Lenin a 150 anni dalla nascita

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A 150 anni dalla nascita di Vladimir Lenin (Simbirsk, 22 aprile 1870) vorrei citare alcune sue frasi e leggerle alla luce della realtà di oggi. Lenin è stato il più attento lettore del marxismo e ha adattato l’impianto concettuale del marxismo nel qui ed ora del suo tempo e spazio, realizzando così quella che oggi viene definita dottrina marxista-leninista.

Chiaramente bisogna leggere Lenin con le lenti storiche, ma alcune sue considerazioni valgono ancora oggi, perché ancora oggi vige lo stesso impianto di potere di allora: il dominio della classe borghese e il modo di produzione capitalistico.

Ma prima bisogna sgomberare il campo da una fake news storica: rivoluzione proletaria, nel pensiero leninista, non significa anarchia. Non significa guerra civile, morti ammazzati, deportazioni, pauperismo, schiavismo. Il marxismo-leninismo ha fallito, nella storia, per tutta una serie di ragioni, ma soprattutto per due: l’aver forzato il socialismo scientifico marxista ed averlo adattato ad un paese ancorato al feudalesimo e solo agli inizi dell’industrializzazione (la Russia di inizi ‘900); l’aver interrotto il processo dialettico rivoluzionario e lasciato che le spinte borghesi portassero ai totalitarismi. Lenin difatti vedeva di mal occhio un tipo come Stalin e solo dopo la sua prematura scomparsa (morì a 54 anni) si sarebbero adottate le prassi politiche di lettura distorta del marxismo che lui ha combattuto per tutta la vita.

Insomma, la rivoluzione, per Lenin era semplicemente la presa del potere da parte della maggioranza delle persone, abbattendo, quindi, il potere particolaristico di una minoranza, ossia la classe borghese. La maggioranza, capeggiata dalla classe operaia, avrebbe quindi fatto gli interessi dei ceti più umili e, di conseguenza, dell’intera collettività, favorendo quindi la scomparsa delle classi sociali e del conseguente conflitto tra classi. Lenin era un umanista, forse uno dei più grandi umanisti della storia. Nella sua concezione umanistica desiderava solo eliminare una contraddizione, ancora oggi vigente: perché il potere appartiene ad una minoranza, quando un’intera maggioranza di persone fa la fame e continua ad essere sfruttata? La rivoluzione proletaria, per Lenin, equivaleva a rimettere le cose apposto: dare il potere a chi lo merita, a chi è sfruttato e garantire un’uguaglianza sostanziale per tutti.

In quest’ottica va visto, per esempio, il concetto di dittatura del proletariato. Non è una dittatura nel senso che conosciamo noi, ma nel senso che il proletariato, quella che oggi sarebbe la classe di chi non arriva alla fine del mese, deve avere il potere economico e politico, deve, cioè, governare e detenere i mezzi di produzione. La dittatura del proletariato è una dittatura esattamente come quella che vige oggi, ossia la dittatura della borghesia, solo che – nelle aspirazioni comuniste – non dev’essere la minoranza ad assumere il potere, ma la maggioranza, capeggiata dalla classe operaia, ossia dall’avanguardia del proletariato. Un po’ come oggi l’avanguardia della borghesia sono i CdA degli industriali, delle banche o dei gruppi transnazionali.

Così come rivoluzione non significa mettere a ferro e fuoco le città, ma cambiare l’ordine delle cose, sostituire un potere costituito con un altro. Che poi la guerra civile sia una conseguenza è d’obbligo, perché nel momento in cui il potere costituito si sente minacciato, agisce di forza. La classe borghese non è quella caruccia e affettuosa disegnata e diffusa dalla sua stessa ideologia, attraverso le proprie sovrastrutture (media, arte, cinema, letteratura, ecc.) ma è crudele e sanguinaria e tutte le volte che si mette in discussione il suo potere, reagisce con violenza. Ed ecco perché la rivoluzione, di fatto, assume caratteri violenti: perché il popolo, per difendersi e per difendere la propria autodeterminazione, è costretto a rispondere alle violenze. Del resto il fascismo storico è stato un frutto della reazione borghese alle istanze proletarie organizzate, sicché c’è poco da dire su quali siano le reali responsabilità delle violenze.

Anche sul concetto di democrazia s’è cucito tutto un sistema di menzogne nei confronti del marxismo-leninismo. Lenin non ha mai negato i fondamenti del vivere democratico, ossia le libertà individuali e sociali, solo contesta l’utilizzo del concetto di democrazia in un regime borghese, utile a proteggere gli interessi del capitale, che sono quelli di accumulare ricchezze, sfruttando il lavoro di grandi masse di persone. Se la democrazia fosse vera, direbbe Lenin, perché osteggia la formazione di pensieri diversi da quello dominante? Perché ha paura delle proteste di piazza tanto da mandare spiegamenti di forze di polizia a sopprimerle? Perché lo Stato è una creazione artificiale e le sue articolazioni servono a proteggere il potere borghese, in particolare burocrazia, polizia e magistratura (fatte le dovute eccezioni, ovvio, che però non fanno testo). Se lo Stato è una creazione artificiale, la democrazia è una concezione puramente formale.

Osteggia anche il parlamentarismo, che lo ritiene inutile, oltre che uno strumento di rappresentanza della borghesia. Del resto oggi è del tutto evidente lo scollamento tra popolazione e classe politica, che ha favorito il vento dell’antipolitica e del populismo. Questo è frutto del parlamentarismo borghese, che rappresenta, quindi, una minoranza.

Detto ciò, vediamo alcune citazioni di Lenin estrapolate da diversi suoi scritti. Premetto però che per comprendere appieno il pensiero di Lenin bisognerebbe leggerlo tutto (o almeno provarci, dato che ha scritto parecchio). Qui mi sono limitato a inserire solo poche citazioni, ma per me significative. Non ho la pretesa di riuscire a spiegarle né a farne comprendere la profondità, ma per chi volesse, su questo sito ci sono tutte le opere, che si possono scaricare o leggere online.

Sulle classi sociali

In riferimento al marxismo Lenin spiega la sua importanza e, nella seconda citazione spiega mirabilmente le dinamiche dialettiche delle classi sociali. La terza citazione riporta una semplice spiegazione di cos’è la dittatura del proletariato, mentre nell’ultima esorta a sviluppare una coscienza di classe, l’unica in grado di far riconoscere al popolo le illusioni della classe borghese. 

Il marxismo ha aperto la via a uno studio universale, completo, del processo di origine, di sviluppo e di decadenza delle formazioni economico-sociali, considerando l’insieme di tutte le tendenze contraddittorie, riconducendole alle condizioni esattamente determinabili di vita e di produzione delle varie classi della società, eliminando il soggettivo e l’arbitrario nella scelta di singole idee direttive o nella loro interpretazione, scoprendo nella condizione delle forze materiali di produzione le radici di tutte le idee e di tutte le varie tendenze senza eccezione alcuna.

Il piccolo produttore di cui i romantici e i populisti fanno l’apoteosi è un piccolo borghese che si trova in rapporti contraddittori come ogni altro membro della società capitalistica, che si difende mediante la stessa lotta, la quale esprime costantemente, da una parte, un’esigua minoranza di grande borghesia e sospinge, dall’altra, la maggioranza nelle file del proletariato (…) non esistono piccoli produttori che non stiano tra queste due classi opposte, e questa posizione intermedia condiziona necessariamente il carattere specifico della piccola borghesia, determina le sue oscillazioni, la sua ambiguità, la sua doppiezza, il suo gravitare verso la minoranza che esce vittoriosa dalla lotta, la sua ostilità verso gli sconfitti, cioè verso la maggioranza.

La dittatura del proletariato, se si traduce quest’espressione latina, scientifica, storico-filosofica, in un linguaggio più semplice, ecco che cosa significa: solo una classe determinata, e precisamente gli operai delle città e, in generale, gli operai di fabbrica e di officina, gli operai industriali, sono in grado di dirigere tutta la massa dei lavoratori e degli sfruttati nella lotta per abbattere il giogo del capitale, di dirigerli nel corso del suo abbattimento, nella lotta per mantenere e consolidare la vittoria, nella creazione di un nuovo regime sociale, di un regime socialista, in tutta la lotta per la soppressione completa delle classi.

Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni.

Sugli schiavi

Interessanti sono le riflessioni sullo schiavismo, sia quello reale che quello operato dal modo di produzione capitalistico, il quale tende ad isolare i lavoratori per meglio sfruttarli ed evitare che, insieme, possano rivendicare una cosa semplice: migliori condizioni di vita. L’ultima citazione mi ha riportato alla mente un passaggio del film Django unchained di Tarantino.

Nessuna ricchezza può recare vantaggio ai capitalisti se non trovano degli operai disposti ad applicare il loro lavoro agli strumenti e ai materiali che essi posseggono e a produrre nuove ricchezze. Quando gli operai sono isolati gli uni dagli altri di fronte ai padroni, rimangono degli autentici schiavi e lavorano eternamente per un tozzo di pane per conto di un uomo a loro estraneo, rimangono eternamente dei salariati docili e muti. Ma quando gli operai proclamano insieme le loro rivendicazioni e rifiutano di sottomettersi a colui che ha il portafoglio gonfio, allora essi cessano di essere degli schiavi, diventano degli uomini, cominciano ad esigere che il loro lavoro non serva soltanto ad arricchire un pugno di parassiti, ma dia la possibilità a coloro che lavorano di vivere da uomini.

Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero.

Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù (…), un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza.

Sulla democrazia

In queste brevi citazioni Lenin mette in luce, acutamente, il meccanismo di funzionamento delle odierne democrazie e le sue contraddizioni, spiegando, ancora una volta, i vantaggi di una democrazia vera, quella socialista, tendente al comunismo. Una democrazia piena, reale, dove la maggioranza fa gli interessi della maggioranza.

La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito (…) di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.

La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza alla maggioranza, cioè l’organizzazione della violenza sistematicamente esercitata da una classe contro un’altra, da una parte della popolazione contro l’altra.

La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé.

Sul riformismo

A questo punto dello sviluppo storico in cui noi siamo calati, dovremmo sapere benissimo che il riformismo non è altro che un mezzo per illudere le masse di voler cambiare qualcosa, ma gattopardianamente non cambiare nulla. Lenin se ne accorse già un centinaio d’anni fa, dicendo con sorprendente chiarezza che tutti i partiti politici riformisti, di destra o di sinistra, non fanno altro che difendere gli interessi della classe borghese, ingannando le classi deboli. Credo che oggi questi meccanismi siano abbastanza chiari.

Il riformismo è l’inganno borghese degli operai che, nonostante i parziali miglioramenti, restano sempre schiavi salariati finché esiste il dominio del capitale.

La borghesia liberale, porgendo con una mano le riforme, con l’altra mano le ritira sempre, le riduce a nulla, se ne serve per asservire gli operai, per dividerli in gruppi isolati, per perpetuare la schiavitù salariata dei lavoratori. Il riformismo, perfino quando è del tutto sincero, si trasforma quindi di fatto in uno strumento di corruzione borghese e di indebolimento degli operai. L’esperienza di tutti i paesi dimostra che prestando fede ai riformisti gli operai hanno sempre finito con l’essere gabbati.

Sulle elezioni politiche e lo Stato

Lenin dimostra che partecipare alle competizioni elettorali politiche non fa altro che alimentare gli interessi della classe dominante, perché nel momento in cui una forza, anche radicale, entra nei meccanismi del potere borghese, ne viene assorbita. Un esempio lampante è quello del M5S, che pur avendo in sé piccoli e sparuti elementi socialisti, pur in un impianto interclassista e con una struttura verticistica borghese, quando è entrata nelle dinamiche istituzionali, s’è… istituzionalizzata.

Insomma, un po’ come direbbe Red (Morgan Freeman) in Le ali della libertà, parlando dell’amico Brooks che, dopo tanti anni di prigione, non può più farne a meno. Perché la sua coscienza viene plasmata dal sistema e la sua vita ruota attorno a quelle mura. 

Esattamente accade lo stesso processo a chi ritiene di poter cambiare il sistema dall’interno. Ci entra e il sistema cambia lui. Questo perché? Perché le istituzioni non sono altro che sovrastrutture, ossia creazioni proprie della classe dominante. E come si può cambiare una sovrastruttura se è la struttura a dominarla?

Ecco che lo Stato, secondo Lenin, va dissolto, ma solo dopo che il processo rivoluzionario – agendo dall’esterno delle istituzioni – ne prende il controllo per poi governarlo e renderlo inutile. Inutile perché nel modello sociale prospettato dal marxismo-leninismo non ci sarà più bisogno dello Stato come strumento di controllo e repressione.

Soltanto dei mascalzoni o dei semplicioni possono credere che il proletariato debba prima conquistare la maggioranza alle elezioni effettuate sotto il giogo della borghesia, sotto il giogo della schiavitù salariata, e poi conquistare il potere. È il colmo della stupidità o dell’ipocrisia; ciò vuol dire sostituire alla lotta di classe e alla rivoluzione le elezioni fatte sotto il vecchio regime, sotto il vecchio potere.

La potenza del capitale è tutto, la Borsa è tutto, mentre il parlamento, le elezioni, sono un gioco di marionette, di pupazzi.

Decidere una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più democratiche.

Considerate qualsiasi paese parlamentare, dall’America alla Svizzera, dalla Francia all’Inghilterra, alla Norvegia, ecc.: il vero lavoro “di Stato” si compie fra le quinte, e sono i ministeri, le cancellerie, gli stati maggiori che lo compiono. Nei Parlamenti non si fa che chiacchierare, con lo scopo determinato di turlupinare il “popolino”.

Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch’essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità.

Quanto più il popolo stesso assume le funzioni del potere statale, tanto meno si farà sentire la necessità di questo potere.

Sul rapporto con Stalin

Questa l’ho inserita per tutti quelli che confondono Lenin con Stalin, oppure li associano. Giusto per far capire che siccome la storia è andata com’è andata, non è detto che il modello delineato da Lenin non sia possibile oppure porti necessariamente ai totalitarismi. Anzi, è tutto l’opposto. 

Stalin è troppo arrogante e questo difetto, che può essere tollerato tra di noi e nei rapporti tra comunisti, non è tollerabile in chi occupa il posto di Segretario generale. Perciò propongo che i compagni esaminino la possibilità di allontanare Stalin da tale carica e di sostituirlo con un altro uomo che, prima di tutto, si differenzi da Stalin per una sola dote, cioè una maggiore tolleranza, una maggiore lealtà, una maggiore gentilezza, una maggiore considerazione per i compagni, un temperamento meno capriccioso.

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