Global tax: differenze tra Noi e Loro

Banda bassotti e global tax

Una brevissima analisi sulle differenze tra noi e loro. Dove “noi” siamo il popolo dei lavoratori, cui lo Stato porta via, tra tasse, imposte, dirette, indirette, addizionali, contribuzione, bolli e chipiunehapiunemetta, a chi un terzo a chi più della metà del reddito o del salario. “Loro” sono le Società transnazionali, specie del settore digitale, che … Leggi tutto

Le illusioni dell’economia digitale

economia digitale

Quasi ogni giorno leggo di come l’economia stia cambiando e di come stia prevalendo il sistema economico basato sulla produzione di dati rispetto al vecchio modello basato sulla produzione di merci. Ogni giorno leggo che l’industria 4.0 si sviluppa sempre più e sempre più presto sofisticati macchinari, messi in rete e inteconnessi tra loro, sostituiranno il lavoro manuale, mentre il vero valore verrà prodotto dallo scambio e dalla trasformazione di dati.

I big data sono quindi il vero capitale diffuso nell’economia digitale, di cui ognuno di noi ne detiene una parte e che solo attraverso la loro raccolta, catalogazione, trasformazione, interpretazione, riduzione in sintesi, generano valore, un valore enorme. Già, perché il tuo indirizzo di casa, i tuoi gusti gastronomici, i film che ti piace guardare, i libri che ti piace leggere o la musica che ascolti, persino le conversazioni che fai sui social, vengono raccolti e ti viene creato un profilo che diventa un profilo comune ad altri quando gli stessi gusti coincidono, quindi vieni, appunto, profilato, interpretato e rivenduto agli inserzionisti o alle holding che detengono buona parte delle app che utilizzi.

Di questo ne sei più o meno consapevole e più o meno consapevolmente clicchi su accetto quando, prima di usare il servizio, ti vengono presentate le condizioni d’uso. Chiaramente tu hai bisogno di ordinare su Amazon o di prenotare la pizza su Just Eat, quindi accetti a occhi chiusi, tanto sai che oggi funziona così, che i tuoi dati li raccolgono, e sai anche che tutto ciò non ti crea pregiudizio, anzi, sai benissimo che queste soluzioni tecnologiche fanno bene alla società, perché facilitano la vita.

Ma per rendere facile quel servizio, qualcuno dietro ci deve lavorare: deve scrivere codici, produrre, impacchettare e consegnare la merce. Per rendere sempre più economico ma al contempo di qualità il servizio, l’azienda che lo offre deve pur risparmiare su qualcosa. Su cosa? Sui fornitori e sui lavoratori. E i fornitori, a loro volta, risparmieranno sui propri lavoratori. L’illusione della meccanizzazione e dell’efficienza si basa su un semplice concetto: sfruttare.

Per convincerti ancora di più e per distogliere l’attenzione sullo sfruttamento ti diranno che tutto ciò è un bene, che tu crei valore e fai crescere l’economia, che i lavori faticosi e umilianti presto verranno sostituiti dalle macchine, da sofisticatissimi robot che si occuperanno di tutto: di impacchettare e consegnare merci, di raccogliere pomodori e verdura, o di gestire i tuoi ordini in tempo reale. E credi sia un bot che risponde alle tue mail inviate alle 2 di notte? O credi sia un algoritmo che automaticamente ti fornisce i risultati di ricerca sulla SERP di Google?

Quante volte alla tv hai visto gli esperimenti di Amazon di consegnare i pacchi con i droni? O i tentativi di Google di far guidare le auto da sole? Quante volte ti hanno detto che le sofisticate catene di montaggio non hanno più bisogno di operai? E ti fanno vedere anche come si possono coltivare ettari di terreno solo con un trattore guidato da una sola persona. Figo, no?

Peccato che son tutte cazzate. Tutte.

Nel sottobosco dove pochi coraggiosi s’avventurano, nei degradati bassifondi dove al solo pensiero di imboccarli cambiamo strada, nelle puzzolenti fogne della più tecnologica delle smart city, dove tutto appare perfetto e automatizzato, insomma, nelle periferie della civiltà c’è un umanissimo esercito in carne e ossa di sfruttati dall’economia digitale, tenuti ben nascosti nelle proprie camerette, in magazzini gestiti come caserme, in aperta ma recintata campagna o mischiati tra la chiassosa gente cittadina in sella a bici e scooter, che fanno il lavoro sporco e ci regalano l’illusione dell’automatismo. E quando noi vediamo i rider girare come pazzi in bici, diamo più importanza all’aspetto ambientale e salutistico (non inquinano e si mantengono in forma) più che allo sfruttamento che ci sta dietro.

Noi clicchiamo su conferma ordine, paghiamo e vediamo il nostro pacco arrivare a casa, senza curarci che nei magazzini di Amazon si consuma lo stesso orrore delle catene di montaggio di fordiana memoria, con persone che hanno i passi e i minuti contati, con algoritmi anonimi che impongono loro determinate performance, con ranking che li collocano in alto o in basso alla classifica in base a quanto sangue e sudore buttano su un pacco e che pregiudicano l’entità del loro stipendio. Lo stesso avviene per le app che consegnano il cibo (Fedora, Just Eat, ecc.), le quali si basano su una larga fetta di lavoratori, spesso assunti con contratti di collaborazione occasionale o con P.IVA il ché permette loro di sfruttarli senza riconoscere i diritti minimi sindacali (salario minimo, ferie, malattia, tredicesima, ecc.) e riconoscendo uno stipendio ancorato al lavoro svolto: più lavori e più ti pago. Insomma, un cottimo, ma 2.0 (per approfondire V. quest’articolo sulla gig economy).

Per addolcire la pillola e farci accettare lo sfruttamento, chiamano questi lavori con un nome evocativo: gig economy, ossia economia dei lavoretti. In pratica vogliono illuderci che si tratta di semplici lavoretti, giusto per arrotondare. Ma dalle parti mie uno arrotonda quando ha già un lavoro e ha bisogno di un’entrata extra, mentre per questi qui è un lavoro a tempo pieno, però pagato come fosse un lavoretto. Qualcosa, quindi, non quadra.

Un lavoro a tempo pieno, ma svolto di nascosto, senza l’ingombro delle tutele sindacali e senza il fastidio del rapporto diretto tra padrone e operaio.

In un mio vecchio articolo questo sistema basato sull’economia digitale l’ho chiamato turco capitalismo, rievocando il turco meccanico, una complessa scacchiera che dava l’illusione di essere automatica, ma in realtà era gestita da un essere umano nascosto al di sotto di essa (approfondisci). Curiosamente questo vecchio modello è stato applicato dai big della rete, tra cui Amazon e Google.

Prendiamo, ad esempio, i lavoratori di Google.

Google ha un esercito di sviluppatori, analisti, segretari, revisori sparsi per il globo, che lavorano da casa. Ti illudono che l’immenso mondo Google sia concentrato nella maestosa sede di Mountain View e che ognuno di loro sia contrattualizzato, ma le cose non stanno così. Da soli non riuscirebbero a gestire tutto quanto, ecco che entrano in scena i turchi meccanici.

Ognuno di questi turchi meccanici ha il compito di analizzare le ricerche che facciamo ogni giorno, adattare i risultati alle ricerche, moderare i contenuti, scrivere codice per migliorare l’algoritmo che gestisce i risultati, gestire la miriade di prodotti creati da Google (maps, calendar, task, drive, ecc.ecc.), il tutto da casa, davanti al proprio PC. E’ un lavoretto? No, è un lavoro vero e proprio che spesso richiede ore, giorni o addirittura mesi di lavoro, ma è pagato pochissimo ed è governato dalla solita legge del ranking: se il tuo lavoro è apprezzato dagli utenti, ti pago, sennò ciccia. Quindi se ti sbatti per 12 ore al giorno davanti a un codice, ma gli utenti valutano male il servizio di Google su cui hai lavorato, addio soldi. E’ chiaramente un pretesto, ma è basato su un ranking e un algoritmo obiettivo, inseriti in una piattaforma digitale con cui lo sviluppatore (o, più in generale, il lavoratore autonomo) s’interfaccia.

Se proprio vogliamo dirla tutta, la nuova frontiera dell’economia digitale non è tanto l’automazione, quanto il rapporto tra l’umano (il lavoratore) e una macchina, un algoritmo, una piattaforma. Se quest’ultima ti dice che non ti paga, perché sei in basso in un ranking impostato automaticamente (ma i cui criteri sono decisi dall’azienda), con chi te la prendi? Almeno una volta ci si interfacciava con il capo reparto o con il quadro, oggi con chi ci si interfaccia? Con il proprio cellulare o PC? Una volta potevi avere il gusto di prendere a sberle il tuo capo, ma oggi non ti conviene prendertela con i tuoi dispositivi: che fai? t’incazzi perché non ti pagano e li sbatti contro a un muro? E poi ti tocca pure ricomprarli.

Ci illudiamo che presto le macchine, nell’economia digitale, sostituiranno il lavoro umano, ma sono solo cazzate. Lo gestiranno, sì, ma non lo sostituiranno mai.

Solo ci illuderanno di farlo, ci diranno che il capitalismo classico sarà sostituito dall’economia digitale, che lo sfruttamento non esisterà più, perché le macchine faranno il lavoro sporco. Ma saranno solo illusioni. Nel sottobosco, nelle fogne della fiorente civiltà degli automatismi, nelle periferie dell’impero tardo capitalista, ci sarà sempre un esercito di lavoratori sfruttati, ma tenuti ben nascosti. Tuttavia, in fondo, si tratta di lavoretti, dai. E se la pizza arriva fredda o il pacco di Amazon arriva rotto e valutiamo negativamente il servizio, chi ci rimetterà i soldi? L’azienda o il lavoratore? Ma in fondo a noi che c’importa? E’ solo un’app e il rapporto umano è limitato ad una consegna. Chi se ne fotte del sottobosco, tanto se il servizio non mi soddisfa, lascio una valutazione negativa. Io la lascio ad un’app, mentre l’algoritmo la scaricherà sul lavoratore. Nessun rapporto diretto, niente di umanamente percepibile. E’ l’approccio perfetto per concretizzare l’alienazione diffusa, per eliminare ogni forma di umano allaccio, per rafforzare il rapporto tra umano e dispositivo e far credere che dietro quel dispositivo ci siano processi di tecnologia avanzata. Sì, ma basati su sangue e sudore.

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Che differenza c’è tra destra e sinistra oggi?

Renzi, Di Maio e Salvini destra e sinistra
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La differenza tra destra e sinistra in Italia? Nessuna sul piano del reale. Alcune, ma solo sul piano dell’immagine.

Già dagli anni Settanta, con il progressivo imporsi nello Stato italiano (Stato da intendersi non in senso istituzionale ma come complesso di classi, ceti, Istituzioni, organizzazioni, mercato, ecc.) del capitalismo di stampo americano e della società dei consumi, anche grazie alla scelta politica del partito egemone, ossia la DC, di schierarsi con il Patto Atlantico, il PC ha dovuto giocoforza adattare la sua politica ai nuovi scenari. Così ha cercato di mantenere un precario equilibrio tra la fedeltà ad un partito che aveva adottato il modello del socialismo in una sola nazione, sciolto la III internazionale comunista, fatto fuori gli oppositori e instaurato un regime dispotico.

Chiaramente in questo quadro il PC italiano, consapevole del suo ruolo politico in Occidente, non avrebbe mai potuto appoggiare apertamente il regime sovietico e, a causa del proliferarsi al suo interno di correnti moderate e miglioriste (ossia quella che vedeva un adattamento dei principi socialisti e comunisti al capitalismo) cercò di adattarsi ai nuovi scenari, con l’obiettivo – dati i consensi ottenuti – di arrivare al governo.

Cosa che non accadde mai, nonostante il compromesso storico, a causa dell’uccisione di Aldo Moro, che aveva ormai messo a punto il compromesso per arrivare al governo con i comunisti.

Dagli anni Ottanta, soprattutto dopo la morte di Berlinguer, il PC non riuscendo mai a governare, nonostante lo storico (seppur momentaneo) superamento elettorale sulla DC, iniziò a frammentarsi fino alla fatidica svolta della bolognina nel 1990, quando l’allora segretario Achille Occhetto decise di concretizzare quella cosa di cui si parlava da tempo e aderire ai principi del capitalismo e del liberismo in chiave riformista. Fu quindi fondato il PDS (Partito dei democratici di sinistra) che, con D’Alema, divenne DS per poi arrivare, nel 2006, al PD, racchiudendo in sé anche pezzi di ex democristiani (Margherita, ecc.).

I liberisti sono di destra e sinistra!

romano prodi privatizzazioni

Tra l’avvento di Berlusconi (1994) e il suo decennio egemonico (2000-2010 circa, a parte un paio d’anni di governo Prodi dal 2006 al 2008), i DS hanno portato avanti una linea di smantellamento dello Stato sociale a tutto vantaggio del liberismo (ne ho parlato più diffusamente qui), attraverso le privatizzazioni, le liberalizzazioni (volute da D’Alema, Prodi e Bersani) e lo smantellamento delle tutele sul lavoro.

Prodi, D’Alema, Bersani che oggi vengono considerati di sinistra e quindi molti sostenitori del PD storcono il naso ad un loro possibile ingresso sono quelli che hanno privatizzato il paese, liberalizzato i servizi essenziali e fatto guerra all’ex Jugoslavia per fare un favore agli amici imperialisti. Cos’hanno di sinistra se rappresentano gli interessi dell’alta borghesia e del capitalismo e sono i naturali predecessori di Renzi?

Renzi e la destra e sinistra che si fondono

Renzi ha svolto la sua purificazione (o rottamazione, come lui la chiama) del PD solo per questioni di potere, dato che la sua politica è improntata all’ultraliberismo e, quindi, a fare favori ai rappresentanti dell’establishment europeo. Il jobs act è la prosecuzione di un programma, iniziato con Treu negli anni Novanta, per precarizzare sempre più il mondo del lavoro e consentire al capitale di accedere alla forza lavoro a costi più contenuti, di garantire la concorrenza al ribasso tra i lavoratori e di avere un ricambio della forza lavoro sempre maggiore. Il jobs act, unito ad una sempre maggiore debolezza del sindacato (che ha molte colpe, soprattutto nell’aver svenduto la classe lavoratrice per mantenere un brandello di potere) ha portato condizioni di vita peggiore alla classe lavoratrice.

La buona scuola è stato un progetto volto a ridurre sempre più i finanziamenti all’istruzione pubblica a vantaggio di quella privata. Non c’è molta differenza con le politiche del governo Berlusconi che, con le riforme Moratti e Gelmini, ha inteso destrutturare l’istruzione pubblica e rafforzare quella privata, sia nella scuola che nell’Università. La privatizzazione dell’istruzione di ogni ordine e grado, tipica di un sistema liberale e liberista, è un processo che si sta realizzando tutt’oggi e che ha coinvolto tutti i governi, da destra a sinistra.

Il ruolo del Parlamento

parlamento

Il parlamento ha la funzione di discutere le leggi e di dettare la linea politica che il Governo ha l’obbligo di realizzare. Più è ampio il Parlamento, più è rappresentativo dell’elettorato e più, in teoria, questa funzione può essere esplicata e i provvedimenti normativi sono adottati nell’interesse della Nazione. Ma se il Parlamento viene esautorato della sua funzione, il ruolo di scrivere le leggi e di adottarle nell’interesse della Nazione chi ce l’ha? Dal Governo Berlusconi ad oggi stiamo assistendo ad una costante e continua azione di esautoramento del Parlamento, il quale oggi è svuotato della sua intima funzione e fa solo da passacarte. Due sono gli strumenti più lampanti:

1. Lo strumento della fiducia. In questo modo il Governo chiede al Parlamento di votare in blocco un provvedimento, senza discussione, senza emendamenti. E’ chiaro che con un Parlamento a vocazione maggioritaria e deframmentato è più facile far passare provvedimenti senza discussioni, senza emendamenti (che, in teoria, servono a migliorare il testo), senza, cioè, far decidere ad una platea ampia e rappresentativa dell’elettorato.

2. Lo strumento della decretazione d’urgenza. I Decreti Legge sono uno strumento che consentono al Governo di adottare provvedimenti urgenti, ma in questi ultimi decenni sono stati massicciamente utilizzati per tutto: finanza, istruzione, lavoro, infrastrutture, ecc., perché consentono l’immediata efficacia ed una successiva ratifica da parte del Parlamento, il quale, di fatto, non fa altro che prendere atto di quanto deciso dal Governo.

Queste tecniche parlamentari unite al tentativo di riforma della legge elettorale e della riduzione del numero dei parlamentari serve a dare maggiore potere al Governo ed eliminare le minoranze scomode.

Destra e sinistra d’accordo per ridurre la rappresentatività popolare

Dunque i tentativi di ridurre il numero dei parlamentari e le leggi elettorali di stampo maggioritario sono esattamente funzionali a quest’obiettivo: rendere inutile il Parlamento, ridurre il numero dei parlamentari, sbarrare l’accesso alle minoranze fastidiose e rendere la maggioranza conforme alla volontà del Governo e, quindi, ai veri sostenitori di destra e sinistra liberisti: le lobby economiche.

La seconda Repubblica, iniziata dopo il crollo della DC e l’ascesa dei partiti populisti (Berlusconi è il padre di tutti i partiti populisti, M5S incluso) è caratterizzata proprio da questa funzione: aumentare il potere del Governo e ridurre il potere del Parlamento, svuotando di fatto il dettato costituzionale che vuole la centralità del Parlamento. Ecco perché Renzi ha voluto la riforma costituzionale, per sacralizzare nel testo una situazione di fatto. Ecco perché oggi il M5S vuole ridurre il numero dei parlamentari: con la scusa che così si risparmia (ma ignorando le spese pazze dei suoi parlamentari), vuole portare a compimento un percorso iniziato con Berlusconi e portato avanti da Renzi.

Il maggioritario unisce destra e sinistra. Altro che proporzionale!

Non appena terminate le elezioni europee, nel caso in cui il Governo dovesse reggere alle elezioni e dopo che il M5S avrà realizzato pienamente qual è la sua forza elettorale, si tornerà a parlare di legge elettorale e scoprirete il vero volto del M5S, che si è sempre detto favorevole al proporzionale, ma cambierà idea, coerentemente con la scelta di ridurre il numero dei parlamentari e di accentrare i processi decisionali nelle mani di pochi (e quei pochi, si sa, sono controllati da un soggetto economico, privato, inserito a pieno titolo nel sistema liberista e capitalista).

Reddito di cittadinanza e salario minimo, due cose che non cambiano la sostanza

Il reddito di cittadinanza è un contentino elettorale che non influisce sul mercato del lavoro e che grava su di esso (viene preso dai redditi dei lavoratori e dal debito pubblico), inoltre piace molto ai fautori della società dei consumi.

L’attuale “battaglia” sul salario minimo è anch’essa un contentino elettorale che però porterà i datori di lavoro ad aumentare il numero di ore di lavoro, diminuire il numero di lavoratori oppure optare per forme di lavoro più flessibili (contratti a tempo determinato, false P.IVA, ecc.).

Già da queste brevi informazioni si può capire che oggi tra Destra e Sinistra (di centro, chiaramente), Lega, M5S (e altri) non c’è alcuna differenza, se non nei toni utilizzati o in sporadici e singoli temi trattati, che però non influenzano minimamente le linee politiche dei rispettivi partiti volte a mantenere lo status quo e impedire ai ceti più poveri della popolazione di progredire.

Sabotare i lavoratori per mantenere lo status quo

La crisi economica del 2007 (che si ripeterà a breve) ha mostrato tutte le debolezze del sistema capitalista attuale, oggi accentrato nelle mani di pochi e che si mantiene vivo grazie alla speculazione finanziaria, che, estremizzata al massimo profitto, ha portato alla crisi economica. Gli scenari futuri, anche considerando il ruolo che la Cina sta giocando nel complesso scacchiere geo-politico, ci riserveranno nuove crisi economiche in quanto l’attuale assetto capitalista non è minimamente scalfito.

Il ruolo dei partiti politici in Italia è stato lineare e trasversale tra essi, ossia quello di sostenere l’alta borghesia a tutto svantaggio delle classi lavoratrici, non solo di quella operaia, ma anche di tutti quei piccoli imprenditori, quelle micro imprese, quei professionisti che oggi soffrono per l’eccesso di offerta, la concorrenza spietata dei grandi gruppi di capitali e per l’erosione del potere d’acquisto, per cui il mercato viene sbarrato e ci si deve accontentare delle briciole.

Iniquità fiscale

Sappiamo tutti quanti che la pressione fiscale in Italia rende difficile ad una micro impresa di crescere. Chiunque, oggi, si immette nel mercato con una propria idea, soprattutto sul web, si trova davanti gli sbarramenti di tasse e imposte, mancanza di infrastrutture (specie al Sud), concorrenza sleale dei big della rete, ecc.

Nonostante la Lega abbia fatto suo il cavallo di battaglia della flat tax, ingraziandosi numerosi piccoli imprenditori e professionisti, questo provvedimento va a tutto vantaggio dell’alta borghesia, ossia di quegli imprenditori e professionisti che guadagnano molto e investono poco, preferendo invece speculare i propri profitti.

Contrariamente a quanto sostiene la Lega, i risparmi derivanti dalla flat tax per le grandi imprese (e i grandi professionisti) non saranno mai reinvestiti per la crescita o per l’occupazione, anzi, saranno investiti in attività speculative.

Quest’ottimo servizio di Milena Gabanelli dimostra, numeri alla mano, quanto la flat tax sia iniqua, soprattutto per i piccoli. Personalmente lo so benissimo, essendo una P.IVA, che la flat tax mi avrebbe penalizzato e infatti non vi ho aderito, nonostante faccia redditi da fame.

L’iniquità fiscale tra piccoli e grandi

Se salto una rata dei contribuiti INPS o un pagamento IVA, lo Stato attende un certo numero di anni (max 5, per evitare la prescrizione) affinché aumentino gli interessi e, con le sanzioni, la mia rata o il mio pagamento raddoppia o triplica. Così vengo strozzato e indotto al fallimento. E poi, per ripagare i debiti fiscali, dovrò accedere al credito, ipotecare la casa e, quando sarò entrato nel vortice del debito, perderò tutto. E’ accaduto così tante volte che è inutile stare qui ad approfondire.

Questa cosa, però, non accade con i big.

Amazon

Amazon realizza utili per 11,2 miliardi di dollari (e un fatturato di 233 miliardi di dollari), ma negli USA non paga un centesimo di tasse.

Dopo una lunga indagine della GdF, dal 2011 al 2015, si è scoperto che Amazon non avrebbe versato un centesimo di tasse nemmeno in Italia, avendo preferito spostare gli utili in Lussemburgo, dove vige una tassazione più favorevole, nonostante avesse in Italia “una stabile organizzazione” che, per il fisco italiano, è sufficiente affinché l’azienda paghi le tasse nel bel paese.

Non sappiamo quanto guadagna Amazon in Italia, perché i suoi fatturati in molti paesi europei sono segreti, ma sappiamo che la sua strategia è quella di aggredire il mercato europeo, operando in perdita, per eliminare ogni forma di concorrenza sia sul web che dei negozi tradizionali, forte dei continui finanziamenti da parte dei suoi azionisti, e sappiamo che nel periodo 2016-2018 il fatturato è aumentato del 71,26% (v. qui), eppure in Italia, dopo il controllo da parte della Finanza, pagherà all’Agenzia delle Entrate solo 100 milioni di euro per gli anni 2011-2015 (ossia 2,5 milioni ad anno, a fronte di un fatturato globale che arriva a 233 miliardi. Fate le giuste proporzioni).

Google

Anche Google ha fatto un accordo accomodante con il fisco italiano. A fronte di un fatturato globale di 67,6 miliardi di dollari nel 2015 (saliti a 82 miliardi nel 2016) pagherà in Italia appena 306 milioni di euro, dopo anni di contenziosi. Anche Google, forte del fatto di avere la sede legale europea in Irlanda (dove la fiscalità è esigua) e forte di essere una multinazionale del web, non ha mai pagato un centesimo di tasse in Italia, dove però offre i suoi servizi di pubblicità e dove, quindi, ha un mercato stabile. Eppure è arrivata ad un accordo che le ha consentito forti risparmi fiscali rispetto alla totalità delle aziende che operano e hanno la sede fisica in Italia.

Apple

Apple è stato il primo big a giungere ad un accordo col Fisco italiano. Nel 2015 ha pagato 318 milioni di euro per sanare una evasione fiscale di 5 anni che sfiora il miliardo di euro.
Apple è quella che ha pagato di più, ma per un semplice motivo: ha numerosissime attività commerciali fisiche nel territorio italiano, a differenza di Amazon che ha solo uno stabilimento a Castel San Giovanni e Google che ha una sola sede in Italia (a Milano).

I colossi pagano piccolissime somme (che arrivano, solo nel caso di Apple, a circa il 30%) per sanare le loro posizioni con il fisco mentre i professionisti, le PMI, le micro imprese e i lavoratori arrivano a pagare oltre il 70% tra fiscalità diretta e indiretta, senza contare i contenziosi e l’enorme burocrazia che blocca gli investimenti.

Favorire i grandi, penalizzare i piccoli

Ogni governo che si è succeduto in questi anni ha adottato la medesima politica di favore nei confronti dei big e non ha mai messo mano né alla fiscalità né al mercato del lavoro per correggere le numerose storture che coinvolgono sia gli imprenditori che i lavoratori.

In conclusione, per sintetizzare quanto detto finora, ritengo che la discussione tra destra e sinistra, oggi, in Italia, sia solo un mero esercizio stilistico, sia formalismo linguistico che non trova alcuna corrispondenza con la realtà.

Tutti, da destra a sinistra, sono rappresentanti di poteri forti (attenzione a non fraintendere e considerare quest’espressione di mero complottismo. Tutt’altro), solo di diversa natura: se il PD è naturalmente orientato a preservare i rapporti con l’establishment europeo, mentre il M5S cerca altri “padroni”, la Lega è orientata a rappresentare l’alta borghesia interna. Ma si tratta sempre di poteri, più o meno forti, che però sono accomunati da un unico intento: preservare il capitale, gli interessi economici, i rapporti di forza nel mercato.

Mercato e profitto

Nel mercato, si sa, si fa tutto secondo la logica del profitto: ci si scambia favori, ci si fonde, si fa concorrenza, si creano e disfano alleanze, sempre in nome del denaro. E in questi giochi la politica italiana fa gli interessi del mercato, non della Nazione. In altre parole, se Confindustria si schiererà con i cinesi, anche la Lega sarà a favore della Via della Seta (qui un approfondimento sul tema), così come il PD cambierà padrone se l’Europa e la BCE dovessero crollare nei nuovi rapporti di forza che s’ingenereranno tra Occidente e Oriente.

Detto in estrema sintesi: la politica di oggi è lo specchio del mercato, non del popolo. Il concetto di popolo è solo uno specchietto per le allodole per confondere le acque, convincere la gente che l’interclassismo ha sostituito il conflitto tra le classi e tenersi buoni gli strati più umili della popolazione, quelli che si sentono oggi rappresentati principalmente da Lega e M5S ma che da loro prendono solo calci nel sedere.

Destra e sinistra?

Se vogliamo invertire la rotta e ridare dignità a chi lavora, a chi è sfruttato (siano essi lavoratori, imprenditori, giovani professionisti, P.IVA, ecc.) bisogna lasciar perdere la diatriba tra destra e sinistra e ricostruire un socialismo di fatto che parta dagli ultimi, dai territori e che disegni un manifesto politico in grado di scalfire un sistema capitalistico ormai allo sbando, che si sta mostrando sempre più aggressivo e sempre più squilibrato (alla prossima crisi, imminente, mi darete ragione). Un soggetto che faccia comprendere la realtà nella sua razionalità, nella sua necessità, ovvero in modo scientifico e crei concetti e azioni che possano razionalizzare l’esistente. Pare difficile, ma non lo è. Lo sarà quando tutte quelle persone “di buona volontà”, anziché farsi la guerra sui particolari, metteranno insieme le proprie forze per un obiettivo unico. Stoico, se vogliamo, ma non impossibile.

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Il GDPR spiegato semplice

GDPR

Il GDPR, acronimo di General Data Protection Regulation è il nuovo regolamento generale europeo sulla protezione dei dati (Regolamento UE 2016/679) che si prefigge l’obiettivo di tutelare in modo più stringente rispetto al passato la privacy dei cittadini europei e di chi risiede nel territorio europeo.

Il regolamento è già entrato in vigore nel 2016, ma sarà efficace a partire dal 25 maggio 2018, data in cui si presume che tutti i destinatari del provvedimento (ossia: Enti Pubblici, Imprese, professionisti, ecc.) si saranno adeguati alla normativa. Ma sappiamo bene che non è così e che a meno di un mese dall’inizio dell’applicazione del regolamento sono tante le persone che non ne conoscono l’esistenza o che ancora non si sono adeguate.

Quest’articolo nasce quindi dall’esigenza di spiegare in modo semplice le pratiche necessarie per adeguarsi al GDPR ed è rivolto soprattutto a micro imprese, artigiani e liberi professionisti che rappresentano la maggior parte del tessuto produttivo nazionale. Non toccherò argomenti che riguardano le PMI e le multinazionali, per cui il GDPR impone misure più stringenti, né mi rivolgerò a quelle imprese o start-up ad alto contenuto tecnologico che gestiscono numerosi dati personali degli utenti in modo da profilarli e rivenderli. L’obiettivo è quello di rivolgermi a tutti coloro che si trovano a trattare dati personali ma non ne fanno un business, ossia alla gran parte delle attività economiche italiane.

I principi del GDPR

Iniziamo col dire che i tre pilastri su cui si fonda il GDPR sono: il principio di accountability, un approccio ai dati by design e by default (tra poco ci torneremo) e una gestione preventiva in riferimento alla valutazione dei rischio e alla valutazione d’impatto sulla raccolta dei dati.

Altri principi del GDPR

Gli altri pilastri su cui si fonda il nuovo regolamento sono: Principio di liceità e correttezza del trattamento nei confronti dell’interessato (i dati devono essere corretti e ci dev’essere un consenso informato); Principio di trasparenza (i dati devono essere facilmente accessibili da parte del titolare e le comunicazioni devono essere chiare e comprensibili da parte di chi gestisce i dati); Principio di limitazione e di minimizzazione dell’uso dei dati (ossia occorre richiedere solo i dati strettamente necessari a fornire il servizio a cui l’utente è interessato); Principio di esattezza (i dati devono essere esatti e aggiornati qualora non lo fossero); Principio della limitazione temporale (i dati possono essere conservati per il tempo necessario a raggiungere le finalità perseguite da chi li tratta); Principio di integrità e riservatezza (i dati devono essere al sicuro e protetti da trattamenti non autorizzati oppure da eventuali danni).

A chi si rivolge il GDPR?

A tutti coloro che trattano i dati personali di fornitori, clienti, utenti, dipendenti, ecc. e che operano sul territorio europeo oppure al di fuori dell’Europa ma trattano i dati di cittadini e residenti nel territorio europeo. In altre parole, che tu abbia sede al di fuori dell’UE non importa, l’ambito di applicabilità del regolamento si estende a tutti coloro che hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con i dati di qualunque persona si trovi a risiedere sul territorio europeo.

Soggetti esclusi

Gli unici soggetti che non sono destinatari del provvedimento sono le persone fisiche che trattano i dati per finalità esclusivamente personali o domestiche nonché i Tribunali penali (e le procure) per finalità giudiziarie relative al perseguimento di reati.

Il principio di accountability

Questo è il principio cardine del GDPR. Si traduce con responsabilizzazione e significa che il titolare del trattamento dei dati (che spesso coincide con il titolare dell’Azienda) ha l’obbligo di dimostrare in modo documentale l’adeguamento alle prescrizioni del Regolamento mediante l’adozione di misure tecniche (per la sicurezza dei dati) e organizzative (politiche e procedure interne, formazione del personale, verifiche periodiche, ecc.) adeguate. In altre parole si può intendere come una sorta di inversione dell’onere della prova, per cui, a differenza del passato, spetta al titolare del trattamento dimostrare di aver messo in campo tutte le misure tecniche e organizzative necessarie per conformare l’utilizzo dei dati al nuovo regolamento. La normativa, detta in altri termini, dà per scontato che in caso di perdita o furto dei dati il responsabile è solo il titolare del trattamento e a lui toccano sanzioni molto pesanti (ci torniamo tra poco).

Tuttavia il regolamento non dà indicazioni precise su quali siano le misure pratiche da adottare, ma lascia intendere che si dovrà valutare caso per caso, in base alla tipologia di organizzazione, alla natura e alle finalità dei dati raccolti.

Privacy by design e Privacy by default

Sono due principi che, di fatto, applicano il principio di accountability. Nonostante l’anglofonia ostica, vogliono dire semplicemente che bisogna adottare tutte le misure di protezione dei dati sin dalla fase di progettazione del trattamento e che i dati vanno utilizzati, per impostazione predefinita, al solo fine per cui sono stati raccolti. Così non è chiaro? Facciamo un esempio chiarificatore in relazione ai due principi.

Privacy by design

Se tu hai intenzione di aprire un e-commerce, prima di farlo dovrai stilare un documento in cui raccoglierai tutte le tipologie di dati personali che intendi raccogliere (es. nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, email, ecc.) e indicare in che modo intendi raccogliere e proteggere questi dati (es. dicendo che li terrai su un server sicuro oppure li passerai sul tuo gestionale e, in tal caso, dovrai dire chi accede a questi dati, come sono conservati e quali protezioni stai usando in caso di un eventuale attacco hacker).

Privacy by default

In questo caso dovrai creare un documento in cui dici che i dati che raccogli sono finalizzati solo per uno o più scopi per cui tu hai dato l’informativa all’utente. Ad esempio, se l’utente ti contatta attraverso il form di contatto del tuo sito, dovrai scrivere che, di default, i dati che raccogli serviranno solo a ricontattare il cliente e a proporgli i tuoi prodotti/servizi, mentre non userai quei dati per mandargli newsletter, sempre se non ha espresso un esplicito consenso a questo tipo di trattamento. Parimenti non userai i suoi dati per vendergli pubblicità di terze parti, sempre se non lo hai reso edotto nell’informativa. Insomma, dovrai standardizzare il processo e usare quei dati solo per le finalità che ti sei prefissato e per cui hai scritto un’informativa chiara.

La valutazione del rischio

Questa è un’altra operazione che dovrai fare per rispondere al principio di accountability. In caso di un ipotetico data breach (rischio di perdita, distruzione o diffusione indebita, ad esempio a seguito di attacchi informatici, accessi abusivi, incidenti o eventi avversi, come incendi o altre calamità) come fai a recuperare i dati o a contattare gli utenti per dire loro che i dati sono andati persi o sono stati rubati? Quest’evento – anche se ipotetico e molto remoto – dovrebbe essere preventivato e scritto su carta. In altre parole devi indicare tutte le misure e le garanzie previste per una adeguata protezione dei dati personali trattati. Come farlo? Anche se sembra complicato è semplice. Rifletti: Qual è la natura dei dati che potrebbero essere violati? Quanto gravi potrebbero essere i danni  causati agli individui a cui i dati violati si riferivano? Se effettui una copia di backup almeno una volta al mese, se hai adottato protocolli di sicurezza (https) sul tuo sito web, se ai dati che hai sul gestionale non accede nessuno tranne te, allora sei apposto. Devi solo riportare su carta quello che già fai e valutare l’impatto di un eventuale (remoto) attacco nei tuoi confronti o di un’eventuale perdita di dati a seguito di un evento insolito. In altre parole devi solo valutare un ipotetico rischio e scrivere quali possono essere le cause e quali le conseguenze.

Se poi il data breach accade davvero, la norma impone che occorre comunicare la violazione all’autorità di controllo (il Garante della privacy) entro 72 ore dal momento in cui ne sei venuto a conoscenza.

Come adeguarsi al GDPR in sintesi

L’adeguamento al GDPR ti porterà via si e no mezza giornata di lavoro. Quello che dovrai fare è semplice: fermati a pensare ai dati personali che tratti: clienti, fornitori, utenti del sito web, dipendenti. Poi pensa alla natura dei dati: nome e cognome? Indirizzo? Numero di telefono? Fai una lista della tipologia di dati che tratti e metti tutto per iscritto su un foglio excel (lo chiamano registro del trattamento, obbligatorio per aziende con più di 250 dipendenti, ma comodo per te da usare in quanto è un buon promemoria per adeguarti alla normativa). Poi su un foglio word scrivi come utilizzi quei dati. Devi solo scrivere che, per esempio, i dati degli utenti che ti contattano per ricevere un preventivo saranno usati al solo scopo di inviare il preventivo. Nulla di più e nulla di meno. Dirai, nel documento, che di default (cioè in modo predefinito) tutti i dati di quelli che ti contattano per avere un preventivo saranno usati al solo scopo di inviare il preventivo. Se hai più mezzi per ottenere dei dati, lo metterai su carta. Scriverai, per esempio, che i dati degli utenti ti arriveranno da:

  • form di contatto
  • ordine sul sito web
  • ordine telefonico
  • ordine da email
  • altri sistemi

Fatto ciò dovrai scrivere sullo stesso foglio word in cui dirai ogni quante volte effettui un backup dei dati, dove li salvi e chi può accedere a quei dati. Poi dirai i sistemi che usi per conservarli. Ad esempio scriverai che salvi i tuoi dati su un hard disk esterno e che lo conservi gelosamente nel cassetto della tua scrivania a cui tu solo puoi accedere. Poi scriverai che in caso di potenziale attacco hacker o potenziale danneggiamento sul tuo sito web il rischio di perdita dei dati è minimo perché, in fondo, gestisci solo dati non sensibili, ma generici (cosa se ne fa un hacker di un indirizzo di consegna?). Ad ogni modo dovrai scrivere come prevedi di risolvere la faccenda in caso di perdita o furto dei dati degli utenti con cui interagisci.

Infine, se sul tuo sito web hai diversi mezzi di ottenere i dati (ad esempio un form di contatto e un carrello con cui accetti gli ordini) dovrai rilasciare un’informativa specifica per ogni sistema di acquisizione dei dati e scrivere quali sono le finalità dell’acquisizione e come tratterai i dati. Tra l’altro, per ogni informativa dovrai rendere edotto l’utente che è suo diritto accedere ai dati, rettificarli, cancellarli, ecc.

Se sponsorizzo la mia azienda su Google Adwords o su Facebook ads che succede?

Il GDPR ha espressamente impostato un bilanciamento d’interessi tra il diritto degli utenti e l’interesse dell’Azienda a fare marketing diretto. In altre parole possono essere trattati i dati di utenti in caso di pubblicità sui social o su google, salvo obbligare il titolare del trattamento alla minimizzazione dei dati, per cui si dovranno usare quanti meno dati possibile per la finalità del trattamento. Insomma, il nuovo regolamento mette l’utente nelle condizioni di compiere un consapevole esercizio dei poteri di controllo sui propri dati, garantendogli il diritto all’informazione, all’accesso, alla rettifica, alla cancellazione, alla limitazione del trattamento e il diritto di opposizione dei dati che lo riguardano.

Sanzioni

Le sanzioni sono pesanti. Il regolamento dice: fino a 10 milioni di euro o fino al 2% del fatturato mondiale annuo se superiore. In caso di violazione degli obblighi del titolare o del responsabile del trattamento fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato mondiale annuo se superiore (e non il 2% o 4% del tuo fatturato, come qualcuno sostiene…). Sembrano cifre assurde, ma è capitato in passato di assistere a sanzioni comminate a piccole aziende per importi di 10.000,00 euro solo perché non avevano rilasciato un’informativa sull’uso dei cookie. Quindi non è detto che si arrivi a cifre così elevate, ma anche 1.000,00 euro di multa sono pesanti se rivolte a micro imprese.

Io non tratto dati personali

Ne sei sicuro? Il regolamento si rivolge a tutti coloro che, anche incidentalmente, trattano i dati delle persone. Quindi, per esempio, se hai un locale di generi alimentari con un impianto di videosorveglianza, dovrai adeguarti al regolamento seguendo le prescrizioni imposte a tutti gli operatori a cui è rivolto. Lo stesso vale per i dati di eventuali dipendenti o dei fornitori. Quindi il GDPR non si rivolge solo a realtà che operano su internet, ma a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno a che fare con i dati delle persone, inclusi quelli biometrici. In buona sostanza, se hai installato un impianto di videosorveglianza nel tuo negozio, dovrai adeguarti al nuovo regolamento, valutare i dati che raccogli e rilasciare un’informativa adeguata.

GDPR e Codice della Privacy

Come dice il proverbio? Fatta la legge, trovato l’inganno. Il nostro codice della Privacy (D.Lgs. 196/2003) sarà abrogato, perché i regolamenti dell’UE sono, per loro natura, direttamente applicabili presso gli Stati membri. Però tra le fonti normative sono, di fatto, sullo stesso piano delle leggi ordinarie dello Stato italiano. Quindi che succede? Succede che al momento il GDPR non sarà ancora applicato in quanto è necessario che il Parlamento crei una legge di raccordo tra la vecchia e la nuova normativa, soprattutto nelle parti in cui confliggono. Quindi, di fatto, finché non ci sarà un provvedimento normativo ad hoc il GDPR non dispiegherà tutti i suoi effetti e, paradossalmente, sarà ancora in vigore il D.Lgs. 196/2003. Difatti il 21 marzo 2018 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legislativo che introduce disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento, ma ancora non è stato ultimato l’iter di approvazione nelle commissioni parlamentari e in aula. Comunque è sempre bene arrivare preparati all’appuntamento e non c’è niente per cui preoccuparsi. Il GDPR, per le micro imprese e per i professionisti, sarà un’occasione per riflettere sui dati che raccogliamo e su come li trattiamo. Il resto sarà solo vuota burocrazia finalizzata ad accontentare una normativa che per i piccoli imprenditori è solo una lieve perdita di tempo.

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Vuoi realizzare un sito web? Ecco come riconoscere un vero professionista

google seo sito web

Oramai oggigiorno se non sei presente in rete non ti conosce nessuno. Questo lo sappiamo più o meno tutti e soprattutto le Aziende. Con un sito web è possibile trasformare una piccola realtà locale in un brand internazionale, anche grazie alla capacità della rete di superare i limiti geografici.

E’ sufficiente, in linea di massima, aprire un sito web e uno o più profili sui tanti canali Social, in breve tempo e soprattutto gratuitamente.

Ma c’è un problema.

Rispetto a 10 anni fa il numero dei siti web presenti in rete è decuplicato. Basti pensare che solo gli e-commerce, dal 2010 a oggi, sono aumentati del 25% mentre i siti vetrina, le landing page e i blog sono aumentati del 78%. La rete offre numerose opportunità, ma per emergere e per farsi conoscere è necessario investire numerose risorse, non solo economiche, ma anche in termini di tempo e di competenze. Inoltre bisogna valutare un altro aspetto essenziale sulla presenza in rete, ossia che gli utenti del web oggigiorno vengono continuamente bombardati da contenuti, spesso commerciali, con conseguente calo di attenzione su contenuti ritenuti poco interessanti o comunque poco influenti, specie se pervenuti da brand poco noti.

In poche parole…

Che tu sia un imprenditore affermato localmente o un hobbysta che vorrebbe trasformare la sua passione in attività imprenditoriale o un artista che vuole far conoscere le sue opere al Mondo, devi per forza investire sulla rete, o con il sito web o con un canale social o, meglio, con entrambi.

Sono cambiati i tempi, è cambiato il mezzo, ma la meccanica resta sempre la stessa: se non investi, soccombi.

La pubblicità ai tempi del Marketing tradizionale

Una volta per far conoscere un’Azienda (o qualsiasi altra attività) occorreva investire un certo budget in pubblicità: dalle inserzioni sui giornali al volantinaggio ai manifesti sparsi per le città per poi passare alla radio, alle TV locali o nazionali, in base al budget e alla strategia di crescita aziendale, c’erano soluzioni di ogni tipo. A occuparsi di ciò ci pensava quasi sempre un’Agenzia specializzata in pubblicità, soprattutto quando l’Azienda si proponeva sul mercato nazionale o internazionale.

Oggi cos’è cambiato? Nulla. Sono cambiate le forme con cui fare pubblicità, ma la filosofia di fondo resta: senza investimenti in marketing non ti conosce nessuno. Oddio, per fortuna con il web è molto più economico – rispetto al passato – fare pubblicità e c’è un’unica, sostanziale, differenza rispetto alle forme di pubblicità di massa tipiche dei media tradizionali: ti puoi rivolgere ad un pubblico specifico (in gergo si dice profilazione), con conseguenti notevoli risparmi in termini economici e maggiore efficacia del ritorno d’investimento (in gergo si chiama ROI).

Il famoso cuggino che fa il sito web con pochi soldi

Per anni si è radicata l’idea che per operare on-line occorre munirsi di un sito web fatto da soli o, al più, dal famoso cuggino informatico che te lo fa per 200 euro, nella becera concezione per cui “tanto basta fare il sito, piazzare due immagini e mettere la mappa per vendere dappertutto”. Già, perché un professionista che ti chiede cifre alte per un sito web sembra un ladro in quanto in Italia c’è l’idea che il lavoro intellettuale non ha un valore economico e va regalato.

La diffusione dei Social, poi, ha amplificato questa concezione, anzi, per molti avere un sito web è sembrato persino inutile: “Tanto vendo su Facebook o su Instagram. Mi apro il profilo, pubblico le foto, i prezzi, faccio un’inserzione ogni tanto e vendo”. In realtà i Social non sono concepiti per vendere (anche se ultimamente si stanno aprendo ai Marketplaces) bensì per far interagire Aziende e utenti, per ampliare la web awarness e la web reputation nonché per attività di remarketing.

I Social, insieme ad una sapiente attività di posizionamento web e di link building, sono un ottimo strumento per far veicolare il brand, ma sono solo un sistema marginale per vendere direttamente. Chiunque pensi che sia sufficiente avere un profilo o una pagina su Facebook, uno su Instagram e un semplice sito web vetrina fatto in modo amatoriale, senza una precisa strategia, senza prevedere investimenti e senza un piano di marketing digitale, prima o poi finirà per dire che su internet non si vende e darà la colpa alla concorrenza, ai cinesi, al sovraffollamento della rete, persino a Google che lo posiziona in ultima pagina, piuttosto che a sé stesso.

Lo stato delle cose al giorno d’oggi

Difatti con l’aumentare della popolazione di siti web diminuisce esponenzialmente la possibilità di emergere, soprattutto oggi che i motori di ricerca filtrano i risultati sulla base di complessi algoritmi che tengono in conto di numerosi fattori tra i quali: la presenza di contenuti originali e in linea con quanto cerca l’utente, la presenza di parole chiave coerenti e omogenee, una struttura del sito fatta bene e che rispetta le regole in relazione al SEO (con tutti gli attributi inseriti), la velocità e la reattività del sito web, la presenza di un codice scritto bene e senza errori o ridondanze, la presenza del protocollo di sicurezza e tanto altro ancora. Sulla base di questo complesso rapporto ecco che alcuni siti web vengono mostrati prima degli altri e, nei casi peggiori, alcuni siti web non compaiono affatto nella SERP di Google.

E’ evidente che non comparire sui motori di ricerca significa non esistere affatto, con l’ovvia conseguenza che non venderemo mai i nostri cappotti fatti a mano o quell’ebook che abbiamo scritto con tanta passione.

Per ovviare a questo problema ci sono soluzioni a pagamento come la pubblicità pay-per-click, ma siamo sempre punto e a capo: se arrivi al punto di pagare per la pubblicità su Google vuol dire che hai fatto bene tutto il resto. Non attivi la pubblicità a pagamento se non hai una chiara strategia di marketing on-line.

Tempo e competenze o soldi?

Sia chiaro, non è proprio necessario pagare Google, Facebook oppure uno sviluppatore bravo o un’Agenzia di web-marketing per emergere sulla rete.

La rete, per fortuna, offre numerosissime fonti da cui imparare a fare tutto da soli, inoltre ormai ci sono molti servizi che offrono siti web già impacchettati e funzionali. Tuttavia non sempre queste soluzioni sono professionali e non sempre un imprenditore ha il tempo di imparare a fare tutto, anche perché, a dispetto di quanto si pensi, per operare in rete occorrono tantissime competenze in molti campi: dal linguaggio di programmazione (php, css, asp, java, ecc.) alle tecniche per fare buone foto, dalla capacità di scrivere testi leggibili (sia dagli utenti che dai motori di ricerca) all’editing video, dal SEO all’analisi dei dati, e tanto altro ancora.

Fare tutto da soli è possibile?

Si, ma occorre tempo e una buona dose di curiosità e voglia di imparare sempre cose nuove. Se manca il tempo o mancano le competenze (oppure non si riesce ad acquisirle) occorre prevedere un certo investimento in termini di denaro e rivolgersi a un professionista. Anzi, uno non basta, perché più è diventato complesso operare on-line e più si sono sviluppate figure professionali autonome: non è detto che uno sviluppatore di siti web sappia lavorare con il SEO o che un esperto di campagne promozionali su Facebook sia in grado di leggere i dati di Google Analytics (il più importante mezzo per studiare l’efficacia di un sito web). Dunque un solo professionista non basta, occorre rivolgersi a diverse figure.

Come riconoscere un Professionista valido

Per farlo occorre prima chiedersi: cosa voglio ottenere dalla mia presenza in rete?. Voglio più vendite? far veicolare il mio brand? Oppure che la gente scarichi e condivida le foto delle mie opere? Voglio che si iscrivano ad una newsletter per offrire loro le mie conoscenze sul settore in cui opero? O farmi conoscere da un pubblico locale perché ho – chessò – un’autocarrozzeria e voglio ottenere più clienti? Oppure voglio emergere sui mercati internazionali? Senza una chiara strategia sarà molto difficile trovare il professionista giusto e scartare quelli che non servono.

Questo è il primo campanello d’allarme: se trovi qualcuno che ti dice: ok, facciamo tutto noi senza nemmeno avergli spiegato di cosa hai bisogno (perché, forse, non lo sai ancora nemmeno tu…), allora hai di fronte uno dei tanti millantatori che ultimamente si spaccia per un professionista del web. Già, perché un asso piglia tutto che si occupa di sviluppo, grafica, campagne social, SEO-SEM, persino di stampa volantini è, molto probabilmente, solo un povero disperato che ha imparato a fare i siti con WordPress e ti farà solo perdere soldi (che a te sembrano pochi in confronto ad altri professionisti, ma sono solo soldi buttati).

Quindi armati di pazienza, cerca tanto e non ti fermare alla prima agenzia sotto casa che ti chiede poco e ti fa tutto.

Sviluppo sito web

Questo è il primo aspetto da considerare. Oggi troverai migliaia di agenzie o singoli sviluppatori che si occupano di realizzare siti web. Ma come riconoscere quelli migliori? Anzitutto fatti mandare il loro portfolio (cioè i siti che hanno già fatto). Come ti sembrano? Lascia perdere la grafica, concentrati sull’usabilità. Hai provato ad aprire uno dei loro siti con lo smartphone? Il sito è responsive (ossia si adatta alle dimensioni dello schermo)? Se non lo è, scartalo subito. Ancora, hai analizzato la velocità del sito? Con un semplice tool di Google (questo) puoi analizzare la velocità del sito e ricevere un rapporto dettagliato sui problemi da risolvere. Se non ha nemmeno ottimizzato le immagini, salutalo. Non è un professionista. Conosco gente che non si cura nemmeno di cambiare la favicon (ossia l’icona che trovi in alto a sinistra sulla scheda del browser) e mi basta questo per considerarli degli sfigati che si spacciano per professionisti.

Dunque nello sviluppo del sito devi tener presente:

  • velocità e reattività
  • usabilità (anche da mobile)
  • omogeneità strutturale
  • omogeneità grafica

Non importa se lo sviluppatore farà il sito da zero o userà un CMS (tipo Joomla, WordPress, ecc.), l’importante è che faccia un buon lavoro con un codice pulito, prestazioni accettabili e un’usabilità sia in termini di navigazione che di grafica.

SEO del sito web

Per molti pseudo-professionisti il SEO equivale solo a inguacchiare il sito di molte parole chiave buttate a casaccio nell’idea per cui più parole chiave si mettono e meglio è. In realtà Google e tutti i Big della rete stanno ormai abbandonando gradualmente il concetto di key-word per abbracciare una filosofia che porti a ottenere risultati sempre più vicini alle ricerche dell’utente. In altre parole stanno finendo i tempi in cui scrivevi “rivenditore caldaia Cagliari” e ti comparivano i risultati di negozi o e-commerce che dappertutto stanno meno che a Cagliari. L’esperienza utente è al centro dell’attività di Google e gli spider di Google vengono continuamente aggiornati in modo da premiare i siti con key-word omogenee e penalizzare i furbi. Quindi attenzione a chi tratta con leggerezza il SEO.

Fai una ricerca per immagini su Google e non compaiono i tuoi prodotti? Chiedi spiegazioni a chi ha realizzato il tuo sito e forse scoprirai che non sa nulla di SEO…

Quindi sul SEO devi almeno valutare:

  • tipo di parole chiave usate e coerenza con il testo
  • presenza di contenuti nei tag title, metatag title, metatag keywords, metatag description, alt image e image description
  • densità delle parole chiave all’interno del testo

Un buon professionista spiegherà il senso di tutto ciò e ti darà un sito web con tutti questi attributi compilati in modo coerente.

Social Media

Se ti rivolgi a un’Agenzia per migliorare la tua presenza sui social e ti farà un discorso del genere: “ti promettiamo 10.000 like in 3 mesi al modico prezzo di 1000 euro”, beh, scartala subito. I like o i follower sono importanti, certo, ma non così tanto come pensi. Perché tutto dipende da quella che è la tua strategia. Se a te interessa aumentare le vendite del tuo shop on-line non è detto che molti like faranno al caso tuo. Magari te ne serviranno pochi, ma mirati. Magari per te servirà una strategia di lead generation o di remarketing e non una volta a far conoscere la tua pagina o il tuo profilo.

Quindi se un’Agenzia ti promette tanta popolarità, magari senza ascoltare le tue esigenze, non è seria. Va scaricata. Inoltre fatti dire quante e quali campagne hanno già realizzato. Sai che su Facebook ci sono 11 format pubblicitari? Non esiste solo la sponsorizzazione di un post, ma se fanno solo quella, allora sono degli improvvisati esperti di campagne social. Poi, anche se Facebook è il social più grande in assoluto, non è detto che sia il solo che faccia per te. Ti hanno mai parlato di campagne di successo su Linkedin o su Twitter? Se ti propinano solo campagne Facebook, senza prima analizzare la tua attività e le tue esigenze, allora lo ribadisco: scaricali. Meglio perdere tempo per cercare altri professionisti piuttosto che perdere soldi.

Foto / Video

Se hai un e-commerce avrai sicuramente bisogno di fare le foto ai tuoi prodotti. A dispetto di quanto comunemente si pensi, le foto in still-life di prodotti inanimati sono quelle più difficili da fare. Anche in questo caso puoi fare le foto da te, ma prima pensa alla regola fondamentale di ogni e-commerce: senza una buona foto, non vendi. Non occorre essere Steve McCurry per fare buone foto. Occorre solo:

  • una macchinetta fotografica che abbia le impostazioni programmabili (tempo di esposizione, bilanciamento del bianco, ecc.), quindi anche una semplice compatta va bene. Escluderei l’uso di Smartphone
  • almeno 3 luci con lampadine della stessa temperatura (calde o fredde non importa, tanto con il bilanciamento del bianco s’aggiustano i colori)
  • uno sfondo neutro (anche un tavolino e una parete)
  • un programma di ritocco foto (Photoshop e Gimp sono i migliori)

Se non hai quest’attrezzatura o non hai tempo per fare le foto, devi rivolgerti a un professionista. In questo caso qualsiasi fotografo dovrebbe essere in grado di fare foto da studio fatte bene. Per capire se ha competenze di foto still life, fatti mandare una foto di un oggetto bianco (meglio se lucido) su uno sfondo bianco, che rappresenta la paura più grande di ogni fotografo! Se la foto ti sembra soddisfacente, assumilo pure!

Copywriting Contenuti nel sito web

Mai sottovalutare quest’aspetto. La scrittura di testi sul web è una vera e propria arte. Non si tratta solo di saper scrivere, ma di saper scrivere testi leggibili sia dagli utenti che dagli spider dei motori di ricerca! E’ un’arte che sta tra le capacità di scrittura creativa e le capacità di SEO. Inoltre avere dei contenuti originali sul web equivale a superare ogni forma di concorrenza. Evita il copia-incolla, sia perché se ti sgamano ti possono contestare la violazione del copyright sia perché ogni forma di copiatura può essere segnalata a Google con la punizione di vedersi scendere il sito sulla SERP. E questa è la peggiore delle punizioni!

Trovare un professionista che sappia scrivere dei testi efficaci non è facile, ma la maggior parte delle volte questa figura coincide con l’esperto di SEO-SEM.

In conclusione

Mi auguro che questi semplici suggerimenti possano esserti utili per scegliere con cautela e consapevolezza a chi rivolgerti, perché lavorare sulla rete offre molte opportunità, ma oggigiorno offre anche tante fregature, soprattutto per chi si rivolge con leggerezza all’Agenzia sotto casa, senza una precisa strategia e senza molte conoscenze in materia. Quindi chiediti cosa vuoi ottenere, rifletti su quali sono le tue esigenze, poi cerca sul web e magari scoprirai che puoi fare tutto da te oppure che ti servirà l’aiuto di un professionista, ma quando gli spiegherai con chiarezza le tue esigenze, capirai da te se è un dilettante oppure un esperto e ti stupirai di quanto ti sarà facile intuirlo, perché quando sarai in grado di sapere ciò che ti occorre, sarà una passeggiata capire se chi hai di fronte può soddisfare le tue richieste oppure no.

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