PNRR-PNIEC e auto elettrica: si va verso il nucleare (?)

pnrr e pniec. Dalla transizione ecologica al nucleare

Mentre i “grandi” della terra non concludono una cippa sull’uscita dal carbone e sul contenimento del surriscaldamento globale, il governo dei Draghi viaggia spedito verso i lidi del PNRR e del PNIEC, nell’ottica della semplificazione e della “transizione ecologica”. Che, tradotto, significa tecnocrazia e impianti rinnovabili a gogò per poi dirci che “toh, forse è meglio passare al nucleare”.

Il G20 di Napoli si è concluso con un nulla di fatto. Il veto di Cina e India sugli accordi per il clima e decarbonizzazione ha portato i grandi a dire che si farà, sì, ma non si sa come, quando, con quali misure e cronoprogrammi. Si sa solo che si farà entro la metà del secolo.

E’ un po’ come quando la moglie chiede al marito di andare a fare la spesa e lui risponde con un “poi vediamo”. Che, tradotto, significa “non c’ho voglia”.

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, conosciuta anche come COP26, che si riunisce a Glasgow in questi giorni, farà partorire pure lei il topolino dalla montagna. Di questo ne siamo più che sicuri.

Dunque, mentre i grandi fanno gli gnorri, in pompa magna, l’Italia si appresta a varare riforme sostanziali per condurre il Paese verso la tanto agognata transizione ecologica.

Che di ecologico avrà poco.

Anzi, lo scempio che produrrà, tra devastazioni ambientali e aumento spropositato dei fabbisogni energetici, aprirà le porte alla discussione sui vantaggi del nucleare. Andare avanti per tornare indietro pare essere il motto di questa classe dirigenziale, economica e politica.

I punti che tratteremo in quest’articolo sono due: la riforma della VIA e la mobilità elettrica. Due argomenti che, oggi, vengono trattati – sia dalla politica che dai media – in modo autonomo. Ma che, in realtà, sulla base di semplicissime considerazioni, sono intimamente legati.

Capire le connessioni e gli scenari futuri ci aiuterà a capire perché – tra qualche anno – si tornerà a parlare di nucleare. E perché il binomio auto elettrica / energie rinnovabili è buono solo per riempire i talk show, ma sarà dannoso per tutti noi. Conti alla mano.

Cos’è il PNIEC

Intanto vediamo di cosa stiamo parlando.

Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) stabilisce gli obiettivi dell’Italia in materia ambientale da qui al 2030 e prevede anche gli strumenti legislativi per fare in modo che vengano raggiunti.

Efficienza energetica, fonti rinnovabili, riduzione delle emissioni di CO2, incentivi per il passaggio alla mobilità elettrica, sono alcune delle finalità del PNIEC.

Inoltre fissa gli obiettivi in tema di sicurezza energetica, interconnessioni, mercato unico dell’energia e competitività, delineando per ciascuno di essi le misure che saranno attuate per assicurarne il raggiungimento.

Sulla base di questo piano, lo Stato si è impegnato in due direzioni: ampliare la produzione di energia da fonti rinnovabili e favorire gli investimenti da parte di aziende del settore, semplificando al massimo le procedure e velocizzando i tempi di conclusione dei procedimenti.

In particolare, per quanto riguarda la mobilità elettrica, si legge nel PNIEC (pag. 61)

atteso al 2030 un importante contributo anche dai veicoli elettrici e ibridi elettrici plug-in (PHEV), che appaiono essere una soluzione per la mobilità urbana privata in grado, come le E-CAR, di contribuire anche a migliorare l’integrazione della produzione da rinnovabili elettriche. Ci si aspetta una particolare efficacia degli investimenti in questa tipologia di veicoli tra 5-7 anni, con una diffusione complessiva di quasi 6 milioni di veicoli ad alimentazione elettrica al 2030 di cui circa 4 milioni di veicoli elettrici puri (BEV)

Cos’è il PNRR

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è il documento che illustra le proposte di allocazione delle risorse derivanti dal Next Generation EU (NGEU), il piano europeo da 750 miliardi che i Paesi membri utilizzeranno per la ripresa delle economie nazionali, a seguito dagli effetti della pandemia di Covid-19.

In particolare, il piano prevede uno stanziamento di 191,5 miliardi di fondi europei che arriveranno entro il 2026. Al PNRR vanno aggiunti poi 13 miliardi di euro di React-Eu e 30,6 miliardi del fondo complementare italiano per completare il pacchetto del Recovery plan.

L’Italia, per accedere a queste risorse, dovrà predisporre 151 investimenti e 63 riforme. Alcune sono già state fatte, come la riforma del processo penale e del Codice dell’Ambiente. Altre, come la riforma del processo civile, del catasto (con aumenti della tassazione sulla casa), del fisco, ecc. sono ancora in discussione e fanno parte dell’attuale dibattito politico.

Il PNRR è composto da sei missioni: digitalizzazione, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione e ricerca, inclusione e coesione, salute.

Per quanto riguarda la mobilità elettrica, il PNRR specifica meglio quanto appena letto nel PNIEC ed amplia le aspettative dei veicoli elettrici circolanti al 2030.

Si legge, infatti, a pag. 138,

Per raggiungere gli obiettivi europei in materia di decarbonizzazione è previsto un parco circolante di circa 6 milioni di veicoli elettrici al 2030 per i quali si stima siano necessari 31.500 punti di ricarica rapida pubblici. (…) Al fine di permettere la realizzazione di tali obiettivi, l’intervento è finalizzato allo sviluppo di 7.500 punti di ricarica rapida in autostrada e 13.755 in centri urbani, oltre a 100 stazioni di ricarica sperimentali con tecnologie per lo stoccaggio dell’energia.

Teniamo in mente questo dato (6 milioni di veicoli elettrici), perché ci tornerà utile, in fondo all’articolo, quando proveremo a fare due calcoli.

PNRR e semplificazioni VIA

Il cosiddetto DL Semplificazioni contiene una serie di norme che vanno ad incidere pesantemente sul Codice dell’Ambiente. Curiosamente, il DL Semplificazioni riguarda due Decreti, uno del 2020 (il n. 76/2020) e uno del 2021 (il n. 77/2021). Ciò confonde un po’ le idee, ma, per capirci, entrambi hanno messo mano al Codice dell’Ambiente.

In particolare, le ultime due riforme prevedono di sottoporre le opere del PNRR ad una speciale VIA statale. La quale velocizza i tempi di conclusione del procedimento, demandando a un’apposita Commissione centrale lo svolgimento delle valutazioni in questione attraverso modalità accelerate (V. art. 8 comma 2 bis del Codice Ambiente).

Inoltre tutte le opere, gli impianti e le infrastrutture necessari alla realizzazione dei progetti strategici per la transizione energetica del Paese inclusi nel piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e al raggiungimento degli obiettivi fissati dal Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC) e le opere ad essi connesse costituiscono interventi di pubblica utilità, indifferibili e urgenti (V. art 7 bis comma 2 bis del Codice Ambiente).

Infine, sono ridotti e, in alcuni casi, rimodulati, i termini di conclusione dei procedimenti. Ad esempio, in materia di osservazioni dal pubblico, di conferenza di servizi, di pareri, ecc.

PNRR, fotovoltaico ed eolico

Fatte le dovute premesse di ordine giuridico, andiamo a vedere quali saranno gli effetti del PNRR/PNIEC e delle riforme in materia di VIA.

Andando a spulciare sul sito del Ministero della transizione ecologica, si scopre che le società private nel campo dell’energia non hanno perso tempo e hanno iniziato a presentare progetti relativi all’installazione di impianti di fotovoltaico ed eolico, onshore (cioè per terra) e offshore (cioè in mare), di notevoli dimensioni.

Abbiamo, dunque, al momento, 19 progetti di eolico offshore, 219 progetti di eolico onshore e 41 progetti di fotovoltaico. La maggior parte dei quali in modalità PNRR/PNIEC. E tra poco vediamo che significa. Anche se dall’analisi delle norme, un’idea ce la siamo fatta.

Faccio un paio d’esempi di casa mia. Non per campanilismo o per altro. Ma semplicemente perché il grosso dei progetti di impianti di energie rinnovabili sono presentati al Sud e sulle isole maggiori. Ciò avviene per i motivi esposti in quest’articolo, ma soprattutto perché alcune zone del Sud Italia sono particolarmente soleggiate e ventose.

Leggo infatti su Wikipedia

In Italia, le aree che presentano i valori maggiori sono le coste della Sardegna, la fascia costiera occidentale e meridionale della Sicilia, tutta la Puglia a sud di Bari e le fasce costiere dell’Arcipelago Toscano meridionale: tutte queste zone presentano valori superiori alle 2600 ore di sole all’anno, con una media superiore alle 7 ore giornaliere.

Ricevono mediamente tra le 2400 e le 2600 ore di sole all’anno (tra le 6,5 e le 7 ore giornaliere) la fascia costiera settentrionale e orientale della Sicilia, le zone più interne della Sardegna, l’intero litorale occidentale peninsulare a sud di Livorno, comprese le aree pianeggianti e collinari dell’entroterra, il litorale ionico tra Calabria e Basilicata, le zone interne della Lucania, le coste adriatiche di Molise e l’intera Puglia settentrionale.

Inoltre, dall’atlante eolico interattivo, possiamo intuire facilmente il motivo per cui il grosso dei progetti di impianti di energia da eolico riguardano il Sud Italia e le isole. O, meglio, alcuni loro territori.

Esempio 1

Kailia S.r.l. ha appena presentato un progetto di impianto eolico offshore composto da 98 aereogeneratori di potenza nominale ciascuno di 12 MW e per una potenza totale di 1176 MW. Il progetto coinvolgerà questi comuni: Lecce, Melendugno, Trepuzzi, Brindisi, Ostuni, Carovigno, Vernole, Otranto, San Pietro Vernotico, Torchiarolo, Squinzano.

Chi conosce la Puglia sa che tra Ostuni e Melendugno ci passano circa 100 km.

100 km di pale eoliche – in mare – vuol dire una ogni km circa. Alte quanto? Un aerogeneratore da 12 MW con un rotore proporzionato alla potenza nominale, può arrivare fino a 400 metri d’altezza. Senza poi contare il groviglio di cavi che, dal mare, dovranno arrivare alla stazione elettrica per l’immissione della corrente nella rete nazionale.

Esempio 2

Falck Renewables Odra S.r.l., pur non avendo ancora depositato alcun progetto, ha annunciato di voler installare un impianto eolico offshore, gemello a quello appena descritto, al largo delle coste tra Otranto, Castro e Santa Cesarea Terme.

Dunque solo questi due progetti, di quasi 200 pale eoliche di grossa taglia, produrranno impatti ambientali e paesaggistici per tre quarti del mar Adriatico pugliese.

Come spiega Telerama news, Alberto Capraro, vicesindaco di Castro con delega all’Ambiente ha immediatamente chiesto l’istituzione dell’Area Marina Protetta Otranto-Castro-Leuca. Una richiesta inutile, per quanto appresso dirò.

La sostenibilità ambientale, prosegue Capraro,

deve bilanciarsi per sua stessa natura con il principio della tutela del paesaggio e dei suoi abitanti. Sono preoccupato per gli impatti e tra questi quello sulla pesca e quello visivo. Non oso immaginare uno dei nostri scorci a più di 100 metri sul livello del mare che incrocia una distesa di pale in movimento nel nostro blu.

Circa le ricadute economiche e sociali sul territorio, con il dovuto rispetto, è un refrain noto e arcinoto che, anche questo, dovrebbe essere valutato in fase di stesura del progetto e non dopo.

Questa terra e questo mare non hanno bisogno di contentini o mancette, né della nuova frontiera del colonialismo economico para-green.

Questo territorio intanto esige trasparenza, poi di decidere per il proprio futuro. (…) tutto ciò di cui non abbiamo bisogno è un assalto alle nostre  risorse più preziose e identitarie.

Peccato che…

Concordo con le parole di Capraro (a parte sul concetto di identità). Peccato che la natura stessa della procedura richiesta dai proponenti (PNRR/PNIEC) confligga con qualsivoglia possibilità di esprimere pareri contrari ai progetti presentati. Siano essi di Comuni, Province, Regioni o altri Ministeri. In altre parole, grazie alle ultime modifiche in materia di VIA, se il progetto viene definito “di pubblica utilità, indifferibile e urgente”, rientra nella competenza della commissione unica.

E siccome l’Italia dovrà arrivare al 2030 (cioè dopodomani) con l’obiettivo di superare il 30% del fabbisogno da fonti rinnovabili, quanti progetti saranno dichiarati indifferibili ed urgenti? La domanda appare retorica.

È dunque facile immaginare che accentrando le decisioni, ogni fastidioso ostacolo sarà rimosso in fretta. Per fastidioso ostacolo intendo zone archeologiche, di pregio, aree protette, terreni coltivabili, vigneti di pregio, boschi, falde acquifere sotterranee, presenza della posidonia in mare, falesie fragili, impatti cumulativi sul paesaggio, nuove mega strade di servizio, equilibri rurali violati, muretti a secco divelti, ecc.

La procedura di VIA fa salva la possibilità di produrre osservazioni dal pubblico – incluse quelle degli Enti locali o di altre istituzioni – ma, com’è noto, le osservazioni non sono ostative e possono anche non essere considerate.

Dunque il fatto che sulle domande dei proponenti compaia la sigla PNRR/PNIEC, significa che vogliono usufruire della speciale procedura predisposta dai DL semplificazioni sopra accennati. E non è affatto difficile immaginare che, da qui al 2030, tutti i progetti che riguarderanno installazioni di impianti di energia rinnovabile ricadranno in questa procedura.

Perché tanto astio nei confronti delle rinnovabili?

Questa è una delle domande che mi sento fare continuamente. Premetto che ho già risposto in quest’articolo, specificando pure tutte le criticità dei mega impianti di energie rinnovabili, quindi non ripeterò cose già dette.

Tuttavia ci tengo a ribadire che non sono affatto contrario alle rinnovabili. Anzi.

Il punto è che l’attuale assetto di rapporti di produzione non è teso all’efficienza, alla razionalità o all’interesse pubblico. Ma solo a generare profitti. E ciò non vuol dire che profitto significhi produzione e poi vendita dell’energia.

Gli impianti di energia rinnovabile serviranno a tutto, meno che a produrre energia. A livello politico-istituzionale, l’intento pare essere quello di dimostrare che l’Italia avrà raggiunto, nel 2030, gli obiettivi prefissati, almeno sulla carta.

A livello imprenditoriale, l’intento è di coprire le quote di CO2, speculare sui progetti (farli approvare e poi rivenderli a tot volte tanto), accedere a finanziamenti e contributi pubblici e, infine, ma solo infine, vendere l’energia prodotta, che nel frattempo sarà stata prodotta male, avrà creato picchi produttivi e fasi di stasi e, infine, si sarà dispersa, partendo da Sud per arrivare al Nord.

L’efficienza del sistema energetico nazionale è l’ultimo dei problemi.

Mobilità elettrica e produzione energetica da fonti rinnovabili

E ora veniamo al punto più interessante della disamina. Quanto la mobilità elettrica inciderà sui consumi di energia elettrica? Sarà per davvero sostenibile? E le fonti di energia rinnovabile basteranno a coprire il fabbisogno?

In quest’articolo troviamo già una prima criticità:

solare ed eolico funzionano solo quando, va da sé, c’è il sole e tira vento, con la variabilità della domanda di energia. L’elettricità non si può conservare ma va usata appena la si produce e il problema è ancora più pressante quando viene prodotta da fonti rinnovabili, che non sono efficienti 24 ore su 24. Immagazzinarla sarebbe un’idea, ma decisamente troppo costosa e a che poco sostenibile dal punto di vista ambientale (le batterie usano spesso metalli costosi e difficilmente reperibili e i cicli di produzione e smaltimento sono altamente inquinanti).

Ricordate quando scrivevo che il grosso degli impianti di energia rinnovabile sono (e saranno) installati al Sud Italia? Per via del fatto che alcune zone sono più ventose e soleggiate e – anche – per mere questioni politiche e sociali? (bassa conflittualità, amministratori poco attenti, ecc.). Beh, considerando che l’energia non si può conservare più di tanto, quella prodotta al Sud andrà direttamente al Nord (o all’estero), con dispersioni che si attestano – mediamente – sul 6%. Ma più lungo è il tragitto e maggiore sarà la dispersione.

Le statistiche di Terna

Ma quanta energia consumiamo attualmente?

Per prospettare le esigenze future, dobbiamo prima capire quanto consumiamo oggi.

Secondo Terna, nel mese di settembre, la richiesta di energia elettrica è stata di 27.035 GWh, in aumento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+1,9%) e rispetto al valore di settembre 2019 (+1,9%).

Nel 2021 la richiesta di energia elettrica è stata di 238.972 GWh. In aumento (+6,2%) rispetto allo stesso periodo del 2020 e in riduzione (-1,1%) rispetto al progressivo 2019.

Ok, fermiamoci qui. Nel rapporto di Terna ci sono tanti altri dati interessanti, ma ci basta il dato – anche grezzo – dei consumi del 2021.

Facciamo due calcoli

Se moltiplichiamo il dato di settembre per 12 mesi otteniamo 324.420 GWh.

Se prendiamo il dato fornito da Terna dei consumi da gennaio a settembre 2021 (238.972 GWh) e lo dividiamo per 9 (i mesi dei consumi effettivi) per poi moltiplicarlo per 12 (i mesi dell’anno), otteniamo 318.629 GWh.

Siamo lì.

Facciamo giusto una media di 321.500 GWh all’anno. Quindi ragioniamo su questo dato che sembra essere abbastanza realistico.

Dunque i consumi stimati, in media, al 31/12/2021, saranno di 321.500 GWh.

Quanto consuma un’auto elettrica al giorno? Impossibile determinarlo, perché ci sono una marea di fattori da considerare (capacità della batteria, km percorsi, peso, stile di guida, accessori che consumano corrente, ecc.). Ma anche qui facciamo un calcolo a occhio.

Mettiamo una media di 30 kWh. Che corrispondono, grossomodo, a 100/150 km percorsi in un giorno. C’è chi ne farà 20 e chi 400. Ma qua stiamo ragionando in astratto e sulla base di proiezioni. Quindi non andiamo a sindacare il capello.

Dunque al giorno se ne andranno 30 kWh per ogni auto elettrica in circolazione.

Quante saranno, secondo il PNRR e il PNIEC, al 2030? Uno dice 6 milioni, l’altro dice 4. Facciamo sempre la solita media. Diciamo che al 2030 ci saranno 5 milioni di auto elettriche pure (non considero le ibride plug-in, che pure consumano corrente).

5 milioni per 30 kWh al giorno fa 150.000.000 di kWh. Centocinquantamilioni. Cioè 150 GWh. Che, moltiplicati per 365 giorni, fa 54.750 GWh.

Quanto produce un impianto di eolico?

Stando alla documentazione prodotta in fase di VIA da parte di uno dei tanti proponenti, un parco eolico composto da 15 aerogeneratori da 6 MW l’uno, alti circa 300 metri, collocati in altura ad almeno 100 metri, con una velocità media del vento di 6 metri al secondo, in un anno, in condizioni favorevoli, con ventosità tutto l’anno e senza intoppi, “si stima” (così si legge nella relazione non tecnica) una produzione di 100 GWh.

Quindi, per arrivare a 54.750 GWh – ribadisco, solo per sopperire ai fabbisogni delle auto elettriche – servirebbero 547 impianti. Ossia 7500 pale eoliche. Tutte installate al Sud Italia, s’intende. E non dappertutto, ma nelle zone più in altura e ventose. E tutte alte almeno 300 metri.

E il fotovoltaico?

Spulciando in rete (sul Ministero della transizione ecologica non si trovano più progetti vecchi, ma solo quelli PNRR/PNIEC, di cui ancora non c’è documentazione) mi sono imbattuto su questo sito, che ritengo attendibile, quindi prendo per buoni i dati che elenca.

La Puglia è la regione che ospita il parco fotovoltaico più grande d’Italia. Situato vicino a Foggia, il parco si estende su un milione e mezzo di metri quadrati (circa 150 campi da calcio), conta 275 mila moduli e ha una capacità di 103 MW. Con questa estensione, l’intero impianto fotovoltaico può arrivare a garantire una produzione di 150 GWh di elettricità l’anno.

Quindi questo popò di impianto, che occupa 150 ettari, produce 150 GWh all’anno. Bene (si fa per dire).

Per arrivare ai fatidici 54.750 GWh quanti ne servirebbero di impianti così? Ben 365! Ossia 54.750 ettari di pannelli fotovoltaici!

Praticamente è come se 1/5 della Provincia di Lecce (estesa 279.900 ha) fosse ricoperta interamente di pannelli solari! Immaginate tutto il feudo di Nardò, Copertino, Gallipoli e buona parte di quello di Lecce ricoperti di pannelli fotovoltaici, case, campagne, palazzi e strade incluse! Sai che figata? Almeno se piove non ci bagniamo.

Attenzione a far bene i calcoli!

Ricordiamoci sempre che a questi dati appena spulciati dobbiamo sottrarre la dispersione (6% e anche più) e dobbiamo considerarli delle stime (al rialzo. Ricordate? “Può garantire”, “si stima”). Nella realtà la produzione potrebbe essere inferiore. Anzi, spesso lo è.

Poi consideriamo che il calcolo che abbiamo fatto riguarda solo i consumi delle auto elettriche. Ma se si parla di transizione, vuol dire che l’obiettivo è arrivare a coprire il 30% di tutti i consumi, entro il 2030.

Anche di quelli domestici, industriali, ecc. che, oggi, sono coperti dall’energia che compriamo dall’estero (prevalentemente da gas, ma anche da carbone, nucleare e petrolio) e che produciamo qui da noi (con petrolio, carbone, biomasse, ecc.).

Dunque per stimare il 30% di tutti i consumi, dobbiamo sommare quelli reali (forniti da Terna) con l’approssimazione fatta poc’anzi e quelli stimati per le auto elettriche. Totale? 376.250 GWh. E il 30% di questo dato quanto fa? 112.875 GWh.

Ce la facciamo? Sì, con 350 parchi fotovoltaici da 150 ettari l’uno e 600 parchi eolici da almeno 15 pale, alte 300 metri.

Tutte connesse alle stesse (poche) stazioni elettriche Terna. Sai che succede? Che tra saturazione virtuale, saturazione reale, picchi produttivi e fasi di stasi, saranno più i momenti in cui salterà la corrente che quelli in cui potremo mettere il cellulare sotto carica o tenere il frigo acceso.

E se le auto elettriche aumentano? Che succede?

Il calcolo fatto vale solo se entro il 2030 si arriva a 5 milioni di veicoli elettrici. Ma è chiaro che se il mercato dell’elettrico spinge fortemente per questo tipo di alimentazione e la gente si fa convincere, ci sta che si arrivi a molti più veicoli elettrici su strada. E quindi? Il fabbisogno aumenta.

Possiamo replicare tranquillamente i calcoli appena fatti, per il numero di auto elettriche che immaginiamo saranno immatricolate da qui a 8 anni. Se saranno 10 milioni? Raddoppiamo la stima. Arriviamo a 109.500 GWh che serviranno per soddisfare la domanda energetica delle sole auto elettriche.

E via dicendo.

Certo, i calcoli fatti sono grezzi, perché non contano l’autoproduzione. Ma, a occhio, il dato dell’autoproduzione si può compensare con la dispersione energetica e altre forme di riduzione produttiva, che non ho calcolato.

Il punto è che il connubio auto elettriche / energie rinnovabili è insostenibile. Se si punta alla mobilità elettrica, da qualche altra parte l’energia dovrà essere presa. Se, invece, si punta alla transizione ecologica vera e propria, si deve ragionare in termini di riduzione del fabbisogno energetico ed efficientamento delle reti, prima di parlare di aumento di parchi eolici e fotovoltaici, secondo logiche capitalistiche, che sottraggono suolo, deturpano l’ambiente, impongono nuove morfologie del territorio e forti impatti paesaggistici ed idrogeologici – cumulativi, non dimentichiamolo mai – mai voluti dalle comunità locali, ma imposti dall’alto.

Le due cose, insieme, non possono convivere. Ecologismo ed elettrificazione della mobilità non sono compatibili. Affatto.

E quindi?

Quindi, nel momento in cui i leader politici si accorgeranno del disastro (ma già lo sanno) improvvisamente i media pomperanno con la necessità di passare al nucleare.

Necessità che sarà giustificata da due motivi. Che non saranno futuri, ma rappresentano già il presente.

Il primo è il progressivo aumento del fabbisogno energetico, legato soprattutto alle nuove infrastrutture digitali, previste dal PNRR che, di per sé, sono energivore (e il dato dell’Irlanda già ce lo insegna). E se, come detto qui, ogni PA potrà gestire liberamente i nostri dati personali, occorrono enormi data center pubblici, sommati a quelli privati, per raccoglierli ed elaborarli.

Il secondo è l’andamento al rialzo dei costi energetici. La Cina e l’India (che non a caso hanno affossato gli accordi sul clima) hanno enormi bisogni energetici. E i prezzi fluttueranno in base ad imprevedibili equilibri geopolitici. L’Italia può correre il rischio di vedersi triplicare o anche quantuplicare i costi? E per quanto tempo potrà coprire i rincari con i fondi pubblici?

Ed inizierà così la giostra mediatico-politica.

Giostra che già oggi, timidamente, ha iniziato a ruotare.

Ma domani (cioè proprio domani!) se ne parlerà in abbondanza. Con toni atterriti, come se fossimo in emergenza. E quindi si finirà per dire che dobbiamo per forza passare al nucleare se vogliamo conservare il nostro stile di vita.

Uno stile di vita che oggi ci viene propinato come l’unico possibile per tutelare l’ambiente e salvare il clima.

E così una nuova emergenza – che tale non è, perché ve lo sto dicendo già da ora – ci costringerà a far passare dalla finestra quello che nel 1987 e poi nel 2011 è uscito dalla porta.

Con buona pace di quelli che oggi sperano che con l’auto elettrica e la transizione ecologica si possa per davvero cambiare. Sì, si cambia. In peggio, però.

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