Elogio dell’Umiltà

povero umiltà

Una breve e inutile poesia dedicata all’umiltà, all’essenza che – per me – è più importante dell’apparenza. Se proprio devo assumere l’ingrato compito del giudice, cosa che oggi sembra piacere ai più, preferisco giudicare un concetto rispetto ad un aspetto ben curato. Perché il primo supera i limiti del tempo, mentre il secondo muore, giorno dopo giorno, con il passare del tempo e invecchiando non scopre l’essere, ma lo nega e si allontana sempre più da lui.

Parafrasando il buon vecchio Heidegger,  l’essere appare solo in quanto è costantemente esposto al rischio di trasformarsi in semplice parvenza. L’essere tende a nascondersi nel grande occultamento e silenzio e nella più superficiale finzione e dissimulazione di ciò che agli occhi appare inappropriato e, forse, talmente semplice da apparire banale. Ma l’essere va scoperto, va indagato e molto spesso non si palesa in gerghi forbiti e pompose vesti, ma si esplicita in pelli rugose e concetti semplici, seppur complessi.

Da ciò, sempre citando Heidegger, ne traggo l’insegnamento, nel comporre la mia poesia – tutta personale – che la poesia parla da un’ambiguità ambigua. Ecco perché non mi pongo il problema del bello nei versi, ma tendo ad esprimere un concetto che – spesso – è comprensibile e a volte piacevole solo a chi lo produce.

Ma questo è quanto.

gerghi forbiti, su lingue veloci,

sbucano da sorrisi sornioni

in volti curati e corpi arricchiti

da pompose vesti.

Li senti guaire racconti

– narrazioni – com’oggi si dice

opinioni su temi difformi

o teorie, di scienza adombrate,

avviluppati dalla melma

d’un vacuo intelletto,

di nozioni confuse, miste

ad elementari concetti.

Gerghi puri, parole lente,

sgorgano da volti rudi,

pelli rugose, cinte

da logore vesti, a casaccio indossate.

Senti scaturire – voci arrossate dal fumo,

mani callose disegnano il pensiero –

concetti nitidi, parole salde,

ricche di profondo sapere e d’alta Morale.

Ed elogio l’Essere,

di sapienza impregnato

e d’Umiltà vestito.

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