Antitrust, prezzi e speculazioni. Facciamo chiarezza

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Aumentano i prezzi al consumo, secondo l’ISTAT e diverse associazioni di categoria. L’Antitrust indaga. Ma sarà un buco nell’acqua se non cominciamo a capire come funziona il sistema della GDO, i suoi guadagni, le sue speculazioni e non facciamo una franca discussione su chi paga, chi guadagna e chi controlla.

Il 7 maggio l’ISTAT ha pubblicato la consueta nota mensile sull’andamento dell’economia, tra cui spiccano i dati (provvisori) sui prezzi al consumo, in particolare dei beni alimentari. Questi, nel mese di aprile, sono aumentati, nel complesso, secondo l’ISTAT, del 2,9%.

 istat beni alimentari aprile 2020

Però l’ISTAT ha registrato anche un aumento più consistente per i beni alimentari non lavorati (ortaggi, verdure, carne, ecc.), pari al 3,1%.

istat beni alimentari non lavorati aumento aprile 2020

Le stime delle associazioni di categoria

Tuttavia l’aumento dei prezzi al consumo di determinati beni alimentari, soprattutto di prima necessità, è stato più consistente, secondo le stime fatte da Coldiretti, che ha registrato aumenti del 5% per gli ortaggi e dell’8,4% per la frutta. Secondo Coldiretti sono saliti i prezzi anche di latte (+4,1%), salumi (+3,4%), pasta (+3,7%), piatti pronti (+2,5%), burro (+2,5%), formaggi (+2,4%), zucchero (+2,4%), alcolici (+2,1%), carni (+2%), pesce surgelato (+4,2%) acqua minerale (+2,6%).

Secondo Codacons ci sono stati aumenti eccessivi anche su cavolfiori (+233%), carote (+100%), zucchine e broccoli (+80%), rilevati sui prezzi all’ingrosso, poi rimodulati dai dettaglianti sui prezzi al pubblico.

Secondo alcuni rappresentanti della grande distribuzione organizzata (GDO), i prezzi allo scaffale sono stati bloccati su numerosi prodotti. Per altri, i rincari sono stati resi necessari dall’aumento dei prezzi della logistica e dal fermo di determinate attività, che hanno ridotto l’import e, di conseguenza l’aumento dei prezzi della produzione interna. Inoltre l’aumento di vendite di prodotti confezionati, stimati nel 25-30% in più rispetto al periodo pre lockdown, hanno aumentato i costi.

Queste, in massima parte, le argomentazioni della GDO. Ma appaiono poco convincenti. Ecco perché l’Antitrust si è attivata.

L’Antitrust ha avviato una pre-indagine alla GDO

L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, comunemente chiamata Antitrust
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, comunemente chiamata Antitrust

A seguito di numerosi esposti da parte di associazioni di consumatori, l’Antitrust ha avviato una pre-indagine su larga scala, richiedendo a diversi marchi della GDO, tra cui Lidl, MD, Eurospin, Coop, Carrefour, ecc., di inviare i prezzi di vendita al dettaglio e quelli di acquisto all’ingrosso, in particolare di generi alimentari di prima necessità, “al fine di individuare eventuali fenomeni di sfruttamento dell’emergenza sanitaria a base dell’aumento di tali prezzi”, perché non si escludono “fini speculativi”. Qualora i dati ricevuti non dovessero convincere l’Autorità, si aprirà un’indagine formale.

E’ una bella notizia, peccato che tali indagini conoscitive, da parte dell’antitrust, durino parecchio tempo e quindi risultino inefficaci per contrastare fenomeni speculativi, soprattutto in questa fase in cui la capacità di spesa dei ceti più deboli è ridotta e bisogna intervenire con celerità.

Al netto del lungo periodo di pre-indagine, le indagini formali durano da un minimo di un anno fino a 5-6 anni (arrivando anche a 10 anni), a seconda della complessità dell’istruttoria. E spesso si concludono con una sanzione decisamente più bassa rispetto ai proventi ottenuti dalle speculazioni. Il ché comporta che le grosse aziende preferiscono rischiare, speculando oppure violando la concorrenza, in quanto un’eventuale sanzione arriverebbe tardi e sarebbe comunque un nulla rispetto a quanto guadagnato.

Facciamo un esempio

La nota vicenda sulla fatturazione mensile a 28 giorni ha visto coinvolti Fastweb, TIM, Vodafone e Wind Tre in un procedimento dell’Antitrust. Questo è iniziato il 7 febbraio 2018 e si è concluso con un provvedimento il 3 febbraio 2020. Esattamente due anni di procedimento. Ma queste compagnie hanno introdotto la fatturazione a 28 giorni nel 2015. Hanno agito indisturbate per tre anni.

L’Antitrust ha comminato sanzioni apparentemente molto elevate, pari a 14.756.250,00 € per Fastweb S.p.A., 114.398.325,00 € per Telecom Italia S.p.A., 59.970.351,25 € per Vodafone Italia S.p.A. e 38.973.750,00 € per Wind Tre S.p.A.

Sembrano multe salatissime, ma se prendiamo il fatturato totale di Telecom nel 2019, questo è pari a quasi 19 miliardi di euro, con un margine operativo lordo di poco più di 8 miliardi. Prendiamo il netto? è pari a 1,24 miliardi. 114 milioni e spicci di multa equivalgono a poco più del 9% sul profitto netto. Di un solo anno, però.

Fastweb, con un fatturato di poco più di 2 miliardi di euro e un utile netto di 106 milioni, ha pagato una sanzione pari al 10% dei profitti di un solo anno.

Insomma, giusto per capirci, le indagini dell’Antitrust saranno anche positive, ma a conti fatti si risolvono in procedimenti lunghi, farraginosi e di fatto favorevoli alle aziende, anche qualora venissero sanzionate.

A cosa serve la fatturazione elettronica?

In realtà esiste uno strumento che può permettere all’Antitrust, all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza di fare accertamenti veloci ed efficaci: la fatturazione elettronica. Ciò perché l’Agenzia delle Entrate ha già tutti i dati di cui avrebbe bisogno l’Antitrust: fatture in entrata e in uscita. Con tanto di descrizione prodotto, quantità, prezzo netto, DDT. Insomma, tutto.

In altre parole – ad eccezione di quelle realtà che comprano diversi prodotti alimentari a nero e che nella GDO sono poche – le autorità hanno già a disposizione i prezzi all’ingrosso e al dettaglio, che le aziende inviano allo SDI (Sistema d’Interscambio dell’Agenzia delle Entrate) ogni volta che fanno acquisti o vendite. E lo stesso vale per lo scontrino elettronico. Con questi dati, in pochissimo tempo, le autorità preposte possono controllare i prezzi d’entrata e d’uscita, confrontarli con quelli di un periodo precedente e scoprire subito eventuali speculazioni.

La fattura elettronica esiste in Italia da gennaio 2019, quindi l’Agenzia delle Entrate ha un arco di analisi di un anno e 4 mesi. Lo scontrino elettronico ormai è una realtà per tutte le aziende da gennaio 2020. Quindi è facile fare rilevazioni e confronti da gennaio ad oggi, quantomeno sui prezzi di prodotti alimentari confezionati e non stagionali. E non è poco.

Se questo strumento non sarà utilizzato per analizzare le possibili speculazioni, allora è facile immaginare la contraddizione insita nello strumento. Se non la sua reale utilità, che ho evidenziato in un vecchio articolo e che non è di contrasto all’evasione o alle speculazioni, ma l’ennesimo strumento di burocratizzazione e controllo solo delle piccole realtà produttive.

Il coronavirus ha messo a nudo i fenomeni speculativi della GDO

La realtà è che la GDO ha sempre speculato sui prodotti alimentari. Solo oggi queste speculazioni emergono in tutta la loro crudeltà. L’ISTAT, nella nota sull’andamento dell’economia, ha evidenziato un altro aspetto importante: le importazioni dall’estero sono crollate. Al momento abbiamo una riduzione del 12,4% di importazioni da paesi Extra-UE e gli ultimi dati, relativi a febbraio, mostrano una diminuzione dell’import totale pari al 3,8%. Ciò è dovuto all’iniziale reazione di chiusura delle frontiere nonché ad una contrazione, su scala europea, della produzione alimentare.

Questo ha comportato che la GDO italiana s’è dovuta rivolgere, in una prima fase, al mercato interno, per riempire gli scaffali. Ma siccome i costi di produzione di numerose aziende agricole e piccole industrie alimentari italiane sono più alti, la GDO ha sostanzialmente scaricato questi costi sul consumatore finale.

A ciò si unisce anche la speculazione fatta a valle, considerando che le persone erano costrette a non spostarsi dal comune di residenza per fare la spesa. Quindi ad una contrazione della concorrenza, i distributori e (in minima parte) i dettaglianti, ne hanno approfittato per alzare i prezzi.

Insomma, c’è stata speculazione, ma questa è insita nel modello di business della GDO. Perché, di regola, è la GDO che fissa i prezzi al produttore locale e questo è spesso costretto a vendere sottocosto o, se è fortunato, a prezzo di costo. Quando ciò non è possibile o quando il fabbisogno supera la produzione, la GDO compra dall’estero, a prezzi più bassi. Ciò perché in altre zone d’Europa o del mondo i costi di produzione sono bassi, a causa della meccanizzazione (che prevede massicci usi di fitofarmaci e pesticidi), per l’altissimo sfruttamento del lavoro e per la scarsità di norme sulla qualità dei prodotti.

Detta in termini più semplici, la GDO non ha ridotto affatto i suoi guadagni, nemmeno in questa difficile fase. O ha costretto i produttori a vendere sottocosto oppure ha scaricato l’aumento dei costi sui prezzi al consumo.

Questo spiega perché spesso i produttori italiani sono costretti ad assumere lavoratori in nero oppure a sfruttare gli stranieri, facendoli lavorare fino a 15-16 ore al giorno a 2 euro l’ora. Con ciò non voglio giustificarli, ma evidenziare che in larga parte questo fenomeno di sfruttamento del lavoro è una diretta conseguenza dell’imposizione dei prezzi da parte della GDO.

La GDO non fa questo per mutualismo, per mantenere bassi i prezzi allo scaffale. Affatto.

Facciamo un esempio

Sono un produttore di mele. Per coprire i costi di produzione (arature, concimazione, trattamenti fitosanitari, raccolta, magazzino, etichette, ecc.ecc.) e ottenere un piccolo utile, dovrei venderle a 50 cent al kg all’ingrosso. Arrivano i rappresentanti della GDO, pronti a comprare il 90% della mia produzione. Però fissano loro il prezzo a 20 centesimi al kg. Non ho margine di contrattazione. Qua le cose sono due: o accetto o gran parte della mia produzione finirà al macero, perché nei canali di vendita diretta o locale al massimo piazzerò il 10% della produzione. E così sono costretto ad accettare. Per starci dentro con i costi dovrò per forza ridurli. E qual è il costo più alto in un’azienda? Il lavoro.

La proposta della Bellanova di regolarizzare gli immigrati

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Il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali nel governo Conte II, Teresa Bellanova

In questo quadro s’inserisce la proposta del Ministro Bellanova di regolarizzare, fino al 31 dicembre 2020, ben 600.000 immigrati. Per inserirli nel mondo del lavoro agricolo e, più in generale, della produzione alimentare, al fine di evitare di paralizzare un settore che oggi è in profonda crisi. La proposta appare sensata, perché va in direzione di dare tutele e garanzie a persone che altrimenti lavorerebbero in nero. In realtà questa proposta altro non fa che perpetrare un modello di sfruttamento che si scarica su chi lavora e chi consuma. Detto in soldoni, la GDO ne resterebbe immune.

Lo abbiamo visto. Quando non è possibile abbattere i costi, a pagare è chi consuma. Quando è possibile farlo, a pagare è chi lavora. Chi specula continua a farlo e a vedere i propri guadagni immutati (se non addirittura aumentati). Ora che il coronavirus ha messo in mostra questo meccanismo, credo che sia opportuno rivederlo. Perché è evidente che non devono essere i poveri e i deboli a pagare, mentre i ricchi continuano ad ingrassare, speculare e, quando gli va male, a pagare sanzioni blande ed inefficaci.

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