Nino Di Matteo e la trasparenza politica

Nino Di Matteo

Nino Di Matteo, in un’intervista a l’Arena di Giletti, lunedì sera, ha raccontato in modo preciso e circostanziato i fatti, avvenuti a giugno 2018, che lo hanno portato ad essere prima scelto, poi escluso dalla direzione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP). Fatti confermati dallo stesso Ministro della Giustizia Bonafede, anche se con interpretazioni diverse. Perché sono importanti questi fatti? E perché Di Matteo ha aspettato due anni per raccontarli? E come ha risposto Bonafede?

I fatti raccontati da Di Matteo

Nel 2018, subito dopo le elezioni politiche, il ministro della giustizia Bonafede promise a Nino Di Matteo, consigliere CSM, un posto di rilievo per la lotta alla mafia. Gli paventò l’idea di dirigere il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), cosa che gli avrebbe permesso di incidere su tutto il sistema penale e penitenziario, oltre che di organizzare normativa e risorse per una più efficace lotta alla mafia. Gli disse pure che l’alternativa sarebbe stata quella di avere un posto di rilievo nella Direzione Affari penali del Ministero della Giustizia, ruolo di prestigio, che fu di Giovanni Falcone (e che non esiste più, vedi in fondo all’articolo).

Tra l’altro il ruolo sarebbe stato subalterno ad una direzione politica, cosa che avrebbe congelato qualsiasi iniziativa non in linea con l’azione di governo. Di Matteo, dunque, disse a Bonafede che sarebbe stato propenso a dirigere il DAP e questi gli fece capire che il posto era suo. Perché? Perché gli disse di decidere in fretta, dato che due giorni dopo ci sarebbe stato l’ultimo plenum utile del CSM per presentare la richiesta di fuori ruolo (ossia un atto formale che svincola il pubblico funzionario dall’organo in cui presta servizio). Richiesta che era urgente per il DAP, ma non lo era per la direzione degli Affari penali.

Il giorno dopo Di Matteo si presentò al Ministero per formalizzare la promessa fattagli da Bonafede. Ma quest’ultimo riferì a Di Matteo che il posto era stato assegnato ad un altro, ma che poteva comunque accedere agli Affari penali del ministero. Ovviamente Di Matteo rifiutò.

Il posto andò a Francesco Basentini, ex procuratore aggiunto a Potenza che si è dimesso pochi giorni fa a causa dei tumulti nelle carceri e a seguito delle polemiche per la scarcerazione di diversi boss mafiosi per paura dei rischi del contagio da Coronavirus.

Perché Di Matteo ha atteso due anni per raccontarli?

Di Matteo ha spiegato chiaramente perché ha aspettato due anni per raccontare questi fatti. Subito dopo le dimissioni di Basentini, è iniziato a circolare nuovamente il suo nome, legato a presunte trattative politiche. Inoltre le sommosse carcerarie (fomentate dalla criminalità organizzata) e la scarcerazione di diversi boss mafiosi a causa del Covid-19 hanno messo a nudo le debolezze del sistema penitenziario italiano. Di Matteo aveva l’obbligo morale di raccontare come funzionano le cose e le dinamiche che lo hanno escluso dalla direzione del DAP. Inoltre, dato che Basentini s’è dimesso, non ci sono più ragioni per mantenere il vincolo di riservatezza.

L’importanza dei fatti

La questione Di Matteo è di cruciale importanza in questo momento storico, perché non si tratta solo di giochetti di potere relativi a nomine di vertice dell’amministrazione statale, ma mette a nudo i meccanismi di controllo delle Istituzioni e le contraddizioni interne ai poteri dello Stato.

Di Matteo oggi è sotto attacco, da una parte della politica e del CSM, ma gli dobbiamo dire grazie per aver raccontato dei fatti, precisi e circostanziati, che ci permettono di capire un po’ meglio come funziona l’attuale sistema di potere politico. E paradossalmente dobbiamo anche ringraziare i vertici del M5S che, data la loro incapacità di gestire i complessi meccanismi delle spinte egemoni, fanno emergere le contraddizioni tra potere reale e potere formale, tra sostanza e immagine.

Di Matteo, da eroe del M5S a grosso fastidio

Non va dimenticato che Di Matteo è stato il paladino della giustizia agli occhi del M5S, i quali lo hanno più volte invitato a convegni, anche istituzionali, come referente privilegiato per la lotta alla mafia. Al convegno di Ivrea del 2018, Casaleggio lo aveva addirittura fatto salire sul palco, osannandolo come un eroe. Anche se, come spiega l’Espresso, si era mostrato indifferente ai contenuti portati da Di Matteo. Più interessato, invece, all’apparenza, ai segni, all’immagine di avere con sé un nome noto, da usare dinanzi all’opinione pubblica, per poi eventualmente scaricarlo all’occorrenza. Cosa che è avvenuta.

Come ha spiegato Di Matteo, non sappiamo quali ragioni abbiano spinto Bonafede a cambiare idea nel giro di mezza giornata. Sarà stata l’influenza della Lega, che non voleva un personaggio così scomodo a dirigere un settore di cruciale importanza nel sistema penale? Oppure, come spiega lo stesso Di Matteo, una possibile ragione è stata la sollevazione dei mafiosi quando il suo nome comparve sui giornali?

“Cinquantasette boss al 41 bis del carcere dell’Aquila” racconta Di Matteo “chiesero rapporto al magistrato di sorveglianza, per annunciare che se fossi passato al Dap, sarebbe esplosa la protesta. Mi chiamò un collega della Superprocura per chiedermi se dovevano rafforzare ancora la scorta. Oddio, no. A me già mi toglie il respiro come è ora”.

Non sappiamo com’è andata, ma sappiamo come oggi ha reagito lo Stato nella gestione delle sommosse carcerarie. Basentini s’è dimesso. Diversi boss sono stati scarcerati. Se questa è la reazione dello Stato non sorprende la veemenza con cui è stata affrontata e poi ridicolizzata la maxi inchiesta di Di Matteo sulle trattative Stato-mafia. Non sorprende nemmeno che Di Matteo sia stato dapprima acclamato e poi scaricato, secondo la logica, applicata dai contemporanei movimenti politici, dell’egemonia mediatica seguita, però, dalla reazionaria conservazione dei rapporti di forza. In altre parole, i grillini sono stati capaci, inconsapevolmente, di mettere in luce le contraddizioni del potere, portandosi dietro personaggi del calibro di Di Matteo, salvo poi fare marcia indietro quando i reali poteri, che controllano le Istituzioni, pongono i loro veti. Quali sono i reali poteri che controllano le Istituzioni, ce lo mostrano, anche se non in modo del tutto intellegibile, i fatti, la storia. A noi spetta solo fare supposizioni, muovere teorie, aprire scenari, in attesa che la storia dia conferme.

Ma oggi, alle Istituzioni, che si dichiarano democratiche, spetta dare risposte. Versioni credibili. Cosa non avvenuta.

La versione di Bonafede non convince

Alfonso Bonafede
Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede

Alfonso Bonafede, in un post su Facebook racconta che con Di Matteo

“parlammo del Dap o di un ruolo in qualche modo equivalente a quello che era stato di Giovanni Falcone (che avrebbe richiesto più tempo). Il giorno dopo, vale a dire il 19 giugno 2018, dissi all’incontro con il Dott. Di Matteo (il quale era orientato per il DAP) che ritenevo che questa seconda opzione fosse la migliore e la più adatta. La mia valutazione era molto chiara: l’arrivo di Di Matteo avrebbe rappresentato un segnale chiaro e inequivocabile alla criminalità organizzata. Alla fine dell’incontro, mi sembrava che fossimo concordi sulla scelta di quella collocazione, che gli avrebbe consentito di incidere su tutta la legislazione in materia penale. Ad ogni modo, ci lasciammo con questa prospettiva”.

Più tardi, continua Bonafede

“ricevetti una chiamata del dottor Di Matteo, il quale mi chiese un secondo incontro, che si svolse l’indomani (mercoledì 20 giugno 2018, ore 11:00). In quell’occasione mi disse che avrebbe preferito il Dap. Con profondo rammarico, gli spiegai che, dopo l’incontro del giorno prima, avevo già assegnato quell’incarico a un altro magistrato. Ricordo perfettamente che gli dissi che sarebbe stato comunque ‘la punta di diamante del Ministero contro la mafia’. Lui ribadì legittimamente la sua scelta. Ci siamo salutati entrambi con rammarico per non aver concretizzato una collaborazione insieme”.

Il Ministro conclude dicendo

“Questi sono i fatti. Ho sempre agito a viso aperto nella lotta alle mafie che, infatti, nel mio ruolo ho portato avanti con riforme come quella che ho sostenuto in Parlamento sul voto di scambio politico-mafioso; con la Legge c.d. “Spazzacorrotti”; con la mia firma su circa 686 provvedimenti di cui al 41 bis e con l’ultimo decreto legge che, dopo le scarcerazioni di alcuni boss, impone ai Tribunali di Sorveglianza di consultare la Direzione nazionale e le Direzioni distrettuali antimafia su ogni richiesta di scarcerazione per motivi di salute di esponenti della criminalità organizzata. Ci tengo a chiarire che con questo post non voglio alimentare alcun tipo di polemica: si tratta di precisazioni importanti nel rispetto dei ruoli”.

In questa ricostruzione, Bonafede, parla di trasparenza, ma non spiega perché da un giorno all’altro ha cambiato idea sulla nomina al DAP. Anzi, dimostra chiaramente l’oscurantismo con cui si è proceduto alla nomina. Prima prometti il posto a Di Matteo, lasciando intendere che è già deciso e il giorno dopo gli dici che il posto è già stato assegnato ad un altro? E cos’è successo nel frattempo? Quale processo democratico interno al Governo e alla tua forza politica ti ha fatto cambiare idea? Puoi spiegarlo? Fai parte di un movimento che ha fatto della trasparenza e dell’onestà il suo vessillo. Puoi dire chi, perché e come ha deciso che Di Matteo doveva essere scaricato?

Inoltre appare risibile la spiegazione di aver offerto a Di Matteo la direzione di un ufficio ministeriale – Affari penali – che non esiste più da anni. Difatti, a seguito della riorganizzazione del Ministero, ha cambiato nome in Direzione Affari interni. E non si occupa di contrasto alla mafia (per chi volesse controllare, qui c’è tutto l’organigramma del Ministero della Giustizia).

Queste sono le risposte istituzionali che non sarebbe scorretto definire false e fuorvianti. Nel question time alla Camera dei deputati di oggi, Bonafede ha sostanzialmente confermato quanto scritto su Facebook, dichiarando che avrebbe voluto offrire a Di Matteo un ruolo in qualche modo equivalente, all’interno dello stesso, per la lotta alla mafia (che, però, non esiste), per lavorare fianco a fianco. Questa è stata la risposta in merito al cambio di scelta del capo del DAP. Questo è il gioco degli specchi che tenta, goffamente, di nascondere le ormai evidenti contraddizioni di un sistema di potere che s’aggrappa solo alle illusioni.

Rispondo al Question Time in diretta dalla Camera dei Deputati.

Pubblicato da Alfonso Bonafede su Mercoledì 6 maggio 2020

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