Ma quale ritorno al bipolarismo!

A margine dello spoglio elettorale in Emilia-Romagna e Calabria arrivano le prime riflessioni dei leader degli schieramenti in campo e dei commentatori politici, ormai tutti accomunati da un unico motto: si sta tornando al bipolarismo. Lo dice Zingaretti, affermando che:

Si sta tornando a un sistema bipolare tra due grandi campi che si contendono la leadership e lo fanno su scelte politiche alternative, quindi credo che questo travaglio del M5S avrà e sta avendo una discussione. Spero che sempre di più di questo elemento si prenda atto, come in Calabria e in Emilia Romagna, si scelga tra i due principali contendenti. Il Movimento si troverà di fronte a questo dilemma, ma lo dico da alleato e non da avversario.

Anche da sinistra c’è chi parla di ritorno al bipolarismo, però con una riflessione più ampia e strutturata, parlando di bipolarismo obbligato, fondato sulla paura.

Ma davvero stiamo tornando al bipolarismo? I dati elettorali fanno pensare di sì, tuttavia ci sono due grossi errori di fondo che fanno invece propendere per un temporaneo e infondato ritorno al bipolarismo.

Primo errore: differenza tra bipolarismo formale e sostanziale

C’è un bipolarismo elettorale che non rispecchia affatto la composizione sociale del paese. E’ una forzatura, un elemento di distacco netto tra rappresentanti e rappresentati, l’ennesimo esempio di una democrazia sofferente, voluto da una classe economico-imprenditoriale alta, che in questo modo può farsi rappresentare più facilmente senza il fastidio delle minoranze scomode e che, quindi, opta per l’uno o l’altro schieramento o per l’uno o l’altro partito a seconda delle convenienze e non esclude affatto che i due schieramenti possano scambiarsi i favori a seconda delle strategie e delle tattiche messe in campo.

Dunque il bipolarismo non rappresenta, oggi, la composizione sociale del paese, ma solo gli interessi della classe economica dirigente, non solo nazionale, che oggi è contrapposta tra europeisti (leggasi: vicini al sistema economico-industriale tedesco) ed antieuropeisti (leggasi: vicini al modello economico statunitense o aperti agli scambi con altre potenze economiche occidentali o orientali).

Se la sociologia contemporanea ci ha insegnato qualcosa è che oggi, come in passato, la composizione sociale è ancora divisa in classi, ma è liquida e volatile nelle definizioni ideologiche e nella decodifica della realtà e, di conseguenza, nelle scelte politiche, a causa soprattutto di un sistema economico liberista in crisi, che genera crisi, disequilibri e incertezze.

Marc Augè, per esempio, nelle sue opere divide la società in sfruttati, consumatori e super-ricchi, ossia lo specchio della vecchia composizione delle classi sociali: proletari, piccolo borghesi e borghesi, con l’unica differenza che oggi la borghesia si è assottigliata tanto che la piccola borghesia (ossia: consumatori) si è rimpolpata e l’alta borghesia si è ridotta, aumentando la propria ricchezza.

All’interno della piccola borghesia, però, nulla è cambiato rispetto al passato e a più di un secolo di distanza, leggendo le parole di Gramsci nei Quaderni dal carcere, notiamo le stesse dinamiche sociali, quando identifica la piccola borghesia con la moltitudine di risparmiatori (esattamente come oggi), che con l’acquisto di azioni e obbligazioni offrono risorse al capitalismo finanziario e allo Stato ma che, per il loro carattere improduttivo, costituiscono un oggettivo ostacolo ai progetti modernizzatori del fascismo (è il problema della “composizione demografica”, problema non solo italiano ma europeo). Ma identifica la piccola borghesia anche nel “morto di fame”, originato da quei settori della borghesia rurale che hanno perso la proprietà della terra e che non vogliono lavorare manualmente. Si tratta di uno strato famelico di aspiranti a piccoli impieghi municipali, di scrivani, di commissionari, e costituisce un elemento perturbatore nella vita delle campagne, sempre avido di cambiamenti. È un segmento della società disperso territorialmente, fortemente disomogeneo, volubile, disposto a seguire una molteplicità di ideologie, anche “strane”. Quello strato sociale diede vita al fascismo, come oggi incarna il multiforme mondo di consumatori, piccoli imprenditori, disoccupati, operai, privi di formazione politica, prede della logica consumistica e capaci, anche in modo non strutturato, di spostarsi da un’area politica all’altra a seconda degli interessi da tutelare.

Sul movimento delle sardine

movimento sardine

Sarebbe un errore considerare il movimento delle sardine, che indubbiamente ha contribuito in modo decisivo alla vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna, una costola del PD o un movimento di sinistra. Tolto il “vertice” di quel multiforme movimento, di chiara derivazione piddina, non si può però liquidare la base come espressione popolare di un partito, perché altrimenti si cadrebbe nell’errore di considerare un movimento trasversale come una monade, quando in realtà un secolo di studi sociologici hanno chiaramente dimostrato la liquidità delle ideologie moderne, insita però in una struttura sociale ancora contrapposta in classi.

Detto in altri termini, il movimento delle sardine ha una composizione “tradizionale”, che comprende la classe degli sfruttati, la piccola-borghesia e anche parte dell’alta borghesia, ma al cui interno vi sono ideologie politico-sociali ampissime e difficilmente elencabili: moderati, riformisti, reazionari, liberalisti, liberisti, sovranisti di sinistra, socialisti, social-democratici, comunisti storici, comunisti riformisti, catto-comunisti, ambientalisti, europeisti e antieuropeisti e chi più ne ha più ne metta.

All’interno di questa struttura sociale composta da variegate ideologie (anche la negazione di un’ideologia è essa stessa ideologia) vi sono esperienze e percorsi diversi: ci sono studenti, operai, professionisti, piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, disoccupati, inoccupati, dipendenti pubblici, ognuno con le rispettive istanze e con esigenze ben diverse, che potenzialmente potrebbero configurare rappresentanze politiche diverse e contrapposte.

Ma in questo caso l’obiettivo comune del movimento delle sardine è stato sostanzialmente quello di impedire che una regione ricca come l’Emilia-Romagna e in cui i conflitti sociali esistono, ma sono attualmente latenti, possa finire nelle mani di una classe politica capace di arrestare lo sviluppo economico della regione.

Difatti è innegabile che, al pari di Veneto e Lombardia, all’Emilia Romagna interessa proseguire sulla strada del regionalismo differenziato, quindi una politica perfettamente in linea con la destra sovranista, che però di sovranista ha ben poco.

Il regionalismo differenziato

Già, perché all’Emilia-Romagna interessa l’autonomia non solo fiscale, ma normativa su numerose materie, finora spettanti allo Stato o in regime di competenza concorrente, soprattutto in campo economico, perché – al pari di Veneto e Lombardia – l’Emilia-Romagna ha uno stretto rapporto di collaborazione industriale-finanziaria con i paesi del Sud Europa, in particolare con la Germania, ma le competenze normative nazionali ne hanno sempre limitato lo sviluppo, mentre con il regionalismo differenziato non solo le regioni autonome potranno contare su maggiori risorse proprie, ma potranno aspirare ad una maggiore integrazione nel mercato europeo senza i lacci e lacciuoli della burocrazia italiana.

Non è un caso che la Lega Nord, come tutti i movimenti federalisti e autonomisti del Nord Italia, sia nata proprio grazie al fattivo contributo della Germania appena riunificata in un’ottica federalista, di integrazione e accorpamento al modello economico tedesco dell’Italia produttiva del Nord.

Quindi non vedo quale differenza ci può essere tra una Lega Nord che solo di facciata grida contro l’Euro, ma pretende un ruolo di primo piano nei rapporti con l’Europa più produttiva e un PD regionale che chiede autonomia differenziata per poter sviluppare la propria economia e che molto probabilmente sarà accontentato dal PD nazionale (che fa solo finta di fare resistenze).

Secondo errore: considerare morto il fenomeno dei 5S

M5s estinto

Il Movimento 5 Stelle è sofferente e lo si da per morto per tutta una serie di ragioni che non sto qua ad elencare, perché sono molteplici, ma che si possono ridurre a due grandi aree: la prima è l’essere passato da movimento antisistema, pur con tutte le contraddizioni interne e le correnti soffocate dal centralismo ottuso, a soggetto politico mainstream nel giro di un’esperienza di governo; la seconda è l’aver annichilito la base e rafforzato un vertice assolutamente incapace, creando un enorme scollamento tra gli attivisti e la classe dirigente, impedendo così la formazione di una dialettica interna capace di creare relazione tra vertice e base, non solo sui temi, ma sulla struttura organizzativa, sulla filosofia di fondo, sulla formazione della classe dirigente e via dicendo.

Tuttavia non si tiene conto di un aspetto essenziale: il M5S, all’apice della sua penetrazione sociale, ha cristallizzato il consenso alle politiche del 2018 con quasi il 33% delle preferenze dell’elettorato – è vero, provenienti quasi tutti dal Sud Italia, ma con alte percentuali anche al Nord – e quindi dimostrando, di fatto, che in Italia non esiste un bipolarismo espressione di due grossi centri nevralgici elettorali, ma esiste un pluralismo rappresentativo soffocato solo dal bipolarismo formale.

Il M5S si è attestato come soggetto politico forte proprio grazie al populismo che lo ha contraddistinto negli anni e che ha fatto da catalizzatore di svariate e diversificate istanze provenienti dalle classi sociali; insomma, ha accaparrato voti dagli sfruttati, dai consumatori e persino da parte dell’alta borghesia e in un certo senso ha anche avuto un ruolo di paciere sociale, facendo propri i malcontenti popolari e illudendo l’elettorato che ne avrebbe generato un’azione politica.

Se il M5S dovesse sparire (e ciò sembra credibile) non morirà affatto la base che lo ha generato e buona parte del suo elettorato confluirà nella Lega, rafforzandola, proprio perché il M5S ha ricondotto nel suo alveo una cospicua parte di quella piccola borghesia scomposta, irrazionale e fortemente liquida, capace di variare appartenenza politica e persino ideologia.

Se il modello bipolarista dovesse persistere, negli anni vivremo nuove ondate di antipolitica, di astensionismo e un rafforzamento della destra, perché il dato delle regionali in Emilia-Romagna ci ha solo dimostrato che il bipolarismo è risorto sulla paura contingente e non su una riformazione sociale in due classi contrapposte. Tutt’altro.

Anche quando il movimento delle sardine verrà inglobato nel centro sinistra, ossia quando il vertice del movimento avrà una poltrona e la base si disperderà, non è detto che le istanze di quel movimento saranno fatte proprie dal PD o che scompariranno le disuguaglianze sociali messe in rilievo dal movimento stesso, solo si produrrà l’ennesimo teatrino politico che produrrà l’ennesimo malcontento sociale, soffocato solo dall’azione incessante dei media e dai contentini messi in campo dal Governo.

Ma fino a quando? Se la storia ci ha insegnato qualcosa è che se si lascia troppo spazio alla piccola borghesia, confusa e irrazionale, le nuove forme di fascismo prenderanno il sopravvento, mentre è necessario ricostruire una sinistra, dal basso, capace di dare voce alla classe degli sfruttati e porre un argine alle derive della piccola borghesia, e il M5S, nel bene o nel male, ci ha insegnato che tutto sommato è possibile farlo, sfruttando la comunicazione sul web. Prima, però, è necessario ricostruire un’ideologia chiara, una disciplina politica forte e una dialettica interna democratica, cosa che il M5S non ha mai fatto e ora si son visti i risultati.

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