Lotta di classe e democrazia ai tempi del Covid – Parte II

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Cos’è il potere? Dove si nasconde? Chi lo esercita e che rapporti ha con la democrazia? C’è differenza tra potere reale e potere formale? In questa seconda parte chiacchieriamo di potere economico, istituzionale e politico, senza pretese di esaustività, ma solo come uno spunto per interrogarci sulla detenzione, gestione e ripartizione del potere.

Nella prima parte di questo discorso sulla democrazia, abbiamo visto il suo intimo rapporto con il processo dialettico della lotta di classe. Questa, trasferita nel processo democratico parlamentare è condizione necessaria per il funzionamento della democrazia. Difatti la democrazia rappresentativa, qual è la nostra, si basa sull’esercizio della sovranità popolare per mezzo di rappresentanze elettive. Ma siccome il popolo è composto da individui e comunità con diverse condizioni sociali ed economiche (poveri, ricchi, classe media, piccola borghesia, istruiti, non istruiti, intellettuali, operai, impiegati, ecc.), allora le rappresentanze sono diverse. Non per forza corrispondenti ad ogni singola classe, ma sufficienti a distinguere le grandi differenze tra esse.

Nella lotta tra classi e loro rappresentanze, si genera l’equilibrio democratico. L’interruzione di questo processo nella realtà sociale ha influenzato l’indebolimento della democrazia rappresentativa.

Oggi andremo a vedere cos’è il potere, in particolare il potere reale e quello politico-istituzionale. Dopodiché vedremo come funziona in Italia la ripartizione del potere e come ai processi formali di devoluzione e sussidiarietà si contrappongono i processi reali di accentramento e polarizzazione, specchio dei fenomeni economici globali. Al solito cercherò di spiegare questi concetti con semplicità e chiarezza, dato che questi articoli non hanno la pretesa di essere né tecnici né accademici, ma solo divulgativi e opinionistici.

Che cos’è il potere?

Una delle definizioni che più trovo calzanti quando si parla di potere, viene da Max Weber.

Il potere è la possibilità che un individuo, agendo nell’ambito di una relazione sociale, faccia valere la propria volontà anche di fronte a un’opposizione.

Sembra una definizione piuttosto elementare, in realtà racchiude quattro concetti essenziali: la forza, cioè la capacità di un soggetto (forte) di imporre la propria volontà ad un altro soggetto (debole); la legittimazione, cioè il riconoscimento della forza e, quindi, dell’autorità; la contrapposizione, quella di una volontà dinanzi ad un’altra volontà (l’opposizione); infine, concetto importante e spesso sottovalutato, quello di individuo, che non s’intende solo come persona fisica, ma anche (e oggi soprattutto) come persona giuridica, dotato – per fictio iuris – dei medesimi poteri e diritti di una persona fisica, ma non delle medesime responsabilità.

La contrapposizione tra due (o più) volontà, come abbiamo visto nel precedente articolo, sta alla base del processo dialettico, in quanto tra i contrasti si genera l’equilibrio e, nei rapporti di forza, si genera il progresso, ossia il superamento dialettico di due momenti precedenti: la tesi e l’antitesi.

Facciamo un esempio

Abbiamo 100 euro. Tu vuoi spenderli (tesi), io voglio conservarli (antitesi). Ne nasce una discussione tra noi e, analizzando pro e contro delle rispettive scelte, esce fuori un’altra idea: li investiamo (sintesi). Da questa scelta, otteniamo 110 euro, frutto dell’investimento. Quindi c’è stato un progresso. Se uno dei due avesse prevalso sull’altro, non ci sarebbe stato progresso, perché o li avresti sperperati (tesi) oppure non avrebbero generato ricchezza (antitesi).

Questo stupido esempio spiega e semplifica la contrapposizione tra poteri e il processo dialettico che, ricordo, è alla base del sistema democratico. Ma ora torniamo al potere e vediamo la differenza sostanziale che intercorre tra potere reale e potere formale, o, per dirla meglio, tra potere economico e potere politico-istituzionale.

Il potere economico

Banalmente, chi ha molto denaro ha molto potere. Può determinare o influenzare le scelte politiche di una comunità. Tuttavia ciò non è sufficiente. L’individuo ricco resta pur sempre un individuo ed è soggetto, al pari degli altri consociati, al rispetto della legge e alle responsabilità civili, penali e amministrative dell’ordinamento in cui si trova a vivere ed operare.

Ma se potesse operare al di sopra dell’ordinamento? Se riuscisse in qualche modo a collocarsi un gradino sopra gli Stati nazionali, non riuscirebbe ad ottenere un potere tale da influenzare – se non addirittura controllare – pure gli Stati?

Questo è stato il percorso tracciato dal capitalismo sin dalla sua nascita e che fu intimamente analizzato da Marx ed Engels ai suoi albori, prima di tutti, prima che avvenisse la globalizzazione, fenomeno in cui oggi ci troviamo a vivere e che fu anticipato circa 160 anni fa da Marx, nel suo il Capitale.

Per comprendere, quindi, la natura della ripartizione dei poteri, sia in senso sostanziale che in senso formale, dobbiamo comprendere l’evoluzione del capitalismo, che è passato, almeno nei paesi occidentali, da una fase produttiva nazionale, ad una produttiva internazionale e, infine, ad una speculativa.

Evoluzione del capitalismo, in breve

Le tappe evolutive del sistema di produzione capitalistico hanno assunto connotati diversi in base ai territori in cui è nato e si è sviluppato.

In Italia, per esempio, ha incontrato forti ostacoli per via della frammentazione politica e territoriale, che ebbe origine sin dal crollo dell’Impero romano, mentre in Francia si sviluppò più rapidamente dopo la rivoluzione francese e a causa dell’imperialismo napoleonico, ma qui il processo fu più semplice, in quanto favorito da un’unità territoriale che affonda le radici nel Medioevo. In Germania avvenne un processo simile grazie all’Impero austro-ungarico, mentre quello britannico godeva di condizioni politiche migliori rispetto agli altri paesi per il suo sviluppo.

Il colonialismo tipico di quell’epoca, poi, favoriva la strutturazione di realtà imprenditoriali che, grazie allo sfruttamento delle colonie, specie in Africa, India, medioriente, Australia, Nord America, ecc., permetteva il controllo delle vie di comunicazione marittime e fluviali e, soprattutto, lo sfruttamento di risorse naturali ed economiche, oltre a forza lavoro a bassissimo costo. Questi fenomeni, intensificati e in una fase storica di estremi conflitti tra realtà produttive diverse, nazionali e ognuna bramosa di detenere il controllo e lo sfruttamento di ricche risorse coloniali, sfociò nella prima guerra mondiale, che fu guerra tra imperialisti, spacciata per guerra di libertà.

Negli Stati Uniti, subito dopo la guerra civile, bisognava costruire e ricostruire. Le forti influenze inglesi produssero una classe dirigente estremamente liberista, che tendeva ad affidare a compagnie di privati la realizzazione delle infrastrutture strategiche della Nazione. Queste compagnie, però, erano ancora – come in Europa – assoggettate a normative molto stringenti e fortemente responsabilizzanti. Così, nel tempo, reclamarono e ottennero maggiori libertà, tra cui quella fondamentale di gestire patrimoni, acquisire altre società, controllarle, venderle, comprarle, acquisire rami d’azienda di altre società, ecc., cosa che fino ad allora era vietata.

Fu così che, gradualmente, si svilupparono due fenomeni decisivi per lo sviluppo del capitalismo in senso globale: le società anonime e il concetto di persona giuridica.

Sul concetto di società anonima (o di capitali)

Se la legge stabilisce che l’imprenditore risponde di tutte le obbligazioni con il proprio patrimonio personale, anche futuro e che lo stesso vale per le società di persone, allora l’imprenditore (o la società di persone) dovrà stare attento. Non potrà fare grossi debiti, perché, se dovesse andare male, ne risponderà personalmente o solidalmente con gli altri soci. Così facendo, le sue dimensioni aziendali resteranno sempre circoscritte in un ambito geografico o mercatale limitato.

Nacquero così le società anonime. Le società furono definite anonime perché non era concesso – anche per legge – risalire ai soci che apportavano capitali al loro interno, con ciò rendendo difficile l’identificazione dei soci, in quanto erano considerate un’unica persona. In Europa furono disciplinate con il Codice di commercio napoleonico del 1807, mentre in Italia vennero regolate sin dall’unificazione, con diversi provvedimenti tra il 1865 e il 1882, per giungere più strutturate nell’attuale codice civile. Negli USA queste società ricevettero riconoscimento per via giurisprudenziale, appellandosi al quattordicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e, in breve tempo – siamo alla fine del 1800 – i giudici riconobbero alle società anonime la personalità giuridica e, dunque, l’anonimato dei propri soci, oltre a tutta una serie di diritti soggettivi, tra cui quello di proprietà, uno dei fondamentali diritti dell’individuo.

L’anonimato fu uno dei motivi fondanti della progressiva deresponsabilizzazione di queste corporazioni. Nel sentire comune, così come per lungo tempo nella legislazione, la responsabilità è personale, solidale e condivisa quella collettiva, mentre è attenuata quella di società in cui non compare pubblicamente il nome di chi la governa.

Prendiamo la responsabilità penale. Ancora oggi è personale e solo nel 2001 è stata disciplinata, in Italia, la responsabilità penale delle persone giuridiche, in particolare delle società anonime. Il favor iuris nei confronti delle società anonime è lampante. Basti pensare che, per fare un esempio, gli editori, anche se costituiti con società anonima, sono obbligati per legge a dichiarare il nome del responsabile oppure del viceresponsabile o, ancora, dello stampatore. Ciò per pubblicizzare le eventuali responsabilità su quanto scritto nei propri prodotti editoriali. Questa responsabilità non vale, invece, per le altre società anonime.

Sul concetto di persona giuridica

L’anonimato delle società fu l’inizio di un percorso che in Italia (e in genere in Europa) portò alla creazione di una finzione giuridica, quella per cui le società di persone, attraverso un semplice procedimento di riconoscimento, hanno i medesimi diritti delle persone fisiche. Questo processo, come detto, fu generato da due fenomeni: l’espansione delle società anonime e il loro ruolo sempre più dominante nell’economia, nonché il loro riconoscimento formale da parte degli Stati più avanzati. Tra questi, Francia e USA.

Il modus operandi di queste realtà era del tutto simile a quello odierno. Per fare un esempio, oggi le compagnie che offrono servizi sul web richiedono i dati personali degli utenti. Nessuno li darebbe loro se non ricevessero, in cambio, una comodità, per giunta gratuita. E così, per usare WhatsApp, acconsento, più o meno consapevolmente, a ché Facebook possa estrapolare dalle mie conversazioni informazioni utili per profilarmi e offrirmi pubblicità mirata. Il loro operato mi è allo scuro, sono lontani, non so esattamente cosa facciano, come operano, che fanno realmente con i miei dati. Eppure lo faccio. Questo processo è esattamente quello che avvenne con lo sviluppo delle società capitalistiche.

Insomma, le società di capitali si occupavano di realizzare infrastrutture, gestire gli scambi commerciali, concorrere alla ricchezza della nazione e, in cambio, chiedevano libertà d’azione. Tra poco vedremo, parlando del potere istituzionale, come questo processo fu ampiamente favorito da una classe politica espressione non del popolo, ma di una classe ben circoscritta.

Dunque il riconoscimento della persona giuridica e l’estensione di ampi diritti soggettivi che consentiva loro di operare anche fuori dalla nazione, non accompagnata però dai limiti delle responsabilità individuali dei loro amministratori, consentì a questi soggetti di allargarsi oltre confine e agire indisturbati.

L’ideologia del liberismo economico fu la chiave per far accettare alle popolazioni dell’Occidente l’espansione delle società di capitali, secondo l’idea per cui la concorrenza e la libertà commerciale favoriscono la ricchezza.

Come ho detto nel precedente articolo, questa costruzione teorica – il liberismo – fu resa operante in una fase storica ben precisa, quando le società di capitali dovevano convincere i popoli che il capitalismo favoriva la libera concorrenza e quindi benessere e libertà, mentre il suo antagonista, il socialismo, la limitava e, perciò, limitava le libertà individuali e generava povertà, repressione e ingiustizia.

Fu una fase breve, perché, sconfitto lo spettro comunista, le società capitalistiche tornarono al loro costrutto iniziale.

Il costrutto delle società di capitali

La base su cui opera un normale imprenditore è quella di generare profitti, ma nel rispetto delle leggi dello Stato in cui opera. Un imprenditore è pur sempre una persona e come tale ha una coscienza, più o meno sviluppata, ma resta sempre e comunque assoggettato alle regole giuridiche e sociali del territorio in cui vive. Ci sono i furbi, certo, che aggirano le leggi o le violano. Se scoperti, ne rispondono personalmente sul piano giuridico. Se la comunità di appartenenza deplora il loro comportamento, questo si ripercuote sulla credibilità personale dell’imprenditore.

Insomma, il normale imprenditore, pur operando alla ricerca di profitti, sottostà a determinati limiti, di tipo giuridico, sociale, etico e morale.

Ciò non avviene nelle società di capitali. In queste si opera in modo anonimo. L’obiettivo è di generare profitti, ovviamente. Ma non vi sono altri limiti di tipo giuridico, sociale o morale. Se le leggi di uno Stato stanno strette, si cambia Stato, oppure si influenza al punto tale da cambiare le leggi. Se non è possibile farlo, non si applicheranno a quella società di capitali. Tanto di motivi se ne trovano: genera lavoro, se chiude si avranno ripercussioni, è strategica, ecc. ecc.

Il processo decisionale e operativo avviene mediante automatismi o, per dirla meglio, mutuando dal diritto pubblico, attraverso la generazione e l’autoalimentazione di una burocrazia interna, che ha effetti esterni.

Questa roccaforte che assume connotati de-umanizzanti, è alimentata anche da quanto accennato poc’anzi: il controllo, la detenzione, l’acquisizione e la gestione di altre società simili, che operano su altri mercati e territori, contribuisce alla deresponsabilizzazione di questo genere di società.

Quindi, se il paese in cui opero limita le mie attività, mediante il controllo di altre società, aggirerò i limiti, operando di fatto altrove, ma mantenendo qui il controllo.

Ciò mi garantirà due vantaggi: opero dove il costo del lavoro è minore, dove i vincoli normativi sono attenuati, ma manterrò qui la gestione.

E’ esattamente quanto avviene oggi. Per fare un esempio, Google opera in tutto il mondo e fa profitti in ogni singolo Stato, ma, in Europa, paga le tasse in Irlanda, dove il sistema fiscale è più favorevole. Inoltre ha la sede strategica e operativa negli USA, che non impone limiti sulla quantità e tipologia di dati personali raccolti e offre anch’essa enormi vantaggi fiscali alle grosse compagnie. Insomma, la logica che pervade le società di capitali, specie quelle transnazionali è squisitamente contabile: mi conviene questo paese? Se sì, ci resto, se no, vado altrove. Mi conviene rispettare questa legge? Se sì, la rispetto, sennò, la violo, tanto la sanzione sarà nettamente inferiore al guadagno.

Il potere economico sovranazionale

Questo breve (e incompleto) excursus ci serve per capire che attualmente il potere reale è ripartito tra società di capitali, sovranazionali e che, dunque, si trovano un gradino sopra il potere dei singoli Stati. Il fatto di operare in tutto il mondo, di agire in sostanziale anonimato e di aggirare le regole imposte dai singoli Stati gli permette di agire in massima libertà.

Questo processo ha favorito tutta una serie di fenomeni che oggi viviamo: il consumismo, in quanto filosofia volta ad aumentare i consumi e creare nuovi bisogni, finalizzata a vendere prodotti e, dunque, aumentare i profitti. Il dominio del mercato, che un tempo era una componente della società, mentre oggi ha assunto il controllo di essa. Il controllo delle politiche statali mediante influenze (lobbysmo) oppure tramite finanziamenti diretti o indiretti a partiti politici.

Da ciò ne consegue che il mercato (ossia le società di capitali) controlla tutto il resto delle sovrastrutture strategiche a mantenere ed aumentare il proprio potere, quali i media (finanziati dal mercato), lo sport, la letteratura, il cinema, l’arte, l’associazionismo, persino la religione (tutti finanziati dal mercato), per finire ai rapporti umani e al linguaggio che, subendo le influenze delle sovrastrutture, finisce per conformarsi all’ideologia di quella classe dominante che controlla l’economia.

Ora, tornando a quanto detto all’inizio, è facile comprendere la frasetta: chi ha molto denaro ha molto potere. Ed è ancora più facile comprendere la definizione di Weber: il potere è la possibilità che un individuo (persona giuridica), agendo nell’ambito di una relazione sociale (globalizzata), faccia valere la propria volontà anche di fronte a un’opposizione (localizzata).

Il potere politico-istituzionale nella democrazia

Premettiamo una cosa elementare: il potere legittimo si esercita sulla base di tre elementi: un popolo, un certo territorio e la sovranità, cioè la capacità di autodeterminare il potere in modo indipendente da altri poteri esterni.

Il potere istituzionale va razionalizzato e diviso, affinché non si tramuti in dominio assoluto. La borghesia francese, quando ha rovesciato il potere monarchico, non ha fatto altro che dividere il potere (la famosa tripartizione: potere legislativo, esecutivo e giudiziario) e razionalizzarlo, sottoponendolo al rispetto della legge.

Ma chi la scrive la legge? Il popolo. Siccome però è impensabile che in una grande comunità il popolo possa scrivere direttamente le leggi, allora è opportuno che nomini dei rappresentanti (democrazia rappresentativa).

Qui viene il bello. Sì, perché la borghesia, cioè quella classe sociale di mercanti che ha generato il capitalismo ma che in precedenza ha spodestato la nobiltà, ora vuole assumere il potere, però in nome del popolo, in modo da perpetrare e legittimare le proprie scelte.

E così per lungo tempo a votare ci andavano poche persone, cioè i ricchi, le elites, i notabili, insomma, quelli che possedevano terre, industrie, e, in genere, denaro (suffragio ristretto).

Insomma, la democrazia nacque già un po’ malatuccia, perché è vero che il potere era assoggettato alla legge, ma era pur vero che la legge la scrivevano in pochi e ricchi e il parlamento era rappresentativo solo di essi e non del popolo.

Insomma, lo Stato, cioè la struttura burocratica di gestione del potere, era in mano ad una minoranza, che faceva gli interessi di una minoranza.

I partiti di massa, la seconda guerra mondiale e la democrazia costituzionale

Le leggi le scrivevano i rappresentanti dei ricchi. I ricchi industriali erano liberi di sfruttare i lavoratori, espandersi, acquisire nuovi capitali, allargarsi, senza alcun problema.

Nel frattempo, però, le condizioni di vita di un numero elevatissimo di persone erano sempre peggiori, masse di lavoratori venivano sfruttate per perpetrare il modo di produzione capitalistico: ottenere un maggior numero di pezzi (o servizi) per giornata lavorativa, dunque per ora e per uomo. Più è veloce un lavoratore e più aumenta il profitto. Se aumenta la giornata lavorativa, prima si ripaga il costo del lavoro e dunque aumenta il profitto. Più è giovane un lavoratore e meno costa. Le donne? Costano meno e le puoi sfruttare quanto un uomo. Insomma, si arrivò all’esasperazione. Si svilupparono i primi movimenti di lavoratori e, soprattutto grazie al marxismo, nacquero e si svilupparono velocemente, in Europa, i partiti di massa. Era la prima volta, nella storia, che le persone comuni avevano una rappresentanza.

Questi partiti, dunque, rappresentavano la maggioranza delle persone e reclamavano cose semplici: migliori condizioni di vita, salari adeguati, sicurezza e, soprattutto, di esercitare la sovranità. Difatti una delle contraddizioni insite nell’allora sistema democratico era: come mai la sovranità appartiene al popolo, ma il popolo nemmeno può votare?

Fu così che il voto, dopo lunghe battaglie (lotta di classe) fu esteso dapprima agli uomini e, solo dopo altre battaglie, alle donne, che allora (come oggi, anche se in forme diverse) erano considerate esseri inferiori e incapaci di partecipare alla vita pubblica del paese.

Tuttavia il voto di per sé non è sufficiente per esercitare la sovranità. Tra la fine dell’Ottocento e nel corso di quasi tutto il Novecento, i partiti di massa ruppero l’incontrollata espansione dell’economia capitalistica e la costrinsero a ripiegare sul concetto di liberismo quale elemento di libertà per i popoli. Ma questa narrazione non convinse affatto l’avanguardia delle masse popolari, che invece credeva che la libertà sarebbe stata tale solo con l’uguaglianza sostanziale, la quale si raggiunge solo quando tutte le persone possono controllare autonomamente i mezzi di produzione e decidere, in autonomia e insieme, il proprio destino.

Attenzione al concetto di autonomia, perché ci tornerà utile per capire come è ripartito formalmente il potere in Italia e come, invece, è esercitato nella realtà.

Insomma, in quella fase storica, a differenza di oggi, una parte consistente del popolo era cosciente che il capitalismo avrebbe provocato enormi disparità sociali, schiavismo salariato, condizioni di vita disumane, oltre ai danni ambientali che oggi subiamo. Fu così che la lotta di classe, cosciente e caratterizzata dal processo dialettico sfruttati/sfruttatori, condusse gli Stati a concedere – dopo la reazione capitalistica del nazi-fascismo e la conseguente guerra mondiale – maggiore rappresentatività alle classi sociali.

Mi spiace non poter commentare quella fase storica, caratterizzata da un’intima connessione tra capitalismo, nazismo e fascismo, ma ragioni di spazio e di tema ne impediscono una disamina. Quello che mi preme dire è che solo grazie alla lotta di classe è stato possibile opporre al potere capitalista il potere delle classi sociali più umili e, quindi, realizzare il concetto di democrazia.

La fase più alta di questo processo, in Italia, fu la promulgazione della Costituzione repubblicana, nel 1948, in cui si sancivano i diritti fondamentali dei consociati, i pesi e i contrappesi della gestione del potere nonché la sua ripartizione.

A lungo il potere formale è rimasto accentrato. Solo 20 anni più tardi dalla costituzione della Repubblica italiana saranno fatte funzionare le regioni, come articolazione territoriale del potere e solo con la riforma costituzionale del 2001 a queste sarà attribuita maggiore autonomia, insieme agli Enti locali.

Democrazia, Costituzione e potere

Nel nostro Ordinamento il potere è ripartito tra quello decisionale (Parlamento), quello esecutivo (Governo e Pubblica amministrazione) e quello giurisdizionale (Magistratura ordinaria, amministrativa e contabile).

Detta in soldoni, il Parlamento emana le leggi, il Governo le esegue e la magistratura controlla che tutto fili liscio e che non ci siano abusi. In particolare il giudice amministrativo (GA) controlla che gli atti amministrativi del Governo e delle sue articolazioni rispondano alla legge e non eccedano nell’uso del potere, mentre il giudice ordinario (GO) controlla che siano rispettati i diritti soggettivi dei consociati.

Nel caso si riscontrino abusi del potere, la magistratura vi pone rimedio, talvolta annullando gli atti amministrativi (potere della GA), talaltra disapplicandolo (potere della GO) e, in generale, applicando strumenti di censura, di controllo preventivo e successivo.

La base di tutto l’agire pubblico sta nella legge, quindi nel Parlamento.

Dato che il potere politico è libero nei fini, perché serve appunto a determinare l’indirizzo politico di una Nazione, al giudice non compete mettervi bocca, in quanto il potere politico è controllato dall’organo politico stesso. Quindi se il Governo commette un abuso sul piano politico, spetta al Parlamento porvi rimedio. Se lo fa il Parlamento, è al suo stesso interno che vi si trovano i rimedi (è quella che viene chiamata in gergo autodichia).

A determinare l’indirizzo politico ci pensano i partiti, anch’essi menzionati nella Costituzione (art. 49). Secondo i costituenti, i partiti rappresentavano la base del processo dialettico. Attraverso la loro contrapposizione sul piano reale e su quello parlamentare, si sarebbe realizzato un equilibrio e, in ultima analisi, si sarebbe perpetrato il metodo democratico.

Il Parlamento, ampiamente rappresentativo, avrebbe controllato attivamente il Governo e quest’ultimo sarebbe stato cauto nell’adottare gli atti amministrativi. Come detto nel precedente articolo, il dominio del capitalismo ha mutato gli interessi dei partiti e, di conseguenza, il sistema di controlli del Parlamento. I partiti, mediante i finanziamenti, rispondono ai propri finanziatori. Scompaiono quelli radicali, privi di finanziamenti e incapaci di leggere i mutamenti sociali. Il Parlamento diventa meno rappresentativo e il Governo, di conseguenza, assume maggior peso, sostenuto da maggioranze più coese.

La riduzione dei parlamentari (voluta fortemente dal M5S) si colloca lungo il percorso, già tracciato dal capitale, di svuotamento di rappresentanza del Parlamento e di delega del processo decisionale nelle mani del Governo. Quindi è antidemocratico.

Stato e Autonomie locali nella nostra democrazia

L’art. 5 della Costituzione enuncia il principio del decentramento e dell’autonomia locale (la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali). Il rapporto autonomia-decentramento esprime il pluralismo delle istituzioni di governo, nel quale si manifesta il principio democratico. I poteri decisori non sono racchiusi in un unico centro di imputazioni né sono conferiti in modo esclusivo allo stesso livello di governo.

Dunque all’interno del potere politico-legislativo e di quello gestionale vi sono ripartizioni sul piano territoriale. L’Italia si è data una conformazione regionale, per valorizzare le peculiarità locali frutto della sua storia, quindi il potere è ripartito anche tra Regioni ed Enti locali.

Come dicevo, con la riforma costituzionale del 2001 alle regioni è stata riconosciuta una certa autonomia legislativa ed amministrativa. Questa ripartizione del potere è stata effettuata con metodi piuttosto discutibili. Difatti l’art. 117 della Costituzione riconosce la ripartizione del potere sulla base di un elenco di materie e suddivide quest’elenco in tre punti: materie di competenza esclusiva dello Stato; materie di competenza concorrente; materie non espressamente indicate in questi due elenchi e quindi, per esclusione, di competenza esclusiva delle regioni. La formulazione vaga di quest’elencazione ha comportato numerosi contenziosi tra Stato e regioni.

Quindi sul piano legislativo lo Stato conserva numerose competenze, in materie fondamentali, mentre le regioni concorrono alla legislazione statale, sulla base di leggi-quadro, che stabiliscono i principi fondamentali e alle regioni spetta la disciplina di dettaglio. Infine, nelle materie residuali, hanno piena autonomia legislativa.

Tuttavia alcune formulazioni contenute nel testo costituzionale consentono allo Stato di assumersi le competenze tutte le volte che lo richiede la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali oppure, più genericamente, quando lo richiede l’interesse generale.

Sul piano amministrativo, la Costituzione riconosce piena autonomia agli Enti locali, in particolare ai Comuni, in quanto enti più vicini ai cittadini e quindi attribuisce loro molte funzioni amministrative, proprie oppure attribuite dallo Stato o dalle regioni, secondo tre principi: sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.

In pratica il primo principio stabilisce che le funzioni amministrative sono esercitate dall’ente più vicino al cittadino, ma se questo non ce la fa, man mano sono esercitate dai livelli più alti: Provincia, Regione oppure lo Stato. La differenziazione tiene conto delle caratteristiche demografiche e territoriali: più un Comune è grande e più sono le funzioni che esercita. Il terzo principio, complementare al secondo, stabilisce che le funzioni da esercitare si adeguano alle caratteristiche dell’Ente: se un Comune (da solo o associato) ce la fa, con i mezzi che ha a disposizione, le esercita, sennò si applica il solito principio sussidiario: ci pensano i livelli più alti.

Tuttavia anche in questo campo vi è una sorta di riserva da parte dello Stato: se l’interesse generale richiede l’esercizio unitario, allora le competenze si accentrano in mano allo Stato.

Per fare un esempio, se il Ministro dell’Interno emana atti di indirizzo e direttive in cui si impone di reprimere forme di protesta territoriali, il Prefetto, quale rappresentante del Governo sul territorio, adotterà gli atti conseguenti, di concerto con il Questore e se il Sindaco si oppone, in quanto ritiene tali atti lesivi della sua autonomia nel gestire forme di protesta locali, dovrà comporre il dissidio in sede concertativa, ma non potrà certo opporsi se Prefetto e Questore disporranno l’uso della forza pubblica.

Questo esempio racchiude un po’ il concetto di autonomia formale contrapposto a quello di esercizio del potere centrale.

Autonomia e leale collaborazione

La ripartizione del potere legislativo ed esecutivo si basa su un altro principio, quello di leale collaborazione. Dato che il potere è ripartito, occorre concertarlo, cioè trovare un punto d’equilibrio nel processo dialettico. Ciò viene concretizzato nei luoghi di concertazione (in generale, Conferenze Stato-Regioni e Stato-Autonomie locali), ma questo principio non sempre viene rispettato. Basti pensare all’attuale gestione Covid, in cui la leale collaborazione non è mai stata attuata. Dunque, anche se di regola gli enti territoriali dispongono di ampie forme di autonomia, quando è necessario, il potere centrale se le riprende, senza troppi fronzoli.

Autonomie, Stato ed Europa

Nei processi di ripartizione del potere un ruolo essenziale è svolto dalle strutture burocratiche dell’Unione Europea. Ormai, com’è noto, l’adesione dell’Italia all’UE ha comportato una serie di limitazioni all’esercizio della sovranità, per favorire politiche unitarie. Nel sistema delle fonti, quindi, gli atti emanati dagli organi dell’UE si pongono al pari o al di sopra delle leggi nazionali.

I trattati europei, che sono gli atti fondamentali dell’organizzazione, sono collocati al pari delle nostre fonti costituzionali, i quali prevedono, tra l’altro, il diritto di preminenza. Quindi ne consegue che il legislatore interno dovrà legiferare nel rispetto dei provvedimenti normativi europei, in particolare delle direttive e delle decisioni. Le prime, assimilabili alle nostre leggi-quadro, stabiliscono gli obiettivi, i principi e i limiti, all’interno dei quali ogni ordinamento poi detta la disciplina di dettaglio. Le seconde, assimilabili ai nostri regolamenti, sono direttamente applicabili così come sono.

democrazia burocrazia europea
Il processo di formazione della volontà politico-legislativa in Europa. Complesso e ridondante.

Il processo di formazione della volontà politico-legislativa, in Europa, è complesso e ridondante. Vi sono quattro organi politico-esecutivi, il Consiglio europeo, il Consiglio dell’UE, il Parlamento europeo e la Commissione europea. Ora, senza entrare nel dettaglio (perché sennò finiremmo per sfinirci), va detto che il potere legislativo, che dovrebbe essere il più importante, viene vanificato dalla contemporanea competenza di due organi: il Parlamento e il Consiglio, a tutto vantaggio della Commissione che, pur avendo solo potere esecutivo, di fatto detta la linea politica oltre che eseguirla.

Privatizzazioni e vincoli di bilancio

L’appartenenza dell’Italia all’UE ha comportato tutta un’altra serie di limitazioni del potere. Il primo tra tutti è il processo di privatizzazione degli enti economici, che ha portato lo Stato ad abbandonare un ruolo attivo nell’economia, a vantaggio delle società di capitali. E’ errato dire, come spesso si sente, “a vantaggio dei privati”, perché così la pillola è più addolcita, in realtà le privatizzazioni hanno avvantaggiato solo una piccola fetta del tessuto economico, ovvero le Società di capitali e le loro articolazioni.

Il secondo è avvenuto di recente. Mi riferisco all’inserimento nell’art. 81 della Costituzione del principio dell’equilibrio di bilancio, avvenuto con legge costituzionale n. 1/2012 (quasi all’unanimità). Con ciò l’Italia si impegna fortemente a ridurre la spesa pubblica, oltre a quanto già fatto nella stagione delle privatizzazioni. Ciò ha influito (e influirà) pesantemente sulla spesa sanitaria, sugli ammortizzatori sociali e, in genere, sugli investimenti, aprendo maggiormente le porte a forme di finanziamento private che – lo ribadisco – investono solo e se vi è un ritorno in termini di profitto e indipendentemente dall’interesse della collettività, dal rispetto dell’ambiente o dei rapporti sociali.

Altre limitazioni, evidenti ai più che si occupano di impresa, riguardano tutto l’articolato assetto di atti legislativi e amministrativi a tutela della concorrenza, quali, per dirne un paio, il sistema delle quote (quote latte e quote vigneti in particolare) e i trattati di libero scambio con paesi extra UE. Questi assetti contrattuali e normativi tendono non, come si dice, a tutelare la concorrenza, bensì ad alimentare l’economia di mercato. Questa, come abbiamo detto più volte, è regolata dalle società di capitali, a dimensione sovranazionale.

L’asimmetria del potere

Dunque, a ben vedere, il potere reale è asimmetrico rispetto a quello formale e lo influenza dall’alto o in parallelo. Una società di capitali transnazionale, quindi, si troverà o al di sopra di strutture politiche come l’UE, oppure in parallelo. Ciò dipende dall’ambito di operatività e di influenza della società e delle sue costellazioni, nonché dalla rete di rapporti che si genera tra i CdA delle Società, i lobbysti e, in generale, gli esponenti dell’alta borghesia che siedono nelle istituzioni, nelle banche e nelle società finanziarie e d’intermediazione. Del resto più è ristretta una classe sociale e più saranno favorite le interconnessioni interne.

Ad ogni modo è evidente che le Società di capitali transnazionali sono ad un livello più alto rispetto agli Stati nazionali i quali, nell’esercizio del potere, si trovano scoperti da un lato e costretti dall’altro.

Scoperti in quanto, limitando la sovranità, cedendola ad un livello superiore, riducono il potere e l’interesse pubblico e dunque si apre la strada a sfruttamenti ed attacchi speculativi. Costretti in quanto l’economia di mercato, spogliando lo Stato e gli Enti territoriali di ogni prerogativa in campo economico, costringe la classe dirigente ad attingere dal mercato stesso per alimentarsi. Quindi, di fatto, partiti ed istituzioni sono dipendente dal mercato.

Il mercato, però, non è dominato dalla concorrenza, ma da una sorta di oligopolio anonimo e invasivo, che ha acquisito controllo su ogni sovrastruttura. Per di più, come capita ormai sistematicamente, tende a sfruttare forza lavoro e risorse e a scaricare le criticità sulle spalle degli Stati. Così, quando uno stabilimento chiude, per trasferirsi all’estero, lo Stato si fa carico dei problemi connessi ai licenziamenti. Così come una Regione o un ente locale si fa carico dello smaltimento dei rifiuti, che – nell’odierna economia di mercato – diventano tali già all’atto della produzione.

Lo Stato, privo del controllo diretto sull’economia, tende a decentrare poteri e funzioni, per alleggerirsi. Facendo ciò, però, spesso lascia gli Enti locali in balia del mercato. Questi (specie quelli deboli), non potendo reggere alle pressioni del mercato, talvolta sono disposti o costretti a cedere ai livelli superiori la propria autonomia, cosa ammessa anche dalla Costituzione. E così, in base alle contingenze e agli interessi in ballo, il potere formale passa da una mano all’altra, con tendenze più verso l’accentramento che verso il decentramento. Quest’ultimo, oggi, è visibile solo nelle regioni più ricche, le quali, pretendendo maggiore autonomia, in realtà sono orientate a connettere la propria rete produttiva a quella transnazionale. Il covid ha solo sospeso il processo autonomistico e ha messo a nudo l’inefficacia del settore sanitario privato, pure nelle regioni ricche, dimostrando (se ce ne fosse ancora bisogno) che nella logica capitalista il profitto prevale sulla vita.

Cosa c’entra tutta ‘sta pappardella con il Covid e la scomparsa della democrazia?

La natura reale del potere non è stata intaccata dal Covid, anzi. In tempi di crisi gli speculatori aumentano i propri profitti.

Però tutto ciò è stato messo a nudo. Il continuo e invasivo sfruttamento delle risorse naturali ad opera del sistema capitalista ha squilibrato il delicatissimo equilibrio naturale, contribuendo fortemente a generare diverse patologie di origine animale. Le varie influenze aviarie, suine, oggi questa, domani un’altra, sono il frutto dell’invasione industriale e degli scriteriati sfruttamenti delle risorse naturali. Tutto ciò, però, non ha toccato minimamente i veri responsabili, cioè le Società di capitali (sia quelle direttamente coinvolte, che quelle speculative) e, anzi, quando si sente parlare di patrimoniali, si storce il naso, e quando una di queste società offre le briciole, si plaude, segno che buona parte dell’opinione pubblica non ha chiaro chi siano i responsabili delle morti di centinaia di migliaia di persone e per quali ragioni.

Eppure è evidente che la responsabilità sta nello sfruttamento incontrollato, globalizzato e inumano delle risorse naturali.

Il virus ha messo in evidenza pure la differenza tra potere formale e potere reale. Come detto, l’Italia è un paese pluralista, eppure il Governo ha voluto accentrare su di sé tutte le funzioni e i poteri nella gestione della pandemia. In un primo momento poteva anche andare, dato che si trattava di un’emergenza. Ma già nelle settimane successive alla comparsa del virus in Italia, si sarebbero dovute trovare soluzioni concertate con Regioni ed Enti locali. Invece è accaduto che più volte il Governo ha impugnato provvedimenti regionali o locali e ha insistito a gestire da solo la cosa. Il Parlamento ha acconsentito a ciò (V. il Decreto Legge 23 febbraio 2020 n. 6, subito convertito in Legge 5 marzo 2020 n. 13), togliendosi ogni responsabilità e accentuando ancora di più il potere del Governo, in particolare del Presidente del Consiglio.

Tutto ciò, oltre ad essere inefficace e liberticida (e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle) è l’ennesima dimostrazione di come la democrazia sia un concetto labile, che non dipende dalle fonti scritte, ma dai rapporti di forza e, soprattutto, dai piccoli passi che, presi di per sé, magari significano poco, ma lungo un percorso possono portare in diverse direzioni.

Per concludere sulla democrazia

Avrei voluto scrivere molto di più e concentrarmi maggiormente su alcuni aspetti che forse al lettore appariranno oscuri, ma mi rendo conto che difficilmente qualcuno arriverà in fondo all’articolo, anche a causa della sua lunghezza e della complessità di certi argomenti che, di per sé, impongono la disamina di altri, e poi di altri ancora, e ancora di altri, per arrivare o a confondere maggiormente, oppure a scrivere fiumi di parole ed ottenere il medesimo risultato.

Non è mai facile trattare questi temi, ma vorrei, alla fine di questo percorso, ribadire un pensiero semplicissimo: la democrazia è un concetto vivo, che muta col mutare dei tempi e delle condizioni storiche, sociali ed economiche. Non esiste solo perché è scritta su carta, seppur sia pregiata carta costituzionale.

Esiste, cambia, si riduce e si espande in base a quante persone, coscienti della propria condizione, siano disposte a difenderla, ampliarla, esercitarla, se non addirittura mutarla in altra forma. Quello che più mi premeva, nello scrivere quest’articolo, è di evidenziare in maniera semplice quanto il potere economico influisca sulle nostre libertà e, dunque, sulla democrazia. Quanto il potere istituzionale sia influenzato da quello economico. Ma, soprattutto, quanto questo modello economico in cui viviamo sia deleterio, sia per noi che ci viviamo, sia per quelli che verranno. Ma soprattutto per quelli che non ci sono più, proprio a causa del profitto.

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4 commenti su “Lotta di classe e democrazia ai tempi del Covid – Parte II

  1. Noi di sinistra siamo bravissimi nel fare analisi :), meno quando si tratta di fare proposte e trovare le soluzioni.
    Da molti anni la sinistra gira a vuoto. Come si limita il potere economico? Come si democratizza l’economia?
    Nella cornice di una democrazia liberale e in un regime di proprietà privata nessuna sinistra c’è mai riuscita.

    1. Quando dici “bravissimi nel fare analisi”, parla per te 😀
      Sulle proposte, credo che ci siano un sacco di limiti, uno tra tutti è la frammentazione della sinistra rivoluzionaria nonché la “svendita” o la disillusione di quella radicale. Quella moderata manco la considero sinistra.
      Quindi solo con un franco e unitario dibattito si possono individuare soluzioni, anche se credo che le vere e proprie soluzioni, quelle che possano condurre i popoli ad autodeterminarsi liberamente, prescindono dall’esistenza di uno stato liberale, almeno quello storicamente dato, di cui viviamo il crepuscolo.

      1. Secondo me la frammentazione e la subalternità di una parte della sinistra radicale al liberismo sono una conseguenza, non la causa della perdita d’influenza della sinistra nella società e nella politica.
        Senza progettualità e senza conflitto sociale/lotta di classe non si va da nessuna parte. Infatti oggi movimenti di contestazione mondiale al capitalismo, praticamente non ne esistono. Il movimento no global si è eclissato, mentre è diventata centrale la lotta ai cambiamenti climatici portata avanti dal movimento mondiale Friday for Future. A trarne beneficio sono i partiti verdi in crescita soprattutto in Germania.

        1. Certo, infatti non ho parlato di cause/conseguenze, ma solo di uno dei tanti aspetti che limitano la capacità della sinistra di fare proposte credibili e strutturate. E’ ovvio che la frammentazione è una conseguenza del dominio dell’ideologia neoliberista, come tanti altri fenomeni.
          Anche se ribadisco che “liberismo” è un termine scorretto per indicare questa fase storica. Sarebbe più corretto parlare di imperialismo egemonico individuale, dove l’imperialismo è la tendenza tipica ad uniformare le coscienze, polarizzare i poteri reali; l’egemonia (come ben sai) è l’esercizio del potere per condurre le masse verso un dato obiettivo e l’individualismo è la concezione più compiuta per realizzare questi obiettivi e limitare lo sviluppo di una coscienza collettiva. Almeno ciò è quello che accade in Occidente. In Oriente o, comunque, nei paesi del “terzo mondo” (sia in senso classicamente inteso che politico) l’imperialismo ha ancora i connotati di quello storicamente dato, ma oggi si scontra con altre forme di imperialismo, di altra natura (penso a quello russo o al soft power cinese, per dirne un paio).
          Sulle nuove forme di protesta di massa ci sarebbe tanto da discutere. E’ apprezzabile il fatto che si formino movimenti ambientalisti, anche se il tema – separato da quello economico – è inefficace, ma è pur sempre meglio che niente. Il problema è che una rilevante parte dei giovani che formano questo movimento sono completamente immersi nel dominio consumistico e, quindi, capitalistico. Non sanno distinguere i reali responsabili dello scempio ambientale e rivolgono le loro istanze, quindi, alle persone sbagliate. Dunque, senza una presa di coscienza, questo fenomeno sarà destinato ad essere sempre di facciata e, alla lunga, a scomparire, portando a nuove forme di fatalismo.
          Però siamo arrivati alla fine di un’epoca, quindi c’è da aspettarsi di tutto. C’è da aspettarsi, per esempio, che dai conflitti tra Oriente e Occidente, ancora una volta, ne verrà fuori un’epoca diversa (come accadde dopo il crollo dell’impero romano). L’unico dubbio è quanto rapido sarà il declino e se avremo l’onore (e l’onere) di viverlo di persona, ma ne dubito.

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