Il sovranismo, al pari del fascismo storico e del populismo (di cui il M5S è rappresentante), è interclassista, dunque non tiene conto delle disuguaglianze. Al pari degli altri partiti, si nutre di finanziamenti privati, provenienti proprio dagli stessi soggetti che, solo idealmente, osteggia. In più si fa portatore di istanze provenienti da una borghesia locale, in lotta contro la borghesia di altri paesi, non per l’interesse nazionale, ma per mantenere o sviluppare interessi puramente privati (cioè il mantenimento e l’accumulo del capitale).

Nella base, cioè nella vita di tutti i giorni, si serve dell’inconsapevole azione di gruppi e gruppetti dichiaratamente (o meno) fascisti, che hanno la funzione di raccogliere i malumori popolari ed evitare che possano convergere in azioni di consapevolezza del proprio status sociale, e dunque di organizzarsi e mettere in discussione l’attuale modello economico. Quadro completato poi dal penetrante uso dei media tradizionale e dei social media per carpire e analizzare il sentiment degli utenti dei social, nonché per influenzarlo, anche grazie al massiccio uso di fake news e contenuti atti ad intrattenere e distrarre.

Per concludere questa prima parte

Abbiamo solo scalfito la superficie, parlando in termini (mi auguro) semplici di classi, lotte e potere. Ma su quest’ultimo aspetto c’è ancora tanto da dire. Come si sviluppa e si mantiene il potere? Vedremo, nella prossima parte, il ruolo di Parlamento, Governo, autonomie locali, Enti pubblici e come queste ripartizioni del potere, orientate all’interesse pubblico, siano poi rese inefficaci dalla realtà, governata invece dall’interesse della borghesia che, attraverso i partiti e il loro finanziamento, occupa le istituzioni e mantiene solo apparentemente la separazione dei poteri. Poi vedremo come il Covid-19 ha messo in luce la debolezza della democrazia formale, la quale cede il passo ai poteri emergenziali anche quando non ve ne sono i presupposti. Infine, come la debolezza parlamentare sia legata a doppio filo al sistema elettorale, alla realtà rappresentativa e, non ultimo, come sarà maggiormente indebolita dalla recente riforma in materia di numero dei parlamentari.

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