Psicologi? Errare è necessario per riconoscere i propri limiti

psicologi

Qualche tempo fa ho scritto un articolo che s’intitola State lontani da psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, descrivendo con tratti piuttosto duri e marcati l’attività di questi ultimi e la fugacità delle proprie teorie, soffermandomi sulla fumosità di alcune definizioni di disturbo psichico, che in passato ricomprendevano anche concetti oggi definiti normali, nonché sulle terapie, anch’esse soggette a continue revisioni nel corso della storia e, in alcune fasi storiche, inumane e irrazionali.

Rileggendo l’articolo, con la consapevolezza di oggi, non posso che fare ammenda della mia ignoranza in materia e di come abbia superficialmente trattato un argomento così complesso e multiforme quale può essere l’ambito di analisi e cura psichica e psicologica. Ammetto, senza tracotanza, che alcune critiche mi trovano ancora d’accordo, tra cui quelle relative all’abuso di psicofarmaci e a come l’attuale sistema economico-consumistico spinga medici e pazienti a prescrivere ed acquistare psicofarmaci anche in presenza di lievi psicopatologie, in assenza di un percorso terapeutico che indaghi le cause e l’origine di tali disturbi e – all’occorrenza – usi le medicine come supporto al processo di guarigione.

Tuttavia anche in quest’ultima riflessione si cela un errore di fondo dettato dalla sintesi e basato sul dare per scontata la generalizzazione. E’ lo stesso errore che ho commesso nel trattare l’argomento dell’articolo oggi sotto esame. Per quello che appresso dirò spero si capisca che non ho voluto né allora né oggi generalizzare e ricondurre sotto lo stesso tetto l’ampia platea di psicologi e psicoterapeuti che ogni giorno, con professionalità e dedizione, lavorano a stretto contatto con ogni tipo di paziente e di problematica, a volte risolvendola in un lungo percorso di ascolto, introspezione, incanalazione e cambiamento senza ricadere nella facile soluzione di prescrivere subito farmaci ed evitare la complessa opera di introspezione e di decodificazione dei disturbi che affliggono il paziente.

Vorrei ringraziare ad una ad una tutte quelle persone che, in questi anni, hanno commentato l’articolo, anche con toni pesanti, e hanno contribuito a creare una discussione proficua, volta a spingermi ad approfondire la tematica e a correggere alcune mie considerazioni. Ovviamente non modificherò l’articolo in questione né lo eliminerò, per tenere traccia del cambiamento, ma farò in modo che quest’attuale riflessione possa essere integrata nello stesso. E mi scuso anche per alcune risposte ai commenti date con toni canzonatori o superficiali. Rileggendole ne provo disgusto.

Ringrazio in particolare due psicologi di Napoli, di cui non farò il nome per evitare che quest’articolo diventi indirettamente una pubblicità, che mi hanno scritto a seguito della lettura dell’articolo e con cui ho avuto un lungo scambio di mail e diverse – proficue – conversazioni telefoniche e che mi hanno fatto capire che le premesse del ragionamento alla base dell’articolo erano sbagliate o parziali.

Su due aspetti ci siamo trovati d’accordo: il primo riguardo gli sbagli della psichiatria nel corso della storia, che hanno però contribuito al progresso della scienza; il secondo riguardo i tentativi del mercato degli psicofarmaci di inquinare l’operato dei professionisti e orientarli ad aumentarne il consumo. Certo, ci sono dei professionisti che si lasciano sedurre dai benefici offerti dal mercato, ma è facile riconoscerli se già alla prima seduta, senza capire di che problema si tratti, ti prescrivono un farmaco. Gli altri invece, e sono tanti, con metodi diversi e con formazioni influenzate da diverse scuole di pensiero, affrontano con dedizione e passione il proprio lavoro.

A parte questi due marginali aspetti, quello che non ho considerato – per mia ignoranza, lo ribadisco – è l’origine di molte psicopatologie, che il più delle volte derivano da traumi infantili, spesso sepolti nell’inconscio durante la crescita dell’individuo e che Freud ha saputo decodificare e teorizzare, seppur il suo metodo sia stato abbondantemente superato sia dall’allievo Jung sia dalle più recenti scuole.

Ho apprezzato il suggerimento datomi di leggere qualcosa di Jung e di diversi altri psicanalisti quali Erich Fromm, che mi hanno dato gli strumenti per meglio integrare le teorie sulle cause dei disturbi che oggi sembrano attanagliare molte persone, così tante da diventare un dramma sociale. Ho sempre creduto, finora, che il problema sia dovuto alle influenze esterne, ai condizionamenti dettati dalle strutture del potere economico, mai riflettendo a fondo che, in realtà, queste funzionano solo quando la struttura della psiche è compromessa dalle negative influenze familiari, che prendono origine dall’educazione infantile. Solo ora capisco cosa intendeva per educazione l’antropologo Marc Augè o quanto importanti siano stati i contributi di Freud per delimitare l’ambito di analisi della struttura del comportamento.

Vorrei dire molto altro sull’operato, in particolare, di psicologi e psicoterapeuti, ma so che rischierei di diventare ripetitivo e banale. Ecco perché mi limito a dire che non vanno evitati psicologi, psicoterapeuti o psichiatri, ma vanno scelti con cura e va instaurato un rapporto schietto, onesto, libero con loro. Solo con un sincero sforzo di apertura del proprio inconscio si può permettere loro di entrarci, a passo felpato, per indagarlo e permettergli di correggere quelle storture che un’educazione familiare troppo superficiale e, spesso maldestra, ha creato. Sempre a patto di trovare qualcuno che sia disposto ad iniziare un percorso, più o meno lungo e più o meno intenso, non sempre in grado di arrivare ad una soluzione. Per arrivarci serve non solo competenza, ma uno sforzo da parte di entrambi gli attori.

Permettetemi un’ultima riflessione. Provo disgusto ogni volta che si dice: ai miei tempi bastava un ceffone per educare i figli oppure quando si lodano i metodi educativi coercitivi, paragonandoli agli attuali, preponderanti, metodi permissivi. Gli estremi sono sempre sbagliati e la verità, sempre se esista una verità oggettiva, sta nel mezzo. Sta nel naturale rapporto con le cose, con le persone. Sta nel sapersi identificare con loro, nell’abbandonare le maschere sociali, nel non reprimere i sentimenti e nel valorizzare il proprio partner o le persone che ci stanno accanto e ci vogliono bene, che spesso sono un’arma potente per superare quelle paure che abbiamo accumulato sin da piccoli. Pare facile a dirsi e infatti lo è, esattamente come è difficile a farsi. Ma a volte è sufficiente guardarsi negli occhi e confidare ciò per cui proviamo vergogna. Il resto vien da sé e segue il naturale svolgersi delle cose.

forse ti può interessare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *