I muretti a secco Patrimonio UNESCO. E il Paesaggio?

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L’UNESCO, nel dicembre 2018, ha iscritto l’arte dei muretti a secco nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale. Ma la tutela dei muretti a secco comporta anche la tutela dell’ecosistema e del paesaggio in cui i muretti a secco sono inseriti?

Obiettivo di quest’articolo è dimostrare che l’inserimento dell’arte dei muretti a secco nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco produce, in secondo grado, una tutela dei manufatti stessi. Per l’effetto, anche una tutela del paesaggio e dell’ambiente in cui detti manufatti sono inseriti. Ciò nell’ottica per cui la salvaguardia di un bene culturale strumentale si estende anche al bene principale.

L’esigenza di approfondire questa tematica nasce principalmente dal fatto che in alcuni territori, tra cui la Puglia, che vanta una presenza massiccia di muretti a secco, si sta procedendo a tappe forzate e senza alcun confronto democratico con le comunità locali a mutare profondamente l’ambiente e il paesaggio, in più direzioni. Intanto con uno sviluppo incontrollato delle fonti di produzione energetica (ne ho parlato diffusamente qui) e poi trasformando l’agricoltura in senso industriale, con coltivazioni intensive e superintensive che presentano numerosissime criticità, tra cui una profonda trasformazione del paesaggio rurale.

Non va sottaciuto, infatti, che l’agricoltura intensiva consuma risorse naturali che il territorio spesso non ha (tra cui l’acqua). Necessita di ingenti utilizzi di fitofarmaci, che rischiano di avvelenare le (sempre più scarse) falde acquifere sotterranee e, ovviamente, le colture. Esclude i piccoli agricoltori dal processo produttivo, generando impoverimento. Non è orientata a soddisfare i fabbisogni del territorio, ma è export-oriented. Infine non punta alla qualità e alla tipicità, dato che intensivo e superintensivo si basano su varietà e procedure standardizzati. In poche parole degrada ambiente, comunità e paesaggi e non lascia alcunché sul territorio (eccetto i veleni).

Tutelare l’esistente non vuol dire congelare lo sviluppo

La tutela di un territorio, in senso ambientale, paesaggistico, culturale, nonché la salvaguardia delle tipicità non significano bloccarne il progresso e lo sviluppo. Questo è un concetto della narrazione dominante che, finora, ha sempre fatto leva sull’eliminazione di vincoli (paesaggistici, idrogeologici, sociali, ecc.) per favorire il libero sfruttamento delle risorse naturali e umane in modo da cavarne quanta più utilità possibile.

A differenza del passato, l’attuale sistema economico tende allo sfruttamento indiscriminato delle risorse. Dunque parlare di tutela significa, da un lato, mettere un freno alla bramosia di pochi e, dall’altro, favorire il progresso sociale delle comunità locali.

Di ciò ne è ben consapevole l’UNESCO. Difatti, nell’incipit della Convenzione sulla tutela del patrimonio culturale immateriale, riconosce che gli ultimi processi di trasformazione sociale hanno prodotto, alla stregua del fenomeno dell’intolleranza, gravi pericoli di deterioramento, scomparsa e distruzione del patrimonio culturale immateriale, che per millenni si è sviluppato in senso armonico con l’ambiente, all’interno delle culture particolari. Aspetto che, dall’epoca dell’industrializzazione, è venuto meno. E si è accentuato con lo sviluppo della post modernità.

Cos’è l’arte dei muretti a secco

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Dolmen, realizzato con l’arte dei muretti a secco

Fatte queste dovute premesse, vediamo di contestualizzare l’argomento di cui parliamo.

L’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra. Con quest’arte si sono realizzati, nel tempo, muri, terrazzamenti, abitazioni, pozzi, ecc., ma anche elementi protoreligiosi, come nuraghi, dolmen, specchie.

Queste conoscenze pratiche vengono conservate e tramandate nelle comunità rurali, in cui hanno radici profonde, e tra i professionisti del settore edile.

Le strutture con muri a secco vengono usate come rifugi, per l’agricoltura o l’allevamento di bestiame, e testimoniano i metodi usati, dalla preistoria ai nostri giorni, per organizzare la vita e gli spazi lavorativi ottimizzando le risorse locali umane e naturali.

Queste costruzioni dimostrano l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, le inondazioni e le valanghe, ma anche per combattere l’erosione del suolo e la desertificazione.

I muretti sono armonizzati con la natura. Difatti all’interno nasce e vive una vegetazione che senza la disponibilità idrica presente nelle fessure dei muretti, dove si ha la condensazione della rugiada, supererebbe a stento le aride stagioni estive. Inoltre tra gli interstizi piccoli rettili e anfibi creano la loro dimora o li usano come nascondigli.

Cenni storici ed estensione geografica

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Specchia, realizzata con l’arte dei muretti a secco. Elemento di controllo del territorio e protoreligioso

Le origini, almeno in Europa, risalgono all’età del bronzo (dal 3400 a.C. al 600 a.C.). Le prime testimonianze certe sull’uso di tale tecnica vengono dalla Grecia classica. In Puglia, parallelamente, venivano realizzati dalle popolazioni autoctone dei Peucezi, Japigi e Messapi e, ancora oggi, è possibile vedere lungo tutta la regione (dal Gargano al profondo Salento) le forme primordiali di queste tecniche, che poi si sono sviluppate fortemente in epoca romana. In quell’epoca i muretti a secco erano usati per delimitare i poderi.

Molto probabilmente è sotto la dominazione romana che quest’arte è stata diffusa in tutta la Penisola. E’ una caratteristica tipica degli ambienti rurali, dalla Sicilia alla Liguria, in cui l’arte dei muretti a secco si è adattata alla conformazione del territorio, contribuendo a generare l’unicità dei paesaggi rurali che oggi rappresentano uno dei volani dell’attrazione turistica.

Anche nella Bibbia si ritrovano testimonianze di questi muretti utilizzati in particolare per realizzare gli altari.

Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana (dal libro dell’esodo).

I muretti a secco sono stati ritrovati anche in aree geografiche lontane, accomunate dall’essere aride, come in alcune zone della Cina, Nuova Zelanda, Africa e Medio Oriente, che si sono dovute adattare alla scarsità di acqua e che hanno trovato nei muretti di pietra delle strutture capaci di limitare i problemi legati alla desertificazione e salificazione del suolo, captando l’acqua e riuscendola a trattenere tra gli interstizi mediante muschi e licheni.

Si trovano anche in Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna, Irlanda del Nord, Svizzera, oltre che nei Balcani.

La tutela UNESCO

particolare di muretto a secco in Sicilia
particolare di muretto a secco in Sicilia

Venendo al punto focale della questione, cosa comporta l’inserimento dell’arte dei muretti a secco nella Lista del Patrimonio culturale immateriale?

L’art. 2 della Convenzione internazionale per la salvaguardia dei beni culturali intangibili include nel Patrimonio culturale immateriale

le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana (…)”.

Mentre, nel medesimo articolo, definisce il concetto di tutela (o salvaguardia):

Per “salvaguardia” s’intendono le misure volte a garantire la vitalità del patrimonio culturale immateriale, ivi compresa l’identificazione, la documentazione, la ricerca, la preservazione, la protezione, la promozione, la valorizzazione, la trasmissione, in particolare attraverso un’educazione formale e informale, come pure il ravvivamento dei vari aspetti di tale patrimonio culturale.

Dunque è abbastanza agevole intuire che la salvaguardia dell’elemento immateriale (l’arte dei muretti a secco) si estende, in secondo grado, anche all’elemento materiale (il muretto a secco in sé).

Il Codice dei beni culturali e del Paesaggio

Ciò è confermato anche dalla normativa interna. L’Italia ha aderito alla Convenzione con Legge 27 settembre 2007, n. 167 e ha inserito, nel corpus normativo del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, l’art. 7-bis, rubricato Espressioni di identità culturale collettiva.

Ecco cosa dice l’art. 7/bis

Le espressioni di identità culturale collettiva contemplate dalle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e per la protezione e la promozione delle diversità culturali, adottate a Parigi, rispettivamente, il 3 novembre 2003 ed il 20 ottobre 2005, sono assoggettabili alle disposizioni del presente codice qualora siano rappresentate da testimonianze materiali e sussistano i presupposti e le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 10.

L’Art. 10 del Codice stabilisce una lunga serie di criteri per apporre il vincolo culturale, ma, in linea di massima, ancora la tutela all’elemento materiale. Inoltre include, tra gli elementi culturali tutelabili, le architetture rurali aventi interesse storico od etnoantropologico quali testimonianze dell’economia rurale tradizionale (art. 10, comma 4, lett. l).

Dunque ci sono tutti i presupposti affinché si proceda, visto l’inserimento dell’arte dei muretti a secco nella Lista del Patrimonio culturale immateriale, alla tutela degli elementi materiali già esistenti.

La tutela si estende anche al Paesaggio?

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Esempio di casa realizzata con l’arte dei muretti a secco, perfettamente integrata nel paesaggio rurale

Qui veniamo al secondo punto dell’analisi. Se l’arte dei muretti a secco, nonché la sua testimonianza materiale possono ricevere tutela, quest’ultima si estende anche al paesaggio? Ossia a quell’elemento integrato con l’elemento soggetto a tutela?

La domanda trova origine da una semplice considerazione, di carattere logico, storico e culturale. Se tutelo un elemento, debbo tutelare anche il suo insieme. Il muretto non è altro che un pezzo di uno scacchiere, senza il quale non avrebbe senso di esistere. Inoltre storicamente l’arte si è sviluppata proprio in contesti rurali in cui gli esecutori, sebbene non avessero avuto come obiettivo principale l’abbellimento del paesaggio, di fatto lo hanno realizzato. Ciò perché, come già sappiamo, l’attività antropica armonizzata con la Natura tende sempre ad integrarsi in essa in modo coerente.

Insomma, Paesaggio rurale ed elementi architettonici sono da considerarsi un unicum. Tra il primo e il secondo corre un rapporto da genus a species: non si può tutelare l’uno se non si tutela l’altro.

Il PPTR Regione Puglia

Quest’interpretazione è perfettamente sposata dal Piano paesaggistico territoriale della Regione Puglia.

Se leggiamo le Linee guida per la tutela, il restauro e gli interventi sulle strutture in pietra a secco della Puglia, troviamo esattamente il riconoscimento del bene culturale muretto a secco come elemento integrante del bene Paesaggio.

(…) la Regione riconosce che: le costruzioni in pietra a secco costituiscono nel loro insieme un patrimonio inalienabile di cultura materiale e di valori testimoniali, rappresentando in forma visibile la memoria della comunità e in particolare quella delle masse contadine impegnate nei secoli passati direttamente nell’opera di messa a coltura dei nuovi territori (…).

– la costruzione in pietra a secco si è affermata nel corso del tempo come una delle componenti fondamentali del paesaggio pugliese, che molti studiosi non hanno esitato a valutare come “interamente costruito dall’uomo”;

– pur costituendo, allo stato attuale, uno dei richiami del turismo regionale, tale patrimonio versa in uno stato in molti casi di obsolescenza e degrado per abbandono, in altri di forte compromissione per recuperi ed usi impropri, con conseguente offesa al paesaggio.

Pertanto, le seguenti Linee Guida hanno lo scopo di:

– promuovere una politica generale di coordinamento delle azioni conoscitive e di valorizzazione (…);

– favorire il recupero dei manufatti per usi compatibili con l’esistente, nell’intento di salvare sia l’oggetto materiale e sia l’ambiente rurale circostante; ciò anche mediante il riuso di manufatti con una condizione di “abitabilità minima” per la residenza permanente o temporanea anche connessa alle varie forme del turismo;

– regolamentare e, per quanto possibile, conservare le aree di pertinenza dei manufatti, per garantire il corretto rapporto tra la costruzione in pietra a secco e il suo intorno.

Per concludere

Da questi brevi cenni normativi ed in particolare dalle norme tecniche del PPTR Puglia, si può agevolmente desumere che l’inserimento dell’arte dei muretti a secco nella Lista rappresentativa dell’UNESCO estende la tutela agli elementi materiali. Ma fa di più. Estende anche la tutela al Paesaggio e all’ecosistema, intesi in modo integrato. Dunque il paesaggio rurale, se non protetto da altre fonti normative, viene salvaguardato dalla presenza di muretti a secco, pagliare, trulli, specchie, casedde, parietoni, ecc.

Ciò consente di procedere alle trasformazioni del territorio solo a condizione che siano perfettamente integrabili con il paesaggio rurale. E’ evidente che, come detto poc’anzi, la tutela non può congelare lo sviluppo del territorio, ma questo deve accompagnarsi ad un’attenta pianificazione nonché ad interventi che siano rispettosi del genius loci. Dunque una trasformazione in senso industriale sarebbe antitetica alle tutele normative predisposte dalle normative appena citate. Oltre a ciò sarebbe anche dannosa, visto che spesso l’uso di macchinari industriali per la gestione di specie arboree in regime intensivo e superintensivo è in antitesi con la presenza stessa di simili manufatti. Ciò perché la movimentazione di dette macchine richiede un terreno libero e ampi spazi di manovra.

Lo stesso dicasi per impianti di energia, ancorché pulita. Impianti di grossa taglia vanno ad incidere negativamente su ecosistema e paesaggio, degradandoli. Le soluzioni per conciliare sviluppo e progresso, come detto nell’articolo sull’eolico, ci sono, solo occorre pianificare e regolamentare un processo di trasformazione che, se lasciato interamente nelle mani del liberismo economico, produce enormi danni ad ambiente, paesaggio e relazioni sociali.

Anche a motivo di ciò è necessario pensare attentamente alla direzione da prendere in materia di sviluppo che, va sempre ribadito, deve accompagnarsi al progresso, senza mai soppiantarlo. Solo con la fusione di entrambi vi è armonizzazione ed avanzamento sociale.

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