Aumenti in bolletta di luce e gas? Ecco perché

I rilevanti aumenti in bolletta di luce e gas dipendono da due fattori: l’aumento dei costi della materia prima e l’aumento delle quote di CO2 all’asta GSE. Vediamo che significa e facciamo giusto una breve analisi politica ed economica.

Dal 1 luglio scorso sono aumentati i costi di energia elettrica e gas. Per il mercato tutelato l’aumento sarà, rispettivamente, del 9,9% e del 15,3%.

Una bella batosta, non c’è che dire.

Per il mercato libero non sappiamo. Di sicuro il minimo dell’aumento sarà delle percentuali sopra indicate, ma sono possibili ulteriori aumenti, visto che il mercato libero si basa, appunto, sulla contrattazione. Che, tradotto, significa che il contraente forte (il fornitore) decide i prezzi, mentre il contraente debole (il consumatore) può solo scegliere se accettare o cambiare operatore. Non ha molti margini di contrattazione.

Cambiare, però, non cambia. Se cambi operatore stai solo perdendo tempo nel compilare scartoffie, dato che la concorrenza tra operatori del settore energia si basa sul costo della materia energia, che è poca roba, praticamente è il costo più basso e quello che incide meno sul totale della bolletta.

Oltretutto la concorrenza (come del resto gli sconti proposti) si gioca sui centesimi o, addirittura, millesimi di euro, cosa che si sostanzia, nel bimestre, tra un operatore e l’altro, in pochi euro di differenza.

I costi più rilevanti sono due: oneri di sistema e trasporto dell’energia elettrica e gestione del contatore (oltre IVA, canone, altre partite, ecc.). Su queste voci la libera contrattazione non incide, perché si basano o su norme di legge oppure su quanto deciso da ARERA (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) e GSE (Gestore Servizi Energetici).

Dunque il mercato libero è quello che, immagino, subirà i maggiori aumenti.

Da cosa dipendono gli aumenti?

Stando a quanto riportato da questa fonte, i rincari derivano dal “forte aumento delle quotazioni delle materie prime – in continua crescita da inizio anno per la ripresa delle economie dopo i ribassi dovuti la pandemia” e dalla “decisa crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO2”.

Vediamo di analizzare per bene i due aspetti che hanno determinato l’aumento dei costi in bolletta.

Aumento della materia prima

La materia prima, chiaramente, è l’energia elettrica. In Italia l’approvvigionamento avviene – la dico grossomodo – attraverso due fonti: rinnovabili, tipo eolico, fotovoltaico, biomasse (anche se quest’ultima non è proprio rinnovabile) e fossili (carbone, gas naturale, ecc.). Una parte rilevante dell’energia viene acquistata dall’estero, tipo dalla Francia, che la produce anche dal nucleare.

In Italia, più o meno, il 40% dell’energia prodotta viene dalle fonti rinnovabili. Il ché, apparentemente, è un vantaggio, ma, stando all’attuale assetto dei rapporti sociali (leggasi: modo di produzione capitalistico), diventa un enorme svantaggio per i consumatori, in particolare per le fasce deboli della popolazione. Ciò perché tutte le inefficienze della gestione degli impianti di energia rinnovabile vengono scaricate sui costi in bolletta. I quali, sappiamo, non sono né progressivi né socialmente modulabili, sicché quelli che pagano di più lo scotto sono le classi più disagiate.

Il gas naturale

Isolando i dati più rilevanti (rinnovabili e gas naturale) e andando a spulciare in rete, scopriamo che – subito dopo l’allentamento delle varie misure anti pandemia su scala globale e dunque ad economia in (leggera) ripresa – sono aumentati i costi di importazione del gas naturale.

Questi si è assestato su un +27% rispetto al quarto trimestre del 2020.

Ciò lascia presupporre che la riduzione della domanda dovuta alla pandemia (negozi chiusi, diverse aziende in regime di bassa produzione, altre chiuse, ecc.) ha provocato, oggi, un effetto speculativo: aumenta la domanda e aumentano i prezzi di importazione. Non abbiamo notizie di fatti particolari che possano aver inciso sui prezzi.

Anzi, a dirla tutta, dopo l’attivazione di TAP, la pipeline tanto contestata (e a buon motivo), che avrebbe – stando alle magniloquenti dichiarazioni di Governo, vertici della società, media, ecc. – ridotto il costo del gas, non si sono notati né riduzioni né vantaggi per i consumatori italiani. Ciò perché TAP fa attraversare il gas in Italia, dove però si ferma in minima parte (circa il 10%, dato che SNAM ha una quota in TAP del 20%), per arrivare, nella sua totalità, verso i clienti finali (in Austria e Germania in particolare). Che poi il costo del gas non dipende dalla dinamica domanda/offerta, ma è ancora legato al prezzo del petrolio. Ma vabbè.

Dunque l’aumento dei costi del gas naturale è dovuto semplicemente ad effetti speculativi, tipici del libero mercato (che, sappiamo, tanto libero non è). Ciò per cui i ricavi persi dalle società produttrici ed importatrici nei mesi della pandemia, vengono sostanzialmente recuperati dai clienti finali, i consumatori.

Le rinnovabili

La stessa dinamica avviene per il costo dell’energia proveniente da fonti rinnovabili. E’ bello che ci sia un aumento di produzione da dette fonti, che si parli di transizione energetica e che si punti all’obiettivo di arrivare ad una produzione quasi esclusivamente da impianti di energia pulita. Bello, però bisogna mettere in evidenza che se – anche in questo settore – si resta ancorati al modo di produzione capitalistico, non avremo né i vantaggi delle rinnovabili (rispetto dell’ambiente) né una riduzione dei costi (in quanto l’energia prodotta sarebbe, appunto, rinnovabile).

Anzi, come ho abbondantemente parlato in quest’articolo, il rischio che si corre, lasciando lo sviluppo delle rinnovabili in mano al libero mercato, è di trovarci con continui aumenti di costi e con una marea di inefficienze.

Le inefficienze sono tante, a partire dal fatto che buona parte dell’energia rinnovabile proviene dal Sud Italia e quindi il trasporto verso il Nord, per svariati km, subisce perdite (che si pagano in bolletta).

Gli impianti non producono in modo costante e continuo e ciò provoca una fornitura altalenante, a volte scarsa e di  scarsa qualità, spesso in modo abbondante su determinate stazioni e nulle in altre, che, ovviamente, necessita di maggiori costi di compensazione (che si pagano in bolletta).

L’immissione della corrente non è programmabile (come il nucleare o il carbone) e ciò provoca alti costi (che, toh, si pagano in bolletta).

Tutto ciò non viene notato dal consumatore finale, ma se fa caso alle sempre più frequenti interruzioni della fornitura di energia elettrica (cosa che, peraltro, avviene sempre più spesso, nelle mie zone), una domanda può porsela: dipenderanno sempre dal caldo? O da lavori? Mah, non saprei.

L’aumento dei costi e la scarsa qualità della fornitura saranno inevitabili in mancanza di pianificazioni regionali e nazionali, da parte dei pubblici poteri. Ciò perché, per come si sta evolvendo la situazione, con progetti di impianti concentrati tutti al Sud Italia e in ristrette zone, la rete elettrica rischia saturazioni e forniture discontinue, con conseguenze, oltre che sulla qualità della fornitura, sui costi di esercizio di impianti e reti.

Crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO2

Se leggiamo i dati dei prezzi della CO2, scopriamo che da gennaio ad oggi, c’è stato un progressivo aumento, passando da 33,43 € (gennaio) a 52,78 € (giugno). Dunque ad un aumento dei prezzi CO2 corrisponde un aumento dei prezzi in bolletta.

Ma cosa sono i prezzi CO2?

Diciamola in modo semplice. Un’azienda che inquina tanto ha un debito con la collettività, perché produce tanta CO2 (la chiameremo, per comodità, debitore). Quindi ha bisogno di compensare l’emissione di CO2 in atmosfera, comprando quote da aziende che, invece, producono da fonti rinnovabili e quindi hanno un credito di CO2 con la collettività (la chiameremo creditore). Quindi che fa? Il debitore compra le quote dal creditore.

Non lo fanno direttamente (almeno non più), ma attraverso un’asta, predisposta dal GSE e regolamentata dallo Stato.

Ovviamente questo sistema perverso è stato concepito in sede europea e viene chiamato European Union Emissions Trading Scheme.

Secondo le (nobili?) intenzioni, dovrebbe ridurre le emissioni di CO2 da qui ad un futuro prossimo. Invece che succede? Che le aziende inquinanti tendono:

  1. a comprare le quote all’asta e così facendo non si impegnano a ridurre le emissioni, ma a compensarle;
  2. a costituire aziende produttrici di impianti di energia rinnovabile per compensare in modo più economico le proprie emissioni di CO2 (anche da questa ragione nasce il fenomeno di invasione di impianti rinnovabili) non tanto per produrre e vendere energia pulita, quanto per dimostrare sulla carta che stanno producendo e quindi hanno diritto ad un tot di quote di CO2 da immettere all’asta.

Dunque l’effetto è che si tarderà ad arrivare ad una vera e propria transizione energetica, perché l’obiettivo non è ridurre, ma compensare e illudere.

Allo Stato tutto ciò va bene, perché da quest’operazione ricava qualcosa come 7.548,67 milioni di euro all’anno (euro più euro meno). Va bene alle grosse industrie, perché le emissioni si possono comprare e vendere e perché si possono compensare in diversi modi. Va bene ai traders, perché su questo mercato si sono sviluppate forme di speculazione che arrivano a generare commissioni rilevanti.

Quelli a cui non va bene sono i consumatori, perché sono loro che, in valle, si trovano ad affrontare la valanga di costi generati da questo sistema. In buona sostanza, le perdite che un’azienda subisce per l’aumento dei costi della CO2 vengono pagate in bolletta.

Una chicca su M5S e riduzione dei costi in bolletta

Vi ricordate quando nel 2019 ci fu un leggero calo dei costi in bolletta? Era dovuto principalmente ad una depressione dei costi della materia prima, anche se i costi fissi aumentarono (e quindi nessuno notò la riduzione). Ebbene il M5S subito mise il cappello sulla faccenda, spacciandolo per un intervento governativo e quindi prendendosi il merito.

Ricordo che provai una certa empatia quando lessi la notizia. Non tanto per loro, quanto per i poveri loro elettori che, ignari di tutti i meccanismi che stanno dietro al mercato energetico, si son bevuti la panzana e hanno plaudito i propri beniamini.

Mi chiedo come reagirà, oggi, la macchina comunicativa del M5S, anche perché il governo di cui oggi fa parte ha speso circa 1,2 miliardi di soldi pubblici per arginare l’aumento. Ma non è bastato. Anzi, alimenta ancora di più i fenomeni speculativi. Dato che, nell’attuale libero mercato, si applica il principio per cui i profitti sono privati, ma le perdite sono pubbliche.

Chissà quale meme s’inventerà il M5S per giustificare tutto ciò. Non stando più sui social, mi perdo queste ulteriori chicche. Ma pazienza, mi contento di ascoltarli in TV. Anzi, no. La tengo spenta, così risparmio sui costi in bolletta.

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