Il Monte Olimpo, per chi è cresciuto a pane e miti greci, sia a scuola che nel pomeriggio, guardando il cartone animato Pollon, è un luogo simbolico e iconico. Misterioso e sacro per i greci antichi, tanto da ispirare i racconti orali pre-omerici per via delle persistenti nubi, del clima mutevole e della difficoltà a salire sulle cime più elevate. L’ascensione parte di solito da Prionia (1.100 mt), ma ho scelto di partire a piedi da Litochoro, mettendoci un giorno in più rispetto ai due giorni previsti di cammino.
Avevo in mente di fare l’ascensione al Monte Olimpo da tanto tempo. Una tappa obbligata per me che ho adorato i miti greci sin dalle scuole medie, quando leggevo i libri di Luciano De Crescenzo, da Storia della filosofia greca a I miti degli dei, da Elena Elena amore mio a Così parlò Bellavista e tanti altri. All’epoca avevo una passione sviscerata per la mitologia e la filosofia greca e convincevo i miei ad acquistare tutti i libri di De Crescenzo, che trovavo semplici e avvincenti da leggere.
Poi crescendo ho approfondito meglio la mitologia greca, leggendo I Miti greci di Robert Graves e altre opere, tipo l’Odissea in versione critica di Mario Zambarbieri.
Insomma, ero un fan sfegatato della mitologia greca e spesso con i compagni di classe ci divertivamo a raccontare gli aneddoti della mitologia greca, aggiungendo particolari inediti e usandone gli archetipi per interpretare la realtà odierna.
Poi, ovviamente, come tutti quelli della mia generazione, sono cresciuto guardando i cartoni animati di Pollon combina guai, quel cartone animato giapponese ambientato sull’Olimpo, dove la protagonista, Pollon, figlia del dio Apollo, insieme all’amico Eros, il dio dell’amore, ne combinano di ogni, tra gli dei e gli esseri umani. Il cartone animato, infatti, ricalcava abbastanza fedelmente i personaggi.

Infatti Zeus è disegnato come un donnaiolo. Cosa abbastanza ricorrente nella mitologia greca. Una volta, infatti, divenne persino pioggia dorata per ingravidare la povera Danae.
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Era, la moglie di Zeus, infatti è, come nel personaggio del cartone animato, una dea abbastanza perfida e sadica, così come Efesto è un dio burbero e geniale, che riesce a sfornare sempre nuove invenzioni.
Insomma, per farla breve, non potevo non andare a vedere dal vivo il monte che ha ispirato così tanti racconti, che hanno attraversato i secoli e restano ancora così vivi e attuali. E così mi son detto: andiamoci.
Antefatto
Prima di arrivare ho studiato bene il percorso, anche grazie a questo simpatico blog.
Per salire sul Monte Olimpo si può partire sostanzialmente da due posti: o da Prionia, che si trova a 1.100 mt, oppure fare un percorso più lungo, partire da Litochoro e metterci un giorno in più.
Ho scelto di partire da Litochoro per due ragioni. Intanto perché a Prionia ci arrivi solo in macchina. Potevo noleggiarla oppure andarci in taxi. Ma non mi piaceva affatto l’idea. Poi perché il sentiero per arrivare a Prionia mi sembrava molto bello e naturalistico, quindi perché non approfittarne?
Litochoro si trova a 90 km circa da Salonicco, dove c’è l’aeroporto. Ci sono diversi collegamenti tra l’Italia e Salonicco (da Roma, Pisa, Milano, ecc.), quindi è la destinazione migliore e la più vicina a Litochoro.
L’unico dubbio era: come ci arrivo a Litochoro da Salonicco? Qui le cose si complicano, perché i trasporti pubblici in Grecia non sono eccellentissimi. Difatti se è vero che sia Salonicco che Litochoro dispongono della stazione ferroviaria, è pur vero che la ferrovia, in Grecia, non è il mezzo di trasporto più sicuro. Il 28 febbraio del 2023, infatti, ci fu un tremendo incidente ferroviario dove rimasero uccise 57 persone. Il treno partiva da Atene ed era diretto proprio a Salonicco. Da allora il trasporto ferroviario ha avuto notevoli ripercussioni, ma pure prima non se la passava bene. Infatti non è infrequente che i treni partano prima dell’orario previsto né che vengano soppressi senza alcun preavviso.
Infatti il giorno della partenza per Litochoro scoprirò che il mio treno era già partito, nonostante fossi arrivato in stazione ben 15 minuti prima della partenza programmata. Ma almeno il trasporto su gomma funziona abbastanza bene. Infatti conviene usare il bus. Da Salonicco partono diverse corse per Litochoro e viceversa. Il biglietto è abbastanza economico, circa 15 euri, andata e ritorno.
Non arrivi proprio in cima cima
Altro aspetto da tenere presente è che sul trono degli dei, cioè sulla cima Mytikas (2.917 mt), ci arrivi solo se hai esperienza ed attrezzatura alpinistica (tipo corde, cordini, casco, picchetti). Per chi, come me, in montagna gli piace solo camminare, arrivi al massimo alla Cima Skala a 2.866 mt, che comunque è tanta roba. In realtà Skala non è proprio una cima, ma è un bivio da cui si possono raggiungere tre cime: Skolio, a 2.905 mt, che è solo 12 metri più basso della cima Mytikas e ci si arriva a piedi.
La terza cima è Stefani (2909 mt), che si può raggiungere da almeno altri due sentieri, in particolare dal rifugio Christos Kakalos. Però per fare tutte e tre le cime occorre mettere in conto almeno 3 giorni.
Tuttavia, anticipando quello che racconterò tra poco, bisogna essere fortunati a raggiungere le cime appena menzionate, perché sull’Olimpo il clima cambia rapidamente e non è infrequente partire con il sole e poi, arrivati quasi in cima, trovarci una fitta nebbia.
Infatti è quello che capiterà a me. Dal rifugio Spilios Agapitos proverò a salirci per ben due volte ed entrambe le volte troverò una nebbia così fitta da impedirmi di proseguire.
Inoltre va considerato che gli ultimi 300 metri prima di salire a Skala sono ripidissimi, abbastanza esposti e su terreno molto sassoso (“tecnico”, nel gergo). Quindi occorre procedere con estrema cautela e, sebbene non occorrano attrezzature alpinistiche, ci vuole un po’ di esperienza su sentieri del genere.
Detto ciò, vi racconto la mia esperienza sul monte degli dei.
Giorno zero. Un giretto a Salonicco
Arrivo a Salonicco (Thessaloniki in greco o Saloniki nel gergo anglosassone) in una calda mattinata di maggio e dedico giusto qualche ora a visitare la città, che trovo molto graziosa, sebbene eccessivamente trafficata. Una città che desideravo visitare anche per via del fatto che è una delle ambientazioni di uno dei miei romanzi preferiti: Altai, del collettivo bolognese Wu Ming.
Parto con una visita sul lungomare.

Qui trovo una delle caratteristiche turistiche del posto: le visite guidate nelle ricostruzioni storiche di navi antiche (che a volte fanno anche da pub). Ovviamente è roba da turisti gonzi e non ho la minima intenzione di salirci sopra.

Il lungomare, sebbene molto ampio, è affollato di turisti. Ma sono qui giusto per dare un’occhiata alla torre bianca, una fortificazione bizantina del XII secolo, che ospita spesso diverse mostre artistiche.

Da qui faccio un salto al museo archeologico, molto interessante e ben organizzato. Qui ovviamente i soldi li spendo ben volentieri e comunque il biglietto è economicissimo: solo 4 euro.


Nelle vicinanze trovo la Basilica di Santa Sofia, datata VIII sec., voluta da , dove assisto ad una funzione religiosa di rito ortodosso.

Da lì mi sposto per andare a vedere il celebre arco di Galerio, datato 297 d.C., dove sono raffigurate diverse scene di guerra (Galerio, infatti, scaccerà i Persiani da Salonicco e deciderà di costruire un arco di trionfo per celebrare le sue gesta), scene di animali e decorazioni che servono a creare un confine tra una scena e l’altra.

Ad ogni modo la città è un’area archeologica a cielo aperto.

Da lì, a ora di pranzo, decido di spostarmi dal centro. Come un po’ tutte le città ormai soggette alla gentrificazione, è piena zeppa di turisti (in e) di ogni dove. Tuttavia noto che, soprattutto fuori dal centro, si respira ancora un’aria… di smog, ma anche più popolare. Infatti Salonicco è una ex città operaia dove le contraddizioni sociali sono oltremodo evidenti e persiste un minimo di simbologia a me cara, segno di un conflitto sociale ancora non sopito.

Dicono che la periferia della città non sia un luogo adatto ai turisti. E menomale che non ci vanno. Perché qui trovo locali economici e buoni dove mangiare e la gente è sempre molto affabile e cordiale.
Un ragazzo mi consiglierà di visitare la città alta, dove ci arrivi a piedi, ma con una lunga sfacchinata, oppure in macchina. Sono quasi pronto a partire a piedi quando mi propone di andarci con la sua macchina, dato che sta andando proprio lì. Accetto l’invito e, in pochi minuti, saliamo alla città vecchia (chiamata Ano Poli).
Ano Poli, la città vecchia e il meltin pot

Durante il viaggio mi racconterà che Salonicco è stata colpita da un gravissimo incendio nel 1917, che ha raso al suolo molti palazzi del centro.
A causa di ciò molti abitanti, tra cui diversi ebrei sefraditi, furono costretti a fuggire dalla città, rifugiandosi tra la Turchia e la Palestina. Alcuni fuggirono in Nord Europa e altri negli USA.
Poco dopo, nel 1922, a causa della guerra greco-turca, molte persone greco-ortodosse fuggirono dalla Turchia e si rifugiarono a Salonicco. Vennero accolte e trovarono rifugio in diverse zone della città, specie nella città alta, dove vivono ancora e si notano, infatti, i tipici balconi turchi.

Questo fatto contribuì a cambiare radicalmente gli equilibri sociali dovuti alla composizione demografica e al suo lento amalgamarsi. Aspetto che si ritrova ancora oggi, nei conflitti sociali interni alla città. Comunque ciò valse a Salonicco il titolo di città dell’accoglienza, aspetto che si ritrova ancora oggi, visto che è una città che ospita migliaia di rifugiati, curdi siriani, iraniani, africani, che scappano dalle guerre e dai conflitti e che vengono accolti qui in attesa di salire in Nord Europa.
Durante il grande incendio la città vecchia, per la sua altura e per la presenza delle grandi mura di cinta, si salverà.

La città fu ricostruita nel tempo, ma molti palazzi vennero ricostruiti senza un progetto comune, e così, specie sul lungomare, si notano profonde difformità tra i palazzi più vecchi e quelli ricostruiti dopo l’incendio.

Con in testa tutte queste storie, che non riesco a memorizzare, per via della complessità e del mio inglese un po’ stentato, ci salutiamo e faccio un giro nell’annesso giardino zoologico.

E’ ormai sera e torno in albergo, non prima di una saporita cena vicino al porto, dove ammiro la complessità di una città che, da zona industriale, tenta in ogni modo di ricostruirsi un’identità.
Primo giorno, da Litochoro a Prionia
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6 h A |
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12 km |
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Dislivello max 800 mt |
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E |
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20.5.2024 |
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La mappa del percorso
Mi sveglio prestissimo deciso a raggiungere la stazione ferroviaria per arrivare a Litochoro. Ci arrivo a piedi, a passo svelto, e arrivo 15 minuti prima della partenza del treno. Ma, quando sono in stazione, scopro che il treno per Litochoro è già partito. Resto incredulo e quello della biglietteria mi scruta un po’ stupito, come se fosse meravigliato del mio stupore.
Un po’ impietosito, mentre gli racconto che devo arrivare a Litochoro per salire sull’Olimpo, mi suggerisce di arrivare alla stazione dei bus.
It’s easy, it’s nearby, mi dice. Esci sullo stradone (Monastriou), procedi per Giannitson, giri a destra e vai sempre diritto. In poco ci arrivi.
Poco, sì. Ci metterò 40 minuti, a passo svelto.
Tuttavia la stazione dei bus è carina. Ci sono locali, tavolini, fontane dell’acqua. Il bus parte alle 10.00 e arrivo alle 9.00. Ne approfitto per fare colazione e per rimodulare il percorso. Già, perché tutte queste ore perse mi impediscono di arrivare al rifugio Spilios Agapitos in giornata, dove avevo già prenotato l’alloggio. Già, perché i rifugi sull’Olimpo vanno prenotati per tempo, sennò rischi di non trovare posto. E’ sufficiente mandare una mail e alcuni ti chiedono il pagamento anticipato, non rimborsabile se rinunci, ma puoi compensare, se arrivi il giorno dopo, come nel mio caso.
E così calcolo il tragitto e penso che forse ci potrei arrivare, ma in tarda serata.
Ma non avrò fatto i conti con il clima incerto e mutevole.
Insomma, parto con il bus che ci metterà circa un’ora e mezza per arrivare a Litochoro, con tappa di 20 minuti a Katerini.
La cittadina mi sembra molto carina e curata e, soprattutto, piena di camminatori. E’ ormai mezzogiorno inoltrato quando inizio la camminata da una graziosa chiesa, non prima di aver riempito la borraccia alla vicina fontanella dell’acqua.

Acqua che qui si trova in abbondanza.

Qui le indicazioni ci sono ed è sufficiente seguire quelle per Prionia, dove sono diretto.

Il percorso si sviluppa sin da subito nel bosco e noto che qui vicino c’è una base militare.

Lungo il percorso incontrerò diverse grandi tartarughe, che camminano lungo il sentiero a passo più veloce del mio.

Cammino in salita sempre costante e solo in alcuni tratti un po’ ripida, specie all’inizio. Ma nel bosco la fatica si fa sentire meno. Inoltre la presenza costante dell’acqua rende la passeggiata ancora più piacevole.

In poco tempo conquisto la prima meta, dove mi fermo un po’.
La grotta di San Dionisio

Arrivo alla grotta di San Dionisio, una piccola chiesetta con annesso un rudimentale giaciglio. Si dice che il santo, nato nel XV secolo, dopo essere stato ordinato sacerdote e dopo numerosi pellegrinaggi in terra Santa, decise di vivere in quest’anfratto in vita ascetica.


Non si sa bene se fu lui, insieme ai suoi discepoli, a costruire la chiesetta, oppure se un nucleo strutturale ci fosse già. Sta di fatto che la chiesa si trova in un luogo azzeccato. In una grotta, quindi al riparo dalle intemperie e a due passi dal fiume Enipea. Inoltre il sistema naturale di confluenza delle acque a seguito dello scioglimento delle nevi, gli permetteva di avere una buona risorsa idrica per l’estate.

Proseguo il cammino, sempre lungo il fiume Enipea, dove più volte bisogna attraversarlo e, ogni tanto, si incontra una piccola cascata.

Ad un certo punto arrivo ad una piana, dove incontro numerosi muli.

Mi fermo ad osservarli e noto che sono abbardati per il trasporto di merci. Il giorno dopo, lungo la salita che mi porterà al rifugio, scoprirò che quei muli servono per l’approvvigionamento delle merci nei rifugi in cima. Infatti ogni giorno un ragazzo organizza la carovana di muli, porta le merci in macchina fino alla piana e poi, da lì, fa circa 6 km in salita, a piedi, fino al primo rifugio e poi altri 3/4 fino agli altri due rifugi, per poi scendere nuovamente e lasciare i muli al pascolo. Tutti i santi giorni.

Arrivo a Prionia intorno alle 18.00 e trovo un po’ di gente seduta al ristorante. Giusto il tempo di lasciare lo zaino, fare rifornimento d’acqua e sedermi per prendere qualcosa da mangiare, scopro che il ristorante sta per chiudere. Alla spicciolata quasi tutti gli avventori si dirigono verso le auto per andare via.
Restano solo un pugno di persone, a chiacchierare.
Ormai è tardo pomeriggio e il sole inizia lentamente a calare. Calcolo velocemente quanto manca al rifugio. Nemmeno 6 km, anche se tutti in salita. Penso che, alla peggio, userò il frontalino e farò gli ultimi 2 km al buio. Poco male.
Mentre sono perso in queste elucubrazioni, inizia una pioggia torrenziale. I ragazzi che erano lì a chiacchierare si rifugiano in macchina e io decido di restare sotto al porticato in attesa che finisca la pioggia.
In realtà la pioggia durerà quasi fino a sera e quindi decido, giocoforza, di restare lì a dormire, su una delle panche dell’atrio del ristorante.

Di chiedere un passaggio e scendere di nuovo a Litochoro non se ne parla. Di salire al rifugio nemmeno, visto che ormai è quasi sera e il rifugio chiude alle 22. E così resto lì, nel sacco a pelo, su una panca e mi appisolo. Durante la serata spiove e vengo svegliato dalle voci di quelli che scendono. Gli ultimi a scendere arrivano intorno a mezzanotte. Mi fermo a chiacchierare con qualcuno di loro e scopro che sono della zona e che salgono spesso sull’Olimpo. Mi danno un po’ di informazioni utili sul percorso, sui rifugi e sugli orari migliori per salire sul monte. Scopro, infatti, che è bene salire la mattina presto, perché sennò si rischia di trovare nubi o nebbia, specie in questo periodo.
Secondo giorno, da Prionia al rifugio
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3 h A |
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6 km |
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Dislivello max 1000 mt |
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EE |
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21.5.2024 |
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La mappa del percorso
La mattina dopo alle 6 sono già sveglio. Mi sciacquo un po’ alla fredda fontanella nei pressi del ristorante e, dopo aver fatto colazione con un po’ di frutta portatami appresso, inizio la salita verso il rifugio.

Poco dopo incontro il ragazzo con la carovana di muli, diretto ai rifugi. Nei sacchi di juta, attaccati ai muli, c’è un po’ di tutto: latte, biscotti, pasta, legumi, pane, conserve, cioccolata, succhi di frutta.
Faccio un breve tragitto con lui e dopo un po’ lo stacco e accelero il passo, anche perché parla solo greco, ma capisce qualche parola di italiano. Accelero il passo si fa per dire, perché la salita è irta e faticosa. Infatti farò un dislivello di 1000 mt su circa 5 km, quindi una salita sempre bella tosta, anche se su sentieri non particolarmente complessi.
Ad un certo punto, intorno ai 2000, troverò la neve. Ma mancano ancora 100 metri al rifugio, tutti però in salita.

Arrivo al rifugio in tarda mattinata. Saranno state le 10 o giù di lì. Trovo un sacco di gente che scende e che sale.

Chi scende, però, avvisa chi sale che in cima non si vede una cippa. Troppa nebbia. Infatti fermerò il tracciamento GPX e, difatti, la traccia di questa giornata si ferma al rifugio.
Li ascolto, mentre mi riposo un attimo, indeciso sul da farsi. Mi fermo lì o proseguo? Penso che sia meglio lasciare lo zaino in camerata, mangiare qualcosa e poi valutare se salire o meno.
Mentre tento di trovare un posto libero (oggi c’è il pienone) e di spiegare alla titolare che avevo prenotato per il giorno prima, ma mi son dovuto fermare a Prionia, ecco arrivare il ragazzo con le provviste.

Nel frattempo arrivano due ragazzi italiani. Ci intratteniamo a chiacchierare un po’ e decidiamo di salire insieme subito dopo pranzo.
Ormai è quasi mezzogiorno e la fame inizia a farsi sentire. Inoltre salire in compagnia, su quei percorsi, mi pare un’idea migliore. E così rimandiamo la salita ad un paio d’ore dopo. Anche perché, se ora ci sono le nubi, è pure inutile partire. Meglio attendere.
Il pranzo è abbondante e mi rimette in sesto. Una zuppa di legumi e la pappa al pomodoro, belle calde entrambe, erano quello che ci voleva.
Così, dopo pranzo, iniziamo la salita. Sono circa 6 km per arrivare alla prima cima, Skala.
Il primo pezzo di sentiero procede a rilento, ma il clima sembra accompagnarci.

Però la neve rallenta un po’ la salita.

Le nuvole, poi, iniziano ad addensarsi rapidamente.

E così arriviamo poco più in basso della cima, dopo circa 3 ore, ma non si vede davvero una cippa ed è difficile proseguire su un sentiero molto tecnico e reso ancora più difficile per via dell’umidità, che rende scivolose le pietre.
Così decidiamo di scendere a valle e tentare, l’indomani, la salita verso le due cime.
Terzo giorno, dal rifugio alla cima Skala
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3 h A |
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3 km |
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Dislivello max 760 mt |
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22.5.2024 |
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La mappa del percorso
La mattina ci svegliamo prestissimo, decisi a riprovare la salita in cima. Dopo colazione usciamo fuori e già troviamo altri camminatori pronti a salire, ma tutti puntiamo lo sguardo in cima e notiamo una densa nebbia.
Tuttavia siamo qui e che facciamo? Non ci proviamo?
Fino alla prima tappa, la bellavista, non ci sono grossi problemi. C’è qualche banco di nebbia, ma si cammina.


In lontananza il cielo è terso, ma basta guardare verso Skala che la situazione cambia radicalmente e, più salgo, più vedo i camminatori che, alla spicciolata, scendono giù.

Si prosegue a rilento, con una nebbia sempre più fitta.
Ogni tanto la nebbia si dirada e si torna a salire, su un terreno reso ancora più difficile dall’umidità.

E così, dopo circa 3 ore, arriviamo sotto alla prima cima, Skala. Ma la fitta nebbia ci impedisce di procedere oltre. Riesco a malapena ad immortalare un camoscio che si è fermato a mangiare.

Mi rendo conto che, anche oggi, non c’è possibilità di arrivarci.

E niente, mi riprometto di ritornarci un’altra volta. Magari sarò più fortunato.
E così scendo verso il rifugio, raccatto le mie cose e torno giù verso Prionia, dove mi fermo per riposare un po’ e sorseggiare una birra.

Purtroppo la traccia del ritorno non l’ho potuta fare perché mi si è scaricato lo smartwatch e il telefono è al 30%. Il GPS succhia batteria e non lo accendo.
In rifugio c’è la corrente, ma è razionata e alle 22.00 staccano tutto. Quindi la sera prima non ho potuto caricare né telefono né orologio e la mattina non ho avuto tempo per farlo. Al ristorante, poi, ci sono pochissime prese e sono tutte occupate dai caricabatterie degli avventori. E così decido di scendere.
Lungo il sentiero, poco dopo Prionia, faccio tappa ad un posto dove non ci sono passato all’andata, per mancanza di tempo.
Il Monastero di Dionisio
Per arrivare al monastero è bastato chiedere e comunque la deviazione, segnalata, si trova a circa 3 km da Prionia, lungo il percorso per scendere a Litochoro.
Il Monastero, fondato nel 1542, fu voluto da San Dionisio e venne dedicato alla santissima Trinità. Si trova a circa 850 mt di altitudine. E’ un monastero ortodosso e fu pensato anche come fortezza nel caso di guerre e conflitti, per dare riparo alla popolazione. Nel 1943 le truppe naziste lo bombardarono, per impedire che fosse utilizzato come base logistica per i soldati avversari, nonché come rifugio per i civili.
E così, da allora, si trova in stato di semiabbandono. E’ stato puntellato per evitare crolli e alcune zone sono state messe in sicurezza. Ci sono stati vari tentativi di restaurarlo, ma finora senza alcun esito.



L’ingresso è gratuito ed è aperto tutto l’anno. Da qui la discesa verso Litochoro è abbastanza agevole. In circa 3 ore e mezza ritorno al punto di partenza e arrivo quasi in tempo per la corsa del ritorno del bus.
Impressioni finali

Il Monte Olimpo è una zona aspra, impervia e molto complessa, specie dai 2200 mt in poi. In realtà viene chiamato “monte”, ma si tratta di una catena montuosa, di stampo dolomitico, piena di cime. Tuttavia le più celebri sono tre: Skolio, Mytikas e Stefani, ma ce ne sono tante altre, raggiungibili anche a piedi e senza attrezzatura alpinistica.
Inoltre c’è una fitta rete di sentieri che ti permette di visitare il complesso montano dell’Olimpo partendo da varie località, anche da versanti diversi. Per esempio si può partire da Pythio o da Kokkinopilos e raggiungere più cime nello stesso giorno (Smeos, Pyrgos griva, Kardaras, ecc.), per poi proseguire verso Christakis e Mytikas, ma in questo caso ci vogliono più giorni.
Insomma, l’Olimpo è il paradiso dell’escursionista, ma può essere deludente se becchi le giornate sfigate e non riesci a salire in cima, come è capitato a me, due volte.
Ho pensato di tornarci in tenda, tuttavia andrebbe fatto solo in estate e finora non ne ho avuto l’occasione, ma mi dà da pensare il fatto che non sono infrequenti le giornate demmerda e le forti folate di vento, anche freddo.
Storicamente, come ho detto nell’introduzione, questo monte è stato considerato la dimora degli dei proprio perché sempre annuvolato e, quindi, le cime, in particolar modo Mytikas, si vedono raramente dal basso. Ciò ha favorito un certo alone di mistero che circonda il monte. Inoltre il clima sempre mutevole ha stimolato la fantasia degli antichi greci, visto che spesso, in un brevissimo lasso di tempo, si passa dal sole splendente a lampi, furmini, tuoni e sajette intorno alle cime.
Poi c’è pure chi ha teorizzato che in tempi antichi, come accaduto anche nel XVII secolo, si sia formato in zona il fenomeno dell’aurora boreale, uno spettacolo di luci e colori che certo – se la teoria è corretta – ha suggestionato le popolazioni locali, tanto da attribuire una certa sacralità al monte e stimolare i racconti mitologici.
Ad ogni modo il monte degli dei regala oggi le stesse emozioni di un tempo e la stessa sensazione di sacralità. Salire in cima non è sempre possibile e non è detto che si riesca anche solo a vederla la cima Mytikas. Ma ci si può provare. Del resto l’esperienza in montagna insegna questo. Che non sempre si riesce a raggiungere la meta. A volte è solo sufficiente godere del cammino.
P.S. Se siete arrivati fin qui, complimenti! Rientrate nell’1% di quelli che leggono gli articoli per intero. Meritate un piccolo regalo, se vi torna utile: la traccia completa del percorso da Litochoro alla cima Skala.










