Il coronavirus mi ha insegnato tante cose

coronavirus stretta di mano

Nella lingua cinese il termine wei-chi significa crisi, ma anche momento cruciale, un evento che genera cambiamento. Già, i cinesi ci hanno trasmesso il coronavirus, ma pure un concetto così profondo. Ogni evento critico nasconde in sé degli spunti di riflessione, che, se ben gestiti, possono condurre l’individuo o addirittura l’intera umanità a fare un balzo in avanti verso il progresso materiale e spirituale.

In questi convulsi giorni le vicende legate alla diffusione del pericoloso virus mi hanno insegnato e ricordato tante cose, che nella normalità spesso sfuggono.

Il coronavirus mi ha ricordato l’importanza di una stretta di mano o un abbraccio

Oggi che è vietato, per motivate ragioni sanitarie, stringersi la mano o avere contatti ravvicinati se non nella stretta cerchia domestica, sento quanto sia importante il banale simbolo di stringersi la mano o abbracciare un conoscente, un amico, incontrati per strada. Tutte le volte che incontro qualcuno, automaticamente tendo la mano e oggi, nel sentirmi rifiutare questo piccolo gesto d’amicizia, sento come se l’umanità fosse regredita. Ma so che si tratta solo di misure temporanee e presto torneremo a stringerci le mani, più di prima, consci dell’importanza del gesto. A tal proposito vorrei citare una recente poesia di Franco Arminio, intitolata Sono giorni preziosi:

Tutto ciò che non era nostro
è caduto, ora dobbiamo vivere
con ciò che ci resta,
ora sappiamo che la vita è enorme
anche quando è silenziosa e ferma.
Il sacro è tornato, è sacro
scrivere una lettera aspettare un abbraccio
alla fine di questa sventura, parlare d’amore,
accompagnare qualcuno nel fiordo
della tua paura.
Sono giorni rari, sono giorni preziosi,
facciamo qualcosa per meritarceli,
in fondo è un privilegio essere qui,
ognuno a casa sua
ma tutti assieme nella casa del mondo.

Mi ha insegnato che il popolo italiano è maturo, ma ha bisogno di regole chiare e tempestive

Nei giorni scorsi, subito dopo la pubblicazione dei vari decreti che impongono lo stato d’emergenza e le misure restrittive sulle attività sociali, lavorative, sugli spostamenti, ecc., gli italiani hanno risposto spontaneamente e in modo maturo alle misure.

Le vicende di panico generale, come quella dei milanesi che sono fuggiti via nel cuore della notte, sono una conseguenza dell’incertezza che ha dominato chi dovrebbe guidare la Nazione. Quando, invece, sono state emanate regole chiare e razionali, gli italiani si sono adeguati e infatti già oggi si registra una contrazione delle infezioni. Nei casi d’emergenza più le misure sono tempestive, unitarie e chiare, più il popolo si sente guidato e s’adegua, con consapevolezza e senso del dovere.

Ecco perché il regionalismo differenziato, nelle sue accezioni federaliste e autonomiste, può essere un pericolo per l’unità nazionale. Le Regioni hanno sì bisogno di forme di autonomia, ma non in materie delicate quali la salute pubblica (o l’istruzione, la finanza, le infrastrutture, tutela e sicurezza del lavoro, ecc.) e non nelle definizioni strategiche. Un conto è devolvere l’esercizio delle funzioni pubbliche, un altro è attribuire piene competenze in determinate materie, soprattutto a quelle regioni che si sentono ricche e considerano il resto della popolazione una palla al piede.

S’è visto, nei primi giorni e nelle prime zone di contagio, che le diverse misure regionali, prese in autonomia, hanno causato caos, incertezza e comportamenti diversificati da parte della società civile e del popolo, esponendo l’intera nazione al pericolo di un contagio diffuso. Mentre solo nel momento in cui il Governo ha preso la situazione in mano, i pericoli sono diminuiti e si è potuto estendere uniformemente le misure emergenziali su tutto il territorio nazionale.

Il coronavirus mi ha ricordato l’importanza della sanità pubblica

Il report dell’Osservatorio GIMBE n. 7/2019, denominato Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale, pubblicato da numerose testate giornalistiche, ha dimostrato, senza mezzi termini, che nel decennio 2010-2019 tra tagli e definanziamenti al Servizio sanitario nazionale, quest’ultimo ha ricevuto circa 37 miliardi di euro in meno.

I tagli alla salute hanno comportato, ovviamente, una riduzione di personale, posti letto, strutture. In quest’articolo scrissi, nel 2017, che la privatizzazione dei servizi pubblici e i conseguenti definanziamenti, hanno portato a chiudere numerosi ospedali, la cui competenza è regionale.

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Gli ospedali chiusi dal 2013. Articolo de La Stampa

Oggi l’emergenza sanitaria del coronavirus ha fatto emergere tre aspetti: la debolezza del sistema sanitario nazionale; l’eroismo di medici ed infermieri pubblici; la latitanza del settore sanitario privato.

I posti letto in terapia intensiva sono finiti, gli operatori sanitari sono stremati, non si riesce a ricoverare tutti. Il sistema sanitario nazionale è arrivato al collasso. Tutto ciò non è stato causato dal coronavirus, questi ha solo messo in luce le carenze e i problemi di un settore che, sin dalla fine degli anni Novanta, è stato violentemente ridimensionato, per favorire il settore sanitario privato che, nel pieno dell’emergenza, latita. Sono rare, su tutto il territorio nazionale, le strutture private che hanno messo a disposizione personale, posti letto, strumentazioni, al fine di collaborare con la sanità pubblica e dare il loro contributo.

Non sarebbe il caso di invertire la tendenza e riconoscere l’assoluta importanza della sanità pubblica in Italia?

In queste settimane i medici, gli infermieri e tutti gli operatori della sanità pubblica ci hanno dimostrato di essere degli eroi, di rischiare di essere contagiati pur di assistere i pazienti e non lasciarli soli, di lavorare h24 senza pause, finendo per crollare. Hanno trascurato affetti, famiglia, passioni, per fronteggiare un’emergenza eccezionale. Ma devono essere loro le vittime sacrificali di un sistema economico-politico che scientemente ha ridotto la sanità pubblica al collasso? Devono pagare loro per la volontà di una classe politica che – in più di 20 anni – ha smembrato il più importante ed efficace servizio sanitario pubblico al mondo? Vogliamo finire come negli USA, dove se sei povero, privo di copertura assicurativa e ammalato, ti lasciano morire ai piedi di un ospedale?

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L’immagine simbolo dell’eroico lavoro del personale sanitario pubblico

Mi ha insegnato l’onestà dell’Italia nel panorama internazionale

Ci hanno disegnati come untori, hanno chiuso le frontiere, ci hanno guardati con disprezzo. La realtà è che il sistema Italia ha reagito prontamente alla diffusione del virus e ha diffuso, con onestà, i dati del contagio. Altri paesi europei, invece, hanno considerato i sintomi da coronavirus come patologie di ordinaria amministrazione invernale, almeno fino a quando non c’è stata l’irruente e conclamata esplosione del virus anche nei loro territori.

In una società globalizzata tutti si spostano, continuamente, da ogni parte del globo. Sarebbe assurdo immaginare che solo l’Italia sia stata, dopo la Cina, il paese con il maggior numero di contagi. E’ assurdo e irrazionale anche solo pensarlo.

Semmai l’Italia è il paese che ha affrontato più seriamente la questione, mentre gli altri paesi, semplicemente, hanno minimizzato il problema (se non addirittura occultato). Anche in questo caso mi chiedo a cosa servano le comunità internazionali tipo l’ONU o l’Unione Europea se non sono in grado di discutere onestamente di un problema globale ed implementare strategie comuni. La realtà è che se gli altri paesi industrializzati o industrializzandi avessero avuto la stessa onestà dell’Italia, l’economia mondiale ne avrebbe sofferto e la finanza internazionale avrebbe ridotto i propri guadagni.

La verità è sotto gli occhi di tutti, ormai. La Commissione europea, attualmente, è più preoccupata della reazione dei mercati e di una possibile (anzi, concreta) recessione economica, che porterà ad una crisi su scala internazionale. Ma non mi pare di aver letto della volontà, da parte della Commissione europea, di rimuovere per l’Italia i vincoli di bilancio, azione attualmente indispensabile per immettere nella sanità pubblica le necessarie risorse al fine di risolvere l’emergenza. Anzi, presto vedremo nuovi diktat europei e nuove misure lacrime e sangue, a seguito della imminente crisi economica. Sempre se non ci sarà uno scatto d’orgoglio da parte di tutti: cittadini, società civile, politica, istituzioni.

Il coronavirus ha mostrato che parte della classe dirigente fa schifo

Mi ha schifato leggere, in queste settimane, le notizie tranquillizzanti di giornalisti, medici, accademici ed espertoni unanimi nel dire che tanto muoiono solo i vecchi o chi ha gravi patologie. L’ho sentito spesso. Pure troppo. Certo, lo dicono per dire che il coronavirus non è letale su chi è sano, ma di fatto sottendono un inumano concetto per cui chi se ne frega degli anziani o dei malati.

Questa concezione è emersa oggi in tutta la sua malvagia lucidità, ma è vecchia, appartiene ad un modello filosofico-economico liberista, ben analizzato dall’antropologia contemporanea, sintetizzato nel motto lavora, consuma, crepa, riservato ai giovani, sani e produttivi, mentre tutto ciò che è vecchio e malato va gettato via o tenuto ben nascosto, magari in appositi centri o nella solitudine delle mura domestiche.

Tale concezione antepone gli interessi economici privati alla spesa pubblica infruttifera, ecco perché spesso, quando sentiamo parlare dell’INPS in deficit e del peso delle pensioni, inconsciamente veniamo educati al fatto che gli anziani sono un gravame. Idem quando si parla di spesa pubblica sanitaria.

Eppure più di 12 milioni e 300 mila italiani sono sopra i 65 anni e chissà quanti sono immunodepressi o hanno patologie gravi, le cui cure gravano sulla famiglia. Chissà se questi esponenti della classe dirigente avrebbero il coraggio di dire in faccia, a queste famiglie, che tanto muoiono solo i vecchi. Ciò che mi consola è che tanto vecchi lo diventeranno pure loro. Il tempo è bendato, più della giustizia.

Mi ha insegnato l’importanza del diritto alla casa

Il mantra di questi giorni, ribadito da tutte le istituzioni pubbliche è: restate a casa.

E chi una casa non ce l’ha o l’ha persa? Che fa?

In questo periodo molti lavoratori, dipendenti o autonomi, sono costretti a restare a casa e non sempre hanno le disponibilità economiche per pagare gli affitti. Inoltre molti italiani, anche in questi giorni, sono sotto sfratto. Si calcola che in Italia in media ci siano 150 sfratti al giorno e il coronavirus non ha certo fermato le procedure esecutive.

Solo il Prefetto di Milano ha sospeso gli sfratti, ma nel resto d’Italia? Oltre agli sfrattati, che spesso non riescono a trovare una soluzione abitativa in tempi rapidi, in Italia ci sono circa 50.000 senza tetto. Eppure il paese conta circa 7 milioni di case vuote.

In questo momento sarebbe dunque il caso di fermare tutte le procedure esecutive e predisporre un piano di requisizione delle case sfitte, almeno per garantire, per il momento, un tetto a chi non ce l’ha o l’ha perso.

Il coronavirus ha dimostrato quanto poco siano tutelati gli autonomi e le false partite IVA

Sono stati predisposti dal Governo dei provvedimenti di sospensione del pagamento di tributi, utenze e mutui, nonché forme di indennità ai lavoratori autonomi, ma solo nelle zone di primo contagio. Tuttavia le misure di contenimento di cui al DPCM 9 marzo 2020 sono estese a tutto il territorio nazionale, il ché comporta la sospensione di molte attività lavorative in tutta Italia. Attendiamo le successive misure e vediamo come reagirà l’Europa, però temo che dare 500,00 € al mese, per 3 mensilità, agli autonomi (incluse le false P.IVA) non sia sufficiente (V. art. 16 D.L. 9/2020).

Gli autonomi, come si sa, non hanno alcuna garanzia sindacale: ferie pagate, tredicesima mensilità, malattia, ecc.

Molti autonomi, però, lavorano esclusivamente per una sola azienda. Formalmente risulta un contratto di collaborazione, ma di fatto è un lavoro da dipendente a tutti gli effetti. Se l’autonomo perde le commesse da parte dell’azienda (alias datore di lavoro), perde praticamente il lavoro e non ha ammortizzatori sociali.

Per il governo 500,00 € al mese sono una forma di integrazione al reddito, formalmente per chi è un autonomo a tutti gli effetti, ma per le false P.IVA rappresenta il reddito vero e proprio. Con quei soldi non ci paghi nemmeno la spesa mensile per 2 persone. Figurarsi per una famiglia.

Ha messo in luce un sistema carcerario al collasso

In decine di carceri si sono verificate rivolte da parte dei reclusi, da Salerno a Modena (dove alcuni detenuti sono morti), da Roma a Foggia (dove alcuni sono evasi), il tutto perché, per prevenire i contagi, sono stati sospesi i colloqui.

Ai detenuti, che vivono ammassati in celle piccolissime, non è stato dato alcun dispositivo di protezione e le condizioni igieniche, in molte carceri, sono da terzo mondo. Si vociferava, in alcune carceri, che c’erano detenuti positivi al virus. Notizia non accertata, certo, ma tanto è bastato per creare i primi germogli di caos.

In più si diceva che sarebbero stati concessi i domiciliari in molti casi. Promessa poi rimangiata.

Ora è ovvio che questi aspetti avrebbero provocato le ire dei detenuti che già normalmente soffrono una reclusione ai limiti dell’umanità.

Il sovraffollamento delle carceri e l’inadeguato numero del personale sono problemi storici e spesso passano in sordina i frequenti casi di suicidi, sia di detenuti che di guardie carcerarie. Così come vengono ignorati i continui appelli da parte dei sindacati di categoria.

Oggi la notizia delle rivolte carcerarie, causate dalla questione coronavirus, può darci più contezza di quanto avviene all’interno e di come tutto il sistema penitenziario debba essere rivisto. Dal punto di vista normativo orientato a considerare la pena come vera forma di reinserimento sociale e non come mera punizione, in strutture spesso fatiscenti e sovraffollate. Dal punto di vista economico, prevedendo strutture accoglienti, umane e personale numericamente adeguato e preparato. Ma al solito questi interventi economici sono considerati improduttivi dalla classe dominante. E così rischiamo che la rivolta degli scorsi giorni passi nel dimenticatoio, fino alla prossima, grave, emergenza.

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