Lo svapo secondo Hegel

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Se Hegel fosse vivo, oggi, direbbe che lo svapo è un fenomeno reale e razionale. Che, grazie al processo dialettico, è diventato, nella realtà, lo sviluppo in senso positivo del fumo, il quale – razionalmente – è storicamente superato o, comunque, superabile. Quello che mi piace di Hegel è che il suo pensiero sul processo … Leggi tutto

Il bisogno di narrazione, essere ed esserci

la narrazione di enea e la pietas

Il bisogno di narrazione diventa sempre più una necessità. Che provenga da un giornalista, un vip o da un comune frequentatore dei social, oramai pienamente assorbito in quel mondo virtuale, raccontare la propria realtà soggettiva – sempre più attraverso immagini, battute, meme o qualsivoglia altra rappresentazione semplificata – è un bisogno impellente. Si dice che … Leggi tutto

Eraclito e io

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Ammetto una cosa. Sono anni che volevo scrivere un racconto di fantasia su un immaginario incontro tra me e il maestro oscuro, Eraclito, della cui figura sono infatuato sin dalle superiori. Nonostante i miei propositi di studiarlo, analizzarlo, approfondirlo e scrivere qualcosa di davvero interessante, sono arrivato ad oggi senza farlo mai davvero. E alla fine, in una mezza giornata, ho scritto di getto questo surreale dialogo, in parte frammentato in parte incompleto dei tanti concetti che avrei voluto esprimere. Ma va bene così. L’importante è fare. Siamo tutti imperfetti e perfettibili e qualunque cosa facciamo sarà sempre soggetta a critica. Ed è con questa convinzione che mi son deciso a farlo. La critica è conflitto e il conflitto è vita, in divenire.

N.B. Le frasi in grassetto, pronunciate da Eraclito nell’immaginario incontro, sono quelle realmente ritrovate nei frammenti.

Buona lettura!

Qualche sera fa ho deciso di fare una passeggiata tra le campagne, per respirare un po’ di aria sana. Mentre giravo tra le fronde degli ulivi, immerso nei pensieri, in lontananza sentivo qualcuno che gemeva e si lamentava. Mi sono avvicinato per vedere chi fosse e se avesse bisogno di aiuto e chi ti trovo? Un tizio con una lunga barba grigia e capelli arruffati che s’inerpicavano lungo una fronte corrucciata e un viso dall’espressione infastidita, probabilmente dalla mia presenza.

Nell’avvicinarmi ulteriormente notavo che il tizio indossava una specie di tunica, ma fatta di juta e sotto, quasi sicuramente, non indossava altro. Era scalzo e aveva i piedi sporchi di terra.

Serve aiuto? Gli dissi mentre mi avvicinavo e facevo luce con la torcia del cellulare.

Tu che procedi nell’ombra, dimmi il tuo nome e fatti riconoscere oppure allontanati da me, cane!

Ou, sta calmo, mi chiamano il barbuto e stavo passeggiando qui in campagna quando ti ho notato e mi chiedevo se hai bisogno d’aiuto

Io mi chiamo Eraclito e mi chiamano lo skoteinòs, l’oscuro nella vostra lingua. Sono nato a Efeso poco prima della Sessantanovesima Olimpiade. Ora a quale Olimpiade stiamo?

Veramente ora è più complicato…staremmo alla cinquantacinquesima edizione, ma vanno distinti i giochi olimpici estivi da quelli invernali. La prossima sarà nel 2020 a Tokyo e sarà l’edizione numero trentadue

Tokyo? E cos’è?

Una città del Giappone

Ah – esclamò sembrando non capirci niente dei nomi che pronunciavo – E poi come fate a stare ad un’edizione delle olimpiadi precedente alla mia nascita?

Che ti devo dire…l’epoca post moderna ha sconvolto un po’ tutto…diciamo che molte cose sono cambiate nel mondo, soprattutto dopo le due guerre mondiali

Bene

Come bene?

Bisogna avere alla mente che il conflitto è comune ad ambo le parti e giustizia e contesa, e tutto accade seguendo la legge della contesa e della necessita

Quindi le guerre sono necessarie?

Certo! Se manca la contesa manca anche l’amore. Se non si conosce la guerra non si potrà conoscere la pace, come senza il male non si potrà conoscere il bene! Anche nel tuo corpo, ora che mi parli, così da quando sei nato, si genera un equilibrio grazie alla contesa. Senza la morte delle tue cellule tu non saresti mai vivo! E anche nella natura tutto avviene secondo contesa: dalla morte sopraggiunge la vita, come dal conflitto tra organismi nascono le piante che danno cibo agli uomini

Qui le piante le abbattono, altro che…

Perché la maggior parte degli uomini è stupida! Di questo lógos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadano secondo lo stesso lógos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole ed in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo

Cosa hai detto?

Non per niente mi chiamano l’oscuro! Tu sei pronto a comprendere il Logos? Oppure sei come l’uomo che nella notte accende a se stesso una luce quando la sua vista è spenta? Così come hai fatto con quello strano marchingegno! però da vivo è a contatto con il morto, da sveglio è a contatto con il dormiente

A proposito di dormire, se vuoi ti accompagno a casa, così ti fai una doccia e ti riposi. Domattina magari, più riposati, continuiamo la conversazione

Doccia? E cos’è?

E’ acqua corrente

Ottimo! Adoro il divenire…Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo

Lo sentivo urlare allegramente sotto la doccia paaaantaaaa reeeeiiiii osssss potamoooooosss, quasi fosse contento che questa invenzione moderna confermasse le sue teorie sul divenire. Ma appena uscito mi si avvicinò e disse:

La morte per le anime è divenire acqua, la morte per l’acqua divenire terra, e dalla terra si genera l’acqua, e dall’acqua l’anima

Che vuol dire?

Che per le anime è diletto diventare umide! L’acqua è morte, mentre la vita è fuoco…il fuoco genera la vita e tende verso il cielo, mentre l’acqua s’infila in ogni anfratto e tende verso il basso. Lo vedi come sgorga in quel buco? – lo disse mostrandomi il piatto della doccia – e chissà dove s’infilerà e quanta umidità creerà lungo il suo passaggio – e questa volta lo disse con un sorrisino sulle labbra mentre guardava il salmastro sulle pareti – perché l’acqua distrugge e rende cretini, il fuoco purifica e rende saggi!

E con quest’amena riflessione ci demmo la buonanotte.

La mattina dopo, appena sveglio, mi si avvicinò mentre ero ancora rimbambito dal sonno e mi disse:

Il sole è nuovo ogni giorno

Come sempre…Gli risposi mentre mi stropicciavo gli occhi

La maggior parte degli uomini non intende tali cose, quanti, in esse s’imbattono, e neppur apprendendole le conoscono, pur se ad essi sembra

E fu così che riprendemmo il discorso lasciato la sera prima.

Cosa vuoi dire?

Se l’uomo non spera l’insperabile non lo troverà perché esso è introvabile ed inaccessibile

Quindi mi stai dicendo che tutto è possibile? Hegel disse qualcosa del genere, ma aggiunse che in realtà tutto è possibile e siccome è tale è inutile ragionarci sopra, è meglio ragionare sul reale e sul razionale, ossia sulla concretizzazione di ciò che nella storia ha un senso.

Interessante questo Hegel, chi è?

E’ un filosofo del Settecento. Ha anche elaborato la metodologia dialettica in cui ogni fase supera l’altra attraverso la conoscenza di sé, quella di fuori di sé e quella che poi si riduce a sé per sé, in estrema sintesi il metodo della tesi, antitesi e sintesi. Ma non ti so dire altro, l’ho studiato alle superiori

Il sapere molte cose non insegna ad avere intelletto: lo avrebbe insegnato ad Esiodo e a Pitagora, e cosi a Senofane e a Ecateo

Grazie per la consolante considerazione. Quindi il sapere è inutile?

Sì! La conoscenza autentica, quella vera, è una riduzione a sintesi, proprio come dice questo Hegel! Per chi ascolta non me, ma il lógos, sapienza è intuire che tutte le cose sono Uno, e l’Uno è tutte le cose

Da queste parti c’è un detto popolare che dice vale cchiui l’esperienza di la scienza

E’ giusto! Il vero saggio è colui che apprende, che conosce la storia e ne fa tesoro, senza l’ardire di sapere tutto, perché l’uomo più saggio davanti al dio sembrerà una scimmia, per saggezza, per avvenenza e per ogni altra cosa!

Quindi credi in Dio?

Non mi pongo il problema. Dio può esistere, come possono esistere anche più dei, che vivono intorno a noi, dentro di noi e fuori di noi

Quindi Dio è anche Natura?

Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi

A proposito di Natura…ti va di fare una passeggiata al mare?

Perché no, andiamo

Giunti sulla spiaggia, dopo una passeggiata in macchina che l’ha emozionato (sarà per via del divenire e del relativo concetto di velocità), si avvicinò sulla battigia e disse:

Il mare è l’acqua più pura e più impura: per i pesci essa è potabile e conserva loro la vita, per gli uomini essa è imbevibile e esiziale

Non ci avevo mai pensato, dissi mentre pensavo a quella volta che, da bambino, stavo quasi per affogare in mare mentre cercavo di imparare a nuotare da solo.

Quindi tutto è relativo e l’unica legge è quella morale, come disse Kant?

Chi è questo stupido di Kant? Gli uomini sono privi d’intendimento e, pur avendo prestato orecchio, assomigliano ai sordi

Insomma, sono stupido come Kant

Come la maggior parte degli uomini

Ci accomodammo in un lido aperto. Seduti al tavolo di un bar, mentre lui si distraeva a guardare le ragazze di passaggio, seminude e sensuali nelle calde giornate di fine maggio, con un codazzo di ragazzotti palestrati a seguito, esclamai:

Non è come ai tuoi tempi, eh? Mentre con il gomito lo picchiettavo e gli facevo l’occhiolino ammiccante

I vizi umani sono governati dall’acqua, mentre il Logos, attraverso il fuoco, distrugge e crea, per poi superare ogni momento di umana imperfezione e tendere alla razionalità assoluta

Quindi non hai in considerazione le passioni umane?

Sì, certo, ma preferisco l’intelletto e la ragione. Del resto i porci godono della melma più che dell’acqua pura

E che vuol dire?

Se la felicità fosse nei piaceri del corpo, diremmo felici i buoi, quando trovano veccie da mangiare

Ma sai…ogni tanto bisogna anche soddisfare i sensi…

Gli occhi e le orecchie sono cattivi testimoni per gli uomini che hanno anime barbare

Mentre per i saggi sono sufficienti?

Gli occhi sono più veritieri delle orecchie, ma la vera bellezza non è visibile agli occhi

Questa l’ho letta nel Piccolo Principe

Cosa?

Che l’Essenziale è invisibile agli occhi

Dice bene il Principe. Ma non puoi affidarti solo ai sensi, altrimenti in te domina l’acqua e la corruzione e non potrai mai comprendere il Logos

I sensi però sono necessari…

Ma non sufficienti! Tu puoi mai toccare l’aria o il cielo? Eppure esistono. Puoi vedere o odorare un’idea? Eppure è presente e condiziona i comportamenti di tantissima gente

Parli delle ideologie?

Sì, anche

Le ideologie pure ormai sono state distrutte. Oggi prevale il consumismo e l’individualismo, due concezioni che tendono all’opportunismo e al materialismo

bisogna seguire ciò che e comune: il Discorso è comune, ma i più vivono come avendo ciascuno una loro mente

a quanto capisco, tu hai criticato l’individualismo già ai tuoi tempi…

Sì, perché sono tutti individualisti quelli che non seguono il Logos, la legge della physis. Del resto chi vuole che la sua parola abbia senso, deve farsi forte di ciò che a tutti è comune e ha senso, come la città si fa forte della legge, e assai più che la città: le leggi umane traggono tutte nutrimento da un’unica legge che è la legge divina, e tanto può quanto vuole e a ogni cosa e bastante e a tutte sopravanza

Quindi mi stai dicendo che le leggi umane non coincidono con Dike? Con la giustizia?

Esatto. Il nomos è una mimesis, una imitazione, e quando è sorretta da hubris, diventa ingiusto

Qui da noi ci sono tanti uomini di potere che seguono hubris e non Dike

Perché sono stupidi! E presto cadranno. Ti racconto un fatto. Gli Efesii dovrebbero impiccarsi tutti, gli adulti, e lasciare la città ai fanciulli, perché essi cacciarono via Ermodoro, tra di loro il più utile alla città, e dissero: “Tra di noi non ci sia uno migliore. O se c’è, lo sia altrove e tra altri”

In pratica hanno cacciato Ermodoro perché era più bravo di loro e non sopportavano di essere mediocri al suo confronto?

Sì, e quindi, invece di prenderlo ad esempio e migliorarsi, hanno cacciato il migliore. Al governo della Polis ci vanno solo i mediocri, ma capaci di incantare le masse. E se c’è qualcuno migliore di loro che osa criticarli, lo imbavagliano

Insomma, mi stai parlando della censura…

La censura è l’arma dei mediocri! Quando vedi un politico che scappa da un confronto, sta scappando da Logos, perché lo detesta ed è incapace di affrontarlo. Quando invece vedi due o più uomini che discutono, anche con toni forti, ma confrontano le loro idee, stanno cercando Logos e lo troveranno. Perché dalla discussione nasce la sintesi, che supera le contraddizioni passate e crea i presupposti per un avvenire migliore

Insomma, stai citando Hegel e Marx

E ora chi è questo Marx?

E’ uno che, prendendo spunto da Hegel sui processi dialettici, ha teorizzato una società in cui tutti sono uguali e i mezzi di produzione sono in mano ai molti e non ai pochi e questi molti fanno l’interesse di tutti e non dei pochi. Tutto ciò, però, si basa sul conflitto tra le classi, dove – secondo un certo processo storico – la classe degli sfruttati prevarrà sugli sfruttatori e redistribuirà le ricchezze a tutti, che oggi sono in mano a pochi

E questa bella cosa è avvenuta?

No, perché è stato annientato il conflitto

Male! Congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l’uno dall’uno tutte le cose

Tu credi in una società comunista?

Se si basa su un conflitto permanente, perché no

Sembra di sentire Trockij

Chi?

No, niente…uno che parlava di rivoluzione permanente

Interessante questo Trockij, aveva ragione! Solo con un perenne conflitto sociale si possono creare i presupposti per quella società comunista di cui parli. Ma se questo processo non è avvenuto ancora vuol dire che ogni essere che cammina al pascolo è condotto dalla frusta

In pratica siamo servi

Non solo, siete pure stupidi. Vi fate illudere dai fattucchieri che non vi raccontano la verità, ma la percezione di essa, giusto per avere consenso e fare quello che gli pare. Siete stupidi che si fanno infinocchiare dai bambini. Esattamente come Omero il quale fu il più sapiente tra tutti gli Elleni. Infatti dei bambini che uccidevano pidocchi lo trassero in inganno dicendogli: ciò che abbiamo visto e abbiamo preso lo lasciamo, ciò che non abbiamo visto né preso lo portiamo

E come se ne esce?

Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi

Insomma, lo dicevo, siamo schiavi!

Schiavi e stupidi. Ma il tuo Marx l’ha detto come si esce…

con la lotta di classe, già…

Esatto, il conflitto. E’ da lì che nasce tutto. Se non c’è conflitto non c’è vita, non ci sarà futuro per la vostra civiltà e mi sa che la vostra civiltà volge al termine

Nemmeno il tempo di rispondere che lo vidi alzarsi, recarsi verso il mare, entrare in acqua e, piano piano, perdersi in mezzo alle onde. Di sicuro non si bagnerà due volte nella stessa acqua.

E con questa riflessione andai alla cassa, pagai e me ne tornai fischiettando fischia il vento verso la macchina.

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Che fine ha fatto la cultura popolare?

cultura popolare
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Breve excursus sulle varie fasi che hanno portato allo studio e all’emersione della cultura popolare e di come oggi sia una mera teca da museo senza più appigli con la realtà che dovrebbe produrla.

Il folklore, inteso come rappresentazione culturale delle tradizioni popolari (cioè gli usi, i costumi, le musiche, la cucina, le tecniche, i saperi, i racconti, le fiabe, ecc.), è stato oggetto di interesse da parte del movimento romanticista, a partire dal 1700, per poi fiorire nel 1800. E’ in questo periodo che nasce, in un certo senso, l’antropologia come studio delle culture popolari.

Il Volksgeist, lo Spirito del popolo era, nell’intenzione dei Romantici, l’elevazione della volontà della Nazione quale legge fondamentale del suo sviluppo sociale, contrapposto al giusnaturalismo, che vedeva come fondamento la legge naturale. Lo Spirito, ossia l’individuo universale, concetto largamente usato da Hegel, corrispondeva, nell’idea dei Romantici, all’Individuo-Popolo o all’Individuo-Nazione che trovava le sue radici nella cultura popolare, la quale venne utilizzata sia per differenziarsi da altri Individui-Nazione sia per accentuare le proprie peculiarità. E’ vero che buone parti del pensiero dei Romantici furono utilizzate per giustificare i nazionalismi e per dare una connotazione filosofico-culturale al regime nazista, ma è anche vero che questa filosofia diede il via all’analisi antropologica, che avrebbe, nel tempo, cambiato per sempre il concetto di Cultura.

La cultura popolare in Italia nell’Ottocento e primi del Novecento

In Italia il primo a porre l’attenzione sulle culture popolari fu Niccolò Tommaseo che, nel suo incontro con la poetessa pastora Beatrice di Pian degli Ontani, nel 1832 scrisse:

Feci venire di Pian degli Ontani una Beatrice, moglie d’un pastore, donna di circa trent’anni che non sa leggere e che improvvisa ottave con facilità, senza sgarar verso quasi mai: con un volger d’occhi ispirato, quale non l’aveva di certo madama De Sade […] Donna sempre mirabile; meno però, quando si pensa che il verseggiare è quasi istinto ne’ tagliatori e ne’ carbonai di que’ monti“.

Quel quasi istinto lasciò germogliare l’idea, tra numerosi intellettuali, che i contadini, i pastori, gli strati più umili della popolazione, avessero spontaneamente e forse inconsapevolmente l’istinto alla poesia, ai versi. Un istinto millenario, capace di produrre versi, musiche, canti, tecniche e saperi che furono oggetto di indagine, ma in chiave positivista, ossia, detta in altri termini, in chiave estetico-letteraria secondo un approccio assolutistico: c’è una cultura superiore, frutto dell’evoluzione degli studi e una cultura inferiore, frutto dell’ignoranza e di disgregate conoscenze delle cose. In quest’ottica il folklore venne sì studiato, ma come espressione pittoresca del popolo delle campagne. E’ con quest’ottica che, per tutto fine Ottocento e fino alla prima metà del Novecento, il folklore veniva catalogato tra le belle cose d’Italia, ma senza mai rientrare degnamente nel concetto di cultura (o di culture, per usare un’espressione del relativismo antropologico).

Gramsci e De Martino

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Ma fu proprio un Intellettuale, Antonio Gramsci, che, nelle sue Osservazioni sul Folklore (Quaderni dal Carcere), individuò un nuovo approccio alla cultura popolare: non più un popolo indistinto che produce aspetti pittoreschi e folklorici, frutto dell’arretratezza e dell’ignoranza (com’era nell’approccio positivista), ma l’espressione alternativa di una cultura frutto di classi oppresse dalla cultura dominante. Gramsci, quindi, inserisce la produzione culturale popolare in un contesto sociale, la storicizza e la rende un’alternativa alla cultura dominante.

Il suo approccio sarà poi adottato da studiosi come Ernesto De Martino e Gianni Bosio, che condurranno le loro ricerche consapevoli che l’emersione della produzione culturale popolare favorirà una presa di coscienza delle classi subalterne in chiave anti-borghese.

Senza l’apporto di Intellettuali come Gramsci, De Martino, Bosio e tanti altri, le culture popolari non avrebbero avuto quella dignità tale da essere poi considerate, nei decenni successivi, alla stregua di un Patrimonio intangibile degno di tutela istituzionale (nel bene e nel male), tant’è che le varie Convenzioni UNESCO, sin dal 1989, sono state volte a dare salvaguardia e valorizzazione al folklore, nei suoi aspetti materiali e immateriali. Il loro apporto è stato, quindi, fondamentale, non tanto e non solo nello spostare l’indagine sulle culture popolari da un terreno estetico a uno sociologico-antropologico, ma anche nel capovolgere l’azione dell’Intellettuale, il quale non si pone come docente, dall’alto del suo sapere, ma come allievo nei confronti dei portatori di saperi folklorici.

Tuttavia questi intellettuali, che hanno avuto il pregio di dare rilievo al folklore, hanno vissuto in un’epoca in cui il dualismo cultura egemonica / cultura subalterna si sostanziava in modo netto: da un lato c’era, quindi, il popolo sottomesso e dall’altro lato la borghesia; da un lato la Civiltà contadina, dall’altro la civiltà cittadina. Insomma, netta era la distanza tra i due poli.

Gli anni Sessanta e Settanta

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, però, qualcosa è cambiato. Le emigrazioni di massa, l’industrializzazione, l’emersione della società dei consumi, la diffusione di mezzi di comunicazione di massa come la TV e, in generale, un nuovo modello sociale, basato sul benessere e sull’urbanizzazione, hanno contribuito alla scomparsa della Civiltà contadina e delle sue produzioni immateriali: storie, saperi, musiche e canti vennero travolti da modelli culturali più appetibili e diffusi. Del resto la cultura popolare veniva vista come un’espressione di un cattivo passato da dimenticare, fatto di miseria e fame, mentre la nuova cultura egemonica predicava benessere ed era incompatibile con il vivere povero delle campagne, ormai svuotate a favore del più remunerativo lavoro nelle industrie nascenti.

E’ in questo periodo che molti intellettuali hanno ripreso gli studi di Gramsci e De Martino sul folklore non più e non solo in chiave anti-borghese, ma anche in chiave anti-capitalista, anti-egemonica e, successivamente, anti-globalista e localista, dove il dualismo egemonia/subalternità non rappresenta più la lotta di classe tra chi vive in mondi diversi e in contrapposizione, ma una frammentazione sociale inserita nel contesto dell’interclassismo.

Se è vero che il povero, ormai privo del suo terreno di riferimento, sogna di essere ricco e sogna, come modello del benessere, la Seicento, la casa al mare e uno stipendio sicuro, il suo volersi elevare a borghese (o piccolo-borghese) è l’esempio di una stratificazione sociale frammentata e fittamente segmentata, dove non vi è più una (potenziale e possibile) lotta di classe, ma una lotta a senso unico, volta all’illusorio raggiungimento del sogno del benessere. In questo quadro mutano i c.d. folkways, ossia le abitudini dell’individuo e i costumi della società che sorgono da sforzi intesi a soddisfare i bisogni (William Sunmer, Costumi di gruppo, 1906), non sono più nettamente trasmessi dal gruppo di riferimento, ma si confondono con quei bisogni, indotti o spontanei, propri della civiltà cittadina attraverso le influenze della società dei consumi.

Insomma, la cultura popolare inurbata e rimodellata nei ceti operai di periferia, nell’incontro-scontro tra operai e piccola borghesia, nel mescolamento tra vecchi modelli e nuovi bisogni, produce, tra gli intellettuali di sinistra degli anni Settanta, un nuovo approccio, che è quello dell’analisi demologica non più di matrice gramsciana, ma volta a studiare le culture subalterne e suburbane. Quel poco che resta della Civiltà contadina è oggetto di incessanti studi e ricerche, che oggi rappresentano l’architrave della conoscenza che possiamo avere di ciò che in quel periodo restava ancora autentico. Dico autentico non perché nelle culture popolari possa essere ammesso un termine del genere, ma perché oggi quelle ricerche etnografiche vengono cristallizzate nel concetto di tradizione e fatte passare per espressione di identità culturale, quando altro non sono che un aspetto mutevole di una realtà che di lì a poco sarebbe totalmente scomparsa.

L’opera degli Intellettuali di quel periodo fu quindi di ri-scoperta e ri-proposta contro la massificazione industriale, la produzione egemonica musicale, insomma, il consumismo, l’omologazione e l’industrializzazione che, nel corso degli anni, avrebbe profondamente mutato le matrici culturali e, di conseguenza, le espressioni stesse.

L’intellettuale che più ha messo l’accento sulla disgregazione della cultura popolare ad opera della società dei consumi fu Pier Paolo Pasolini, il quale s’interrogava su come la cultura popolare potesse rimodellarsi all’interno di una struttura sociale ormai profondamente mutata.

Accanto a lui, Alberto Mario Cirese (Cultura egemonica e culture subalterne, 1973) gettò le basi per una riflessione sul rapporto tra egemonia e subalternità non più in chiave gramsciana ma secondo un’indagine che tenesse conto anche della reciproca influenza tra la cultura egemonica e quelle subalterne nonché della circolarità del rapporto tra esse, nell’ottica per cui il folklore si pone come un’espressione di cultura alternativa e implicitamente contestativa che però si rimodella ogniqualvolta i suoi portatori si trovano a cavallo tra l’egemonia e una subalternità che però non è cementificata, ma è inserita in un corpo estraneo ad essa e rimodellabile continuamente.

Del resto è storia recente che la cultura popolare è diventata sempre più appannaggio della massa e di quegli intellettuali piccolo-borghesi inurbati che trovano in essa uno sfogo nei confronti della nevrosi prodotta da modelli omologanti di matrice globale. Ma non solo! E’ anche un pretesto per riaffermare presunte identità locali che, però, non avevano alcun senso nella Civiltà contadina. Il concetto di identità è stato introdotto, anzi, nella riemersione della cultura popolare, come riaffermazione di presunti valori territoriali contrapposti al modello global.

Gli anni Ottanta e Novanta

Difatti gli anni Ottanta e Novanta hanno rappresentato, per la cultura popolare, un periodo sì di rivitalizzazione (frutto anche della conseguente attenzione globale nei confronti delle diversità culturali, come l’es. dell’UNESCO), ma anche di profondo mutamento. Se da un lato si moltiplicavano le attenzioni rivolte alle espressioni culturali e rinasceva l’interesse nei confronti delle loro rappresentazioni (cucina tipica, musiche e canti, in particolare), soprattutto in chiave di promozione del territorio nei confronti del sempre crescente fenomeno turistico, dall’altro si sentiva sempre più pressante l’intrusione del mercato del folklore di matrice, appunto, egemonica. E l’appropriazione del concetto di Patrimonio Culturale da parte delle Istituzioni (si pensi alla creazione di apposite Fondazioni per la sua promozione) unito alla sempre maggiore attività del mercato degli eventi ha di fatto consegnato la cultura popolare, nello specifico musiche e canti, nelle mani della cultura egemonica, la quale, chiaramente, ha tutto l’interesse a spezzettare e sminuzzare le espressioni folkloriche selezionandone gli aspetti più appetibili sul mercato degli eventi e trascurando, di fatto, quelli meno vendibili. Quest’operazione, squisitamente egemonica e omologante, da un lato ha privato di ogni valore la cultura nella sua complessità e dall’altro ha sottratto ai suoi portatori il diritto di usarla e ricontestualizzarla.

Ma, ad ogni modo, ormai questo diritto non c’è più proprio perché non c’è più quel sub-strato culturale che produce espressioni culturali sue proprie. Insomma, ciò di cui si è appropriata la cultura egemonica non è tanto la cultura popolare in sé (quella si è liquefatta e si mescola e confonde nell’interclassismo) quanto l’oggetto dell’indagine etno-demografica di quarant’anni fa, in altre parole un oggetto museale, però immateriale.

Oggi che succede?

Raymond Geuss
Raymond Geuss

Raymond Geuss, classe 1946 e professore emerito all’Università di Cambridge, scrive “la filosofia è morta: i segni vitali prodotti una quarantina di anni fa, l’eccitazione, la creatività, l’inventiva sono sostituite, ormai, da tediose recite e rievocazioni storiche” (qui trovi l’articolo originale). Mi permetto di citarlo perché, in fondo, è essenzialmente ciò che è accaduto alla cultura popolare.

E’ morta sotto la scure della società dei consumi, che ha fatto delle espressioni culturali popolari vive una merce da dare ad uso e consumo di stakeholders, turisti e massa indistinta e indiscriminata che non si riconosce né produce espressioni culturali nuove in quanto non le appartengono.

In altre parole, come ben dice Geuss, la creatività e l’inventiva sono sostituite da rievocazioni storiche, dall’ossessiva ripetizione della tradizione, che però non è rivitalizzata, ricontestualizzata e utilizzata in chiave anti-egemonica, ma ridotta a mera spettacolarizzazione, a ricordo quasi bucolico di un passato che non c’è più e che si ripropone come teca da museo.

In questo quadro la ricerca demologica si è interrotta ed è incapace di scandagliare le rappresentazioni dei sub-strati culturali ormai liquefatti e confusi tra ceti marginali e ceti borghesi. Non c’è più un anti- da proporre (anti-sistema, anti-capitalismo, anti-borghesia, anti-globalizzazione, ecc.) perché la critica che ha sempre sorretto la cultura popolare è scomparsa e il nemico da combattere oggi è talmente invisibile da non esistere.

Insomma, oggi il folklore è più simile a quello guardato con gli occhi del Positivismo ma in chiave moderna, ossia spettacolarizzazione estetico-letteraria di espressioni d’identità locale, mentre però i suoi portatori non esprimono una cultura, ma un ricordo, tenuto vivo solo dal mercato. E’ per questo che ormai da molti anni quei pochi portatori sani, ancora vivi, della Civiltà contadina, hanno abbandonato il campo della ri-proposta, in quanto non gli appartiene più, mentre sul campo sono rimasti quelli che non esprimono più alcunché, se non ciò che il mercato (o la moda del momento) gli impone di esprimere. Una sorta di servilismo che, però, soggiace alla legge del ribasso. Ne ho parlato, in riferimento alla musica, in quest’articolo.

Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale diceva Hegel, a voler significare che Ragione e reale sono la stessa cosa. Questo la cultura popolare, nell’illetteralità dei suoi portatori, l’aveva intuito, come Gramsci aveva intuito che da questa filosofia spontanea potessero trarsi le basi per riaffermare la dignità delle classi popolari, mentre oggi il Razionale s’identifica con altro, che la demologia ancora non ha saputo (o voluto) individuare e gli Intellettuali si tengono ben lontani dal comprenderlo, mentre il reale è solo uno stantio ricordo del passato, che si manifesta nell’inconsapevole servilismo di chi, quella cultura popolare, pretende di esternarla senza sapere che, in realtà, sta solo perpetrando le istanze del potere egemonico.

 

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neet

L’ennesimo rapporto di Eurostat sui c.d. Neet (o néné, giovani che non studiano né lavorano), diffuso oggi, evidenzia come, anche nel 2017, la quota si attesta al 25,7%, ossia un giovane su quattro, tra i 18 e i 24 anni, non ha un lavoro né è all’interno di un percorso di studi. Su quest’aspetto siamo i primi in Europa, seguiti da Cipro (22,7%), Grecia (21,4%), Croazia (20,2%), Romania (19,3%), Bulgaria (18,6%), Spagna (17,1%), Francia (15,6%), Slovacchia (15,3%), mentre la percentuale più bassa di Neet è in Slovenia, Austria, Lussemburgo, Svezia (8% circa) e Paesi Bassi (5,3%).

I dati di per sé parlerebbero chiaro, ossia che la percentuale di Neet è proporzionata alla percentuale di disoccupazione di una Nazione e quindi la risposta parrebbe scontata: dove manca il lavoro ci sono più Neet. Ma la risposta è davvero così semplice? Se andassimo ad analizzare i dati della presenza di Neet a livello globale ci stupiremmo non poco nello scoprire che negli USA la percentuale di Neet si aggira intorno al 15% e che in Giappone, terra di tecnologie e di forte propensione al lavoro, la percentuale varia dal 20 al 25% (dati disgregati, in base alla differenza di indicatori di analisi utilizzati). Dunque la presenza di una percentuale più o meno alta di disoccupazione è indicativa, ma non è risolutiva. Ad ogni modo va prima sgomberato il campo da un equivoco che spesso aleggia tra quelli che parlano di siffatti argomenti.

Non è questione di volontà

Spesso si dà la colpa ai giovani e si dice che non hanno stimoli o che quelli che vivono al Sud (dove i tassi di disoccupazione giovanile sono i più alti in Italia) non hanno voglia di lavorare (parole dell’intellettuale Flavio Briatore). Ma non è una questione di volontà. Se affrontassimo l’argomento restando nell’alveo della volontà (e quindi di una rappresentazione parziale della realtà) non riusciremmo mai a darci una risposta e a capire perché questi giovani hanno smesso di studiare e di lavorare. Insomma, dire che non vogliono lavorare o studiare è una semplificazione talmente imbarazzante da risultare persino dannosa, in quanto ci allontaneremmo dal problema e lo risolveremmo con una semplicistica formula di rito, tanto inutile quanto priva di strumenti atti a comprenderne la portata del problema.
Direi piuttosto che i ragazzi vorrebbero lavorare. I ragazzi vorrebbero studiare. Vorrebbero, razionalmente e consapevolmente, realizzare un progetto di vita. Ma non possono.

La mancanza di conflitto e l’incapacità di elaborare la sintesi

Non voglio scomodare un profondo pensatore come Hegel, ma a sto giro ci sta. Hegel, nel suo tentativo di dare sistematicità al pensiero filosofico, individua tre passaggi fondamentali, che sono: l’essere in sé, l’essere fuori di sé e l’essere in sé e per sé, tre concetti che – sinteticamente, stando al pensiero hegeliano – possiamo ridurre in tesi, antitesi e sintesi, ossia tre passaggi della dialettica, che Hegel tenta di universalizzare per spiegare la fenomenologia della realtà. Vabbuò, qualche filosofo storcerà il naso nel leggere questa riduzione del pensiero hegeliano, ma a me serve come strumento per spiegare una cosa. Ma prima vorrei farvi ascoltare un passaggio di un’intervista a Mentana sulla disoccupazione giovanile:

Mentana, forse consapevolmente, forse no, mette in risalto un aspetto essenziale, che si ritrova anche nel pensiero hegeliano e che spiega meglio il fenomeno dei neet: “le generazioni passate, quando si trovavano di fronte a un’ingiustizia, protestavano, mentre oggi c’è un’assuefazione, che nasce proprio da una parte dell’ingiustizia”. La protesta, nel vocabolario hegeliano, era la parte dell’antitesi, ossia della negazione dell’esistente.

Dunque con la critica all’attuale si alimentava la protesta (consapevole) e si procedeva verso una negazione che avrebbe portato alla sintesi.

Più o meno la stessa cosa fu teorizzata da Marx, ma non l’ho citato un po’ perché sennò sarei tacciato di comunismo (elemento ormai antistorico, anche se sempre attuale, ma che sopravvive in modo regresso a mò di soprammobile da cacciare ogni volta che si vuol far finire una conversazione in malomodo) un po’ perché Marx ha storicizzato il suo pensiero e ha eliminato l’universalizzazione del pensiero hegeliano.

Insomma, quello che semplicemente voglio dire è che, rispetto ai nostri genitori, che hanno concretizzato il secondo aspetto della struttura hegeliana (l’essere fuori di sé), noi ne siamo rimasti fuori. E quindi siamo rimasti fregati dalla storia.

Cos’è successo rispetto ad allora?

Mentre i nostri genitori scendevano in piazza nel ’68 o nel ’78, nasceva la società dei consumi, che li avrebbe ricondotti nei ranghi, promettendo loro un benessere che si sarebbe poi sviluppato – e concretizzato – nei decenni a venire. Ma quel benessere non sarebbe durato a lungo e oggi ne vediamo le prime conseguenze. Peccato che i nostri genitori non l’abbiano ancora capito e si prodigano nell’immaginare per noi un futuro antistorico e prettamente bucolico. Un futuro che si trova solo nella narrativa sociale fino a un ventennio fa.
Loro ci hanno viziati, ci hanno narrato un futuro in giacca e cravatta o in tailleur e noi ci abbiamo creduto. Ci hanno coccolati, spingendoci a credere che fatica e gavetta sono concetti da abiurare e che sono inutili, perché il successo non si raggiunge in salita, ma in discesa.
E dunque, in poche parole, hanno sconfessato il secondo – più importante – processo di crescita e di evoluzione: la negazione, il conflitto. Senza il conflitto, la negazione, non si arriva alla sintesi e si resta in una sorta di limbo costituito dall’essere in sé, però perenne. Per arrivare all’essere in sé per sé (cioè: trovare un lavoro, terminare un percorso di studi, svilupparsi emotivamente e lavorativamente) occorre per forza passare dal conflitto. Ma quando una società edonistica e una famiglia che assimila tali valori salta questo fondamentale passaggio, qual è la conseguenza?

So che questo video non spiega molto ciò che ho appena detto, ma preso con le dovute pinzette, è nettamente esemplificativo e pragmaticamente risolutivo.

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